“Più bambini significa più felicità, i bambini avuti presto portano presto la felicità”. Così recitava Confucio e così la pensava anche Mao Tse-tung, fervente sostenitore di questo principio e dell’idea di popolo come simbolo di forza della sua, non a caso, Repubblica Popolare. Col tempo però questa tradizione delle famiglie numerose portò il Paese a dover fronteggiare un incremento demografico sempre più pressante: era il 1979 e la Cina da sola accoglieva circa un quarto della popolazione mondiale. Così venne la politica del figlio unico con i suoi progetti di controllo e pianificazione delle nascite poiché l’elevato tasso di natalità da perno dell’autosufficienza della nazione cinese era diventato fonte di pericolo oltre che ostacolo allo sviluppo e alla modernizzazione. Ebbene, la politica del figlio unico, definitivamente cancellata ormai tre anni fa, ha certamente raggiunto il suo scopo. Ironia della sorte, però, oggi, a quarant’anni di distanza, Pechino si trova nella condizione di dover condurre la lotta al contrario, per aumentare quanto più possibile le nascite. « La predisposizione generale di una nazione a fare figli è un indicatore del livello di ottimismo e di aspettative per il futuro.

Quando una nazione fa pochi figli significa che c’è incertezza – dice Filippo Santelli, corrispondente dalla Cina per La Repubblica -. In questo momento la Cina è un paese che sta crescendo, negli stipendi e nel benessere   ma il costo della vita cresce anche più di questi, così come il costo dell’avere un figlio». I cinesi infatti sembrano aver fatta propria quest’inversione di tendenza e non avere alcuna intenzione di far nulla per cambiarla. Se nel 2016 il numero di nuovi nati era pari a 17.900 milioni, già l’anno successivo la cifra è scesa portandosi a 17.200 milioni. Nel 2018 poi il calo è stato drastico: due milioni di bambini in meno, per un totale di 15.200 (meno 11,6%). Secondo i calcoli della società di servizi finanziari Wind Information siamo di fronte al dato più basso registrato dal 1961, quando nacquero 11.87 milioni di bambini e la Cina era flagellata dalle carestie generate dal Grande Balzo in Avanti, il piano economico e sociale voluto da Mao per potenziare l’apparato industriale e trasformare il Paese in un’economia socialista industrializzata. Un problema enorme per il futuro della terra del Dragone, che potrebbe trovarsi presto di fronte alla tanto temuta contrazione del totale della popolazione.

Lo scorso anno infatti Pechino ha stimato che nel 2030, dopo aver superato il picco demografico di un miliardo e quattrocento milioni di persone, la popolazione comincerà a diminuire .La Chinese Academy of Social Science però ha ammonito che tale declino in realtà potrebbe cominciare prima, già nel 2027. Il dato dunque non arriva come un fulmine a ciel sereno. Il governo cinese è perfettamente consapevole del rischio che l’invecchiamento della popolazione rappresenta per la sua tenuta economica e sociale. L’abbandono della politica del figlio unico e l’innalzamento a due del tetto massimo di figli per famiglia erano finalizzati proprio a influenzare il trend demografico del Paese. Tuttavia, il baby boom tanto atteso dalle autorità, che si aspettavano quasi 22 milioni di neonati, non c’è stato. L’inurbamento e la partecipazione femminile al mondo del lavoro ne fanno la spiegazione. «Le donne oggi in Cina studiano di più e si affacciano sul mondo del lavoro – continua Santelli – ma hanno paura che senza il sostegno di scuole e asili nido non si riesca a mantenere un figlio, e hanno paura di compromettere la loro carriera lavorativa».

La Cina insomma rischia di implodere su se stessa proprio per le ragioni che l’hanno fatta crescere. La politica di controllo delle nascite ha prodotto una popolazione maschile che supera di 30 milioni di individui quella femminile. È l’unico paese al mondo in cui il gender gap è invertitoLa politica di controllo delle nascite ha prodotto una popolazione maschile che supera di 30 milioni di individui quella femminile. È l’unico paese al mondo in cui il gender gap è invertito, il che, tradotto in termini di problemi sociali, vuol dire solo una cosa: non ci sono abbastanza mogli per tutti i nuovi figli unici maschi .Le conseguenze? «Sono aumentati i matrimoni per corrispondenza e quelli misti» spiega la dottoressa Alessia Amighini dell’Asia Center dell’ISPI. «E poi c’è il mercato delle mogli di Pechino. Quello che si vede nei giardini dei parchi, con i genitori che hanno le fotografie per fare il matching con i figli». Questa situazione, poi, oltre ad essere preoccupante in termini meramente sociali, è la diretta responsabile dell’elevato tasso di risparmio precauzionale cinese: «Il figlio maschio deve avere una dote molto alta per incentivare le donne a sceglierlo. Deve avere una casa, un lavoro, l’automobile, quindi il risparmio dei genitori aumenta»«Il figlio maschio deve avere una dote molto alta per incentivare le donne a sceglierlo. Deve avere una casa, un lavoro, l’automobile, quindi il risparmio dei genitori aumenta». Inoltre meno nascite uguale forza lavoro in contrazione: «Esiste effettivamente un problema di scarsità di forze di lavoro. Il mercato del lavoro cinese è segmentato per provincia. Il sistema delle residenze non considera l’intera massa di forza lavoro, tiene conto solo di quella della provincia. La popolazione delle aree interne non conta. È come se non esistesse». La politica del figlio unico e il sistema delle residenze hanno permesso un controllo serrato della popolazione e del mercato del lavoro laddove necessario. Entrambi i sistemi però sono andati in cortocircuito e hanno cominciato a generare una serie di effetti collaterali che il governo non riesce più a controllare. La crisi demografica dunque rischia di essere soltanto la punta dell’iceberg di una più grande crisi contro cui la seconda economia del mondo si sta dirottando con le sue stesse mani.