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	<title>magzine &#187; Rebecca Pavesi</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>SI APRE LA STAGIONE DEI CONCERTI: COSA C&#8217;E&#8217; DIETRO L&#8217;AUMENTO DEL PREZZO DEI BIGLIETTI</title>
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		<pubDate>Mon, 26 May 2025 13:49:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rebecca Pavesi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Andare ai concerti sta diventando un bene di lusso. Dal 1981 al 2012 il prezzo medio dei biglietti è aumentato del 400%, una cifra impressionante che però pare non fermare ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1696" height="1108" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/05/concerto-foto.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="concerto foto" /></p><p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Andare ai concerti sta diventando un bene di lusso. Dal 1981 al 2012 il prezzo medio dei biglietti è aumentato del 400%, una cifra impressionante che però pare non fermare i fruitori dal godere degli spettacoli dal vivo.</mark> Resta memorabile l’espressione di sorpresa e sgomento di <strong>Kurt Cobain</strong> (il frontman dei Nirvana) quando, nel 1993, aveva appreso la notizia che i ticket per Madonna costavano 50 dollari. Secondo i dati <strong>Pollstar</strong>, infatti, nel 1996 il prezzo medio per i biglietti era di 25 dollari (52 se si considera l&#8217;inflazione odierna). Nel 2024 si parla di 135 dollari a persona per biglietto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli ultimi due anni sono stati scanditi, per esempio, da un tour che ha fatto record di incassi, cioè il </span><i><span style="font-weight: 400;">The Eras Tour</span></i><span style="font-weight: 400;"> della popstar americana <strong>Taylor Swift</strong>. Per questo evento, che ha incassato la cifra record di 2 miliardi di dollari, un ticket negli Stati Uniti costava circa 1088 dollari. Cifre che in Italia sono state molto più basse, ma non se commisurate al tenore di vita degli italiani: circa 100 euro per gli anelli medi di San Siro. Ma alcune rivendite hanno toccato i 3mila euro. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Secondo i dati della <strong>Fimi</strong>, la Federazione Industria Musicale Italiana, ​<mark class='mark mark-yellow'>il mercato musicale in Italia vale 4,3 miliardi di euro. </mark>Nel 2024, questo ha raggiunto la cifra di 4,3 miliardi di euro. I primi nove mesi in particolare hanno visto una crescita di quasi tutte le principali voci: dai concerti +33%, ai diritti d’autore +22,3%, alla discografia +18,8%. Le esibizioni live degli artisti hanno fatturato 967,4 milioni di euro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ne abbiamo parlato con</span><span style="font-weight: 400;"> </span><b>Claudio Trotta</b><span style="font-weight: 400;">, produttore artistico che lavora alla realizzazione di spettacoli dal vivo con quarant&#8217;anni nonché fondatore della </span><i><span style="font-weight: 400;">Barley Arts</span></i><span style="font-weight: 400;">, agenzia per l’organizzazione di concerti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&#8220;Ci sono delle concause, alcune più recenti e altre, invece, che hanno molti anni alle spalle. Circa 25 anni fa, alla fine del secolo scorso, Bob Sillerman e la sua società, un tempo SFX, ha cominciato ad acquistare delle attività delle aziende di promoter americani e da allora ha cambiato radicalmente il sistema principale su cui si basava il mondo del </span><i><span style="font-weight: 400;">live entertainment</span></i><span style="font-weight: 400;"> nel campo della musica pop e rock internazionale. È dagli Stati Uniti che è partito il consolidamento in poche mani di una forza organizzativa mai esistita prima. Col tempo, questo processo è arrivato anche in Europa e in altri punti cardine come il Giappone, l’Australia, il Sudafrica e la Nuova Zelanda. </span><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Poi, con la seconda amministrazione Obama, si è passati a una fusione con la più grande società di ticket in quel mondo: Ticketmaster, che ha messo in condizioni un controllo di tutta la filiera. Dall’altra parte,</span> <span style="font-weight: 400;">il periodo del Covid e quello post pandemico hanno portato a un aumento ulteriore dei costi, </mark>ma fondamentalmente è cominciata una spirale speculativa senza fine che nasce una decina di anni fa, quando si è cominciato a praticare il </span><i><span style="font-weight: 400;">secondary ticketing&#8221;</span></i><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><b>Cosa succede quando si ha il controllo di tutta una filiera?</b></p>
<p>&#8220;È molto più facile che ci siano degli abusi di posizione dominanti, che ci possa essere un&#8217;omologazione culturale (e sicuramente le omologazioni sono sempre verso il basso e mai verso l&#8217;alto), e che ci possa essere un innalzamento dei prezzi. Avere un consolidamento in poche mani non è mai una grande notizia per i fruitori, per il pubblico, ma neanche per le maestranze, per gli artisti e per i giovani nuovi promoter. Oltre a Live Nation, ci sono anche almeno altre due società che fanno un lavoro simile: una è AEG Presents, l&#8217;altra è Eventim&#8221;.</p>
<p><b>Di cosa di tratta?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&#8220;È una procedura inizialmente creata dalle multinazionali stesse. <mark class='mark mark-yellow'>Il caso storico è di Bruce Springsteen, che nel 2013 fece interrompere la vendita dei biglietti del suo tour perché chi cercava di comprare il biglietto su Ticketmaster veniva indirizzato a una società di </span><i><span style="font-weight: 400;">secondary ticketing </span></i><span style="font-weight: 400;">di proprietà di Ticketmaster.</mark> Il secondary ticketing è quindi stato uno strumento creato per due funzioni: aumentare la redditività e, soprattutto, per porsi in una condizione di forza finanziaria superiore a chi non lo praticasse. Ma è stato anche una modalità per creare l&#8217; “eventismo”, cioè il bisogno indotto, e la corsa a dover per forza esserci nei grossi concerti. <mark class='mark mark-yellow'></span><span style="font-weight: 400;">Si è poi aggiunto il </span><i><span style="font-weight: 400;">Dynamic Pricing</span></i><span style="font-weight: 400;">, che è ancora peggio perché viene attivato direttamente con il consenso degli artisti. </mark>Quest’ultimo crea un ricavo fra il prezzo che viene stabilito inizialmente e il prezzo attivato tramite un algoritmo. In base al numero di persone che sono online, il costo schizza a cifre superiori. Questo plusvalore va direttamente, nella maggior parte dei casi, nelle tasche dell&#8217;artista&#8221;.</span></p>
<p><b>Questo fenomeno si verifica perché si dice che “gli artisti non vendono più dischi”?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&#8220;Questa è una bugia colossale. Sicuramente, chi paga maggiormente le conseguenze della mancata esistenza di una vera azienda discografica, di una vera classe discografica, di un di un vero pubblico fidelizzato che compri sistematicamente i prodotti fisici, non sono i </span><i><span style="font-weight: 400;">blockbuster</span></i><span style="font-weight: 400;">, ma gli artisti medi e gli artisti piccoli, i quali non praticano prezzi non accessibili, (anzi, spesso e volentieri i prezzi sono estremamente accessibili). La gente non premia questi artisti come andrebbero premiati. Va anche ricordato che le entrate da </span><i><span style="font-weight: 400;">streaming</span></i><span style="font-weight: 400;"> per i blockbuster sono altissime. <mark class='mark mark-yellow'>Al contrario, gli artisti nuovi, medi e piccoli (non mi sto riferendo alla qualità artistica, ma portata di pubblico), oggettivamente dallo streaming ricavano quasi nulla&#8221;.</mark></span></p>
