L’illustrazione, per Carlo Stanga è stato un cambio di percorso. Dopo gli studi di architettura al Politecnico di Milano e una professione già avviata, ha preferito infatti ritornare alla sua vera passione, quella del disegno libero dai fini della costruzione di case e di palazzi. Abbandonati gli strumenti del suo vecchio mestiere, ne ha mantenuto però il più importante: il rapidograph punta 0.1, comunemente usato da tutti gli architetti prima dell’avvento del computer, il cui tratto nero e affilato caratterizza ancora oggi tutte le sue opere.

«Una delle doti più grandi è quella di creare uno stile originale e riconoscibile», osserva Carlo: lui, senza dubbio ci è riuscito. Le sue illustrazioni sono infatti distinguibili alla prima occhiata: fitti reticolati di linee e curve creano effetti tridimensionali di palazzi, oggetti e persone con un’abilità che svela immediatamente la sua mano di architetto. Qua e là, però, accanto alle infinite geometrie dell’inchiostro, irrompono macchie di colori accesi, che danno vita alla scena rappresentata come sussulti inaspettati.

Carlo Stanga oggi è uno degli illustratori più apprezzati nel mondo: vincitori di numerosi premi e riconoscimenti, vanta collaborazioni con testate come La Repubblica, Il Sole 24 Ore, ma anche per aziende come Mapei e Nestlé. Le sue opere sono state esposte in varie città in Italia e all’estero: nel 2009 e nel 2010 ha creato due poster che sono stati affissi in tutte le stazioni della Metropolitana di New York.

Di recente, insieme alla nota casa editrice milanese Moleskine, ha intrapreso un nuovo, grande progetto: I Am The City, una collana di libri illustrati per raccontare l’identità delle più grandi metropoli del mondo.


Quando è nata la tua passione per il disegno?
Ho sempre avuto una matita in mano sin da quand’ero piccolo, più o meno all’età in cui ho iniziato a parlare. Da lì, non ho più smesso. A sette anni una mia zia mi portò con sé per un breve viaggio a Roma: rimasi profondamente colpito dalla sua bellezza e fu in quel momento che decisi di diventare architetto. Ho sempre amato la vita urbana, la forza delle metropoli. Ricordo che da bambino passavo ore a disegnare maree di edifici, basandomi sulla memoria di città che avevo visto o di film come Blade Runner, nei quali il contesto urbano era preponderante. Crescendo ho frequentato il Politecnico di Milano e sono diventato architetto. Ho passato i primi anni di lavoro in studio, a progettare edifici residenziali per uffici, interni; per il resto del tempo, avevo trasformato l’illustrazione in un’attività lavorativa.


Poi, come il tuo collega Guido Scarabottolo, hai deciso di diventare un illustratore. Perché questo cambio di rotta?

L’architettura è un mestiere in sé molto creativo, ma purtroppo i tempi di realizzazione sono lenti, anche a causa della burocrazia italiana, che rende tutto più macchinoso. L’illustrazione, invece, è più facile in questo senso: è un lavoro solitario e completamente autonomo che può regalare soddisfazioni immediate. I miei lavori stavano riscuotendo un certo successo, e così ho deciso di intraprendere questa strada. Nelle mie opere, l’architettura è comunque rimasta fondamentale, spesso protagonista della scena.


