Il 21 febbraio si celebra la Giornata internazionale della Lingua Madre, proclamata dalla Conferenza Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) nel novembre del 1999 al fine di promuovere la diversità linguistica, culturale e il poliglottismo. La data intende commemorare quanto accaduto a Dacca, la capitale dell’attuale Bangladesh, nel febbraio del 1952, quando le forze militari occupanti dell’allora Pakistan uccisero centinaia di studenti universitari, mentre protestavano per il riconoscimento della lingua bengalese come lingua ufficiale.

Spostandoci idealmente dentro i confini nazionali, questa giornata bene si interseca con un altro anniversario. Il 2021 è infatti l’anno dantesco, settimo centenario della morte del sommo poeta, padre della lingua italiana. E in effetti, «non ci potrebbe essere un testimonial più adatto di Dante per una ricorrenza di questo tipo,  poiché egli pone le basi del nostro italiano a partire dalla propria lingua materna: il volgare fiorentino del tredicesimo secolo». Così commenta Giovanna Frosini, professoressa di Storia della Lingua Italiana all’università per Stranieri di Siena.

Giovanna Frosini, quale lingua si parlava in Italia al tempo di Dante?
Intanto, fissiamo un arco temporale. Dante nasce nel 1265 e muore nel 1321. Egli trova nel paese una grande frammentazione linguistica. Il latino parlato infatti dà origine, nel corso dell’Alto Medioevo, a tanti volgari diversi, a seconda delle varie aree regionali. Firenze, la sua città natale, è un’importante metropoli europea e possiede il proprio volgare fiorentino. Dante vive in un’Italia multilinguistica e, comprendendo la sua condizione, ha un’intuizione geniale: compone il primo grande trattato che mette insieme la linguistica generale, la linguistica storica e la dialettologia.

Il De vulgari eloquentia…
Esatto. La sua elaborazione incrocia quella del Convivio – scritti entrambi nella prima parte dell’esilio e rimasti incompiuti – e precede la Commedia. Egli fa una ricostruzione della lingua, passando in rassegna i volgari italiani e individuandone ben 14. L’operazione gli fa ottenere lo status di primo dialettologo.  Non si muove come gli odierni linguisti, bensì utilizza come linea di discrimine nel categorizzare i diversi volgari gli Appennini, distinguendo le lingue parlate a destra e a sinistra della catena montuosa. Di fronte alla dispersione di queste varietà linguistiche, Dante sottolinea l’urgenza di  trovare una lingua unitaria, realizzata da poeti e intellettuali. Le si richiede di essere illustre e adatta a poter essere usata nella curia imperiale, qualora l’Italia divenisse uno stato unitario, raccolto sotto un solo potere. Una lingua letteraria, dunque che non si identifica con i volgari esistenti, ma che ha già visto, agli occhi di Dante, una sua prima realizzazione nella lingua siciliana, quella dei cantori alla corte di Federico II di Svevia. Oltre a domandarsi in che modo l’Alighieri sia riuscito in un’impresa alquanto ardua per il tempo, occorre riflettere sulla discontinuità delle idee da lui teorizzate. Nella Commedia Dante dà prova di uno stile ben diverso da quello elaborato nel De vulgari eloquentia.

Il critico Erich Auerbach evidenzia il realismo figurale proprio della Commedia, capace di creare un immaginario collettivo. L’italiano moderno quali basi poggia sull’opera?
Rispondo citando Ignazio Baldelli, storico e studioso della lingua di Dante. Egli negli anni Novanta tiene una lezione all’Accademia della Crusca, intitolata Dante e la lingua italiana, dove afferma che la lezione avrebbe potuto chiamarsi anche Dante è la lingua italiana. La lingua della Commedia è il fondamento dell’italiano, così come si è sviluppato nei secoli arrivando fino a noi.  Non parleremmo e non scriveremmo in questo modo, se non esistesse l’opera scritta dall’Alighieri. Dunque, Il fondamento della nostra lingua è una grande opera di poesia, elemento di cui  dovremmo essere particolarmente orgogliosi. Il realismo figurale da lei citato evidenzia la pervasività dell’opera: noi pensiamo certe cose attraverso l’impronta che abbiamo ricevuto da Dante. Egli ci ha consegnato le strutture linguistiche per pensare il mondo. Per valutare l’importanza di questa operazione, bisogna tenere presente che quando Dante scrive la Commedia siamo all’inizio del 1300 e il mondo della cultura si esprime con il latino. Tanto è vero che nel momento in cui vuole indirizzare l’opera ad un pubblico colto la scrive nella lingua dei dotti. Al contrario,  nell’intento di trasmettere l’opera ad un pubblico più vasto egli sceglie il volgare, in modo estremamente consapevole. Non si ha traccia di opere simili nel passato. La Commedia rappresenta una novità assoluta perché Dante crea una lingua capace di esprimere concetti filosofici, morali, narrativi e  sentimentali.

