Il Coronavirus non fa differenze e il lockdown ha investito tutte le realtà, anche quelle socialmente utili di cui si sente parlare meno. Tra queste ci sonole associazioni di volontariato che praticano la clownterapia– o terapia del sorriso – all’interno degli ospedali o nei luoghi in cui le persone stanno vivendo una situazione di disagio, costrette a fermarsi per la crisi sanitaria da Covid-19.

Chiara e Nicola – in arte Bindella e Tarallo – sono membri dell’associazione Le Note del sorriso, nata nel 2004 da un gruppo di amici con lo stesso scopo: “portare allegria e spensieratezza alle persone che sono in situazioni di difficoltà, per far passare loro dieci minuti di serenità lontano dalle paure e dai problemi”.

L’associazione si autogestisce ed è formata da una quarantina di soci, ognuno dei quali porta un po’ di sé stesso all’interno di ospedali, centri per disabili, case di riposo e di reclusione. Quei posti, quindi, dove è difficile esercitare o garantire il diritto alla risata – punto fondamentale della carta dei valori dell’associazione – con il quale “non si intende la risata sguaiata, ma banalmente anche il far sorridere qualcuno in un momento difficile – spiega Tarallo –, perché tutti hanno diritto a quel momento di leggerezza”.

Le note del sorriso accolgono ogni anno volontari di tutte le età che, prima di iniziare il servizio, devono frequentare un corso di formazione. Ci sono anche sessioni di aggiornamento costanti per i membri durante l’anno, affiancate da psicologi o sociologi. Pur non essendo specialisti, infatti, il carico emotivo a cui sono sottoposti è rilevante e diventa importante fare squadra per sostenersi durante i momenti di criticità che si possono presentare. “Ci aiutiamo tra di noi – spiega Bindella, presidente dell’associazione –.La regola principale è che non si può andare soli, si deve essere almeno in due. Un volontario deve saper ascoltare non solo il paziente, ma anche il compagno di servizio, così da poterlo aiutare se dovesse avere un cedimento”.

Le note del sorriso è un’associazione di volontari di  tutte le età, ognuno dei quali porta un po’ di sé stesso all’interno di ospedali, centri per disabili, case di riposo e di reclusione in nome del diritto alla risata, “perché tutti hanno diritto alla leggerezza”.

Il loro lavoro si basa principalmente sull’ascolto emozionale dell’altro: vivere le sue emozioni e cercare di capirlo, creando un legame empatico. Un’impresa non semplice, a maggior ragione se ci si interfaccia con qualcuno che sta attraversando un momento di sofferenza. Bindella racconta che in alcune situazioni hanno tirato loro anche delle ciabatte. “Ma è anche prendendoci la ciabattata o la parolaccia che arriviamo al nostro obiettivo. Il nostro punto di forza è che a noi possono dire di no, a differenza di medici e infermieri”. In una situazione in cui si è costretti a letto e a dover sottostare a regole e condizioni, infatti, anche il semplice fatto di poter dire “no” diventa una libertà importante e – in qualche modo – anche il canale d’accesso ad un rapporto di confidenza.

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Le attività di volontariato come quella svolta da Le note del Sorriso richiedono una grande dose di empatia che permetta di entrare in contatto con i pazienti, ma anche la forza psicologica per riuscire a mantenere una sorta di “maschera” nei momenti più difficili.“Si cerca di creare il distacco subito dopo l’incontro, non durante. Tra una stanza e l’altra c’è il corridoio e questo permette di stemperare. Se qualcuno ha avuto un carico emotivo, si cerca di evitare che gliene arrivi un altro nella stanza successiva, ci si rende responsabili l’un con l’altro. È questo il gioco”, dice Tarallo.

Infatti, può capitare che una persona assistita ricordi ad un volontario un parente o, semplicemente, che si crei un legame. E può succedere di andare in reparto e non vederla più: “Non la trovi perché ha fatto un trapianto ed è un conto, non la trovi perché non c’è più e stai male. Tutto il gruppo sta male, come tutto il gruppo gioisce se non è più li perché sta meglio”.

Per Chiara e Nicola, alias Bindella e Tarallo, ci sono anche giornate indimenticabili: alla domanda su  quale fosse l’episodio più bello vissuto in tutti gli anni di attività,entrambi hanno concordato che fosse difficile sceglierne uno in particolare, quando si svolge questo tipo di servizio che regala un costante bagaglio di emozioni. Dopo averci pensato un po’, però, Nicola racconta di un incontro – “uno di quelli che porti con te nel tempo” – con un signore anziano che ha condiviso con lui tutta la sua vita, la sua storia e a cui è rimasto legato ancora oggi. Chiara, invece, ha raccontato della sua esperienza in una stanza di cardiologia: una signora anziana, vedendo entrare lei e la sua compagna di servizio, le ha respinte, dicendo loro di andare via. Ma noi siamo qui per vestire la sposa” hanno risposto le due volontarie. È bastata questa frase per far sì che si aprisse un mondo “anche mio personale”, spiega Bindella.  “La signora parlava del materassaio che andava nella sua corte con la lana di pecora per fare la dote e io, pur avendo il nonno pastore, non sapevo di questa tradizione. Sono tornata anche a casa a parlarne. Ma la cosa più bella è che, prima di andare via dalla stanza, la signora che inizialmente non ci voleva ha detto che quello era stato il giorno più bello da quando si trovava in ospedale.”

Quest’episodio è un po’ il simbolo dell’attività svolta da Chiara, Nicola e tutti i membri di associazioni come la loro. Una storia che ha una morale evidente: talvolta, invadere lo spazio personale di qualcuno può essere la scelta migliore per aiutarlo e, spesso, un iniziale rifiuto può trasformarsi in accoglienza e felicità.