La crisi climatica è tornata a calcare il palcoscenico globale e questa volta spetta all’Egitto aprire le quinte. Si sta svolgendo in questi giorni a Sharm el Sheikh la Cop 27, il vertice annuale delle Nazioni Unite in cui i leader mondiali si incontrano per negoziare accordi sul clima. Occorre attendere la fine dei lavori della Conferenza delle Parti, ospitata sulle coste del Mar Rosso dal 6 al 18 novembre, per capire se all’ambiente sarà riservato un ruolo da protagonista o da semplice comparsa.

I 197 Paesi che hanno aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite sul clima nel 1992 stanno riprendendo un discorso interrotto un anno fa in Scozia. La Cop 26 di Glasgow ha lasciato in eredità il Glasgow Climate Pact: in questo accordo, firmato il 13 novembre 2021, per la prima volta viene fatto esplicito riferimento al carbone come responsabile del cambiamento climatico e, a fronte di un aumento della temperatura globale ormai ineluttabile, viene posto l’obiettivo di contenere questo aumento sotto il grado e mezzo.

Stesse promesse, stessi obiettivi, location diversa. Un anno dopo la Cop sbarca sulla costa del Mar Rosso e la scelta è densa di significati. Dopo 6 anni -l’ultima fu a Marrakech in Marocco- l’Africa torna ad ospitare un vertice sul clima, una scelta che, oltre a testimoniare come questo sia il continente in cui la popolazione sta già subendo le conseguenze del cambiamento climatico, lancia un monito: la transizione energetica dovrebbe essere accessibile a tutti e necessita gli aiuti economici dei Paesi più solidi economicamente.

La trincea dei diritti umani

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La Cop accende i riflettori sul clima, ma non solo: gli occhi del mondo sono puntati su un Paese che ha violato e continua a violare ripetutamente i diritti umani di attivisti, detenuti, studenti. Secondo il report del Committee for Justice, dalla metà del 2013 all’ottobre 2020, sotto il regime di Al-Sisi sono morti nelle carceri egiziane 1058 detenuti, principalmente per la mancanza di cure mediche e per episodi di tortura. Ed ora gli occhi sono puntati sulle condizioni di salute di Alaa Abdel Fattah, l’attivista e intellettuale che sta portando avanti la sua battaglia per la democrazia da una cella di un carcere egiziano, dove ha iniziato lo sciopero della fame e della sete, proprio in concomitanza con l’inizio della Cop27.

I riflettori hanno già in passato illuminato le crepe dell’Egitto di Al-Sisi e della noncuranza con cui viola i diritti umani. Tra gli episodi che più hanno scosso il nostro Paese ricordiamo le vicende di Giulio Regeni e Patrick Zaki. Il primo era un dottorando friulano -studente dell’università di Cambridge- rapito, torturato e ucciso a El Cairo tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio del 2016, in quanto accusato di essere una spia britannica. Il lungo iter investigativo ha portato all’individuazione dei responsabili ma oggi, dopo quasi sette anni, le autorità egiziane ancora non hanno fornito le autorizzazioni per poter arrestare i colpevoli. Quattro anni dopo un altro episodio ha scosso l’opinione pubblica italiana e non solo: Patrick Zaki, studente egiziano dell’università di Bologna, viene arrestato il 7 febbraio del 2020, accusato di propaganda terroristica e diffusione di notizie false. Grazie anche alla notevole attenzione mediatica che ha avvolto il caso, Zaki è stato rilasciato l’8 dicembre del 2021 ma il processo è ancora in corso.

I due casi sono esempi della gestione dei veri o presunti oppositori politici nel regime di Al-Sisi. Due ragazzi che si aggiungono alla lista di ripetute violazioni dei diritti umani da parte del regime di Al-Sisi e di come questo governo sia ben lontano dalla democrazia.

La partita del clima

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Sulle coste del Mar Rosso si sta giocando oltre a quella sui diritti anche un’altra partita cruciale: quella sul clima. Basta aprire il sito ufficiale della Cop 27 e si trova un programma denso, propositivo almeno nelle intenzioni, in cui i grandi decisori politici sembrano intenzionati a cominciare a guardare al clima come un problema da affrontare e un’occasione per delineare un modus vivendi inedito, più sostenibile, rispettoso dell’ambiente e dell’uomo.

