«C’è una tendenza della destra israeliana e del premier Netanyahu ad equiparare le azioni di Hamas e di gruppi come la Jihâd Islamica agli attacchi terroristici di Al Qaeda e di Daesh». Francesco Battistini, giornalista del Corriere della Sera, commenta così le reazioni politiche del governo israeliano al recente attacco terroristico condotto a Gerusalemme Est con un camion e costato la vita a quattro ebrei.

Si può parlare di una diffusione radicata di Isis in Israele o siamo solamente in presenza di elementi singoli che agiscono autonomamente?

«La prima e unica comparsa dello Stato Islamico in Israele risale a cinque anni fa con un’incursione in vero stile militare a sud presso il confine egiziano: una battaglia tra i terroristi e l’esercito israeliano che costituì uno shock per l’opinione pubblica. Isis non era mai comparso prima in Israele e i jihadisti che venivano dall’Egitto giustificavano i molti timori sulla porosità dei confini meridionali».

È fondato questo paragone?

«In realtà fra le due casistiche esistono differenze sostanziali: la causa palestinese nasce da un movimento laico che affonda le sue radici negli anni ’60 e ’70 e ha mantenuto nel tempo la sua natura. Dall’altra parte, Al Qaeda e lo Stato Islamico partono da un presupposto radicalmente religioso. La loro presenza al momento è assolutamente minoritaria in Israele. L’attacco dei giorni scorsi è imputabile a cani sciolti che agiscono in autonomia. Questi si possono ricondurre agli ideali dello Stato Islamico ma non fanno parte di una presenza organica. Diverso è il problema di Hamas: un movimento con un’ispirazione assolutamente islamista pur con posizioni più moderate rispetto a Isis. Non ha come obiettivo la costituzione di uno Stato islamico ma è piuttosto un’organizzazione di rivendicazione territoriale con connotazioni religiose. Un aspetto importante da ricordare è che raramente nelle rivendicazioni dello Stato Islamico e, prima, di Al Qaeda si fa riferimento alla causa palestinese mentre si citano la causa sunnita in Iraq, la questione siriana, la liberazione del Sinai dal regime militare di Al Sisi e addirittura la Tunisia dove viene chiamato a raccolta il popolo tunisino contro il governo democratico».

Qual è il ruolo di Hamas nel contenere l’azione dello Stato Islamico nella striscia di Gaza?

«Negli anni scorsi ci sono state nella Striscia segnalazioni della presenza di gruppi che si ispiravano all’Isis ma di fatto non c’è mai stato un seguito. Hamas è sempre stata una garanzia contro il radicamento di Isis e quando i salafiti hanno tentato di diffondere la propria ideologia ha sempre reagito in modo molto duro. Se in fondo Al Fatah era considerato come il minore dei mali rispetto ad Hamas, ora Hamas stesso è preferito dall’opinione pubblica rispetto a Isis proprio per la sua funzione di diga contro l’espansione di Daesh».

È notizia di questi giorni l’accordo di Mosca tra Hamas e l’autorità palestinese per una possibile alleanza governativa. Quali i risvolti nel rapporto tra Hamas e Isis?

«A un’unione tra Hamas e Al Fatah ancora credo molto poco. Sono anni che i due movimenti stano cercando di dialogare e il cosiddetto accordo di Mosca ne segue altri tre simili stipulati a Al Cairo ma mai rispettati. Le divergenze tra le parti restano molto grandi e credo che finché non cambieranno le dirigenze, un’intesa vera sia difficile. Detto questo, Hamas ha la necessità di continuare la sua azione di diga contro i movimenti jihadisti. Vuole farsi accettare come movimento legittimo, abbandonando la sua natura totalitaria e quindi anche la sua ispirazione fortemente islamista.

D’altra parte non bisogna tralasciare la presenza di Isis al confine nord con la Siria: più volte sono comparse le bandiere nere presso le alture del Golan. Al momento la situazione è sotto controllo, ma in futuro il rischio di infiltrazioni è concreto, rischio a cui dovrà rispondere Israele e l’Autorità Palestinese».