<p><b>Quanto possono incidere i costi di produzione, come le scenografie, le luci e gli effetti speciali sul prezzo dei biglietti?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&#8220;Una produzione, quanto più è complessa, quanto più è onerosa. La complessità della produzione coincide con la redditività della stessa e con delle dimensioni di </span><i><span style="font-weight: 400;">location</span></i><span style="font-weight: 400;"> che contengono un certo numero di persone, oltre che con un posizionamento storico. Con gli spazi grandi si ha anche la possibilità di una diversificazione dei prezzi dei biglietti. <mark class='mark mark-yellow'>I costi maggiori sono quasi sempre “giustificati” dalla dimensione dell&#8217;artista. L&#8217;altra problematica è quando ci sono delle produzioni che sono sovradimensionate quando un artista decide, tramite il suo rappresentante, di allestire delle produzioni onerose e complesse per mancanza di talento.</mark> Spesso e volentieri molte di queste mega produzioni </span><i><span style="font-weight: 400;">non</span></i><span style="font-weight: 400;"> prevedono musica dal vivo. Questa è la morte del concetto principale: uno spettacolo dal vivo deve essere tale, ci deve essere una interazione tra chi canta, suona, balla, danza e chi, nel pubblico, fruisce. Quando succede che alcuni di questi cantanti, gruppi, in alcuni casi anche artisti, sovradimensionate le loro produzioni, l&#8217;effetto finale è di far pagare dei biglietti troppo alti al pubblico in maniera non necessaria, se non per coprire dei costi che, ribadisco, si potevano evitare in parte&#8221;.</span></p>
<p><b>Quindi, secondo lei, a volte succede che il prezzo del biglietto non riflette la qualità dello spettacolo? </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&#8220;Certo che sì. Il pubblico viene scelto, non sceglie più, è un rovesciamento quasi totale. Ormai è diventato comune quello di accedere a dei prestiti in banca per comprare dei biglietti. Dall&#8217;altra parte, è difficile dare un valore di natura. Vero è che i prezzi dei biglietti dovrebbero in qualche maniera essere adeguati al tenore di vita delle persone che partecipano agli spettacoli. L&#8217;Italia è un paese dove il salario medio è molto basso. Queste possibilità sono nelle mani di pochi. Non si crea fidelizzazione, amore, partecipazione alla musica dal vivo. In questa maniera si fa solo </span><i><span style="font-weight: 400;">business</span></i><span style="font-weight: 400;"> per chi vende i biglietti e produce gli spettacoli. Il tutto diventa solo una moda passeggera per chi vi partecipa&#8221;.</span></p>
<p><b>C&#8217;è una differenza sostanziale, dunque, in Italia, rispetto a come funziona in USA.</b></p>
<p>&#8220;Gli Stati Uniti non possono dare riferimenti culturali, sociali, politici. Lì, i prezzi sono saliti a delle cifre irragionevoli. Il mio timore è che questo succederà anche nel resto del mondo. Dobbiamo essere consapevoli, pur amando musica, letteratura, cinema e serie americane, che il modello di sviluppo con cui partecipano agli spettacoli è da evitare&#8221;.</p>
<p><span style="font-weight: 400;"> </span>La spesa per i biglietti sembra dunque passare quasi in secondo piano, nonostante il secondary ticketing. <mark class='mark mark-yellow'>E il bisogno di andare a tutti i costi al concerto dal vivo prevale sul prezzo. Questo sentimento è definito <strong>FOMO</strong>: “Fear of Missing Out”, tradotto letteralmente, “la paura di essere tagliati fuori”, di non essere presenti e di rischiare di perdersi qualcosa che nell’ideale comune è imperdibile. </mark></p>
<p><strong><span style="font-weight: 400;">Su questo tema, abbiamo aperto un sondaggio su un campione di 61 persone di cui il 68,9% ha un’età compresa tra i 18 e i 25 anni, per lo più studenti universitari. Abbiamo riscontrato che negli ultimi due anni, e quindi post pandemia da Covid-19, il 39,3% degli intervistati ha assistito ad almeno un concerto. <mark class='mark mark-yellow'>Pur di andare a sentire dal vivo il/la loro artista preferito/a, queste persone sono disposte a pagare una cifra che si aggira intorno agli 80 euro. La cifra di attesa corrisponde a quella che spendono realmente.</mark> Il 67,2% dell’intero campione esaminato ritiene che i prezzi dei biglietti per i concerti siano troppo alti e che, nonostante la cifra, il costo non sempre rifletta la qualità dello show. Le motivazioni fornite sono state varie. Tra le più gettonate abbiamo riscontrato che molte persone seguono meno concerti di quanto vorrebbero, proprio per la cifra; altri pensano che, in proporzione agli stipendi, i </span><i><span style="font-weight: 400;">live</span></i><span style="font-weight: 400;"> propongono cifre inaccessibili; un’altra parte ancora, sulla stessa linea, accetta di pagare per questa forma d’arte. Rimane qualche </span><i><span style="font-weight: 400;">outsider,</span></i><span style="font-weight: 400;"> convinto che la cifra del biglietto giustifichi i costi che l’industria musicale deve necessariamente sostenere.</span></strong></p>
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		<title>TAILORED FOR YOU: TUTTI (O QUASI) VESTITI IN NERO AL MET GALA</title>
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		<pubDate>Tue, 06 May 2025 11:10:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rebecca Pavesi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La direttrice di Vogue America, anche questa volta, non ha sbagliato un colpo. [/mark]Per la serata di beneficenza più attesa dell’anno al Metropolitan Museum di New York, Anna Wintour si ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1202" height="724" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/05/Screenshot-2025-05-06-alle-11.09.53.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Foto di Parade. Da sinistra a destra: Colman Domingo, Anna Wintour e Lewis hamilton." /></p><p>La direttrice di <em>Vogue America</em>, anche questa volta, non ha sbagliato un colpo. [/mark]Per la serata di beneficenza più attesa dell’anno al <em>Metropolitan Museum</em> di New York, <strong>Anna Wintour</strong> si è tolta i suoi iconici occhiali scuri e ha sfoggiato un abito turchese e un cappotto lungo fino ai piedi. Il tutto arricchito con diversi accessori: dalla collana a girocollo alla spilla a forma di cuore. Una vera “regina delle nevi” così come viene definita Miranda Presley in “Il diavolo veste Prada.” Ma a questo giro “la diabolica” non è firmata Prada, bensì Louis Vuitton.</p>
<p>Ad accompagnare la donna più potente del mondo della moda c’era l’attore <strong>Colman Domingo</strong> che ha reso omaggio a uno dei più grandi giornalisti di moda afroamericani negli Stati Uniti: <strong>André Leon Talley</strong>. L’attore ha sfoggiato un regale mantello blu intenso firmato Valentino per ricordare, appunto, l’apparizione del giornalista al Met nel 2011, uno degli uomini più dandy del mondo.</p>
<p>Il tema della serata, il <strong><em>Black Dandy</em></strong>, è stato rappresentato perfettamente. Il dress code <strong><em>Tailored for You</em></strong> ha dato modo alle celebrità di rendere omaggio alla tradizione sartoriale pur seguendo il proprio stile personale. <mark class='mark mark-yellow'>Non ci sono stati abiti che hanno davvero stupito o lasciato senza parole. Il completo maschile è stato uno dei grandi protagonisti di questa edizione: rivisitato e reinterpretato dalle star di tutto il mondo per sfilare sul red carpet, o meglio, sul blu-navy carpet del Met. </mark>Fatta eccezione per la Wintour, infatti, il nero è stato il colore della serata.  Anche il bianco, però, non è mancato. Molti abiti ricordavano il Met del 2023, dedicato allo storico designer di Dior e Fendi, <strong>Karl Lagerfeld</strong>, scomparso nel 2019.</p>
<p>I codici del nero e del bianco sono valsi più o meno per tutti: da <strong>Nicole Kidman</strong>, a <strong>Miley Cyrus</strong> passando per <strong>Hailey Bieber</strong>. <strong>Zendaya</strong> era una delle celebrità più attese della serata. L’anno scorso era la madrina del Met. Quest’anno si è vestita con un completo totalmente maschile. Bianco dall’inizio alla fine e con un cappello largo e rigido che le faceva ombra su metà del volto. La supermodella <strong>Vittoria Ceretti</strong>, in rappresentanza dell’Italia, ha sfoggiato uno degli abiti più particolari, optando per un gessato blu-navy corto davanti e con uno strascico dietro, adornato con guanti lunghi e un capospalla che le faceva anche da copricapo.</p>
<p><strong>Lewis Hamilton</strong>, pilota di Formula 1, si è presentato alla serata con un completo bianco, cappello alla francese portato all’indietro, papillon e una spilla preziosa sulla giacca in smoking. Il riferimento ai Black Panthers è stato immediato nel suo outfit firmato Wales Bonner.</p>
<p><strong>A$ap Rocky</strong> era uno degli ospiti più attesi della serata, in completo nero e camicia bianca con cravatta impreziosita da gioielli sul colletto. Anche in questo caso, la spilla appuntata sul gilet non poteva mancare. Con sé Rocky portava un ombrello, accessorio perfetto per completare il look. Sembrava un dandy anni Trenta e ricordava i musicisti jazz dell’epoca. Se Anna Wintour aveva perso i suoi occhiali, il musicista ha riparato, sfoggiando fieramente il suo paio di RayBan.</p>
