Un po’ di cuore dei milanesi sta appeso alle pareti delle loro case, e neanche, quasi quasi, se ne accorgono. È racchiuso dentro la cornice di un quadro fatto così: ci sono barche a remi che si infilano tra i palazzi, sull’acqua scura e piatta di un naviglio placido che riflette il cielo e le cime degli edifici. E, tutto intorno, coppie a braccetto e passanti, nel gesto di affacciarsi alle sponde o di chiacchierare sull’argine, imperturbabili e in armonia con tutto ciò che li circonda. A guardare i navigli oggi sembrerebbe la simulazione di qualcosa che non è mai esistito. Perché è impossibile riuscire a immaginarsi un porto nel centro di Milano, con passeggiate lungo l’acqua, alberi e sponde rifinite, quando adesso quello stesso luogo sembra una discarica di detriti e rifiuti.

“Eppure era davvero così. La Darsena funzionava da baricentro di un sistema fluviale che era il gioiello di questa città. Un posto incantevole, il luogo simbolico della potenza e della grazia di Milano. Il fiore all’occhiello della tecnologia dell’epoca, indispensabile, unico, invidiato da tutti. Ora, però, quello che resta è solo nei quadri delle famiglie milanesi. Non se lo ricorda nessuno, eppure tutti ne hanno un dipinto. Perché è lì, istintivamente, che la gente sente le sue radici, il cuore pulsante della città grigia che ci circonda”.

Giovanni Beltrame, professore di urbanistica al Politecnico di Milano, è anche un architetto ma soprattutto è un grande esperto dei navigli milanesi. È in pensione, ma continua a studiare quel prodigio che furono i canali artificiali milanesi quando furono concepiti. E soprattutto continua la sua battaglia contro lo scempio al quale la Darsena è stata abbandonata da anni, e sulla quale oggi pesa lo spettro di un progetto inquietante: “quello dei parcheggi sotterranei che, con le loro rampe e i canali di areazione rischiano di distruggere le ultime tracce di un’invenzione meravigliosa, che invece andrebbe recuperata e valorizzata”.

MILANO CROCEVIA DEI TRAFFICI COMMERCIALI

Dicono tutti che l’inventore dei Navigli fu Leonardo alla fine del 1400, ma la verità è un’altra. Ed è che i milanesi il sistema dei navigli l’avevano già tracciato da tempo e quando lui arrivò in città, lo fece per imparare qualcosa. Insomma, magari ci si impegnò, portò dei miglioramenti, ma i canali esistevano già eccome. L’idea di costruire un sistema di trasporto artificiale, infatti, venne concepita dagli ingegneri dell’epoca nel 1177, pochissimi anni dopo la distruzione di Milano da parte del Barbarossa.

“Fu dopo la battaglia di Legnano – spiega Beltrame sfogliando uno spesso libro storico pieno di mappe e illustrazioni – che si decise di staccare dal Ticino un nuovo canale che, correndo parallelo al fiume, arrivava ad Abbiategrasso e poi, dopo una curva, dritto dritto a Milano. Ecco, quello era il Naviglio Grande, il primo dei cinque che cominciò ad essere costruito. I successivi furono il naviglio Piccolo, detto anche Martesana, quello di Bereguardo e infine quello di Paderno d’Adda”. E questi cinque navigli furono tutti costruiti con un unico ambizioso obiettivo: mettere Milano al centro di tutto, congiungerla con il mare da una parte e con i laghi dall’altra, incrociare questa città di pianura con il sud e con il nord allo stesso tempo, facendola diventare, attraverso il sistema fluviale, il crocevia dei traffici commerciali e culturali del tempo.

“Pensiamo al naviglio Pavese – dice l’esperto –. Dietro c’è un’idea grandiosa, perché questo canale collega Milano a Pavia, lì entra nel Ticino, dal Ticino al Po e dal Po al mar Adriatico. E allo stesso modo, a nord, i navigli consentono di arrivare al lago di Como e al lago Maggiore, unendo potenzialmente la città attraverso il Ticino alla Svizzera. Milano, insomma, era già all’epoca collegata a tutto”.

