Il desiderio di non trasformarsi in un giornalista tutto giacca, cravatta e scrivania lo ha spinto a tentare il salto nel vuoto e ad abbandonare la comfort zone, diventando cittadino del mondo. Corrispondente estero di stanza a Roma per la NPR e per la PBS, Christopher Livesay si è occupato, negli anni, di documentare alcuni dei temi più caldi dell’attualità. Dalla minaccia dell’Isis per l’Occidente ai tragici risvolti della crisi migratoria in Europa, passando per il rinfocolarsi della parabola del populismo, il giornalista americano ha rincorso la verità armato di curiosità e telecamera e, passando dalle zone di conflitto ai palazzi della politica, si è riempito gli occhi di realtà e particolari che gli hanno permesso di cogliere e di restituire senza filtri la notizia. In occasione della lectio magistralis che ha tenuto nella redazione di Magzine, gli abbiamo fatto qualche domanda sulla sua storia professionale, sulle scelte e i rischi che un video-reporter si trova ad affrontare ogni giorno e sul futuro dell’informazione.

Come gestisce il mix emotivo tra la preoccupazione di trovarsi in luoghi pericolosi e ladrenalina di essere testimone di momenti drammatici o storici? È difficile?

Sì e no. Penso sia sorprendentemente facile trovarsi in zone di guerra come giornalista, ma è difficile dal punto di vista umano. I conflitti sono fonte di buone storie e affinano la mente, fare un servizio da una zona di guerra è più semplice che scrivere un pezzo sui problemi economici dell’Eurozona, per fare un esempio. I conflitti sono fonte di buone storie e affinano la mente, fare un servizio da una zona di guerra è più semplice che scrivere un pezzo sui problemi economici dell’Eurozona ma, a livello personale, rimane una sfida Ma a livello personale rimane una sfida. Ancora oggi ricevo mail o telefonate da persone che ho intervistato anni fa e che, bloccate in situazioni terribili, mi chiedono aiuto. Spiego sempre con molta chiarezza che la sola cosa che posso fare è raccontare la loro storia. Ma a volte le linee di demarcazione non sono così definite.

Come è possibile superare i sospetti della popolazione locale? C’è il rischio di venire influenzati dal loro punto di vista?

Il modo migliore per superare il sospetto è essere professionali. Fare buone domande e non lasciarsi coinvolgere troppo emotivamente. Per quanto riguarda la possibilità di essere influenzati dal punto di vista di qualcun altro, la accolgo con piacere. Una buona argomentazione rimane una buona argomentazione.

Fare il giornalista in un paese straniero non devessere stato facile: avvicinarsi a situazioni, voci e prospettive diverse richiede tempo e molta dedizione. Quale approccio sceglie per comprendere il punto di vista italiano e darne conto? E quali sono i criteri che usa per selezionare le notizie che pensa possano interessare il pubblico americano?

Il contesto è tutto. Per comprendere “il punto di vista italiano” bisogna conoscere l’antica Roma, il Medio Evo, il Rinascimento, il Risorgimento e tutti i maggiori eventi storici avvenuti tra il presente e il passato. Il contesto è tutto. Per comprendere “il punto di vista italiano” bisogna conoscere l’antica Roma, il Medio Evo, il Rinascimento, il Risorgimento e tutti i maggiori eventi storici avvenuti tra il presente e il passato Amare la storia, come nel mio caso, aiuta, soprattutto in un Paese che ne risulta talmente imbevuto da esserne a volte paralizzato. Il criterio che uso per scegliere le mie storie è l’evoluzione. Per esempio, ora sto seguendo un caso di suore abusate da preti, il movimento #nunstoo. Si tratta di una derivazione del movimento #metoo e degli scandali sugli abusi sessuali dei religiosi, tutti argomenti a cui il mio pubblico è già interessato.

È possibile paragonare linsorgere del populismo in Italia e negli Stati Uniti? Ci sono somiglianze tra il nostro Ministro degli Interni Matteo Salvini e Donald Trump?

Fare il paragone tra i due, e contrastarli, è fondamentale. Si potrebbe parlare a lungo di questo (entrambi sono contrari all’immigrazione, nazionalisti, hanno rapporti con Steve Bannon e così via). Il trucco è non subissare il pubblico con questo aspetto. Le somiglianze sono molto evidenti, ma si dovrebbe raccontare la storia in modo tale da far sì che siano i lettori o i telespettatori a fare i dovuti collegamenti.

Cosa pensa della libertà di stampa in Italia? Crede sia più salvaguardata qui o negli Stati Uniti?

Sulla questione esistono dei dati interessanti, vedi il Freedom House and Reporters Without Borders e il Committee to Protect Journalists. Posso dire che, nella mia esperienza di lavoro con i media italiani, ci sono stati ripetuti casi di censura e violazione dell’etica che hanno tradito il pubblico in modi che non avevo mai sperimentato nei media americani.

Negli ultimi anni il giornalismo in generale e il video-giornalismo in particolare si sono trovati ad affrontare molte sfide. Cosa rende un video-reporter diverso da un adolescente con uno smartphone?

Niente se, riguardo alla sua storia, un adolescente con uno smartphone è in grado di rispondere alle domande Chi, Cosa, Dove, Quando, Perché e Come e riesce a farlo con una ricerca e un fact-checking rigorosi.

Il giornalismo del futuro sarà solo video, senza più carta stampata?

No, per nulla.

E dunque quale strategia dovrebbero adottare i giovani uomini e le giovani donne che oggi vogliono emergere nella professione e avere un ruolo attivo nel nuovo ciclo dei media? E quali sono le doti richieste a un buon corrispondente?

Se volete seguire gli esteri, andate in posti dove gli altri giornalisti non vanno. È importante che i vostri capi servizio sappiano dove siete. E rimanete in zona per qualche anno. La dote migliore di un giornalista è l’intraprendenza – coprite storie che altri non coprono e cercate in redazione opportunità che vengono trascurate. Quindici anni fa il “giornalismo digitale” era ancora guardato con sufficienza. Ma, soprattutto, chiedetevi come sarà il giornalismo tra quindici anni.