<p><strong>Pharrell Williams</strong>, direttore creativo della maison <em>Luis Vuitton</em>, si è cosparso di centomila perle, letteralmente. “Per me il dandismo è una questione di intenzionalità, uno sport che consiste nel vestirsi», ha detto Williams a proposito del suo abito elegante e decorato. Giacca bianca, pantalone nero e, anche per lui, occhiali da sole. Williams ha fatto del suo outfit l’accessorio perfetto. <mark class='mark mark-yellow'>Dall’altra parte c’è anche chi ha detto “no” ad Anna Wintour poche ore prima della serata: il campione di basket <strong>Le Bron James</strong> doveva essere l’ospite d’onore, ma all’ultimo non si è presentato. Un gesto inconsueto e che probabilmente gli costerà tutti i futuri inviti alla serata più glamour dell’anno.</mark></p>
<p>Non solo spille: anche i cappelli sono stati un accessorio importante al Met. L’attore <strong>Luois Padridge</strong> aveva un copricapo <em>alla Blues Brothers</em>, abbinato al fazzoletto da taschino; il cantante <strong>Bad Bunny</strong>, che l’anno prossimo farà una delle tappe del suo tour anche in Italia, era vestito di tutto punto con un copricapo in simil vimini marrone e dei guanti impreziositi con delle pietre-gioiello. C’è però anche chi ha indossato un casco da pilota e si è presentato arrivando al Met a bordo di un’auto da corsa. No, non si tratta del pilota della Ferrari, ma dell’attore <strong>Damson Idris</strong>, che affianca Brad Pitt nella pellicola in uscita “F1”. Sicuramente ha mantenuto il ruolo. Con un gesto alla <strong>Benson Boone</strong>, l’attore si è strappato la tuta da corsa bianca e ha sfoggiato un completo originale rosso fuoco, abbellito con un orologio da taschino nella giacca.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Tanti abiti erano composti da orologi vintage, bastoni, cravatte, addirittura richiami al pianoforte. C’è anche chi ha portato al posto della borsa una piccola macchina da cucire Balmain. È come se le sonorità jazz e blues avessero fatto il loro ingresso, e conseguente trionfo, al Met Gala. Se prima ne avevamo il sospetto, ora ne abbiamo la conferma: il vintage è ufficialmente tornato di moda.</mark></p>
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		<title>MET GALA 2025: LO STILE DANDY ARRIVA A NEW YORK</title>
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		<pubDate>Mon, 05 May 2025 05:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rebecca Pavesi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il primo lunedì di maggio significa solo una cosa per il mondo dello spettacolo: il Met Gala è arrivato. Si aprano le porte del Metropolitan Museum di New York per ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1142" height="544" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/05/dandy.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Foto di Vanity Fair. Nella foto il musicista Asap Rocky al Met Gala del 2023." /></p><p>Il primo lunedì di maggio significa solo una cosa per il mondo dello spettacolo: il <strong>Met Gala</strong> è arrivato. Si aprano le porte del <strong>Metropolitan Museum di New York</strong> per accogliere ospiti internazionali accuratamente scelti dalla direttrice di Vogue America <strong>Anna Wintour</strong>. La serata di beneficenza servirà per raccogliere i fondi destinati proprio alla sezione del <em>Costume Institute</em> del museo ospitante, una delle pietre miliari della City.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Quest’anno, la mostra, la prima dedicata al menswear e suddivisa in dodici sezioni, è intitolata <strong><em>Superfine: Tailoring Black Style</em> </strong>ed è ispirata al libro di <strong>Monica L. Miller</strong>, <strong><em>Slaves to Fashion: Black Dandyism and the Styling of Black Diasporic Identity </em></strong>del 2009.</mark> L’ultima volta che la mostra del <em>Costume Institute</em> si era concentrata esclusivamente sull’abbigliamento maschile era il 2003 con <em>Men in Skirts. </em>Quella del 2025 è anche la prima esposizione che coinvolge un curatore ospite da quando Andrew Bolton è il responsabile. Monica Miller, oltre ad essere l’autrice del libro e curatrice ospite al Met, è anche professoressa e titolare della cattedra di Studi Africani al B<em>arnard College</em> della <em>Columbia University.</em> Nella sua opera Miller descrive il dandismo nero come un costrutto estetico e politico. Storicamente i dandy africani sono nati nella Repubblica del Congo e venivano identificati come persone eccentriche che facevano dello stile personale uno strumento di opposizione al colonialismo belga. In Europa, invece, i black dandy sono comparsi nel tardo Ottocento e il loro credo estetico era caratterizzato dal rifiuto della mediocrità borghese. Il dandy è l’intellettuale che sceglie il tempo, sfuggendo ad ogni definizione con il suo portamento unico.</p>
<p>Quale migliore occasione se non il <strong>Met Gala</strong>, dunque, per puntare i riflettori sui codici di abbigliamento? La stessa Miller, infatti, ha definito <mark class='mark mark-yellow'>il dandismo come “l’arte di vestirsi bene e con saggezza”, </mark>oltre che “uno strumento per ripensare l&#8217;identità e per re-immaginare se stessi in un contesto diverso. Per superare un limite, certo, in particolare durante il periodo della schiavitù, e per estendere la concezione di chi e che cosa importa se sei un essere umano”.</p>
<p>Il dress code,<em> <strong>Tailored for You</strong></em>, (tradotto: su misura per te), come di consueta tradizione, viene scelto dalla stessa Wintour e quest’anno più che mai vedremmo gli storici codici di abbigliamento che abbiamo visto anche nelle passerelle delle collezioni autunno/inverno e primavera/estate 2025/26. <mark class='mark mark-yellow'>Tornano il completo, la giacca gessata, la cravatta. Si promette un’eleganza formale, attenta ai dettagli. Lo stile tipicamente maschile diventa anche femminile. Tra rigore e sensualità lo stile dandy detta le regole. </mark>&#8220;Dandy&#8221; è la parola d’ordine per poter salire le scale del Met e partecipare alla serata per un’estetica da sempre inseguita anche dagli autori della letteratura, per primo <strong>Oscar Wilde</strong>. Dovremo quindi aspettarci un impegno e un’espressività su abiti e accessori che esplorino l’inconfondibile impegno dei dandy neri dal Settecento in avanti, per uno stile che ha subìto profonde trasformazioni nel tempo fino a diventare simbolo di emancipazione, mobilità sociale e autodeterminazione.</p>
<p>I modi per interpretare il dress code potranno essere molto vari: ad esempio, ci si potrebbe aspettare di intendere il <em>Tailored for You </em>come un outfit che rifletta lo stile della persona che lo indossa oppure come una rivisitazione del classico completo maschile. <mark class='mark mark-yellow'>Sicuramente potremmo ipotizzare di vedere spille, fazzoletti da taschino, cappelli e tantissime cravatte<em>. </em>L’obiettivo è mettere in risalto la cultura nera attraverso le influenze della moda nel corso dei secoli. </mark></p>
<p>Ma attenzione a scattare tutte le foto prima che le porte del Met si chiudano: da quel momento in poi, ogni dispositivo tecnologico sarà severamente proibito. Solo chi partecipa al Met Gala sa cosa succede tra i tavoli della cena più glamour dell’anno. Ad affiancare la padrona di casa, Anna Wintour, ci saranno l’attore <strong>Colman Domingo, </strong>il pilota di Formula Uno <strong>Lewis Hamilton, </strong>il musicista <strong>A$AP Rocky </strong>e il direttore creativo delle collezioni maschili di Louis Vuitton<strong> Pharrell Williams</strong>. Ospite di eccezione sarà il campione di basket <strong>LeBron James</strong>. Oltre a loro sono attese fino a 450 celebrità di spicco dal mondo della moda, dell’arte, del cinema, della musica, dello sport e della politica.</p>
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		<title>La libertà di stampa è in una situazione difficile secondo Reporters Sans Frontières</title>
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		<pubDate>Sat, 03 May 2025 18:46:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rebecca Pavesi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Una stampa libera può essere buona o cattiva ma senza libertà, la stampa non potrà mai essere altro che cattiva”. Così scriveva il saggista e filosofo francese Albert Camus agli ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1674" height="1218" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/05/Screenshot-2025-05-03-alle-11.24.57.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: Reporter senza Frontiere.

Mappa sulla situazione della libertà di stampa. 
