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	<title>magzine &#187; Stefano Francescato</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Antonio Ferrari, l&#8217;attentato a Wojtyla in un &#8220;Amen&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2019 15:06:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Francescato]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Tanti misteri ruotano ancora intorno al 13 maggio 1981, quando il killer turco Ali Agca sparò in piazza San Pietro a Giovanni Paolo II. Dopo 38 anni ancora non è ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="567" height="426" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/ferrari_antonio.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="ferrari_antonio" /></p><p>Tanti misteri ruotano ancora intorno al 13 maggio 1981, quando il killer turco Ali Agca sparò in piazza San Pietro a Giovanni Paolo II. Dopo 38 anni ancora non è mai stata fatta chiarezza su quell&#8217;attentato. <span class='quote quote-left header-font'>«A volte la verità è così vicina che ci sfugge», confiderà anni dopo l&#8217;arcivescovo Mario Rizzi, allora nunzio apostolico in Bulgaria, ad Antonio Ferrari, storica firma del <em>Corriere della Sera</em>.</span> Ferrari ha scelto proprio quella frase per introdurre il suo nuovo romanzo <em>Amen</em>, in cui smonta la principale pista investigativa per anni: quella bulgara.</p>
<p>La scena iniziale, così come tutto il libro, parte dalla scena reale, da quelle ore in cui tutto il mondo guardò Roma con il fiato sospeso. Dopo aver esploso tre colpi contro il papa, Ali Agca tenta la fuga, ha un&#8217;auto che lo aspetta all&#8217;inizio di via della Conciliazione, ma una suora bergamasca lo blocca. Al processo dirà tutto e il contrario di tutto e le autorità italiane si concentreranno subito sui suoi rapporti con l&#8217;ambasciata bulgara. La storia è raccontata dal punto di vista di quattro religiosi e dello stesso Ferrari, che compare come l&#8217;inviato Anton Giulio Ferrer.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>«Il <em>Corriere</em> mi inviò a Sofia dopo l&#8217;attentato &#8211; racconta Ferrari &#8211; e scoprii che avevano arrestato due italiani vicini alla Loggia P2 di Licio Gelli, di cui era appena esploso il celebre scandalo legato proprio al mio giornale. Capii che la famosa &#8220;pista bulgara&#8221; era solo un depistaggio.</mark> Era la soluzione più comoda: un papa polacco e anticomunista che veniva ucciso dai bulgari servi dell&#8217;Unione Sovietica.</p>
<p>Fu lo stesso Papa nel 2002, durante una visita in Bulgaria, a dire pubblicamente al presidente: &#8220;Sappia che non ho mai creduto e non crederò mai a una cosa del genere&#8221;. E quando incontrò Agca in carcere gli chiese: &#8220;Perché mi hai sparato proprio nel giorno delle apparizioni di Fatima?&#8221;. Agca non capiva: &#8220;Cosa c&#8217;entra la figlia di Maometto?&#8221; È evidente che non sapeva di cosa stava parlando». Sulla pallottola che ha attraversato il corpo del papa non si sono mai potuti eseguire esami proprio perché Giovanni Paolo II la fece incastonare nella corona della Madonna di Fatima, dove si trova tuttora. Una decisione che non ha mai permesso di escludere la presenza di un secondo attentatore in piazza San Pietro.</p>
<p>In <em>Amen</em> Ferrari esprime anche la sua ammirazione laica per papa Francesco, a cui è indirizzata la dedica del volume. E&#8217; la risposta a un giornalista che, nell&#8217;ottobre 2013, chiedeva al pontefice argentino appena eletto perché avesse deciso di vivere a Santa Marta. La risposta fu: «Per ragioni psichiatriche». «Come Wojtyla, anche Bergoglio ha scelto di incarnare una Chiesa vicina ai poveri e non al potere &#8211; osserva Ferrari -, e questo gli ha ha creato una forte opposizione all&#8217;interno della Chiesa stessa. Quando intervistai Andreotti e gli chiesi se fosse vera la pista bulgara, lui rispose: &#8220;Forse qualcuno in Vaticano le saprà rispondere meglio&#8221;».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Se c&#8217;è una lezione che Ferrari ha imparato in cinquant&#8217;anni di lavoro, è proprio la volontà di non accettare mai la versione ufficiale dei fatti. Di indagare. Di verificare.</span> Un promemoria sempre attuale per un giornalista: «Nel 2016 sentii che il presidente turco Erdogan era in volo sopra i cieli della Turchia perché era in corso un colpo di Stato. Mi insospettii subito: possibile che un golpe fosse scattato in pieno giorno e non di notte? E che non avessero impedito di decollare all&#8217;aereo presidenziale? Telefonai dall&#8217;appartamento della mia vicina &#8211; il mio cellulare era controllato &#8211; a deputati turchi a Istanbul e Londra e mi dissero che era tutta una bufala, una messinscena organizzata dallo stesso Erdogan per liberarsi di ogni residuo di opposizione. Fui tra i primi a denunciarlo. Per questo in Turchia oggi non mi amano».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Ferrari sostiene anche una teoria mai provata sul Conclave del 1958, da cui uscì Papa Giovanni XXIII.</mark> La ricostruzione, partita negli anni &#8217;90 dai vaticanisti americani Benny Lai e Paul Williams, secondo cui il vero eletto sarebbe stato l&#8217;arcivescovo di Genova Giuseppe Siri, che avrebbe scelto il nome Gregorio XVII. I porporati francesi e orientali l&#8217;avrebbero però convinto a rinunciare all&#8217;elezione, perché le sue posizioni anticomuniste avrebbero causato una durissima repressione nell&#8217;Europa dell&#8217;Est.</p>
<p>Antonio Ferrari oggi ha 73 anni e ricorda ancora con emozione i numerosi viaggi &#8211; «altri tempi, oggi non ci sono più i soldi per mantenere dei corrispondenti» &#8211; e i tantissimi Paesi in cui ha raccontato storie di vita vissuta per il <em>Corriere</em>. «C&#8217;è stato solo un momento in cui ho avuto veramente paura &#8211; ricorda emozionato -: ero in Libano, sul teatro di una strage in cui erano stati uccisi un&#8217;ottantina di palestinesi sunniti. All&#8217;improvviso quattro uomini armati di kalashnikov, presumibilmente degli Hezbollah, mi circondarono: avevo scattato delle foto, per cui dovevo andare con loro. Mi salvò il mio autista. Era un druso, un popolo di feroci guerreri, disse di averli minacciati anche se era da solo. Mi regalò una pagina del Corano, e da allora la tengo sempre nel portafogli. Vicino al cuore».</p>
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		<title>San Donato, dai &#8220;martinitt&#8221; alla &#8220;gentrification&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2019 08:10:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Francescato]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[La storia dei quartieri periferici di Milano è spesso molto simile: sono paesi rimasti per secoli luoghi in aperta campagna e solo negli ultimi decenni aggregati alla città. San Donato ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="797" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/Chiaravalle-esterno.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Chiaravalle esterno" /></p><p>La storia dei quartieri periferici di Milano è spesso molto simile: sono paesi rimasti per secoli luoghi in aperta campagna e solo negli ultimi decenni aggregati alla città. San Donato non fa eccezione, ma si tratta di una zona ricca di storia e a più riprese centrale nella storia d&#8217;Italia, molto prima dell&#8217;arrivo dell&#8217;Eni.</p>