Dante amplia le potenzialità del suo volgare materno fino a farne una lingua capace di dire tutto 

Quali neologismi ed espressioni utilizzate nel linguaggio quotidiano ha inventato Dante?
Molte, in effetti. Il poeta si colloca in una fase aurorale della nostra lingua, tanto che le strutture di base dell’italiano coincidono con quelle usate da Dante nella Commedia, motivo per il quale non la si traduce, ma la si parafrasa. Ricordiamo un dato caratterizzante. Il linguista Tullio De Mauro osservava che il 15% delle parole base dell’italiano contemporaneo derivano dalla Commedia, ovvero otto parole su dieci della Commedia sono ancora vive in Italiano. Ne sono un esempio espressioni come selva oscura, senza infamia e senza lode, non ti curar di loro ma guarda e passa, l’amico mio e non della ventura. Abbiamo ereditato da Dante alcune parole colte, da lui adoperate nel Paradiso: tetragono, plenilunio, trasumanare (andare oltre l’umano). Infine, si possono citare i composti parasintattici: arroncigliare da ronciglio, che significa uncino. Il verbo è usato da Dante nel canto dei barattieri (Inferno XXI) ed indica il gesto dei diavoli che con i loro forconi uncinano le anime dei dannati. Ancora, dalla cornice degli invidiosi (Purgatorio XIV) deriva accarnare («Se ben lo ‘ntendimento tuo accarno con lo ‘ntelletto») che letteralmente si traduce con “entro dentro la tua carne”. Ci sono infine tante parole normali, che non penseremmo mai provengano da Dante, come ascoltare, facile, disegnare. Molte di queste le troviamo nel Convivio oppure nella Vita Nova dove per la prima volta compare appunto il verbo disegnare, poiché Dante disegna angeli in ricordo di Beatrice. Da qui si riconosce la capacità del poeta di creare e poi sintetizzare con una sola parola il pensiero. La lingua di Dante è così potente, proprio perché capace di sintesi.

Nel 1525 le Prose della volgar Lingua pubblicate dall’umanista Pietro Bembo fissano i canoni della lingua scritta. I modelli sono Petrarca per la poesia e Boccaccio per la poesia.  Fra le tre corone fiorentine, Dante è il grande escluso. Perché?
L’operazione di Bembo è intellettuale, culturale e ideologica. Ciò che a lui interessa è l’identità di una lingua scritta che abbia come scopo l’individuazione di un modello per gli scrittori. Afferma il critico Carlo Dionisotti: «Bembo toglie ai vivi e restituisce ai morti il privilegio della lingua». Da classicista egli individua negli antichi la base su cui poggiare la nascita del canone. Ad essere precisi,  neppure Petrarca e Boccaccio sono sullo  stesso piano agli occhi di Bembo, perché il vero modello caratterizzante è il primo dei due. Petrarca peraltro ristringe il campo stilistico e lessicale,  muovendosi in una direzione totalmente diversa da quella di Dante, che invece ammette una pluralità di registri. L’Alighieri viene criticato per il suo mistilinguismo, quello che noi tanto ammiriamo. In ultima analisi, Bembo rifiuta la sua arditezza.  Le Prose della volgar Lingua sono molto importanti per i letterati del Cinquecento, in cerca di esempi da seguire; contribuiscono alla diffusione dell’opera anche l’invenzione della stampa, diffusasi in Italia negli ultimi decenni del Quattrocento.

Sono trascorsi settecento anni dalla morte dell’Alighieri, e appare certo una forzatura impropria paragonare il poeta ai cantanti odierni. Si può tuttavia affermare che la capacità di sintesi della lingua di Dante è una qualità che non ha mai smesso di essere considerata tale, tanto da essere ancora ricercata dai giovani del 2021, sempre più dipendenti dall’istantaneità. Secondo Beatrice Cristalli, consulente in editoria scolastica e giornalista per Focus Scuola, che per Treccani ha condotto un’indagine sul linguaggio della Generazione Z, «i giovani non parlano come i trapper, ma ricercano l’immediatezza del loro linguaggio».