Di recente hai intrapreso un progetto molto ambizioso, in collaborazione con Moleskine: I Am The City, una serie di libri illustrati dedicati alle varie metropoli del mondo. Com’è nata questa idea e cosa ti proponi di esprimere in queste opere?
Penso che le grandi città abbiano in sé grande parte dell’identità di un popolo intero e della sua cultura: in particolar modo negli ultimi anni, quando la maggior parte della popolazione rurale si è trasferita nelle metropoli. Per questo la cosa che più mi preme, in questo progetto, è saper cogliere e trasmettere l’anima, l’identità profonda di queste città, con i suoi vari aspetti e le sue caratteristiche. Recentemente, queste peculiarità sono sempre più nascoste a causa di un’architettura più omologata, causa della globalizzazione: vengono costruiti sempre più edifici che non riflettono lo stile del luogo, ma sono adeguati a standard internazionali. Il risultato è che le metropoli stanno finendo per assomigliarsi tutte, come agglomerati di palazzi presi da un cassetto e calati in una città o in un’altra, senza differenza alcuna. Con questa serie, invece, mi piacerebbe evocare proprio il ‘genius loci’ di queste metropoli, attraverso la rappresentazioni di luoghi e scenografie simbolo, ma anche di aspetti meno conosciuti, che contribuiscono a creare la loro unicità. Avevo già collaborato con Moleskine in passato, ma mai per progetti così difficili e ambiziosi, che comportano settimane di studio e di comprensione profonda di questi luoghi, in modo da creare immagini che vadano oltre una semplice visione ‘da cartolina’.


Quest’anno è uscita il primo libro di questa collana, I Am Milan, un volume di 110 pagine che illustrano i vari aspetti di una città che conosci molto bene. Puoi spiegarci quali aspetti hai cercato di rappresentare? Qual è la tua idea di Milano?
Per trovare l’anima di Milano mi sono lasciato guidare dall’aspetto emotivo, strettamente legato al mio rapporto personale con questa città, in cui ho studiato e vissuto per tanti anni e dove, quindi, conosco gli aspetti più quotidiani della gente che ci vive. Ho realizzato I am Milan qui a Berlino, ed è stato un bene: disegnare questa città da lontano, senza averla sotto gli occhi, mi ha permesso di trasfigurarla attraverso i ricordi, i sentimenti più profondi, tralasciando gli aspetti più banali e quotidiani che emergono quando si vive in qualsiasi luogo per lungo tempo. É stato divertente ricreare Milano nella mia mente, a migliaia di chilometri di distanza, e rappresentarne l’identità attraverso i suoi aspetti più caratteristici. Nelle mie tavole compaiono i luoghi che tutti conoscono, come il Duomo e la Scala, ovviamente, ma anche angoli meno noti, come la Chiesa di Santa Maria presso San Satiro in via Torino, con quel bellissimo inganno prospettico progettato dal Bramante. E poi ho dato risalto alle scene di vita, ai personaggi come Mustafà il mangiafuoco – quasi un’istituzione per i milanesi. Ho cercato di dare l’idea di una città sempre in movimento, gremita di persone, densa di arti e di eccellenze, che vive il presente ma guarda sempre al futuro. La mia idea di Milano è questa: una metropoli che, nonostante tutto, guarda sempre il lato positivo delle cose ed è contrassegnato da una profonda eleganza, intesa come armonia e capacità di cogliere il bello delle cose, in senso lato.


Cosa ne pensi dell’Expo? Ci sei già stato?
Non l’ho ancora visitato, ci andrò il mese prossimo. Non so in che misura un evento come l’Expo abbia ragione di esistere ancora oggi, ma si tratta comunque di una straordinaria occasione per Milano, che si conferma una città internazionale. Forse mi sarebbe piaciuto un Expo non separato dalla città, ma situato all’interno di essa, com’è il caso del Fuorisalone.


Quali sono stati i tuoi maestri?
In primis, il grande Bruno Munari, che mi ha insegnato a vedere le cose da più punti di vista e a saperle reinterpretare e trasformare in qualcosa di diverso. Una semplice macchia, ad esempio, con l’immaginazione poteva diventare una nuvola, un’isola, un asteroide. Ho sempre ammirato anche David Hockney per il suo stile personale e indipendente, sempre lontano dalle mode effimere; da lui ho imparato che bisogna essere se stessi e cercare di esprimersi secondo le proprie inclinazioni, senza emulare il mondo, pur non perdendo di vista quello che vi succede. Infine Guido Scarabottolo, architetto-urbanista e illustratore come me, che da autodidatta ha saputo creare un suo linguaggio grafico profondo e inconfondibile.