<p>Storicamente la zona Sud-Est di Milano diventa celebre per la prima volta nel Medioevo, quando l&#8217;abate francese Bernardo di Chiaravalle si prodiga per pacificare tutte le tribù barbariche che avevano preso il controllo dell&#8217;Italia dopo la caduta dell&#8217;Impero Romano. Grati del suo impegno, <mark class='mark mark-yellow'>i milanesi costruirono nel 1135 un&#8217;abbazia che ancora oggi prende il suo nome ed è uno dei tesori architettonici più importanti d&#8217;Italia.</mark></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Proprio a San Donato, nella piana che lo separa da Melegnano, venne combattuta la cosiddetta Battaglia dei Giganti tra francesi e austriaci, che consegnò a Francesco I di Francia il controllo del Granducato di Milano.</mark> <span class='quote quote-left header-font'>Un&#8217;altra eredità cinquecentesca che prese il via da San Donato è quella dei &#8220;martinitt&#8221;, i trovatelli milanesi che ancora oggi hanno un teatro e una compagnia di attori in via Pitteri</span>. Il primo orfanotrofio di Milano venne costruito proprio a San Donato e venne affidato ai Padri Somaschi di San Martino, da cui gli orfani presero il nome.</p>
<p>Testimone muta della storia di questi luoghi è Cascina Roma, oggi galleria d&#8217;arte in pieno centro, un tempo lussuosa residenza nobiliare. Proprio qui il re di Francia Francesco I risiedeva durante i suoi viaggi in Italia e proprio qui venne firmato nel 1848 l&#8217;armistizio che metteva fine alle Cinque Giornate di Milano, quando la città si ribellò alla dominazione austriaca.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La fisionomia attuale di San Donato deriva però dalla mente di Enrico Mattei. Il fondatore dell&#8217;Eni cercava un luogo al crocevia tra via Emilia, Autostrada del Sole e linea ferroviaria. San Donato era il posto perfetto, e venne rivoluzionato dalle trasformazioni di Mattei.</mark></p>
<p>Eni comprò 80mila metri quadri di terreno e ne fece un enorme centro dirigenziale, ribattezzato Metanopoli, e altri 387mila metri quadri per farne abitazioni per i lavoratori. Non solo Mattei era l&#8217;Eni, ma anche San Donato era Mattei.</p>
<p>L&#8217;ultimo tassello dell&#8217;identificazione della zona con Mattei arrivò nel 1962, quando il patron dell&#8217;Eni morì in un attentato aereo. Per commemorare il suo impegno nella riqualificazione della zona, i residenti chiesero all&#8217;arcivescovo di Milano di poter costruire una chiesa e dedicarla a Sant&#8217;Enrico, in memoria di Mattei.</p>
<p>L&#8217;ultimo tocco, che ci restituisce il quartiere così come lo conosciamo oggi, è il nuovo quartiere affari, progettato da Kenzo Tange, che negli anni &#8217;90 è autore anche del palazzo Bmw e della Torre Eni.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>San Donato è così uno dei primi esempi di gentrification di Milano, un quartiere operaio trasformato in area dedicata al terziario negli anni &#8217;50.</span> Una rivoluzione dovuta a Enrico Mattei, che restituì alla città lo skyline di periferia che ancora oggi la domina. Quando il termine gentrification ancora non esisteva.</p>

<a href='https://www.magzine.it/san-donato-dai-martinitt-alla-gentrification/cascina-roma/'><img width="75" height="75" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/Cascina-Roma-75x75.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="A Cascina Roma venne firmata nel 1515 la pace tra il re di Francia Francesco I, vincitore della Battaglia dei Giganti nella piana di San Donato, e Massimiliano Sforza. Milano e la Lombardia diventavano francesi" /></a>
<a href='https://www.magzine.it/san-donato-dai-martinitt-alla-gentrification/chiaravalle-esterno-2/'><img width="75" height="75" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/Chiaravalle-esterno1-75x75.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="L&#039;Abbazia di Chiaravalle, fondata dal cistercense San Bernardo, è stata consacrata dal vescovo di Milano il 2 maggio 1221" /></a>
<a href='https://www.magzine.it/san-donato-dai-martinitt-alla-gentrification/chiaravalle-interno/'><img width="75" height="75" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/Chiaravalle-interno-75x75.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Nonostante la regola cistercense preveda decorazioni sobrie, la volta dell&#039;Abbazia di Chiavaralle venne affrescata nel &#039;500 in stile barocco, secondo le direttive del Concilio di Trento" /></a>
<a href='https://www.magzine.it/san-donato-dai-martinitt-alla-gentrification/chiesa-santenrico/'><img width="75" height="75" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/chiesa-santenrico-75x75.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Enrico Mattei volle costruire una chiesa a Metanopoli, che dopo la sua morte venne intitolata - in suo onore - a Sant&#039;Enrico il Confessore. E&#039; stata completata nel 1964, due anni dopo l&#039;attentato" /></a>
<a href='https://www.magzine.it/san-donato-dai-martinitt-alla-gentrification/dipendenti-eni-ai-funerali-di-mattei/'><img width="75" height="75" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/dipendenti-Eni-ai-funerali-di-Mattei-75x75.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Dipendenti Eni ai funerali di Enrico Mattei il 30 ottobre 1962 nella Chiesa del Gesù di Roma" /></a>
<a href='https://www.magzine.it/san-donato-dai-martinitt-alla-gentrification/mattei-a-san-donato-2/'><img width="75" height="75" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/Mattei-a-San-Donato1-75x75.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Enrico Mattei a San Donato. Il presidente dell&#039;Eni scelse l&#039;area per la disponibilità di terreni agricoli e per la sua posizione strategica, al centro della Pianura Padana" /></a>
<a href='https://www.magzine.it/san-donato-dai-martinitt-alla-gentrification/primo-distributore-agip-san-donato/'><img width="75" height="75" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/primo-distributore-Agip-San-Donato-75x75.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Il primo distributore dell&#039;Agip a San Donato. L&#039;azienda nel 1953 verrà comprata dall&#039;Eni e oggi costituisce la divisione esplorazione e produzione del gruppo" /></a>
<a href='https://www.magzine.it/san-donato-dai-martinitt-alla-gentrification/sede-bmw-san-donato/'><img width="75" height="75" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/sede-Bmw-San-Donato-75x75.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Costata 70 miliardi di lire, la sede Bmw di San Donato è stata inaugurata l&#039;8 ottobre 1998. E&#039; firmata dall&#039;architetto giapponese Kenzo Tange" /></a>
<a href='https://www.magzine.it/san-donato-dai-martinitt-alla-gentrification/torre-agip-kenzo-tange/'><img width="75" height="75" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/torre-Agip-Kenzo-Tange-75x75.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Nel 1999 Kenzo Tange progettò anche la nuova sede del gruppo, la cosiddetta Torre Agip" /></a>

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		<title>Christopher Livesay, il mondo a portata di telecamera</title>
		<link>https://www.magzine.it/christopher-livesay-il-racconto-del-mondo-a-portata-di-telecamera/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2019 13:58:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Francescato]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il desiderio di non trasformarsi in un giornalista tutto giacca, cravatta e scrivania lo ha spinto a tentare il salto nel vuoto e ad abbandonare la comfort zone, diventando cittadino ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="640" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/43003287_10160888824840430_9115928615286996992_n.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="43003287_10160888824840430_9115928615286996992_n" /></p><p>Il desiderio di non trasformarsi in un giornalista tutto giacca, cravatta e scrivania lo ha spinto a tentare il salto nel vuoto e ad abbandonare la <em>comfort zone</em>, diventando cittadino del mondo. Corrispondente estero di stanza a Roma per la NPR e per la PBS, <strong>Christopher Livesay</strong> si è occupato, negli anni, di documentare alcuni dei temi più caldi dell’attualità. <mark class='mark mark-yellow'>Dalla minaccia dell’Isis per l’Occidente ai tragici risvolti della crisi migratoria in Europa, passando per il rinfocolarsi della parabola del populismo</mark>, il giornalista americano ha rincorso la verità armato di curiosità e telecamera e, passando dalle zone di conflitto ai palazzi della politica, si è riempito gli occhi di realtà e particolari che gli hanno permesso di cogliere e di restituire senza filtri la notizia. In occasione della <em>lectio magistralis</em> che ha tenuto nella redazione di <em>Magzine</em>, gli abbiamo fatto qualche domanda sulla sua storia professionale, sulle scelte e i rischi che un video-reporter si trova ad affrontare ogni giorno e sul futuro dell’informazione.</p>