Ma l’atteggiamento propositivo non sempre basta: l’ultima Cop26, ospitata a Glasgow un anno fa, ha dimostrato la lacunosità dei programmi e degli impegni, spazzati via dall’incombere della pandemia di Covid-19 e dagli effetti di una guerra a noi così vicina.

Per capire la Cop 27 bisogna partire dal 2015 e dagli Accordi di Parigi in cui i 196 paesi della Cop 21 si impegnavano a tenere l’aumento della temperatura globale sotto i due gradi rispetto ai livelli preindustriali e allo stesso tempo cercare un modo per svincolarsi dai combustibili fossili e investire sulle energie rinnovabili. La necessità della transizione energetica viene riconosciuta già a Parigi, riconoscendo che tuttavia implica dei costi economici e sociali e che spetta ai paesi più solidi economicamente finanziare e aiutare anche quei Paesi più fragili, per una svolta green realmente alla portata di tutti e per raggiungere nel 2050 l’obiettivo dell’azzeramento di emissioni di CO2.

Gli impegni di Glasgow

Già un anno fa in Scozia si parlava di questo traguardo da raggiungere a metà secolo. La zero carbon solution è al centro della Breakthrough Agenda, il programma stilato al vertice dei leader mondiali durante la Cop 26 di Glasgow. Tra i firmatari troviamo i 45 Paesi che rappresentano il 70% del Pil mondiale.

Questa agenda ha individuato i 5 settori chiave e responsabili di più della metà delle emissioni globali: la produzione di energia, i trasporti su strada, la produzione di acciaio e di idrogeno, l’agricoltura. Questo è il recinto entro cui devono muoversi i Paesi per cercare di contenere le emissioni.

Altro traguardo tagliato a Glasgow è stato il monitoraggio annuale dei progressi raggiunti dai Paesi, affiancati dagli esperti dell’Agenzia Internazionale per l’energia (AIE) e dall’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA). Le promesse vengono tuttavia disattese già nel primo Report, pubblicato lo scorso settembre, in cui gli scienziati hanno invitato i Paesi ad una maggiore collaborazione per evitare di rallentare la zero carbon solution.

In questi primi giorni di Cop 27 il riferimento esplicito a questa Agenda ha portato i Paesi a stilare un pacchetto di 28 azioni prioritarie, proprio per dare una risposta alle sollecitazioni provenienti dagli scienziati e dall’esito del monitoraggio. Si sta dunque stilando un piano internazionale per la decarbonizzazione dei 5 settori chiave.

Se guardiamo a questi settori, vediamo come l’energia sia responsabile del 23 % delle emissioni globali di gas serra. L’Agenda mira dunque a rendere più accessibili le rinnovabili, aumentando del 12 % ogni anno il loro utilizzo in 10 anni. Dopo Parigi la produzione globale di carbone si è ridotta del 76%. Per quanto riguarda l’acciaio, esso è responsabile del 4 % di emissioni globali di gas serra, e per rispettare il programma dell’agenda dovrà entro il 2050 essere prodotto usando non più l’elettricità prodotta dal carbone ma quella proveniente da altre fonti, ad oggi responsabile solo del 15% della produzione del materiale.

Il 10 % dell’emissione di gas serra è invece attribuibile al trasporto stradale. Secondo questa agenda e gli obiettivi Net Zero Emissions 2050, rendere sostenibile il trasporto permetterà di salvare 2 milioni di persone all’anno, riducendo le morti per inquinamento. Inoltre, il mercato dell’elettrico è in espansione, tanto che in tre anni è triplicato e nella prima metà del 2021 ha venduto 8 milioni e mezzo di veicoli.

Altro settore chiave su cui intervenire è l’idrogeno. Per produrlo ogni anno vengono emessi 830 tonnellate di CO2. Solo un’azione condivisa e globale può portare a diffondere su larga scala la produzione di idrogeno pulito, e svincolarlo dai combustibili fossili.

