Ha appena finito il suo allenamento di quasi due ore ma avrebbe ancora le energie e la voglia per stare sotto canestro tutto il pomeriggio e, d’altra parte, il sorriso che ha stampato sul volto ne è la riprova: «Mi alleno solo una volta a settimana ma cerco di dare sempre il massimo perché a casa non sempre ho la possibilità di farlo». Loris Rota è un ragazzino in sedia a rotelle, solare e motivato, che frequenta la terza media a Sedrina, in provincia di Bergamo. Non gioca a basket, ma a Baskin: “c’è una bella differenza eh!” ammonisce Loris. In effetti, sebbene la matrice sia la stessa, il Baskin ha preso la pallacanestro, l’ha smontata e ricostruita in chiave inclusiva come lascia ben intendere il nome (Bask – In).

Uno sport in continua evoluzione, con regole e attrezzature sempre nuove per permettere a tutti, ma proprio a tutti, di potervi giocare indipendentemente dalle abilità, dal livello e dalla propensione fisica. «Non ci sono dei requisiti minimi per poter giocare – spiega Carlo Cesani, presidente del Baskin Bergamo, squadra composta da 44 giocatori 27 dei quali con disabilità di diverso tipo (sia fisiche che mentali) –. Qui tutti trovano spazio: maschi e femmine, disabili e normodotati, bravi e meno bravi, giovani e adulti; ma, ciò che più conta, è che tutti possono giocare nella stessa squadra e nello stesso momento. Si tratta di accettare la diversità di chi sta al tuo fianco e trasformarla in una ricchezza».

Il Baskin nasce 15 anni fa proprio in Italia, a Cremona nello specifico, grazie alla geniale intuizione di un insegnante di ginnastica, Fausto Capellini, e del padre di una ragazzina disabile, Antonio Bodini: i due si sono chiesti come fare per coinvolgere la studentessa nelle attività sportive durante le ore di educazione fisica. Trovarono nel basket lo sport che, con le dovute modifiche, si sarebbe ben prestato a questa situazione. «Per consentire a tutti di poter scendere in campo, è risultato necessario modificare gli spazi e gli strumenti classici della pallacanestro – prosegue Cesani –. Il campo di Baskin, infatti, si compone di altri due canestri e di altre due aree a metà campo nelle quali stazionano i “pivot”, cioè quei giocatori che non riuscirebbero a reggere il gioco a tutto campo – ad esempio i ragazzi in sedia a rotelle – ma che, proprio grazie a queste modifiche, possono comunque prendere parte alla partita». Loris è uno di questi: sta nella sua area e si fa trovare pronto per concludere a canestro.

Se è vero che lo sport ha qualcosa da dire perché va oltre l’attività in sé, perché racconta storie di successi e di riscatto, allora il Baskin è una sorta di grande antologia di racconti sportivi. Quello di Federico, ad esempio, un ragazzino di 12 anni che ha trovato in questo sport e in questo gruppo la sua dimensione ideale, come conferma la mamma Cristina: «Il confronto con i compagni di scuola risultava parecchio pesante a Federico per via delle sue difficoltà motorie, finché non abbiamo scoperto il Baskin. In questo contesto lui si è sentito accettato ed enormemente stimolato: questo è uno sport a tutti gli effetti, con delle regole, con le classiche dinamiche di squadra e di gruppo, con degli obiettivi ben precisi e, naturalmente, con del sano agonismo». Il Baskin per Federico, Loris e tanti altri ragazzi, non è solo uno sport: è uno spazio di condivisione, è la possibilità di superare i propri limiti. È riuscire a sentirsi parte di un gruppo. «Mi è piaciuto fin da subito, fin dalla prima volta che vennero a farci una dimostrazione a scuola – racconta Loris –. Ricordo ancora la frase che dissi alla mia professoressa: “Per la prima volta mi sono sentito parte di una squadra, parte di un gruppo”». Il Baskin è uno sport che Loris si sente di consigliare «a tutti, ma in particolare ai ragazzi con disabilità che hanno voglia di mettersi in gioco e che, magari, non hanno mai avuto possibilità di fare attività sportiva; qui possono giocare, stare insieme e sentirsi accolti».

Anche i ruoli sono determinanti nel Baskin perché suddividono la squadra in base alle capacità di ogni singolo giocatore: non si parla più di playmaker, guardia, centro o ala ma, in questa rivisitazione inclusiva della pallacanestro, si passa dal numero cinque – che è il giocatore più abile ed esperto – al numero uno ovvero i ragazzi con ridotte capacità motorie e fisiche. «La bellezza di questo sport è che i nostri giocatori vedono concretamente i loro miglioramenti e ne sono orgogliosi – sottolinea Cesani –. Noi, per esempio, abbiamo in squadra un ragazzo autistico che fino all’anno scorso era un ruolo tre ma che ora gioca come ruolo quattro perché, con costanza e determinazione, ha migliorato le sue prestazioni e il suo livello. Questi sono i grandi risultati che riusciamo ad ottenere: non vincere le partite o i tornei, ma migliorare le relazioni e l’autostima dei singoli e, di conseguenza, la fiducia nel collettivo».

Un contesto così complesso ed eterogeneo ha bisogno di figure di riferimento che si occupino delle diverse componenti in gioco. Baskin Bergamo si è dunque attrezzata con un’equipe completa e capace di confrontarsi con le varie patologie presenti nell’organico: vi è quindi una psicologa, un preparatore atletico, un fisioterapista, degli assistenti e, naturalmente, un allenatore che risponde al nome di Alessandro Xausa. «Da quattro anni seguo l’aspetto dell’allenamento e della pratica sportiva – racconta il coach –; noi dello staff tecnico dobbiamo sempre tener presente che questo non può essere solo un gioco ma, piuttosto, una ricerca di equilibrio tra le diverse componenti che abbiamo in squadra». E non si tratta affatto di assistenzialismo, come tiene a sottolineare Xausa, ma è, piuttosto, «l’idea che per fare il salto di qualità è necessario un gruppo in cui si dà e si riceve vicendevolmente: perché – e qui sta il bello – in questo sport non sono solo i normodotati a dare ma, anzi, hanno tanto, tantissimo da ricevere e da imparare».