<p><strong>Come gestisce il mix emotivo tra la preoccupazione di trovarsi in luoghi pericolosi e l</strong><strong>’</strong><strong>adrenalina di essere testimone di momenti drammatici o storici? È difficile?</strong></p>
<p>Sì e no. Penso sia sorprendentemente facile trovarsi in zone di guerra come giornalista, ma è difficile dal punto di vista umano. I conflitti sono fonte di buone storie e affinano la mente, fare un servizio da una zona di guerra è più semplice che scrivere un pezzo sui problemi economici dell’Eurozona, per fare un esempio. <span class='quote quote-left header-font'> I conflitti sono fonte di buone storie e affinano la mente, fare un servizio da una zona di guerra è più semplice che scrivere un pezzo sui problemi economici dell&#8217;Eurozona ma, a livello personale, rimane una sfida </span> Ma a livello personale rimane una sfida. Ancora oggi ricevo mail o telefonate da persone che ho intervistato anni fa e che, bloccate in situazioni terribili, mi chiedono aiuto. <mark class='mark mark-yellow'>Spiego sempre con molta chiarezza che la sola cosa che posso fare è raccontare la loro storia. Ma a volte le linee di demarcazione non sono così definite.</mark></p>
<p><strong>Come </strong><strong>è </strong><strong>possibile superare i sospetti della popolazione locale? C</strong><strong>’è</strong><strong> il rischio di venire influenzati dal loro punto di vista?</strong></p>
<p>Il modo migliore per superare il sospetto è essere professionali. <mark class='mark mark-yellow'>Fare buone domande e non lasciarsi coinvolgere troppo emotivamente</mark>. Per quanto riguarda la possibilità di essere influenzati dal punto di vista di qualcun altro, la accolgo con piacere. Una buona argomentazione rimane una buona argomentazione.</p>
<p><strong>Fare il giornalista in un paese straniero non dev</strong><strong>’</strong><strong>essere stato facile: avvicinarsi a situazioni, voci e prospettive diverse richiede tempo e molta dedizione. Quale </strong><strong>approccio sceglie per </strong><strong>comprendere il punto di vista italiano e darne conto? E quali sono i criteri che usa per selezionare le notizie che pensa possano interessare il pubblico americano?</strong></p>
<p>Il contesto è tutto. Per comprendere “il punto di vista italiano” bisogna conoscere l’antica Roma, il Medio Evo, il Rinascimento, il Risorgimento e tutti i maggiori eventi storici avvenuti tra il presente e il passato. <span class='quote quote-left header-font'>Il contesto è tutto. Per comprendere “il punto di vista italiano” bisogna conoscere l’antica Roma, il Medio Evo, il Rinascimento, il Risorgimento e tutti i maggiori eventi storici avvenuti tra il presente e il passato </span> Amare la storia, come nel mio caso, aiuta, soprattutto in un Paese che ne risulta talmente imbevuto da esserne a volte paralizzato. <mark class='mark mark-yellow'>Il criterio che uso per scegliere le mie storie è l’evoluzione.</mark> Per esempio, ora sto seguendo un caso di suore abusate da preti, il movimento #nunstoo. Si tratta di una derivazione del movimento #metoo e degli scandali sugli abusi sessuali dei religiosi, tutti argomenti a cui il mio pubblico è già interessato.</p>
<p><strong>È</strong> <strong>possibile paragonare l</strong><strong>’</strong><strong>insorgere del populismo in Italia e negli Stati Uniti? Ci sono somiglianze tra il nostro Ministro degli Interni Matteo Salvini e Donald Trump?</strong></p>
<p>Fare il paragone tra i due, e contrastarli, è fondamentale. Si potrebbe parlare a lungo di questo (entrambi sono contrari all’immigrazione, nazionalisti, hanno rapporti con Steve Bannon e così via). Il trucco è non subissare il pubblico con questo aspetto. <mark class='mark mark-yellow'>Le somiglianze sono molto evidenti, ma si dovrebbe raccontare la storia in modo tale da far sì che siano i lettori o i telespettatori a fare i dovuti collegamenti.</mark></p>
<p><strong>Cosa pensa della libert</strong><strong>à</strong><strong> di stampa in Italia? Crede sia pi</strong><strong>ù</strong><strong> salvaguardata qui o negli Stati Uniti?</strong></p>
<p>Sulla questione esistono dei dati interessanti, vedi il <em>Freedom House and Reporters Without Borders</em> e il <em>Committee to Protect Journalists</em>. Posso dire che, <mark class='mark mark-yellow'>nella mia esperienza di lavoro con i media italiani, ci sono stati ripetuti casi di censura e violazione dell’etica che hanno tradito il pubblico in modi che non avevo mai sperimentato nei media americani. </mark></p>
<p><strong>Negli ultimi anni il giornalismo in generale e il video-giornalismo in particolare si sono trovati ad affrontare molte sfide. Cosa rende un video-reporter diverso da un adolescente con uno smartphone?</strong></p>
<p>Niente se, riguardo alla sua storia, un adolescente con uno smartphone è in grado di rispondere alle domande Chi, Cosa, Dove, Quando, Perché e Come e riesce a farlo con una ricerca e un fact-checking rigorosi.</p>
<p><strong>Il giornalismo del futuro sar</strong><strong>à</strong><strong> solo video, senza pi</strong><strong>ù</strong><strong> carta stampata?</strong></p>
<p>No, per nulla.</p>
<p><strong>E dunque quale strategia dovrebbero adottare i giovani uomini e le giovani donne che oggi vogliono emergere nella professione e avere un ruolo attivo nel nuovo ciclo dei media? E quali sono le doti richieste a un buon corrispondente?</strong></p>
<p>Se volete seguire gli esteri, andate in posti dove gli altri giornalisti non vanno. È importante che i vostri capi servizio sappiano dove siete. E rimanete in zona per qualche anno. <mark class='mark mark-yellow'>La dote migliore di un giornalista è l’intraprendenza – coprite storie che altri non coprono e cercate in redazione opportunità che vengono trascurate. </mark> Quindici anni fa il “giornalismo digitale” era ancora guardato con sufficienza. Ma, soprattutto, chiedetevi come sarà il giornalismo tra quindici anni.</p>
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		<title>OFF THE RADAR – 10 PEZZI DA NON PERDERE #9</title>
		<link>https://www.magzine.it/off-the-radar-10-pezzi-da-non-perdere-9/</link>
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		<pubDate>Sat, 13 Apr 2019 09:29:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Francescato]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

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		<description><![CDATA[Nuovo appuntamento con OTR, con dieci nuove notizie scelte dalla redazione di Magzine che forse sono sfuggite ai vostri radar. 1) La prima foto di un buco nero è il risultato di un progetto internazionale ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2400" height="1600" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/04/buco-nero.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Event Horizon Telescope collaboration et al. via National Science Foundation" /></p><div>
<div>Nuovo appuntamento con OTR, con dieci nuove notizie scelte dalla redazione di <strong>Magzine</strong> che forse sono sfuggite ai vostri radar.</div>
<div></div>
<div>1) La prima foto di un buco nero è il risultato di un progetto internazionale senza precedenti. Ma come può un&#8217;immagine di 55 milioni di anni fa raccontare qualcosa dell&#8217;umanità? (<a href="https://frieze.com/article/seeing-unseeable-first-image-black-hole">Frieze</a>)</div>
<div></div>
<div>2) Venticinque anni, oro olimpico e record mondiale. <strong>Gregorio Paltrinieri</strong> sta riscrivendo la storia del nuoto italiano. E polverizzando parecchi record (<a href="https://www.theowlpost.it/gregorio-paltrinieri/">The Owl Post</a>)</div>