In rosso: molto difficile;
In arancione: difficile;
In arancione chiaro: problematica;
In giallo: soddisfacente;
In verde: buona" /></p><p>“Una stampa libera può essere buona o cattiva ma senza libertà, la stampa non potrà mai essere altro che cattiva”. Così scriveva il saggista e filosofo francese <strong>Albert Camus</strong> agli inizi del secolo scorso. Si parla della <mark class='mark mark-yellow'>libertà di esprimere opinioni e informazioni attraverso i media, di una libertà fondamentale affinché possa esistere un sistema democratico di notizie veritiere. </mark>Per Camus era imprescindibile la libertà di stampa come condizione necessaria. In altre parole, nonostante le pubblicazioni possano essere potenzialmente inefficaci o addirittura dannose, è proprio la libertà a rendere la stampa buona. Serve dunque responsabilità. La privazione di questa “emancipazione” porta inevitabilmente a un controllo, a un&#8217;omogeneizzazione dei contenuti e a un conseguente rischio di diffusione di informazioni false o manipolate.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Come ogni <strong>3 maggio</strong>, anche quest’anno si celebra la giornata mondiale della libertà di stampa, proclamata per la prima volta nel 1993 dall’<strong>Assemblea Generale delle Nazioni Unite</strong> sotto la raccomandazione della <strong>Conferenza Generale dell’Unesco</strong>.</mark> Una data storica scelta proprio per ricordare il seminario dell’organizzazione Onu per promuovere l’indipendenza e il pluralismo della stampa africana in Namibia nel 1991. In questa occasione si era redatta la <strong>Dichiarazione di Windhoek</strong> per mettere nero su bianco la promozione della libertà di stampa, del pluralismo e dell’indipendenza dei media nei Paesi africani. Questa carta si ispira fortemente all’<strong>articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo</strong>, il quale stabilisce che “ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione, tale diritto include la libertà di opinione senza interferenze e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza frontiere”.</p>
<p>Quest’anno la giornata internazionale della libertà di stampa si celebrerà a <strong>Bruxelles</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Il grande tema di questa edizione è l’uso dell’intelligenza artificiale nel giornalismo per riflettere sulle immagini e i contenuti generati dall’AI e della loro diffusione. Si parla anche di sfide etiche, disinformazione e responsabilità </mark> dove i giornalisti sono i protagonisti di questa giornata così importante. Non a caso, si ricordano coloro che sono morti nell&#8217;esercizio della loro professione e si ragiona su tutti i casi di repressione e soppressione dei media.</p>
<p>Ogni anno, <strong>Reporters Sans </strong><b>Fronti<b>è</b>res</b> stila una classifica globale dei Paesi in cui l’attività giornalistica è sottoposta a limitazioni o impedimenti. L&#8217;indice della libertà di stampa viene calcolato sulla base di fattori economici, attacchi fisici, censure, autonomia dei media e testimonianze. <mark class='mark mark-yellow'>Nel 2025 l’<strong>Italia</strong> scivola in basso di ben tre posizioni rispetto all’anno scorso. Il piazzamento del nostro Paese al 49esimo posto è il risultato più grave in Europa occidentale. Le motivazioni sono le seguenti: l’Indice denuncia che in Italia la libertà dei media “continua a essere minacciata dalle organizzazioni mafiose, in particolare nel Sud del Paese, nonché da diversi piccoli gruppi estremisti violenti”.</mark></p>
<p>A libello globale, secondo l’organizzazione non governativa RSF “sebbene gli attacchi fisici contro i giornalisti siano le violazioni più visibili della libertà di stampa, anche la pressione economica rappresenta un problema grave e più insidioso” per l&#8217;indipendenza di media e giornalisti. <mark class='mark mark-yellow'>Per la prima volta nella storia recente, la libertà di stampa nel mondo, infatti, viene complessivamente vista in una “situazione difficile”.</mark> Tra i fattori di maggiore difficoltà non c&#8217;è solo la situazione finanziaria in cui versano i media, ma anche la chiusura delle testate giornalistiche in quasi un terzo dei Paesi del mondo, dovuta anche alle guerre come quella in corso in <strong>Palestina</strong> (situata al 163esimo posto della classifica).</p>
<p>Gli <strong>Stati Uniti</strong>, piazzati al 57esimo posto, si fanno porta-bandiera della depressione economica e il giornalismo locale è quello che più ne paga le conseguenze a cominciare da Stati come l’Arizona, la Florida, il Nevada e la Pennsylvania. <mark class='mark mark-yellow'>Il secondo mandato di <strong>Donald Trump</strong> alla Casa Bianca ha intensificato questa tendenza per cui “è difficile guadagnarsi da vivere come giornalista”.</mark></p>
<p>Altri fattori che concorrono a limitare la libertà di stampa e di diffusione sono i giganti del tech e le piattaforme come Google, Apple e Microsoft che, crescendo, aumentano il loro predominio nella diffusione di informazioni. Queste aziende assorbono anche un grande numero di inserzioni pubblicitarie che normalmente andrebbero al giornalismo. <mark class='mark mark-yellow'>Nell’Indice si spiega anche come la concentrazione della proprietà dei media controllata da uno Stato è una seria minaccia per la pluralità dei mezzi di comunicazione. </mark>Alcuni esempi sono la <strong>Russia</strong> (171esimo posto), l’<strong>Ungheria</strong> (68esimo), la <strong>Georgia</strong> (114esimo), la <strong>Tunisia</strong> (129esimo), il <strong>Perù</strong> (130esimo) e <strong>Hong Kong</strong> (140esimo). L&#8217;indagine <strong>Reporters Sans </strong><b>Fronti<b>è</b>res</b>  mostra che l&#8217;interferenza editoriale sta aggravando la limitazione della libertà di stampa. Secondo il rapporto sono 160 su 180 i Paesi che “con fatica” o “per niente” raggiungono la stabilità finanziaria.</p>
<p>“Quando i media sono in difficoltà finanziarie, vengono trascinati in una corsa per attrarre pubblico a scapito di un&#8217;informazione di qualità, e possono cadere preda degli oligarchi e delle autorità pubbliche che cercano di sfruttarli. Quando i giornalisti sono impoveriti, non hanno più i mezzi per resistere ai nemici della stampa ovvero coloro che promuovono la disinformazione e la propaganda”, segnala <strong>Anne Bocandé</strong>, direttrice editoriale di <strong>Reporters Sans </strong><b>Frontierès</b>.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Dall’altra parte esistono ancora Paesi liberi. La <strong>Norvegia</strong> è l’apripista della classifica di Rsf: è al primo posto come leader globale per un giornalismo libero e autonomo.</mark> Seguono a ruota <strong>l’Estonia</strong> e i <strong>Paesi</strong> <strong>Bassi</strong> che hanno buttato fuori dal podio, rispettivamente, la Danimarca e la Svezia.</p>
<p>All’estremo opposto, dunque in fondo alla classifica, si trovano la <strong>Cina</strong>, la <strong>Corea del Nord</strong> e <strong>l’Eritrea</strong>. Secondo <strong>Reporters Sans </strong><b>Fronti<b>è</b>res</b>, la Cina è “la più grande prigione per giornalisti al mondo e il suo regime conduce una campagna di repressione contro il giornalismo e il diritto all&#8217;informazione globale”.  La Corea del Nord è “uno dei regimi più autoritari” dove l&#8217;informazione è severamente controllata. <mark class='mark mark-yellow'>L’Eritrea è di nuovo il Paese più censurato a causa della “assoluta arbitrarietà del presidente Issayas Afeworki, colpevole di crimini contro l&#8217;umanità, secondo un rapporto delle Nazioni Unite del giugno 2016”.</mark></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;SEMI&#8221; A TEATRO: UN DRAMMA DI EQUILIBRI, FORZE E FRAGILITÀ</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Apr 2025 05:43:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rebecca Pavesi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due coppie sposate, amiche da una vita: il tutto sullo sfondo della Bologna degli anni Novanta. Un dramma familiare, una storia vera che affronta l’evoluzione delle dinamiche di coppia, gli ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1043" height="591" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/teatro-foto.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="teatro foto" /></p><p>Due coppie sposate, amiche da una vita: il tutto sullo sfondo della Bologna degli anni Novanta. Un dramma familiare, una storia vera che affronta l’evoluzione delle dinamiche di coppia, gli alti e i bassi, l’accettazione del proprio corpo, soprattutto dopo l’arrivo dei figli. <mark class='mark mark-yellow'>I cambiamenti che continuano a scombussolare gli equilibri. Tutto questo e&#8217; racchiuso in uno spettacolo teatrale di un’ora e quindici circa in scena al Teatro Pacta di Milano il 22, il 23 e il 24 aprile. </mark>Gli attori sul palco sono solo quattro: due famosi magistrati, Letizio e Carlo, rispettivamente interpretati da Stefano Tirantello e Davide Gaudiosi, e due insegnanti di scuola, Silvia e Simonetta, impersonate da Bianca Tortato e Virginia Vanocchi. <mark class='mark mark-yellow'>“Semi” è il titolo di questa storia. Come i semi che, in natura, vengono piantati e poi germogliano. Semi che non sempre vengono colti. Semi che contengono il preludio di uno stato d’animo che potrebbe esplodere.</mark></p>