Infine, l’agenda pone un focus sulla necessità di un’agricoltura sostenibile. Questo settore è infatti responsabile di un terzo dell’emissione globale di gas serra. Secondo il Report degli esperti occorre investire per trovare innovazione nei settori dei fertilizzanti, per ridurre le emissioni di metano del bestiame, e accogliere un approccio agrobiologico.

Gli attori del climate change

Gli accordi e le speranze di un mondo più green si scontrano con la realtà dei fatti: se osserviamo quali Paesi investono di più nella transizione ecologica possiamo constatare che effettivamente gli Stati Uniti e la Cina dominano la classifica ma questo risultato è vanificato se messo in relazione con un altro: quello dei Paesi che emettono più CO2 al mondo.

Il podio delle due classifiche coincide: dunque i Paesi che investono di più nella transizione ecologica sono anche quelli che stanno causando il cambiamento climatico. Inoltre, tra i cinque Paesi responsabili a livello globale dell’inquinamento, ai tavoli di Sharm el Sheikh stanno sedendo solo gli Stati Uniti: assenti Cina, India, Russia e Giappone. Proprio il presidente Joe Biden ha dichiarato nella giornata di apertura della Cop27 che gli Usa «raggiungeranno gli obiettivi di riduzione delle emissioni entro il 2030. Chiedo scusa per il ritiro dagli accordi di Parigi del 2015 da parte dell’ex presidente Donald Trump».

E l’Italia? Al novembre 2022 l’Italia sta emettendo 110 milioni di tonnellate di CO2 in più rispetto alle stime necessarie al raggiungimento della CO2 neutrality, dati che emergono dal report Zero Carbon Policy Agenda. L’Italia sta riducendo le emissioni di CO2 solo di 44 milioni di tonnellate, ossia un quarto di quanto dovrebbe fare entro il 2050. Se confrontiamo questo dato con l’Europa possiamo osservare -prendendo in considerazione gli ultimi 30 anni- che il nostro Paese ha tagliato le emissioni solo del 20%, 6 punti percentuali in meno della media europea.

Questione di affari

Non solo battaglie per i diritti e per il clima: la Cop 27 è anche una vetrina per le aziende italiane produttrici di energia che vedono questo appuntamento internazionale come occasione per incrementare investimenti, con la duplice questione di trattare con un Paese produttore di petrolio ma che si trova ad essere il palcoscenico per la svolta green. Massimo Nicolazzi, membro dell’Ispi, professore di economia e gestione delle imprese all’Università di Torino ed esperto di infrastrutture energetiche ha sottolineato: «Alla Cop 27 ci sono grandi aziende italiane, come Enel ed Eni, che hanno degli interessi nell’area; l’Eni, ad esempio, è una delle aziende petrolifere più importanti in Egitto». L’azienda del cane a sei zampe detiene il 20% delle riserve di gas del Paese e contribuisce per il 60 % alla produzione totale del Cairo. «Eni ed Enel sono alla Cop perché sono aziende in via di trasformazione e accompagnano le delegazioni italiane in una manifestazione che punta anche alla decarbonizzazione. Oggi è un core business fondamentale. Per adesso non possiamo dire che cosa verrà fuori da questi giorni dovremo aspettare il 18 novembre» ha concluso Nicolazzi.

Nella località turistica del Mar Rosso si stanno dunque giocando diverse partite, e gli scenari sono aperti. Il giorno più importante sarà il solution day previsto per il 17 novembre, in cui si proverrà a stilare un programma contenente le possibili soluzioni, e a prendere nuovi impegni. Proprio questi ultimi rischiano però di rimanere vani. A sottolineare l’urgenza di soluzioni concrete ci ha pensato il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che alla cerimonia di apertura ha ricordato come con le nostre azioni «siamo su un autostrada diretta verso l’inferno climatico, con il piede sull’acceleratore».

 

Ascolta il nostro podcast “Speciale COP27″

sulla piattaforma Spreaker di @Magzine con la giornalista Laura Cappon