Qual è il tuo metodo di lavoro per creare un’illustrazione?
Parto sempre con alcuni primi schizzi a matita, che poi mando al committente affinché scelga quello che ritiene il migliore. Poi ricorro al rapidograph, strumento tipico dell’architetto, una penna con la punta d’acciaio che mi permette di fare un tratto molto sottile e definito che distingue ormai tutti i miei lavori. Una volta terminato il disegno lo modifico al computer, che mi dà la possibilità di lavorare per livelli, definire i dettagli e la composizione e fare con più facilità le prove di colore. Ormai la computer graphic aiuta tantissimo chi fa il mio mestiere in termini di comodità e rapidità di esecuzione, ma credo sia importante non abusarne. É il disegno a mano, l’inchiostro su carta, che dà profondità e anima alle mie illustrazioni.


Secondo molti tuoi colleghi, in Italia c’è ancora una mentalità arretrata nei confronti dell’illustrazione rispetto all’estero. Qual è il tuo punto di vista?
Personalmente, in Italia come altrove, ho sempre avuto la fortuna di lavorare con art director molto competenti, con una conoscenza approfondita del mondo dell’illustrazione e delle sue potenzialità. Questo vale un po’ per tutti i grandi giornali con cui ho collaborato, come La Repubblica.


Che ruolo ha e potrà avere l’illustrazione d’autore in un mondo ipertrofizzato dalle immagini di qualunque forma e qualunque natura?
Credo che il compito di noi autori sia quello di comunicare idee e concetti forti in modo riconoscibile e originale, attraverso opere che sappiano distinguersi dalla cacofonia generale di immagini alla quale ogni giorno siamo sottoposti. Ecco, la dote migliore di un illustratore è la riconoscibilità: la qualità di saper trovare una propria voce senza seguire le correnti o le mode. Il coraggio di fuggire dalla copia, dall’omologazione, di imparare a navigare da soli; nel mondo di oggi, è qualcosa di molto difficile e ben pochi ci sono riusciti davvero.


Ormai vivi a Berlino da quattro anni. Cosa ti colpisce di più di questa città?
É una metropoli aperta e vivace, piena di giovani. Qui si vive bene: poco stress, poco traffico, scarsa criminalità, tanto verde e un mare di opportunità per chiunque. Berlino, poi, non è contrassegnata dalla normale divisione centro-periferia, ma è divisa in tanti quartieri autosufficienti e unici a loro modo. Si tratta di una città molto democratica, un arcipelago di luoghi diversi che coesistono senza dipendere l’uno dall’altro. La cosa che più mi ha stupito quando sono arrivato è la vicinanza dei più giovani all’arte e alla musica: qui andare all’Opera o alla Philharmonie non è ritenuto snob, è una cosa normale, come andare al cinema o a teatro – anche grazie a prezzi molto più accessibili. Ho già iniziato a disegnare diversi luoghi di Berlino, anche per un progetto commissionato dal Goethe Institut e, prima o poi, inizierò a rappresentarla per Moleskine.


Progetti futuri?
A parte le mie costanti collaborazioni con La Repubblica e altri giornali, il mio lavoro principale rimane I Am The City, che mi occupa gran parte del tempo. La prossima città che ho deciso di rappresentare sarà Londra, dove ritornerò presto per cercare di carpirne l’identità e l’essenza attuale. Poi credo che mi butterò su Shanghai, così per non rimanere in uno stesso continente.


C’è una frase, un’opera d’arte o una canzone nella quale ti riconosci?
L’autore che più mi rappresenta è il già citato Hockney, del quale ho sempre ammirato la versatilità e la libertà assoluta di sperimentazione: è un grande conoscitore della pittura ad olio, ma ha creato opere bellissime con tecniche nuove, come il disegno su iPad. Per il resto, mi piace molto lasciarmi ispirare dalla musica, di tutti i tipi. Di recente qui a Berlino ho visto e amato una rappresentazione molto originale de Il Flauto Magico di Mozart, che faceva interagire i personaggi sul palcoscenico con dei cartoni animati. L’ho trovata una scelta audace e divertente, che ha saputo alternare la tecnica all’espressività e alla fantasia: in fondo, è quello che cerco anch’io di fare.