<p>«Cosa possa arrivare al pubblico da tutto questo me lo chiedo io stesso», ironizza Michele Magliaro, regista dello spettacolo, nonché figlio di Letizio e Silvia, una delle coppie protagoniste della storia. Ma tornando immediatamente serio aggiunge che «quello che vuole trasmettere è un senso di comprensione e consapevolezza». In questa storia, infatti, le vicende drammatiche, negative se non tragiche, che coinvolgono i protagonisti, non vengono idealizzate, anzi. Tutto viene riportato nella quotidianità e normalizzato. <mark class='mark mark-yellow'>Non è solo la storia di Letizio e Silvia o di Carlo e Simonetta, ma potrebbe essere la storia di chiunque seduto nella saletta buia tra il pubblico. «L’importante è capire come reagire», ribadisce il regista. </mark>Una delle aspettative migliori del suo lavoro, come lo stesso Michele sottolinea, è lavorare a stretto contatto con i suoi amici. D’altra parte, è difficile tracciare il confine tra lavoro e svago perché di fatto non si stacca mai.</p>
<p>Conciliare i diversi ruoli non è per niente facile. Bisogna districarsi tra l’amicizia, i personaggi e gli incarichi all’interno della compagnia teatrale. Letteralmente si è passati dall&#8217;essere colleghi all&#8217;essere amici: dal lavoro per questo spettacolo è nata infatti <mark class='mark mark-yellow'>l’“Associazione Culturale Teatro Nume”, i cui membri fondatori sono appunto Michele Magliaro, Bianca Tortato, Stefano Tirantello e Virginia Vanocchi. «Ci siamo scelti», </mark>ammette sorridendo Bianca Tortato, attrice, drammaturga e in parte regista dello spettacolo &#8220;Semi&#8221;. D’accordo con quanto ha detto Michele è gratificante poter parlare schiettamente con i propri colleghi/amici: è anche un esercizio continuo e, a volte, i delicati confini che separano lavoro e amicizia vengono assorbiti dai personaggi. «Per la mia interprete è stato complicato mettere tutto insieme: di fatto è il personaggio che si porta a casa un carico importante di emozioni», rivela l’autrice che  interpreta Silvia, una donna «confusa, passionale e a suo modo determinata». Senza troppi dubbi, &#8220;Semi&#8221; è il cavallo di battaglia della compagnia. «Con il testo ho avuto grande libertà nella scrittura, ma si parla di equilibrio che permane in tutte le sfumature delle dinamiche che affrontiamo sul palcoscenico». <mark class='mark mark-yellow'>Creare uno spettacolo così complesso e impegnativo dal punto di vista tecnico fa inevitabilmente mettere in discussione (quasi) tutte le scelte del testo.</mark> «Tra una replica e l’altra abbiamo cambiato, aggiunto, modificato delle scene intere, ma l’importante è darsi sempre la libertà di mettere in discussione il risultato», confessa Bianca.</p>
<p>«Tutti facciamo tutto», rimarca Matteo Burlando, membro della compagnia, nonché operatore di promozione e amministrazione per il teatro. E continua: «C’è tanto da fare e a volte ci capita di finire a tarda notte. Non abbiamo orari, ma almeno possiamo organizzarci come vogliamo». <mark class='mark mark-yellow'>Il dietro le quinte è il lavoro più grande: bisogna scrivere un testo, trovare gli attori, fare ricerche, fare le prove, trovare le musiche, i costumi, la scenografia, le luci e così via. Un’arma a doppio taglio e&#8217; l&#8217;essere un’associazione, al momento, molto piccola.</mark> «Io mi occupo della pubblicità per il teatro e della macchina amministrativa», racconta Matteo; infatti, &#8220;Semi&#8221; non è l’unico spettacolo nel palinsesto della compagnia. «Siamo tutti ragazzi e ragazze giovani che cercano il loro posto nel mondo e hanno la fame di sperimentare: crediamo molto in questo progetto».</p>
<p>«Stiamo crescendo insieme», incalza Virginia Vanocchi, attrice e interprete di Simonetta, un personaggio severo, possessivo e cinico. Il sentimento comune tra membri della compagnia è avere la forza di migliorare sia come esseri umani che come professionisti. <mark class='mark mark-yellow'>«I personaggi sono infiniti, così come le persone», spiega Virginia. L’importanza emotiva del quotidiano è il tema dominante lungo tutto lo spettacolo. </mark>La crisi può essere resa protagonista della trama e allungarsi su tutta la sua durata  se non la si contiene nella semplice scena di un litigio. L’obbiettivo di &#8220;Semi, dunque, è indagare le dinamiche nascoste nei rapporti e andare sotto la superficie. «È complesso riuscire a essere delicati nel raccontare la vita di tutti i giorni senza rischiare di essere banali», prosegue Virginia.</p>
<p>«Quando reciti rompi una gabbia», aggiunge Davide Gaudiosi, interprete di Carlo. D’altra parte, per l&#8217;attore e il teatrante vale sempre il criterio«del<mark class='mark mark-yellow'>la certezza dell’incertezza», spiega, sottolineando l’intermittenza e la temporaneità del mestiere. Li sostiene l’adrenalina e la convinzione che, come nel cinema, i loro personaggi possano vivere in eterno. </mark>Con &#8220;Semi&#8221;e, in particolar modo, con il suo personaggio, Davide Gaudiosi vorrebbe rappresentare il dramma psicologico che lo caratterizza, le sue contraddizioni e le sue fragilità. Carlo è, infatti, un personaggio composto, silenzioso e un po&#8217; egoista. «Nel teatro è possibile mettersi a nudo e rispecchiarsi nella vita reale», rivela l’attore, spiegando che il tempo vissuto in scena per lui è elettrizzante ed equivale a una vera e propria catarsi.</p>
<p>«Prima di salire sul palco mi chiedo sempre che cosa ci faccio qui. Poi appena vi metto piede mi rispondo da solo e capisco che non posso fare a meno di stare in scena, di fare l’attore e di interpretare mille e più vite», spiega con un sorriso Stefano Tirantello, attore e interprete di Letizio, un personaggio che vive diverse incomprensioni nel rapporto con sua moglie e con i suoi amici e che, per paura di soffrire, preferisce non affrontare le situazioni. <mark class='mark mark-yellow'>«Penso che ognuno di noi riconosca i propri limiti, ma allo stesso tempo riconosca che negli altri possiamo avere un aiuto», aggiunge l’interprete. </mark>Lo stesso che spinge la compagnia a portare la propria arte al pubblico in sala per confrontarsi, riconoscersi, farsi ascoltare. «Il teatro è il luogo dove accadono le cose. Devi essere solo bravo a star lì, attendere, ascoltare e vedere cosa succede e cosa ti succede», ribadisce Stefano, prendendo in prestito le parole di Paolo Ruffino.</p>
<p>&#8220;Semi&#8221; è la conclusione di un percorso che è nato con la stesura della drammaturgia ed è culminato con la fondazione del teatro &#8220;Nume&#8221;. Adesso si chiude portando in scena sul palco milanese il seme che era stato piantato in parola.</p>
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		<title>ARTE MULTISENSORIALE: ATTRAVERSO LO SGUARDO DI LUNAR, L’ARTISTA “DEI CUORI”</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Mar 2025 14:42:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rebecca Pavesi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="740" height="930" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/foto-2-lunar-.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="foto 2 lunar" /></p><p>«Cerco di unire la mia arte visiva alla mia musica. Ho iniziato a fare le installazioni per strada per poter raggiungere il mio pubblico dal vivo e non solo attraverso uno schermo». <strong>Mattia Varsalona</strong>, in arte <strong><em>Lunar</em></strong>, è un giovane &#8211; classe 1994 &#8211; nato a Ivrea in provincia di Torino. Cosi&#8217; descrive la sua arte multisensoriale che coinvolge il pubblico con almeno tre dei cinque sensi: vista, udito, tatto. Lunar non ha uno schema fisso: <mark class='mark mark-yellow'>si lascia trasportare dalle giornate, dalle emozioni e dalle sue sensazioni e dunque l’ispirazione nasce da diversi <em>imput</em>. È abbastanza facile che, camminando in città come Genova, Torino e Milano, si inciampi in un suo <em>Cuore</em>. </mark>Si tratta di un’opera, spesso affissa su un lampione, grazie a del nastro adesivo biodegradabile. E&#8217; un cartone a forma di un cuore, non anatomico, colorato di rosso con l’acrilico grazie a un rullo. La frase, di volta in volta sempre diversa a discrezione dell’artista, è dipinta a mano ed è di colore bianco. Le parole possono provenire da versi di canzoni intramontabili o magari da inediti composti dallo stesso Mattia che, sin da piccolo, ha iniziato a cimentarsi nella musica. <mark class='mark mark-yellow'>Molte persone hanno definito l’arte di Lunar <em>street-heart</em>, proprio in riferimento ai suoi iconici cuori rossi.</mark></p>
