Se c’è chi si lamenta della mancanza di parcheggi alla Darsena, qualcuno non ci sta a seppellire il passato sotto l’asfalto della riqualificazione. E’ il caso dell’architetto Antonello Boatti che da molti anni si occupa dei Navigli insieme a colleghi e studenti del Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano. Un progetto, il suo, che vuole ridare ai canali interrati un ruolo non solo ornamentale.

Darsena, iniziamo dalla superficie: come giudica il progetto firmato da Jean Bodin?

Il concorso parlava di “riqualificazione superficiale” della Darsena, ma quello realizzato da Bodin sarà in realtà solo un belletto. Sia chiaro: non si tratta di un giudizio estetico, che non compete certo a me, ma una considerazione d’ordine urbanistico e funzionale. Il progetto vincitore del concorso, al pari di tutti quelli presentati, ha accettato il vincolo di una voragine per le automobili. A prescindere da qualunque valutazione di merito, basta questa osservazione per formulare un parere negativo e molto critico.

Si spieghi meglio.

Un manufatto così invasivo, quale sarà un parcheggio di alcuni piani, obbliga ad escludere definitivamente la possibilità di riattivare lo storico tracciato delle acque, nella confluenza che da via Arena/conca del Naviglio porta alla Darsena. Senza contare i danni, causati dagli scavi, alle sponde e al letto della Darsena. Certo, esiste sempre la possibilità di ricostruire, ma l’esperienza ci ha insegnato che non si tratta di procedimenti semplici: in passato, nell’ambito del Masterplan dei Navigli, documento redatto dal Politecnico di Milano su incarico della Regione Lombardia, si è intervenuti su sponde pericolanti all’altezza di Binasco e Rognano, ma per ottenere un risultato simile a quello originale si sono rivelati necessari molti tentativi. Va anche sottolineato che il progetto di Bodin non sembra prevedere modifiche che tengano conto dei ritrovamenti archeologici emersi in questi anni di lavori: una mancanza grave non tanto relativamente alle mura spagnole, la cui presenza era facilmente prevedibile, quanto alla pavimentazione lignea della Darsena originaria. Stando al progetto così com’è oggi, la storia della Darsena è destinata a finire sepolta sotto una coltre di massi: una pietra tombale che chiude con il passato di questi luoghi.

Come considera le singole soluzioni adottate dai progettisti?

L’unica osservazione che mi sento di fare è quella relativa alla scelta di ingrandire la zona del mercato, a scapito dell’acqua della Darsena: una decisione a mio parere poco rispettosa di una tra le zone più belle della città.

Quale avrebbe dovuto essere, quindi, la soluzione per una reale riqualificazione dell’area?

Senza il vincolo del parcheggio sotterraneo, il traffico automobilistico di scorrimento avrebbe potuto essere trasferito sotto via D’Annunzio, nel tratto tra piazza General Cantore e piazza XXIV Maggio. Così facendo non sarebbero stati necessari interventi sulla struttura originaria della Darsena, che avrebbe guadagnato un parterre verde oltre la sponda, in direzione dei navigli. Triplicando il waterfront tra le case e lo specchio d’acqua, poi, avremmo potuto sognare di destinare quello spazio a un parco archeologico in cui conservare i reperti ritrovati e – perché no? – trascorrere il tempo libero rilassandosi e prendendo il sole, un po’ come si fa sulle rive della Senna.

E del parcheggio, cosa resterebbe?

Se si fossero considerate le reali necessità della zona, avrebbero potuto esserne realizzati due, più piccoli e destinati solo ai residenti: uno in piazza General Cantore, al termine di viale Papiniano, e uno in piazza XXIV Maggio. Nessuno nega l’esigenza dei cittadini di avere un posto auto comodo e relativamente vicino alla propria abitazione, ma i progetti andrebbero ripensati seguendo l’esempio di molte grandi città europee – Londra, su tutte – che nelle zone centrali hanno realizzato pochi parcheggi interrati, piccoli e destinati solo ai residenti.

La sua critica, quindi, si estende a tutto il piano parcheggi.

