«Nutrire il pianeta». La frase simbolo di Expo 2015 parla del legame indissolubile tra l’Italia e il cibo, ma soprattutto della fondamentale importanza della buona nutrizione e denuncia allo stesso tempo gli eccessivi sprechi del nostro millennio. Temi molto sentiti anche nel cinema: sono numerosi infatti i film e i documentari che cercano di rispondere alle domande sul legame tra cibo, salute e sfruttamento delle risorse del pianeta.

Il più celebre è senza dubbio Super Size Me, il documentario diretto e interpretato da Morgan Spurlock che decide di sottoporsi per 30 giorni a un esperimento inusuale: mangiare sempre e solo da McDonald’s, a colazione, pranzo e cena. Il documentario mette in luce i cambiamenti fisici e psicologici avvenuti durante l’esperimento, sottolineando i rischi di un’alimentazione basata sui cibi da fast food. Dello stesso genere anche Food Inc., conosciuto in Italia come Cibo Spa – Sai davvero cosa mangi?, un documentario del 2008, girato da Robert Kenner. Il regista smaschera i misteri dei processi di produzione degli alimenti a livello industriale e dimostra come negli Stati Uniti l’industria alimentare sia governata da una grande lobby che non rispetta né il diritto alla salute dei cittadini, né le condizioni dei lavoratori e degli animali da allevamento. Ci sono poi una serie di dcumentari specializzati su alcuni prodotti in particolare: da Meat the Truth, che fornisce importanti informazioni scientifiche sui cambiamenti climatici e sul loro legame con l’allevamento di animali, a partire dal peggioramento dell’effetto serra a causa dagli allevamenti, fino a Connected By Coffee che racconta la vera storia del caffè e i lati oscuri della sua produzione. Altri documentari imperdibili sul tema sono Food Fight, diretto da Chris Taylor, che attraverso interviste a politici e chef, evidenzia la velocità con cui il nostro modo di alimentarci si sia modificato nel corso degli ultimi decenni, o anche Forks over Knives documentario che mette in luce lo stretto legame tra la diffusione delle malattie degenerative e i cambiamenti alimentari avvenuti in Occidente nel corso degli anni.

Pellicole che sono anche spunti di riflessione, come The Harvest che indaga in profondità il tema dello sfruttamento minorile in agricoltura, una realtà radicata anche nei “civilissimi” Stati Uniti o come Taste the Waste che mostra la realtà degli sprechi alimentari: durante il passaggio dal campo alla tavola almeno la metà del cibo prodotto viene scartato e gettato.

Lo stretto legame tra cibo e cinema è testimoniato anche dai numerosi film in cui il cibo diventa protagonista assoluto, quasi un personaggio, pellicole di ieri e di oggi che con facilità entrano nell’imaginario comune. Dalla Nutella gigante di Nanni Moretti in Bianca, alle verdure del topino di Ratatouille, dal cioccolato di Willy Wonka e di Juliette Binoche in Chocolat, al bistrot di Amburgo di Soul Kitchen, al cibo come religione del Pranzo di Babette, Oscar come miglior film straniero del 1987. Ma la lista può allungarsi ancora. Pranzo di Ferragosto, la ricerca culinaria italiana di Julia Roberts in Mangia Prega Ama, Cous Cous, diretto dal regista del controverso La Vita di Adele, sono alcuni dei film che eleggono il cibo come protagonista.

Un’originale interpretazione del crescente utilizzo del cibo nel cinema la fornisce il cortometraggio Feast girato dal critico e regista Matt Zoller Seitz per il giorno del Ringraziamento.
 Seitz ha selezionato «immagini di cibo e di preparazione del cibo» tratte da film a partire da Il Monello di Charlie Chaplin (1921) fino a Sapori e dissapori di Scott Hicks (2007). Nella sua analisi, Seitz sottolinea innanzitutto che «il numero di film costruiti attorno alla preparazione e al consumo di cibo è aumentato nettamente dagli anni ’80» (Seitz non parla soltanto di film che ruotano attorno alla cucina, ma anche di film con altri soggetti che contengono molte scene legate al cibo e all’alimentazione). Ma l’osservazione più interessante riguarda il rapporto tra gli attori e le scene in cui si prepara qualcosa da mangiare: secondo Seitz l’atto di cucinare, forse più di ogni altro, è quello che permette all’attore di mostrare assoluta padronanza fisica e intellettuale della scena senza farlo sembrare compiaciuto o sopra le righe. Probabilmente perché mentre l’atto del cucinare ha una certa componente egocentrica e autoreferenziale, preparare da mangiare per gli altri resta in ogni caso un gesto d’umiltà