<div></div>
<div>3) L&#8217;ascesa e la caduta di una stella. David &#8220;Gus&#8221; Gerard era un giocatore di Nba tra i più promettenti della storia americana. Ma la sua carriera fu rovinata dalla droga (<a href="https://deadspin.com/how-to-lose-everything-and-get-some-of-it-back-1833665975">DeadSpin</a>)</div>
<div></div>
<div>4) Approfondimento de <strong>L&#8217;Equipe</strong> sulla fuga di giocatori under 20 dal <strong>Paris Saint Germain</strong>, che prima fa razzia di talenti in Francia e poi non riesce più a convincerli a rimanere. E molti di loro poi esplodono appena se ne vanno (<a href="https://www.lequipe.fr/Football/Article/Que-deviennent-les-jeunes-qui-ont-quitte-le-psg/1008166">L&#8217;Equipe</a>)</div>
<div></div>
<div>5) I romanzi d&#8217;amore hanno fatto la storia della letteratura mondiale. E spesso hanno contibuito a portare avanti anche battaglie sociali, come quella contro il razzismo (<a href="https://www.theguardian.com/books/2019/apr/04/fifty-shades-of-white-romance-novels-racism-ritas-rwa">The Guardian</a>)</div>
<div></div>
<div>6) L&#8217;arte di saper rifare il look a star dello spettacolo come Justin Bieber e all&#8217;iPod. La storia della stilista <strong>Karla Welch</strong> (<a href="https://www.newyorker.com/magazine/2019/04/01/the-woman-who-has-styled-justin-bieber-anita-hill-and-the-ipod">New Yorker</a>)</div>
<div></div>
<div>7) Diciannove anni fa venne scoperto un  ladro di libri nel monastero di Santa Odilia, in Francia. Ma la vicenda si è presto complicata (<a href="https://narratively.com/book-thief-monastery-mountain/">Narratively</a>)</div>
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</div>
<div>8) In California un ospedale mette a disposizione dei bambini colpiti dal cancro delle mini-auto giocattolo con cui loro possano muoversi tra i reparti &#8211; anche in sala operatoria &#8211; per allentare lo stress pre-operazione (<a href="https://www.goodnewsnetwork.org/hospital-soothes-young-surgery-patients-with-mini-cars/">GoodNews Network</a>)</div>
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<div>9) In Ohio un teenager è stato trovato a rubare degli snack perchè lui e il fratello minore erano affamati. Anziché denunciarli, il gestore del negozio fatto qualcosa di meglio (<a href="https://www.goodnewsnetwork.org/rather-than-calling-cops-on-hungry-thief-7-11-owner-gives-him-food/">GoodNews Network</a>)</div>
<div></div>
<div>10) All&#8217;aeroporto Changi di Shanghai sono state inaugurate le <strong>Rain Vortex</strong>, ovvero le più alte cascate indoor del mondo. Sono alte sette piani e il sistema utilizza addirittura cinquecentomila litri di acqua per far funzionare questa nuova attrazione (<a href="https://www.bbc.com/news/av/world-asia-47907500/singapore-airport-tallest-indoor-waterfall-opens" target="_blank">Bbc</a>)</div>
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		<title>Podcast: arriva Luminary, rivoluzione in stile Spotify</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Apr 2019 09:13:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Francescato]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 23 aprile sarà lanciato Luminary, il primo network di podcast a pagamento. Inizialmente la app – disponibile per device che montano sistemi operativi iOS e Android &#8211; sarà scaricabile soltanto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2800" height="1600" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/04/luminary.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="luminary" /></p><p align="LEFT"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">Il 23 aprile sarà lanciato <strong>Luminary</strong>, il primo network di podcast a pagamento. Inizialmente la app – disponibile per device che montano sistemi operativi <strong>iOS</strong> e <strong>Android</strong> &#8211; sarà scaricabile soltanto in Australia, Inghilterra, Stati Uniti e Canada, ma il team spera presto di espanderla in altri Paesi del mondo. </span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">Il servizio assomiglia molto a <strong>Spotify</strong>, ma riguarda prodotti radiofonici di ogni tipo. La app è gratuita, si possono ascoltare podcast provenienti da ogni tipo di media con qualche interruzione pubblicitaria. <mark class='mark mark-yellow'>Il servizio Premium costerà invece otto dollari al mese e darà accesso a più di 40 progetti audio originali e di alta qualità</mark>, finanziati grazie a cento milioni di dollari raccolti con la campagna di raccolta fondi. In questo caso, ogni contenuto cui si avrà accesso non avrà interruzioni pubblicitarie. </span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">Il team di Luminary è convinto che gli ascoltatori pagheranno per avere programmi di intrattenimento di qualità, dopo gli esperimenti incoraggianti degli audiolibri di <strong>Audible</strong> e degli esercizi di meditazione di <strong>Headspace</strong>. </span></span></span></p>
<p style="text-align: center;" align="LEFT">Per saperne di più, continua la lettura su<a href="%20https://www.niemanlab.org/2019/04/well-finally-get-to-see-what-luminary-the-paywalled-podcastish-app-has-been-cooking/"> NiemanLab</a>.</p>
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		<title>Seattle Times, crowdfunding per le inchieste di qualità</title>
		<link>https://www.magzine.it/seattle-times/</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Apr 2019 15:11:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Francescato]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

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		<description><![CDATA[Perché persone e organizzazioni dovrebbero finanziare un team di giornalismo investigativo? Se lo è chiesto il Seattle Times, quotidiano locale dell&#8217;ovest degli Stati Uniti, che ha lanciato un progetto di crowdfunding ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1560" height="1040" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/04/seattle-times.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="seattle times" /></p><p>Perché persone e organizzazioni dovrebbero finanziare un team di giornalismo investigativo? Se lo è chiesto il <a href="https://www.poynter.org/reporting-editing/2019/the-seattle-times-is-launching-a-community-funded-investigative-team/"><strong>Seattle Times</strong></a>, quotidiano locale dell&#8217;ovest degli Stati Uniti, che ha lanciato un progetto di <strong>crowdfunding</strong> molto ambizioso. Con la speranza di fare la differenza e diventare un modello anche per le altre redazioni.</p>
<p>Tra il 2010 e il 2018 <mark class='mark mark-yellow'>il giornale ha raccolto quattro milioni di dollari da 21 fondazioni e organizzazioni no profit</mark>, da cui sono nate inchieste su istruzione, traffico e senzatetto. Ora anche i cittadini comuni hanno la possibilità di donare. Ma perché dovrebbero farlo? Da una ricerca condotta dalla stessa redazione, i cittadini di Seattle hanno a cuore due cose: la riduzione delle tasse e il giornalismo investigativo. La città vuole sapere come sono impiegate le risorse pubbliche e in che modo viene redistribuita la ricchezza.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>L&#8217;obiettivo è raccogliere cinquecentomila dollari entro l&#8217;anno, magari addirittura entro l&#8217;estate, per assumere un redattore, altri due reporter e coprire spese di produzione e costi di viaggio</mark>. Il team investigativo del Times è composto da quattro persone: due giornalisti, un archivista e un manager di produzione. Ma a Seattle si sogna molto più in grande.</p>
<p style="text-align: center;">Per saperne di più, continua la lettura su <a href="https://www.poynter.org/reporting-editing/2019/the-seattle-times-is-launching-a-community-funded-investigative-team/">Poynter</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>C&#8217;era una volta Rogoredo, tutto case, chiesa e stazione</title>