Senza dubbio. A Milano si parla solo di traffico e inquinamento: problemi che si risolvono progettando parcheggi pubblici di corrispondenza, da realizzare fuori dal territorio comunale e sulle linee di interscambio. Peccato che, proprio a Milano, chi arriva in uno dei tanti parcheggi all’ingresso della città – si pensi per esempio a quello di Rho-Pero – deve fare i conti con un sistema tariffario interurbano che è una sorta di tagliola. I biglietti costano troppo perché un automobilista sia invogliato a lasciare lì la macchina e raggiungere il centro della città con i mezzi pubblici. A Milano le politiche del traffico non si traducono mai in un incentivo al trasporto pubblico e alla cultura dello spazio comune più in generale. Figuriamoci alla Darsena, dove regnano le contraddizioni: si parla di isola pedonale e, nello stesso tempo, di parcheggio a rotazione. Con il risultato che, quando questo sarà realizzato, i presupposti per cui tutti a parole si battono saranno vanificati. Le 713 automobili ferme nel parcheggio interrato dovranno pure arrivarci, in qualche modo. E il traffico ringrazia.

Pensa che la navigazione sui Navigli possa rappresentare un’occasione di rilancio per la zona?

Al momento l’unico tratto percorribile è quello tra Robecco e Abbiategrasso, sul Naviglio Grande. Ma la navigabilità è comunque molto problematica, soprattutto in fase di risalita. Servirebbero molti interventi per eliminare rapide e cateratte, punti di eccessiva turbolenza in cui la sicurezza dei passeggeri non sarebbe garantita. Per non compromettere sponde e fondali dovrebbe trattarsi di una navigazione quantitativamente limitata, limitata al traffico turistico organizzato. Motoscafi o diportisti distruggerebbero il corso del fiume, che non è nato per reggere l’impatto con i motori a scoppio, nell’arco di pochi anni.

Milano città d’acqua: un sogno riservato ai nostalgici?

La riapertura dei Navigli, almeno nella loro sezione originaria, non è una strada percorribile a Milano. L’ultimo tratto è stato chiuso, all’altezza di Melchiorre Gioia, negli anni Sessanta. Da allora la città è cresciuta intorno: con edifici, accessi carrai, ingressi privati. Pensare che il processo di sviluppo sia reversibile è un’utopia, ma un margine comunque resta. Solo una forte volontà politica potrebbe riaffrontare il problema della riapertura nei Navigli, secondo un sistema a calibro variabile: una rete riconoscibile che sia anche memoria della città e che, in alcuni punti, potrebbe riconquistare completamente il tracciato originario dei Navigli.

Che valore potrebbe avere la presenza dell’elemento acqueo in una città come Milano?

In tutte le moderne capitali europee l’acqua è memoria storica della città, oltre a renderle più vivibili e accoglienti. E’ la “tregua” contrapposta alla frenesia quotidiana: una visione cui anche Milano potrebbe aderire, se solo lo volesse. Sviluppo e urbanizzazione non possono crescere a scapito della qualità della vita, di una “visione della città” a misura d’uomo: una consapevolezza che a Milano manca da diverse amministrazioni. Non si tratta di nostalgia, ma del tentativo di non cadere in una falsa visione della modernità, basata sulla concentrazione nel centro urbano del maggior numero di funzioni. Una strategia che ha come unico obiettivo la valorizzazione immobiliare, ma non l’interesse pubblico.

Come immagina la Darsena del futuro?

Voglio sperare che sarà almeno uno spettacolo migliore di quella vergogna che ci costringono ad “ammirare” in questo momento… Ironia a parte, da urbanista vedrò nella Darsena il luogo di un’occasione mancata: circondata dal traffico, privata del ritrovato archeologico, snaturata dell’autenticità originaria. Mi sembrerà un outlet, in cui la storia di Milano viene svenduta agli habitué del weekend. E quando penserò che, a progettare la riqualificazione, sia stato un bravo e titolato architetto, mi ricorderò di come sia semplice a Milano sprecare le risorse per finalità che di pubblico hanno ben poco. Del resto, senza ascoltare la gente, non avrebbe potuto essere altrimenti: a Milano un’intera città si muove nella città. E nessuno se ne accorge.

di Valeria Raimondi