Quel quadro che è appeso alle pareti di tante case milanesi adesso assume tutto un altro significato. Lì non è rappresentato solo un canale con delle barche a remi e una città che placidamente si rispecchia sulla superficie dell’acqua. Quelle sono le autostrade di allora, i luoghi più sicuri e più comodi (considerando che le ferrovie non c’erano e che le strade su terra erano dei tratturi) per trasportare merci e materiali. E qual era il cuore portante di tutto questo sistema, lo snodo della rete fluviale dei navigli?

LA DARSENA, IL PORTO DELLA PIANURA PADANA

Il baricentro. Il nucleo. Il perno. Il punto di partenza di tutti i navigli, il punto di arrivo degli stessi. “Quello che abbiamo davanti ai nostri occhi oggi è uno spettacolo tristissimo. È la distruzione di tutta la storia di Milano, è uno scenario indecente”. Beltrame si ferma, posa gli occhiali e il libro sul divano e il suo sguardo si perde come in un altrove. Torna a un passato lontanissimo. Proviamo ad immaginarcelo, proprio com’era alle origini. Il naviglio Grande, il primo che venne costruito, arrivava in città fino al laghetto di sant’Eustorgio, e cioè all’altezza di piazza XXIV maggio, appena fuori dalle mura medievali dette anche “la cerchia dei navigli”. Oltre non ci poteva proprio andare, perché a quell’altezza il livello della città si alza di circa cinque metri. Fino al 1386 il laghetto di sant’Eustorgio era il piccolo porto di Milano, e bastava così. In quell’anno però Gian Galeazzo Visconti decise di far erigere il Duomo di Milano proprio nel cuore della città e di impiegare per la costruzione il marmo di Candoglia, una località piemontese sul lago Maggiore.

“Per consentire di superare quel dislivello di cinque metri, siccome l’acqua non corre in salita – spiega il professore – venne inventata la conca di Viarenna, ovvero una specie di vasca, di bacino tra due chiuse che, una volta che le barche ci erano entrate, si gonfiava d’acqua sollevandole di qualche metro. Da lì, quindi, partiva un nuovo canale artificiale che si infilava fin dentro la città, e cioè tutto intorno alle mura medievali dove il fossato difensivo venne appunto riempito d’acqua. Fu in questo modo che arrivarono i blocchi di marmo per il Duomo”.

I traffici commerciali divennero sempre più fiorenti e, negli anni, si decise di costruire un porto vero e proprio che potesse sostituire il laghetto di sant’Eustorgio. È così che fu creata la Darsena, sotto la quale (ma lo si è scoperto solo con gli scavi dei parcheggi) è stata ritrovata proprio l’originaria conca di Viarenna.

CHI SCAVA TROVA

È un mondo lontano, irraggiungibile, e difficile da ricostruire. Ma è attraverso gli scavi effettuati per il progetto parcheggi che, l’anno scorso, qualcosa è emerso. La conca di Viarenna, infatti, è saltata fuori per davvero.“Prima di questo ritrovamento, che è stata una grande sorpresa per tutti, si pensava che la vasca si trovasse in via Ronzoni – dice Beltrame – invece quegli ingranaggi furono costruiti molto tempo dopo, e cioè nel 1500. Sono stati questi ultimi lavori a portare alla luce la conca originaria che, fino a quel momento, non si sapeva proprio dove fosse. E con lei, le ruspe hanno restituito al mondo degli altri bellissimi residui: le antiche mura spagnole. Nell’800 infatti le mura furono abbattute per allargare il porto della Darsena, e quindi per forza di cose stanno là sotto”.

Ecco quindi, com’era la Milano di una volta: lungo i navigli si poteva fare una passeggiata bellissima affacciati all’acqua, proprio nello stesso punto dove oggi ci sono melma e rifiuti. Le barche entravano nel porto fluttuando sull’acqua. Proprio come nei quadri appesi alle pareti delle case dei milanesi. Beltrame non riesce proprio a darsi pace: “Ora io mi chiedo come si possa concepire il progetto di costruire dei parcheggi in un luogo così simbolico e di così grande importanza storica. Quel bacino è un’area di concentrati archeologici d’eccezione. Bisognerebbe rimettere in moto la Darsena, risistemare le sponde e gli accessi, fare risplendere quello che è stato distrutto nei secoli. E invece cosa dobbiamo aspettarci? Parcheggi sotterranei in un luogo pieno d’acqua, bocchettoni di aria che disturbano il paesaggio, rampe d’accesso delle macchine accanto ai reperti”.

di Stefania Culurgioni