		<link>https://www.magzine.it/cera-una-volta-rogoredo-tutto-case-chiesa-e-stazione/</link>
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		<pubDate>Tue, 26 Mar 2019 16:32:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Francescato]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Negli ultimi mesi i riflettori della cronaca milanese sono puntati su Rogoredo, un quartiere alla periferia sud-est di Milano recentemente assediato da frotte di giornalisti che hanno provato a raccontarlo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1156" height="647" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/03/Rogoredo.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Rogoredo" /></p><p>Negli ultimi mesi i riflettori della cronaca milanese sono puntati su Rogoredo, un quartiere alla periferia sud-est di Milano recentemente assediato da frotte di giornalisti che hanno provato a raccontarlo attraverso parole e immagini. Anche noi di Magzine siamo stati a Rogoredo, per toccare con mano i problemi di un territorio diviso tra due realtà contrapposte: da una parte il boschetto della droga, dall’altra gli edifici di Sky Italia e i palazzi del nuovo quartiere Santa Giulia.</p>
<p>I binari della ferrovia separano questi due mondi così distanti, eppure allo stesso tempo tanto vicini. <mark class='mark mark-yellow'>A Rogoredo inferno e paradiso si sfiorano senza mai toccarsi.</mark> Nelle strade intorno alla stazione il contrasto è evidente, ed è in grado di rivelare la vera immagine di un territorio dalle due facce: quella devastata dei tossici in cerca di una dose, e quella pulita dei giovani impiegati in maniche di camicia. Il fantasma dell’eroina è tornato ad infestare le strade del nostro Paese e il boschetto di Rogoredo è la nuova mecca dei tossicodipendenti, che arrivano da tutto il Nord Italia per acquistare droga a prezzi stracciati. <mark class='mark mark-yellow'>Una dose a Rogoredo può costare dai 2 ai 5 euro. I numeri relativi allo spaccio e all’abuso di eroina sono ancora più eclatanti: solo negli ultimi quattro mesi sono stati arrestati 24 spacciatori, con le forze dell’ordine che hanno sequestrato 2,6 chili di eroina e altrettanti di hasish, marijuana e cocaina</mark>.</p>
<p>Ma se a fare notizia è sempre il degrado intorno al bosco, esiste anche un’altra metà di Rogoredo, quella che mostriamo nel nostro reportage incontrando gli abitanti del quartiere, i commercianti e gli attori sociali protagonisti in zona. Il malcontento è palpabile, ma abbiamo scoperto anche una voglia di ripartire di cui nessuno parla.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Esistono ad esempio iniziative come il <strong>Progetto Rogoredo, </strong>un programma di recupero che ha l’obiettivo di offrire una seconda possibilità ai tossici del boschetto</mark>. Un’altra alternativa concreta alla droga è rappresentata dalle attività promosse dalla parrocchia della Sacra Famiglia, mentre sul piano della prevenzione è fondamentale la presenza del presidio medico di Areu (Azienda regionale emergenza urgenza). C’è chi prova quindi ad andare oltre alle siringhe e all’abbandono, con l’obiettivo di ristabilire la normalità a Rogoredo, quella che si respirava prima che il boschetto si trasformasse in una delle più grosse piazze di spaccio del nostro Paese.</p>
<hr />
<p style="text-align: justify;">“Avreste dovuto vedere com’era Rogoredo una volta”. Passeggiando sul tratto di strada che va dalla stazione fino a via Toledo è questo il messaggio simbolo che si sente dire più spesso dalla gente di un quartiere di quasi 8mila abitanti. Sono soprattutto i pensionati a ricordare malinconicamente il periodo in cui Rogoredo con la droga non aveva niente a che fare.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla stazione escono pendolari indaffarati che camminano velocemente verso gli uffici del network televisivo Sky, pensionati al bar e qualche tossicodipendente, in cerca di spiccioli per raggiungere quota 5: gli euro sufficienti a comprare una sola dose di eroina.</p>
<p><strong>Alberto</strong> è un barista, il suo locale è in ristrutturazione e sottovoce racconta di averlo venduto a un gruppo di cinesi. Lavora da 23 anni e a Rogoredo ne ha viste di tutti i colori: «<mark class='mark mark-yellow'>Da circa un decennio in questa parte del quartiere non si vive una situazione serena. Dopo l’arrivo di Sky e la costruzione della metro, il boschetto della droga è diventato un luogo sempre meno controllato</mark> – continua Alberto – ma il problema è che i tossici non frequentano solo il boschetto».<span class='quote quote-left header-font'>« Entrano per chiedere l’elemosina: ne vedo anche cinque o sei al giorno. Circa un anno e mezzo fa li ho beccati a bucarsi nel mio bagno»</span> Sedute, accanto a un tavolino, si sentono sbuffare quattro pensionate che hanno perso al Superenalotto. «Vivo da 68 anni a Rogoredo e le cose stanno peggiorando sempre di più – sbotta la più anziana, con il volto segnato dalla stanchezza  ̶ .Trent’anni fa eravamo circondati dal verde, al posto di Sky c’era una bellissima trattoria e potevamo contare su una comunità forte. Da quando è arrivata la droga, sono arrivati i tossici e quindi i problemi. La sera, nei pressi della stazione, si rischia troppo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mariangela</strong>, invece, ha un negozio di ferramenta da circa 25 anni ed è preoccupata soprattutto per la clientela: «Viviamo una situazione di terribile disagio. I tossici che passano dal negozio non sono pericolosi ma spaventano i clienti che, se vedono qualcuno poco raccomandabile, vanno da un’altra parte. Nonostante la situazione sia leggermente migliorata dopo la pulizia del boschetto, il problema rimane e qualcuno dovrà pure risolverlo».</p>
<hr />
<p style="text-align: justify;">«Giornali e giornalisti parlano sempre solo del boschetto, perché fa notizia, fa sensazione. Ma qui a Rogoredo non c’è solo la droga. C’è tanto di più». A parlare è Momò, attrice della compagnia teatrale “4 Gatti” affiliata a <mark class='mark mark-yellow'>VerdeFestival, l’associazione culturale nata nel 2015 da un’idea di <strong>Alberto Tavazzi</strong> allo scopo di promuovere gli eventi culturali del territorio cittadino con particolare attenzione alle realtà locali della Zona 4.</mark></p>
<p style="text-align: justify;"><span class='quote quote-left header-font'>L&#8217;associazione VerdeFestival si impegna per comunicare l&#8217;immagine di una Rogoredo positiva che nessuno conosce, spiega l&#8217;ideatore Alberto Tavazzi</span>«A Rogoredo si organizzano iniziative bellissime», commenta l’ideatore del progetto. Tra le tante attività proposte dall’associazione c’è, infatti, <em>Cortili in-versi</em>, la manifestazione che, realizzata in collaborazione con la Cantina della poesia, diPoesia e il Festival Internazionale della Poesia di strada di San Donato Milanese, porta la cultura all’interno degli spazi domestici: cortili condominiali, giardini, supermercati, strade, mercati e bar diventano, così, luogo di aggregazione e ritrovo per gli amanti della letteratura poetica e non solo. «Ogni sera arrivano 200-300 persone per ascoltare poesie: un risultato notevole di cui, però, quasi nessuno è a conoscenza», aggiunge Alberto Tavazzi che conferma la difficoltà riscontrata dai membri di VerdeFestival nel comunicare l’idea di una Rogoredo positiva. <mark class='mark mark-yellow'>«Per noi le cronache del boschetto – continua – hanno una doppia negatività. Il problema esiste e bisogna parlarne, ma non si deve oscurare tutto il bello che accade nel quartiere».</mark></p>
<p style="text-align: justify;">Tra le altre manifestazioni organizzate da VerdeFestival e dalle 15 associazioni che ne fanno parte ci sono, poi, lo scambio di libri e la rassegna di teatro per ragazzi. <mark class='mark mark-yellow'>A partire dallo scorso 25 febbraio, infine, i membri dell’associazione hanno avviato il progetto dei “Giardini condivisi” per recuperare gli spazi delle ex docce pubbliche del quartiere.</mark> «Negli anni ’40 le docce servivano come bagni pubblici per chi non aveva i servizi in casa – spiega Tavazzi –. Ora con questa convenzione della durata di tre anni creeremo un nuovo spazio da destinare alla socialità e alla cittadinanza attiva».</p>