<p>«Amo il cantautorato: mi ispiro molto ad artisti del passato ma non solo: <strong>Battisti</strong>, <strong>Vasco</strong> e <strong>Tenco</strong> sono solo alcuni esempi», confessa Lunar. I cuori di cartone, infatti, racchiudono un po&#8217; il percorso del giovane artista: sin dalle elementari inizia a disegnare, principalmente i <em>Pokemon,</em> e suona la pianola. Dopo un periodo di vuoto in adolescenza, la vena artistica torna a bussare alla porta di Mattia quando ha diciotto anni. Da lì non l’ha più abbandonato. «Apro un profilo Instagram con il mio nome d’arte e decido di pubblicare le vignette che realizzavo. Vengo dal mondo del fumetto: ho sempre letto tanto <strong>Zero Calcare</strong>» rivela Mattia. E aggiunge: «Solo dopo un anno e mezzo la mia arte è diventata lavoro, ed e&#8217; cosi dal 2019».</p>
<p>Molte persone si rivedono in questo tipo di arte: non si soffermano a scattare una foto. Riflettono, pensano, magari c’è chi dedica quel cuore a qualcuno. <mark class='mark mark-yellow'>«Mi piace definire la mia arte come multisensoriale perché le persone possono interagire con le mie opere, possono toccarle, fotografarle o entrarci ancora più a contatto», spiega Lunar.</mark> In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne del 25 novembre scorso, Mattia ha portato un’installazione davanti allo stadio di San Siro di Milano in collaborazione con la serie A. «Ho scritto una canzone <em>ad hoc</em> che si chiama “<em>L&#8217;amore non ha lividi</em>”. Poi ho creato un muro lungo tre metri e alto due dal quale le persone potevano tirare via un mattoncino, girarlo e scoprirne il messaggio. Su ogni mattoncino ho scritto una frase contro la violenza di genere». Attraverso un codice QR era possibile ascoltare la canzone relativa e, nel frattempo, lo spettatore era invitato a rapportarsi in prima persona con l’opera. La gente ha collaborato e, alla fine, tolti tutti i mattoncini, è stato svelato il messaggio finale dell’installazione: “<em>Un rosso alla violenza</em>”. «Ho usato di proposito questo termine calcistico proprio per segnalarne “l’espulsione», puntualizza l’artista.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Le emozioni guidano molto Mattia, persino nella scelta dei posti in cui posiziona le sue opere. «Mi piacciono moltissimo i borghi», confessa</mark> E prosegue: «Penso spesso alle descrizioni che ne hanno fatto i grandi cantautori liguri: se hanno parlato con così gramde trasporto di un luogo di Genova, un motivo ci sarà». Lo stesso diliscorso vale per Torino e Milano. La prima è la città natale dell’artista e la seconda è stata in grado di svelarsi più romantica di quanto l’immaginario comune potesse pensare. È probabile, però, che le prossime installazioni di Lunar verranno realizzate per le strade di Verona, Parma, Roma o Napoli. «Nel futuro sogno di poter viaggiare per tutta l&#8217;Italia facendo le mie installazioni. Vorrei portare anche i miei concerti in giro e spero proprio di fondere le due cose», rivela l’artista che si ispira alla luna e alla notte.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Più che opere di denuncia, queste sono opere di riflessione. «Permetto di sollevare lo sguardo in alto, perché solo così possiamo vedere che c&#8217;è tanta positività intorno a noi». </mark>Mattia critica la predilezione delle persone a camminare per strada guardando per terra o scrollando proprio cellulare: se l&#8217;arte costringe ad alzare la testa, ben venga.</p>
<p>Ma l’arte per le città non viene sempre capita. Se da una parte c’è una grande <em>fanbase</em> a sostenere questo genere di espressività, dall’altra parte c’è chi addirittura grida al “vandalismo”. «Non bisogna tarpare le ali all’arte. Come in tutte le cose c’è sempre qualcosa che può piacere e qualcosa no. Cosa dovremmo dire a Banksy? Lui è geniale. <mark class='mark mark-yellow'>Più che preoccuparci dei cuori che metto con delle belle frasi che fanno sorridere le persone, io mi preoccuperei delle scritte nei parchi gioco, sui tavoli, sulle panchine. Ci sono così tante parolacce», riflette l’artista.</mark></p>
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		<title>MAI COME OGGI IN EUROPA SI PARLA DI DIFESA</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2025 07:17:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rebecca Pavesi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Si parla molto, ultimamente, di “difesa comune”. Persino nei trattati che hanno istituito l’Unione Europa questo termine compare per definire un obiettivo di lungo termine dei Paesi membri. Cosa si ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="878" height="600" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/ue.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="ue" /></p><p>Si parla molto, ultimamente, di “difesa comune”. Persino nei trattati che hanno istituito l’Unione Europa questo termine compare per definire un obiettivo di lungo termine dei Paesi membri. <mark class='mark mark-yellow'>Cosa si intenda per &#8220;difesa comune&#8221;, però, lascia spazio ad ampie interpretazioni: è certo che essa sarebbe l&#8217;effetto di una minaccia attuata da un esercito che agisce contro gli Stati europei.</mark> La stessa <strong>Ursula von der Leyen</strong>, presidente della Commissione europea, ha parlato del piano <em>ReArm Europe</em> con parole altrettanto generiche, così come ha fatto anche <strong>Andrius Kubilius</strong>, commissario europeo per la difesa e lo spazio.</p>
<p>«Le armi sono un elemento della difesa, ma non sono l’unico», precisa <strong>Alessandra Lang</strong>, professoressa di diritto della comunità internazionale e dell’Unione Europa all’università degli studi di Milano. «In questo momento l’attenzione è posta sull’aspetto finanziario, su come si possano comprare le armi e su come dare agli Stati la possibilità di comprarle». I Paesi hanno degli obblighi reciproci nel condurre delle politiche economiche che non creino squilibri all’interno dell’Ue.<mark class='mark mark-yellow'> Il bilancio dell’Unione deve sempre essere in pareggio: da una parte, la commissione vorrebbe consentire a Stati come l’Italia, che hanno un debito eccessivo, di poter scegliere di acquistare le armi; dall’altra parte, si può pensare ad usare le risorse comuni a carico del bilancio dell’Ue attraverso obbligazioni da parte della stessa Commissione che è comunque finanziata dai 27 Paesi membri. </mark>«Alcuni Stati pensano di poter richiedere dei sussidi e, da un lato, sarebbe per loro vantaggioso perché significherebbe non restituirli. Per,  la commissione, se prende capitali in prestito sul mercato, deve poi restituirli e trovare nuovi fondi», commenta Lang. Inoltre, questo non è l’unico aspetto da considerare quando si parla di difesa. <mark class='mark mark-yellow'>Altri aspetti significativi e importanti riguardando soprattutto come si possano usare le armi e quindi come si possa schierare un esercito qualora si presentasse una minaccia. </mark>Negli ordinamenti democratici questa decisione spetta all’organo legislativo. E, al momento, non sembrerebbero esserci dei progetti veri e propri per istituire un esercito &#8220;europeo&#8221;.</p>
<p>La decisione politica in materia di difesa non è l’unico problema. Ci sono altri fattori da considerare: per esempio, come viene comunicato un ordine a un esercito, considerato che ci sono margini di discrezionalità, regolati dalle nazioni europee stesse.«In materia di difesa i trattati prevedono che tutte le decisioni vengano all’unanimità e, secondo me, è difficile che si arrivi a questa soglia, a meno che non si attribuisca a un organo democratico come a un parlamento la decisione del dispiegamento delle forze armate». <mark class='mark mark-yellow'>Lo scenario è più complicato di quanto si possa pensare. Entrerebbero in gioco anche le norme del patto Nato e quelle dell’Unione Europea dove ben si evince che l&#8217;attacco contro un membro equivale all&#8217;attacco contro l&#8217;intera organizzazione. </mark>L’Ucraina ha fatto da tempo domanda per entrare a far parte dell’Ue, ma anche qui l’accettazione deve essere presa all’unanimità, mentre per entrare a far parte dell’Alleanza Atlantica occorre che il Paese venga invitato.</p>