Quali sono le caratteristiche del linguaggio della Generazione Z  e in cosa si differenzia da quello dei Millennials?
Il linguaggio generazionale è un processo linguistico che si basa sulle stesse dinamiche, a prescindere dal tempo storico. La Generazione Z è influenzata dai canali social e da una comunicazione audiovisiva. Non a caso si parla di linguaggio degli Z e non di lingua, per sottolineare come il codice generazionale si muova su più livelli. Sono le importanti indagini di antropologia digitale a darci contezza di questi processi. A tal proposito, consiglio il sito Be Unsocial curato dalla docente Alice Avallone, la quale si occupa di analizzare i mutamenti sociali e linguistici nelle generazioni. Ad esempio, anche il meme è a tutti gli effetti un modo di comunicare, poiché ha la capacità di racchiudere brevità e immediatezza, facendo emergere nuovi neologismi. Cito sempre il cantate della Dark Polo Gang,   Tony Effe,  che ha dichiarato pubblicamente: «noi abbiamo bisogno di parlare meno». La GenZ è molto affascinata dalla trap. Questo non significa che i giovani parlino come i trapper,  ma sono influenzati dalla sua potenza comunicativa. Nel corso dell’indagine realizzata per Treccani, ho riflettuto sugli aspetti retorici dei testi trap.  Una figura ricorrente è la giustapposizione, oppure l’ellissi usata da Achille Lauro nel testo di Mamacita, quando dice «È in un bicchiere di Champagne, Dita von Teese», omettendo il “sembra”. Parliamo di un linguaggio veloce, che non per forza evolverà in termini da introdurre nel nostro dizionario. Pensiamo alla parola eskere (dalla locuzione americana let’s get it), già passata di moda.

 Achille Lauro sintetizza i suoi testi e esemplifica i codici linguistici della Generazione Z 

Che cosa deve accadere perché un neologismo venga assorbito dalla lingua madre?
Solo il tempo può accertare la funzionalità di una parola. La lingua cambia in funzione dei parlanti. Come insegna la sociolinguista Vera Gheno è importante avere un approccio flessibile alla lingua e ai mutamenti sociali, perché la lingua non è mai neutra ma va sempre contestualizzata.

Come procede l’insegnamento della lingua italiana nelle scuole?
Nei testi scolastici italiani sono aumentati in modo considerevole i box informativi legati al lessico. Gli studenti faticano molto a comprendere il testo in senso profondo, a causa di uno scarso esercizio nella scrittura, che richiede invece concentrazione e consapevolezza delle parole scelte. Alcuni di questi schemi,  mostrano il cambiamento semantico e sociale dei termini, per portare gli allievi a  soffermarsi e a riflettere sulla storia etimologica di una parola. Questo lavoro è fondamentale  per  arginare quegli episodi di violenza verbale scatenati dalla mancata consapevolezza del linguaggio utilizzato.

Cosa racconta la lingua di noi?
Tutto passa attraverso la lingua. Sono dell’opinione che la parola sia corpo. Nella poesia, ad esempio, la parola anche come suono ha una forma densa ed essa può parlare di noi, solo se  interpretata come qualcosa di vivente. È molto interessante accrescere il nostro vocabolario per spiegare al meglio le emozioni provate. Si osservino i bambini: nel loro pianto risiede una impossibilità di riuscire ad esprimersi. Ampliare il proprio lessico consente di comunicare meglio in primis con se stessi e, in secondo luogo, di farsi comprendere dagli altri.

A Beatrice Cristalli abbiamo infine chiesto di spiegarci come racconta l’amore la Generazione Z. «A partire da una restrizione dei sentimenti, come spiega il saggio Iperconnessi  di Jean M. Twenge. Per la GenZ pare che l’amore sia qualcosa da cui si debba fuggire, non a caso aumentano video sul web dove ragazzini spiegano come evitare di prendere una cotta». E’ anche stato creato un neologismo per spiegare le infatuazioni dei nati dopo il 1996,  crush che letteralmente in inglese significa “schiacciare”. Commenta Cristalli, «è una parola di genere neutro, simbolo dell’amore fluido, senza etichetta e di quella sensazione provata da molti Z che spesso affermano di non poter relazionarsi  con un’altra persona per timore di farsi carico dei suoi problemi. Questo è sintomo di una generazione che vive in gruppo, ma resta individualista».Lo stesso Dante elabora un linguaggio ad hoc per parlare della propria amata, Beatrice. «Ne abbiamo traccia nella Vita Nuova, dove viene descritta come onesta, virtuosa e gentile e nella Commedia, in particolare nel Purgatorio dove egli riconosce i segni dell’antica fiamma», conclude Giovanna Frosini.