<hr />
<p style="text-align: justify;">“Per incontrare la speranza bisogna essere andati al di là della disperazione”, sosteneva lo scrittore francese Georges Bernanos. Un aforisma che è diventato un mantra nella vita di <strong>Fabio Allevi</strong>, ex tossicodipendente che ha deciso di dedicare la sua vita ad aiutare le persone che come lui hanno conosciuto l’incubo della dipendenza da sostanze stupefacenti. <mark class='mark mark-yellow'>La speranza per tutte le persone tossicodipendenti della periferia milanese che ha interessato la cronaca degli ultimi mesi, si chiama “Progetto Rogoredo”</mark> e ha il volto degli operatori, degli psicologi, degli educatori e dei volontari delle varie associazioni che ne hanno preso parte: Promozione Umana, Fondazione Eris, Fondazione Exodus, Il Gabbiano, Casa del Giovane.</p>
<p style="text-align: justify;">Nato quasi per caso durante l’evento del Bookcity a Milano nel mese di novembre, <strong>Progetto Rogoredo</strong> è diventato un programma di recupero con l’obiettivo di “agganciare” i giovani frequentatori del boschetto e di offrirgli la possibilità di iniziare un percorso di disintossicazione. “Se vuoi una mano, noi ci siamo. Questo è il fulcro del progetto che abbiamo creato”, spiega Flavio, ex tossicodipendente e volontario. Nel team di operatori, oltre a professionisti del settore, fanno parte anche persone come Flavio e Fabio, una peculiarità che offre a Progetto Rogoredo un <em>quid</em> in più. <span class='quote quote-left header-font'>“Avendo provato e avendo vissuto la stessa sofferenza, è più facile riuscire a relazionarsi con chi sta vivendo il medesimo travaglio interno”  Fabio</span>A fargli eco è il collega Flavio che spiega come il suo percorso personale oggi sia un modo attraverso il quale entrare in empatia con i giovani che stanno provando a liberarsi dalla tossicodipendenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Fabio e Flavio hanno un trascorso molto diverso alle spalle, eppure a tratti le loro vite sembrano essere molto simili. Hanno la consapevolezza di chi ha lottato a lungo per ottenere una seconda chance dalla vita, la disillusione di chi aveva trovato nella droga la panacea a tutti i mali e il desiderio di aiutare chi ha bisogno di aiuto. <span class='quote quote-left header-font'>Entrambi portano dentro di loro le cicatrici di un passato dal quale hanno avuto la forza di riscattarsi. A causa della droga Fabio ha anche provato a suicidarsi, un tentativo che gli è costato il braccio sinistro e l’articolazione della caviglia</span>Durante i suoi 25 anni di tossicodipendenza, erano stati fatti dei tentativi per tirarlo fuori dalla droga, ma per Fabio nessuno era consapevole del dramma che lui stava vivendo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Quando mi drogavo non è mai venuta una persona come me, che si è drogata anche lui a dirmi che potevo star bene, che potevo fare un percorso di cambiamento o che mi dicesse che poteva capire la mia condizione. Magari a dirmi queste cose veniva uno psicologo o mio fratello che non si è mai drogato e io gli rispondevo: sì ma tu le pere non te le sei mai fatte, non puoi capire!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Trovare una persona in grado di conoscere tutte le difficoltà di un percorso di recupero è sicuramente un sostegno in più e proprio questo è ciò che spinge Flavio ad aiutare i ragazzi delle comunità, ricordando loro che con tanta forza di volontà si può uscire da quell’incubo. Sebbene sia nato solo da pochi mesi, <mark class='mark mark-yellow'>Progetto Rogoredo ha fatto sì che venissero intercettati oltre 300 giovani e sempre più ragazzi iniziassero i percorsi di recupero nei centri d’accoglienza.</mark></p>
<p style="text-align: justify;">“Un’iniziativa – spiega Giancarlo Barbera, educatore di Promozione Umana – che non ha lasciato indifferenti le istituzioni pubbliche interessate a investire molto nel progetto di volontariato”. L’idea è anche quella di creare un programma di prevenzione rivolto ai giovani. “Scuole, università, oratori, gruppi boy scout, ci hanno invitati a parlare della nostra iniziativa e anche l’informazione, è una forma di prevenzione”, spiega Giancarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Conoscere cosa comporta questa dipendenza è sicuramente un modo per provare ad impedire che molti giovani si avvicinino alle droghe e quale se non entrare in contatto con chi sta provando a liberarsi dalla tossicodipendenza può essere il modo migliore? “Consiglierei ai ragazzi di fare un giro in queste comunità per vedere la fatica che fanno questi giovani per liberarsi da questo problema. Perché spesso è facile lasciarsi trascinare e credere all’amico o al compagno che ci dice: &#8220;non ti fa niente, smetti quando vuoi!&#8221; Ecco, forse, se ci si fa un giretto si riesce a capire che non è affatto vero che smetti quando vuoi”<em>.</em></p>
<hr />
<p style="text-align: justify;">«Rogoredo è un quartiere che ha tanti simboli. Il boschetto, quello più tristemente famoso, è il simbolo della fatica; la parrocchia quello dell&#8217;incontro e del desiderio di guardare in alto; il parchetto quello del divertimento dei ragazzi; il Parco Trapezio quello di una nuova urbanistica. Ma il simbolo che li riassume tutti, secondo me, è ancora questo senso di comunità che rimane nonostante le difficoltà».</p>
<p style="text-align: justify;">La parrocchia di Rogoredo è distante solo poche centinaia di metri dal parchetto e dalla sua stazione, entrambi al centro dell’attenzione per l’emergenza legata alla tossicodipendenza. <mark class='mark mark-yellow'>Quasi nessuno fa caso al campanile che si erge al di sopra dei tetti di Santa Giulia, la zona più nuova del quartiere.</mark> Eppure è qui che viene custodito un pezzo fondamentale della storia di questa periferia a sud di Milano, ed è sempre qui che si cerca di aiutare chi vuole uscire dalla trappola della droga con prevenzione e accompagnamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Da dieci anni <strong>don Marco Eusebio </strong>è parroco di Rogoredo. E’ lui che, aiutato da due diaconi e dalle suore dell’Immacolata, manda avanti l’oratorio, che da quasi un secolo insegna ai giovani a stare insieme e a costruire qualcosa di utile per il prossimo. <span class='quote quote-left header-font'> La chiesa di Rogoredo viene consacrata nel 1931, quando il quartiere ruota intorno alla colossale acciaieria Redaelli, che fabbricava binari per tutto il Nord Italia </span></p>
<p style="text-align: justify;">«Si tratta di una realtà che è rimasta uguale per 70 anni ed è cambiata tantissimo negli ultimi 15 – racconta don Marco -. <mark class='mark mark-yellow'> Gli iscritti alle attività sono 80 per anno, quindi circa 320. D&#8217;estate si raggiungono anche i 400, più altri 100 tra le superiori e l&#8217;università. L’oratorio riceve una grande varietà di utenza ed è diventata una realtà davvero vivace </mark>. Lasciamo la libertà di riconoscere l&#8217;esperienza cristiana, ma non in modo rigido: abbiamo accolto ragazzi e ragazze non cristiani, hanno partecipato all&#8217;oratorio estivo e alcuni si sono interessati particolarmente a quello che facciamo. Non numeri enormi, ma accenni incoraggianti»</p>
<p style="text-align: justify;">L’oratorio è la testimonianza di come sia cambiato il quartiere nel corso degli ultimi cento anni e di come la sua trasformazione sia stata accelerata da una ventina d’anni. Una storia che risale fino all’Ottocento, quando Rogoredo era una semplice frazione di Chiaravalle Milanese, immerso in una campagna che arrivava fino a Porta Romana.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1895 l’imprenditore Luigi Riva scelse Rogoredo per aprire un’acciaieria di 600mila metri quadri, poi passata alla famiglia Redaelli che le diede il nome con cui era conosciuta. <mark class='mark mark-yellow'>La Ferriera Redaelli attirò lavoratori dalla campagna e trasformò la zona in un vero e proprio quartiere periferico di Milano di natura operaia.</mark> Dell’enorme fabbrica oggi rimane solo la cosiddetta “palazzina ex chimici”, ormai in rovina, e la titolazione della piazza subito fuori dall’uscita della metro.</p>