<p>Secondo Lang, «i veri passi avanti verranno fatti quando si penserà alle strutture, alla catena di comando, più che quando e se il piano <em>ReArm</em> verrà approvato. Ci vuole un cambiamento qualitativo dell’Unione Europea e il trattato attuale non lo consente. Servirebbe un nuovo trattato».<mark class='mark mark-yellow'> La questione muoverebbe gli Stati verso una federazione: questo implicherebbe un cambiamento consistente dal momento che l’Unione Europea è un’organizzazione internazionale lontana dal confederalismo.</mark></p>
<p>Mai come oggi in Europa si parla di difesa soprattutto dall’invasione russa dell’Ucraina e dalle più recenti dichiarazioni del presidente americano <strong>Donald Trump </strong>di voler uscire dalla Nato. Nonostante possa sembrare prematuro parlare di una difesa comune europea, <mark class='mark mark-yellow'>dall’altra parte la difesa nazionale è un argomento sempre più cogente.</mark> In Italia si parte proprio dalla comunicazione: gli eserciti e le forze armate allestiscono dei veri e propri eventi nelle scuole, nelle università o alle varie fiere per favorire un sistema di promozione delle forze armate.</p>
<p>«L’esercito incontra i ragazzi già dall’età di quindici anni per via di accordi tra il ministero della Difesa e quello dell’Istruzione e in collaborazione con gli uffici delle forze armate e gli uffici scolastici regionali», spiega <strong>Antonio Mazzeo</strong>, giornalista e saggista. <mark class='mark mark-yellow'>«L’obiettivo è sviluppare una cultura della difesa». Anche le pagine social giocano la loro parte: i carabinieri, ad esempio, pubblicano sulla loro pagina web dei brevi video in cui raccontano attraverso le immagini le loro diverse mansioni, creando dei piccoli trailer. </mark> Il consenso delle nuove generazioni, in questi termini, è dunque fondamentale. «Le guerre attualmente in corso hanno portato all&#8217;accelerazione di un processo storico che determinerà la guerra permanente», chiarisce Mazzeo. Basti pensare alle guerre del Golfo, alla guerra dei Balcani o all’11 settembre. Basti analizzare i conflitti in Ucraina e Medio Oriente: «Siamo in un permanente stato di guerra». Per il giornalista, infatti, non si intende come tale solo una guerra combattuta con le armi, ma un <em>habitus</em> mentale che ha radici più profonde. Radici che pervadono lo strato sociale, culturale e finanziario degli Stati i quali continuano a proporre una narrazione antitetica sulle piattaforme rispetto a quella reale delle forze armate davanti all’organo legislativo italiano. Mazzeo, infatti, fa l’esempio della guerra in Vietnam: fu una disfatta per gli americani sia sul fronte interno che esterno. Eppure continua ad essere raccontata come una epopea mitica per i Marines e i Navy Seals. Fu l&#8217;opposto, considerato soprattutto che, da questo momento storico, si è comprese l’importanza che può giocare l&#8217;elettorato sul consenso alle operazioni militari.</p>
<p>«Il fatto di investire tanto nelle immagini non è un modello soltanto italiano. I frame che vengono pubblicati sono il più possibili tranquillizzanti», nota il giornalista. Quando si mostrano immagini di mezzi militari o di guerra, infatti, non vengono presentati mentre sono in azione. «Bisognerebbe scindere la presentazione che le forze armate portano di sé in Parlamento e quella che portano davanti alle nuove generazioni: qui si mostra più la parte ludica dell’attività», chiarisce Mazzeo. <mark class='mark mark-yellow'>Da almeno dieci anni a questa parte l’obbiettivo è ottenere il maggior consenso possibile e di conseguenza anche finanziamenti per l’industria militare. </mark>La comunicazione, infatti, non abbraccia solo i social, ma tutto il sistema delle comunicazioni di massa che va dalla televisione, alle radio e persino agli eventi culturali. Anche in questo caso, così come per l’idea di una difesa comune europea, si parte da una prospettiva di difesa e mai di offesa.</p>
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		<title>Prada e Versace: verso la fusione di due holding opposte</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Mar 2025 08:37:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rebecca Pavesi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Prada stringe sull’acquisto di Versace. Il gruppo italiano e Capri Holdings, la società americana quotata a Wall Street che controlla Versace, si stanno avvicinando a un accordo che potrebbe concludersi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/Progetto-senza-titolo-1.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Progetto senza titolo (1)" /></p><p>Prada stringe sull’acquisto di Versace. Il gruppo italiano e <strong>Capri Holdings</strong>, la società americana quotata a Wall Street che controlla Versace, si stanno avvicinando a un accordo che potrebbe concludersi entro poche settimane. Si parla di un’operazione dal valore di circa 1,5 miliardi di euro, come ha riportato il <em>Financial Times</em>.</p>
<p>«È molto difficile capire quale potrebbe essere l&#8217;integrazione: Versace è un marchio molto diverso da Prada. Però forse per questo ha un senso comprarlo, non si può certo sovrapporre ai marchi che ci sono già nel gruppo Prada», spiega <strong>Giulia Crivelli, fashion editor per Gruppo 24 Ore</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Prada ha in portafoglio molte firme, tra cui spicca l’altra casa di moda di Miuccia Prada, Miu Miu. Si aggiungono poi Church e Car Shoe; Marchesi 1824 e il marchio Luna Rossa che, dal nome della barca che ha partecipato alla Coppa America, è diventato intestatario di una linea di abbigliamento.</mark> Il motivo dell’acquisizione, aggiunge Crivelli, potrebbe essere che «come era successo negli anni 2000, il gruppo voglia crescere non con la cosiddetta crescita organica, che vuol dire sviluppare i marchi che ha già in portafoglio, ma acquistandone degli altri».</p>
<p>Per capire meglio la questione, bisogna tenere conto di due fattori:</p>
<ul>
<li>a dominare nel settore sono due grandi società francesi<strong>, LVMH e Kering</strong>;</li>
<li>in entrambi i casi, si sono registrati cali delle vendite: nel terzo trimestre del 2024, LVMH è calato del 4%, mentre Kering del 15%.</li>
</ul>
<p>Detto questo, prosegue Crivelli, <mark class='mark mark-yellow'>«si rimane sempre su numeri molto alti: nel 2024, Kering ha chiuso con un fatturato di circa 20 miliardi; il gruppo LVMH, che è il più grande al mondo, con 80 miliardi; il gruppo Prada probabilmente nel 2024 arriverà intorno ai 4 miliardi e mezzo».</mark> Non c&#8217;è dunque assolutamente possibilità di gara, tra Francia e Italia: «Anche se Versace entrasse nel perimetro del gruppo Prada, questo porta in dote, in termini di ricavi, meno di 200 milioni di euro, quindi arriviamo a 4,7». Ma di poli italiani della moda ne esistono, anche se di dimensioni minori: «C&#8217;è il gruppo <strong>OTB di Renzo Rosso</strong> che oltre a Diesel, marchio principale, riunisce Agile Sander e Maison Margela. Poi c&#8217;è <strong>Oniverse</strong>, che una volta si chiamava gruppo Calzedonia. Ma la competizione con i cosiddetti poli francesi della moda e del lusso è lontana. Tanto per darvi un&#8217;idea, LVMH ha 75 marchi in portafoglio dove ci sono anche gli alcolici, profumi, quindi è molto diversificato. Ciò non toglie che si possa crescere, appunto, anche non in maniera solo organica, ma anche tramite acquisizioni, ma non per fare concorrenza ai francesi».</p>
<p>Abbiamo citato i francesi. «Tutti e due i gruppi &#8211; spiega la giornalista &#8211; dicono di avere <strong> una doppia anima, italiana e francese</strong>. Non soltanto perché possiedono dei marchi italiani e li rispettano, ma perché continuano a produrre in Italia. Nella mia esperienza, i francesi sono riusciti a rilanciare questi marchi, hanno rispettato le famiglie fondatrici, hanno continuato a produrre in Italia. Certo, parliamo di alta e altissima gamma. <mark class='mark mark-yellow'>Vale diversamente con la fascia media, che è più in sofferenza: spesso le aziende sono più piccole e le dimensioni corrispondono in momenti di difficoltà a una maggiore fragilità».</mark> Proprio le PMI rischiano di essere i soggetti che soffriranno di più dei dazi imposti da Trump: «I prodotti italiani del settore del tessile che vengono esportati negli Stati Uniti sono di alta o altissima gamma. Quindi il dazio incide, ma il consumatore non ha alternative, perché la forza del Made in Italy sta nella sua unicità. Diverso naturalmente è se avessimo delle produzioni, in questo caso nella moda, di fascia più meno alta, perché allora il dazio che viene scaricato poi quasi sempre sui consumatori fa una differenza e porta magari a scegliere altri prodotti».</p>