<p style="text-align: justify;">L’enorme richiesta di costruire binari in acciaio, più resistente della ghisa e del legno, portò a Rogoredo migliaia di lavoratori. I cugini Chiappa, sindaci di Chiaravalle e Nosedo, vendettero alle Ferrovie i terreni dove oggi sorge la stazione, che diventò in breve tempo lo scalo merci di riferimento verso il Sud Italia a richiesta di una chiesa diventò pressante, dato che gli operai dovevano andare a messa a San Donato. E così il beato cardinale Andrea Carlo Ferrari pone la prima pietra dell’attuale chiesa, inaugurandola nel 1907. L’oratorio risale al 1923, ancora prima della consacrazione ufficiale della chiesa (1931). <span class='quote quote-left header-font'> «Il quartiere ha subito il beneficio della stazione &#8211; ammette don Marco &#8211; ma la sua posizione strategica fa anche confluire tante situazioni difficili» </span></p>
<p style="text-align: justify;">Ma è negli ultimi anni che Rogoredo subisce le trasformazioni più radicali. «Sono qui da dieci anni, dal 2009 – ricorda don Marco -, e ho visto crescere il problema del boschetto. Ma non solo: il quartiere ha avuto uno sviluppo positivo, un arricchimento che ha dato vivacità». Proprio qui è stato costruito il nuovo quartiere residenziale Santa Giulia, che ha definitivamente tolto al quartiere l’identità operaia, già compromessa dalla chiusura dell’acciaieria nel 1984. L’apertura dell’imponente sede di Sky, proprio di fronte alla stazione, ha portato a Rogoredo lavoratori del settore terziario e l’ha reso un luogo multiculturale. Esattamente come molti quartieri periferici delle grandi città.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cuore di ogni trasformazione, quindi, è sempre stata la stazione. «Il quartiere ha un po&#8217; subito il beneficio della stazione – spiega ancora don Marco &#8211; e nello stesso tempo il fatto che la sua posizione strategica la renda anche il raccogliticcio di tante situazioni difficili. <mark class='mark mark-yellow'> L’integrazione c’è stata e c’è tuttora. Vedo anzi che gli stranieri riescono anche a farci da esempio in alcune cose: noi europei siamo un po&#8217; &#8220;sedutelli&#8221;, loro invece lottano, nel senso buono del termine, per darsi una dignità e un futuro ai loro figli. Se questo comportamento contagiasse tutti, non sarebbe di certo un male </mark>»</p>
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		<title>3TTN &#8211; Top Tech News #10</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2018 15:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Francescato]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=35421</guid>
		<description><![CDATA[Ti leggo nel pensiero A Toronto i ricercatori sono riusciti a visualizzare le immagini pensate dal cervellograzie a un elettroencefalogramma Correttori di geni Una nuova versione del sistema di gene-editing CRISPR permette ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/04/dna.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="dna" /></p><p style="text-align: left;"><strong>Ti leggo nel pensiero</strong></p>
<p style="text-align: left;">A Toronto i ricercatori sono riusciti a visualizzare le immagini pensate dal cervellograzie a un <a href="https://futurism.com/eeg-machine-digital-images-brain-activity/">elettroencefalogramma</a></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Correttori di geni</strong></p>
<p style="text-align: left;">Una nuova versione del sistema di gene-editing <a href="https://futurism.com/cell-free-crispr-cpf1/">CRISPR</a> permette di modificare una moledola del Dna e promette progressi nella cura contro i tumori</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Un hard disk speciale</strong></p>
<p style="text-align: left;">A Zurigo hanno salvato un album dei Massive Attack nel <a href="https://futurism.com/scientists-stored-album-in-dna/">Dna</a>: è estremamente capiente e rispetto al silicio mantiene i dati intatti per migliaia di anni</p>
<p style="text-align: left;">
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		<title>Come parlare di fake news con aziende, inviati e Aranzulla</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Apr 2018 07:57:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Francescato]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche al Festival del Giornalismo di Perugia si è parlato (e tanto) di fake news. Il problema della verità o meno della mole di notizie che circolano in rete è ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1366" height="768" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/04/Aranzulla.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="aranzulla" /></p><p>Anche al Festival del Giornalismo di Perugia si è parlato (e tanto) di fake news. Il problema della verità o meno della mole di notizie che circolano in rete è necessariamente centrale, non solo per il mondo del giornalismo ma anche dal fronte della comunicazione aziendale e, in generale, di chiunque abbia a che fare per lavoro con lo sterminato mondo di Internet.</p>
<p>A fare gli onori di casa è stato <strong>Matteo Grandi</strong>, giornalista professionista, autore di una rivista bimestrale edita proprio a Perugia. Ha anche messo la firma su concerti, programmi tv e su Far Web, sul tema delle derive della rete, in cui il tema dell&#8217;attendibilità delle notizie è centrale. «<mark class='mark mark-yellow'>La più grande fake news</mark> &#8211; ha spiegato &#8211; <mark class='mark mark-yellow'>è quella che le fake news vengano soltanto dalla rete. Ci porta decisamente fuori strada l&#8217;idea di dividere i media tra &#8220;buoni e &#8220;cattivi&#8221;, come Internet».</mark></p>
<p>La disinformazione infatti viaggia spesso anche sui canali tradizionali (radio, televisione e carta stampata): a settembre fece il giro del mondo il nome di Frida Sofia, la bambina ritrovata miracolosamente viva sotto le macerie del terremoto di città del Messico. Si è poi scoperto che il fatto non era stato semplicemente alterato, ma non era mai accaduto. Così come erano fasulli anche sacchi a pelo, vibratori e orologi di lusso che erano stati ritrovati sotto il palco del Modena Park, dopo il concertone di Vasco Rossi. Mai esistiti, ma comparsi su giornali e televisioni. L&#8217;antidoto, insomma, è «rinforzare la propria corazza di spirito critico».</p>
<p>E&#8217; a questo punto che compare un volto noto, ma legato in modo insospettabile al tema delle fake news. E&#8217; Alessio Giannone, alias <strong>Pinuccio</strong>, inviato di Striscia la Notizia, autore teatrale e videomaker. Le segnalazioni che i cittadini inviano a Striscia, infatti, arrivano in larghissima parte dal web e vanno tutte verificate. Ma non si tratta solo di questo: l&#8217;Università di Napoli ha notato come Facebook sia il mezzo web che occupa più tempo agli italiani che navigano (un terzo ci sta più di 5 ore al giorno).</p>
<p>«Fino a un paio di anni fa &#8211; sostiene Pinuccio &#8211; l&#8217;affidabilità delle notizie che si leggevano su Fb era scarsa, pari a quella dei media tradizionali. <mark class='mark mark-yellow'>E&#8217; successo, però, che recentemente tv e giornali hanno ripreso notizie circolate in prima battuta sui social, facendone aumentare la credibilità».</mark> Con l&#8217;accento pugliese e la sua solita ironia, racconta di essere andato a guardare la bacheca Facebook durante la campagna elettorale ( «Ormai si è iscritta pure mia nonna&#8230;») e di essersi accorto che sono gli over 40-50 a condividere fake news, anche in buona fede.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«Sono gli over 40-50 a condividere fake news, anche in buona fede. Sono abituati a informarsi con giornali e tg e stanno abbandonando le nuove generazioni, senza spiegare loro come si crea una notizia»</span> «Il problema &#8211; continua &#8211; è che ci siamo affidati alla notizia compressa titolo+foto: molti non leggono, vedono la foto e condividono (&#8220;non so se è vero, ma condivido&#8221;). Se siamo il popolo che legge meno, leggiamo poco anche sul web. Le persone che conosco, poi, confondono web e mondo reale, credono che un vip, per esempio, mostri per davvero la sua vita 24 ore al giorno. Messa così può diventare reale ogni cosa. Gli over sono abituati a informarsi con giornali e tg e stanno abbandonando le nuove generazioni, non gli spiegano come si crea una notizia. Il meccanismo è questo: i loro figli vedono come si comportano e, dato che li conoscono, gli danno comunque affidabilità: se una persona che stimo, sulla sessantina, condivide una notizia, riconosco a lui una certa affidabilità e la condivido anche io».</p>
<p>L&#8217;ideologia non è mai il fine ma il mezzo, il movente è economico. Esistono società e aggregatori che lavorano solo per quello, sanno su quali pregiudizi una fake news può attecchire e il processo che genera condivisione. Le notizie portano click e quindi soldi di pubblicità.</p>
<p>A promuovere il panel è Coca Cola, a testimoniare che il tema riguarda non soltanto le testate giornalistiche e il mondo social, incide anche sulla reputazione delle aziende. <strong>Cristina Broch</strong>, direttore comunicazione di Coca Cola, ha raccontato un caso accaduto di recente. È circolata per qualche giorno l&#8217;uscita di una versione alcolica della celebre bevanda con le bollicine. In realtà si trattava di una sperimentazione da parte di un brand giapponese che non coinvolgeva per niente Coca Cola: il Financial Times ha riportato la notizia corretta, che poi è stata distorta e condivisa in rete. «Siamo stati oggetto anche di notizie disgustose &#8211; prosegue Broch &#8211; con topi o vermi nelle nostre lattine».</p>
<p>La credibilità è una delle risorse più prestigiose per chi vive online, non solo per fare informazione. Lo sa bene <strong>Salvatore Aranzulla</strong>, fondatore del sito Aranzulla.it, che ha fornisce tutorial e consigli utili per qualsiasi problema digitale. «Sono partito da una cameretta in Sicilia a dodici anni &#8211; racconta il blogger siciliano &#8211; ed essere diventato il punto di riferimento per tanta gente è il risultato di quindici anni di lavoro. Il primo trucco è metterci la faccia: tutti i miei articoli sono firmati da me, chi vuole può seguirmi sui social e vedere che sono una persona normale. Ho sempre voluto essere percepito come un amico, una persona di cui potersi fidare. <span class='quote quote-left header-font'>«Il primo trucco è metterci la faccia: tutti i miei articoli sono firmati da me, chi vuole può seguirmi sui social e vedere che sono una persona normale. Ho sempre voluto essere percepito come un amico, una persona di cui potersi fidare»</span> Questo ci ha costretto a verificare tutte le informazioni che pubblichiamo, se consigliamo di acquistare o provare qualcosa è perché crediamo davvero che sia l&#8217;offerta migliore». Aranzulla aggiunge che tutta la sua produzione è indipendente. Gli inserzionisti non possono influenzare i contenuti del sito: se il consumatore rimane fregato una volta, non torna più.  Non a caso, l&#8217;aula sorride quando ricorda che Aranzulla.it ha una mole di traffico superiore a quella dei siti pornografici. Sorride, e riflette.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cinque consigli per ogni giornalista, secondo Peter Laufer</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2018 16:37:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Francescato]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Un giornalismo più lento, che non rincorra la frenesia dell&#8217;informazione digitale. Con i suoi tempi, per verificare le fonti, pianificare un&#8217;intervista o raccontare una storia con cura. Sono sicuramente controcorrente ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1290" height="648" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/04/laufer.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="laufer" /></p><p>Un giornalismo più lento, che non rincorra la frenesia dell&#8217;informazione digitale. Con i suoi tempi, per verificare le fonti, pianificare un&#8217;intervista o raccontare una storia con cura. Sono sicuramente controcorrente le idee di <strong>Peter Laufer</strong>, professore di giornalismo all&#8217;Università dell&#8217;Oregon, che ieri è stato ospite della redazione di Magzine. Ecco i 5 consigli che ogni giornalista praticante dovrebbe appuntarsi.</p>
<p>1) <mark class='mark mark-yellow'>La curiosità non può essere insegnata, ma deve essere stimolata</strong></mark> -&gt; «Uno dei segreti per diventare ottimi reporter è il mix tra la voglia di conoscere e la capacità di osservazione: se proviamo a guardare dove gli altri non guardano possiamo, a livello più ampio, domandarci i meccanismi in base a cui gira il mondo. Il giornalista non è un semplice stenografo, ma deve essere capace di scrivere una storia che colpisca il lettore. Se non siamo capaci di intrattenere e far riflettere, abbiamo fallito»</p>
<p>2) <mark class='mark mark-yellow'>Le caratteristiche fondamentali del reporter sono 3: chiarezza, onestà e precisione</strong> </mark> &#8211;&gt; «Non bisogna preoccuparsi troppo di un tema spinoso come l&#8217;obiettività, se si rispettano questi parametri. Siate sempre qualcuno di cui la gente può fidarsi»</p>
<p>3) <mark class='mark mark-yellow'><strong>In un&#8217;intervista bisogna anche fare silenzio</strong></mark> &#8211;&gt; «Spesso si ha la tendenza a non lasciare respiro, ad attaccare con un&#8217;altra domanda appena la risposta è finita. Se invece lasciamo qualche secondo di respiro a chi ci sta di fronte, la risposta che darà dopo sarà sicuramente più accurata. Mai spegnere il registratore finché non si è fuori dal palazzo: può darsi che la notizia più importante venga fuori appena finito il momento &#8220;ufficiale&#8221;, quando l&#8217;intervistato si lascia andare»</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«La curiosità non può essere insegnata, ma deve essere stimolata: se proviamo a guardare dove gli altri non guardano possiamo anche domandarci i meccanismi in base a cui gira il mondo»</span></p>
<p>4) <mark class='mark mark-yellow'><strong>Un&#8217;intervista vera si ottiene solo con l&#8217;empatia</strong></mark> &#8211;&gt;  «Partite dagli spunti che avete in comune per fare conversazione, rompete il classico schema domanda-risposta. Ma occhio a non farvi mettere in soggezione: giornalista e ospite devono sempre essere sullo stesso livello. I personaggi importanti fanno sempre accomodare il cronista di turno su un divano in cui si sprofonda, in modo da guardarli dall&#8217;alto in basso; chiedete una sedia o, perché no, sedetevi sul bracciolo. E prendete sempre appunti: se il vostro registratore vi tradisce, è l&#8217;unico modo per portare a casa qualcosa»</p>
<p>5) <mark class='mark mark-yellow'><strong>Non è necessario affidarsi totalmente alla tecnologia</strong></mark> &#8211;&gt; «Computer e tablet possono essere un sostegno, ma l&#8217;attività del giornalista non dipende da essi. Per esempio, se cerchiamo una parola in inglese che ci manca, si può anche aprire un dizionario o chiederla a un collega. Le notizie &#8220;slow&#8221; non corrono dietro ai tweet dei personaggi pubblici, sono più meditate»</p>
<p>La Oregon State University ha pubblicato nel 2014 <i>Interviewing: The Oregon Method, </i>un manuale curato proprio da Laufer in cui 36 esperti  riassumono tutto quello che occorre sapere sull&#8217;arte dell&#8217;intervista. Tutto il ricavato sarà devoluto in borse di studio per chiunque voglia studiare giornalismo.</p>
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