<p>«Lo stile Prada si caratterizza da un forte rigore che magari spesso è contraddetto da una personalità molto forte», commenta <strong>Angelo Flaccavento, giornalista e critico di moda per il Sole 24 Ore</strong>. L’analisi di Flaccavento arriva proprio da Parigi dove si presta a seguire la seconda tornata di sfilate per l’haute couture. <mark class='mark mark-yellow'>Il brand Prada è incastrato nell’immaginario tipico borghese, classico, ma non scontato. Senza troppe stravaganze, ma con un carattere deciso. «Apollineo» come lo chiama lo stesso critico.</mark> L’ultima sfilata di febbraio per la moda donna autunno inverno 2025/2026 a Milano lo dimostra bene. Miuccia Prada ha completamente ridisegnato l’immaginario femminile attraverso <strong>forme nette, senza sbavature e con un grande omaggio alla sua stessa storia</strong>. I capi proposti sulla passerella mescolano le forme tipiche maschili con quelle del guardaroba femminile: le donne possono portare il doppiopetto, così come gonne a vita alta. Gli abiti vengono liberati dalle strutture più classiche. Il movimento arricchisce le forme e mette in risalto i corpi delle modelle. Un nuovo codice di glamour, un nuovo Dna che mescola bon ton e sgarbatezza. Uno stile dove grezzo e raffinato possono convivere senza farsi la guerra. Ogni dettaglio è curato in modo quasi maniacale e rigoroso. Se ci sono sbavature, di certo, non sono lasciate al caso. <mark class='mark mark-yellow'>«Versace è il suo assoluto opposto. Il suo stile è seducente e orgogliosamente mediterraneo»</mark>, rilancia con un paragone Flaccavento. Qui più che rigore si percepisce <strong>la volontà di osare</strong> <strong>e, perché no, anche di sperimentare</strong>. Più le forme sono grandi e più vengono ben accolte. Donatella Versace è riuscita a mettere lo stampino “wow” anche a questa tornata invernale di sfilate nella città ai piedi della Madonnina. Un mix di stampe animalier e forme pompose e avvolgenti. Le fibre più tipiche del retaggio della maison traspirano da ogni capo. Uno stile audace, energico contraddistinto dal colore oro, anche questo di forte richiamo all’età barocca. Tutto è portato a essere grande. Non mancano i fiocchi e i tacchi XL. Le minigonne possono coesistere agli strascichi lunghi fino ai piedi. L’effetto trapuntato è stato il grande “must have” di quest’ultima collezione. Audace con la pelle, pop con il denim. «È un brand fortemente legato allo star-system nelle sue espressioni più esterne e compiaciute», riflette Flaccavento.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Non sembrerebbe esserci la possibilità di vedere sulle prossime passerelle di almeno quest’anno una collezione “Pradace”. Lo stesso giornalista conferma, infatti, che non vede i due grandi marchi tenersi la mano nei prossimi defilè.</mark> «Al contrario, li vedo proprio come <strong>due entità separate</strong>. Certo, si potrebbero integrare in un modo dove le loro identità rimangano specularmente opposte. Sarebbe interessante capire come Prada possa ricostruire un gruppo che è il suo preciso opposto», chiude Flaccavento.</p>
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		<title>SFASHION WEEKEND: SOTTO IL VESTITO, TUTTO</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Mar 2025 21:57:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rebecca Pavesi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli indumenti fatti e finiti che si indossano quotidianamente sono solo la punta dell’iceberg rispetto a tutta l’industria tessile più sommersa. La produzione è in sovrabbondanza, così come il consumo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1365" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/sfashion-foto.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="sfashion foto" /></p><p><span style="font-weight: 400;">Gli indumenti fatti e finiti che si indossano quotidianamente sono solo la punta dell’iceberg rispetto a tutta l’industria tessile più sommersa. La produzione è in sovrabbondanza, così come il consumo e i suoi ritmi di preparazione. Al giorno d’oggi, il settore della filatura è uno dei più impattanti a livello globale sia per i suoi impatti ambientali nelle emissioni di gas serra, sia dal punto di vista sociale. E i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici di tutto il mondo nel settore, spesso, sono sottostimati. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Negli spazi di &#8220;Mosso a Milano&#8221; si è dunque cercato di sensibilizzare il pubblico verso questo tema, con una <mark class='mark mark-yellow'>tre giorni dedicata alla scoperta di un’industria gigantesca dove è possibile dare un volto a coloro che realizzano i capi che indossiamo. Lo <em>Sfashion Weekend</em> è l’iniziativa organizzata da Fair Cooperativa Equosolidale e dalla Campagna Abiti Puliti.</mark> Non è un caso, infatti,  che sia stata organizzata a ridosso della <em>Milano Fashion Week</em>. In questi tre giorni gli organizzatori si sono dedicati al ribaltamento della classica narrazione della moda. Al centro non ci sono gli abiti, ma le storie delle persone di tutto il mondo che contribuiscono alla loro realizzazione dietro le quinte.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«È il primo anno che organizziamo questo tipo di evento e lo stiamo facendo grazie a un progetto europeo (il <em>Fashion In Just Transition</em> n.d.r)» racconta a Magzine </span><b>Laura Filios</b><span style="font-weight: 400;">, comunication manager della <em>Campagna Abiti Puliti</em>. «Ci aspettiamo un aumento di consapevolezza delle persone che attraverseranno questo spazio anche nei momenti di confronto», continua Filios. <mark class='mark mark-yellow'>L’attenzione non è rivolta solo ai lavoratori del settore, ma anche all’impatto che l’industria produce sull’ambiente oltre che alla compressione dei diritti sociali delle persone che vi gravitano intorno. </mark>Lo scopo è aiutare gli spettatori ad interiorizzare il concetto di “transizione giusta della moda” affinché non si parli anche di un consumo eccessivo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il festival a cui è stato dedicato un intero weekend prevede performance live e una mostra: un percorso in cui non solo è possibile ascoltare le voci dei lavoratori coinvolti, ma dove è anche possibile mettersi in gioco attraverso attività come piegare le magliette, rispondere a quiz con vero o falso e persino cucire. <mark class='mark mark-yellow'>L&#8217;obiettivo è attivare diversi tipi di intelligenze per una migliore comprensione del tema che passa anche attraverso il corpo.</mark> I diversi panel sono dedicati ad approfondimenti tematici delle diverse fasi dell’industria del tessile: dalla raccolta delle materie prime alla lavorazione del filati, fino alla realizzazione del prodotto compreso di cuciture, ricami e imballaggi. Un vero viaggio che permette allo spettatore di ripercorrere i diversi passaggi del mondo del tessile.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non si parla di moda “sostenibile”, ma di una transizione a più livelli. Tra le voci in prima linea per l’occasione ci sono attivisti/e, artisti ed esperti. Il palinsesto è vario così come il pubblico. Al centro degli incontri ci sono dibattiti sui diritti umani e i lavoratori del settore, su greenwashing e paradigmi economici. Si cerca, dunque, di  intersecare la visione della moda con l&#8217;ecologia e la giustizia sociale affinché si possa promuovere un cambiamento concreto nel settore. <mark class='mark mark-yellow'>L&#8217;obiettivo è la una transizione verso una moda giusta, ricca di confronti e proposte innovative. Il tutto, mettendo in primo piano i lavoratori e le comunità locali. </mark></span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I giochi durante il percorso sfidano il pubblico in prima persona. </span>«Noi non parliamo di brand sostenibili, ma chiediamo ai marchi che non lo sono di modificare le loro policy», puntualizza Filios. L’attività di <em>Campagna Abiti Puliti, </em>però, non si limita solo a questo. Da oltre trent’anni la domanda per un cambiamento non è rivolta solo alle case di moda, ma anche alle istituzioni e ai governi.</p>
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		<title>OLLY VINCE LA 75ESIMA EDIZIONE DI SANREMO CON BALORDA NOSTALGIA</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Feb 2025 13:12:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rebecca Pavesi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Sulle prossime targhe color oro per la via principale di Sanremo comparirà il nome di Olly e della sua Balorda Nostalgia con la quale ha trionfato alla 75esima edizione del ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1376" height="896" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/olly-foto.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="fonte: Ansa" /></p><p>Sulle prossime targhe color oro per la via principale di Sanremo comparirà il nome di <strong>Olly</strong> e della sua <em>Balorda Nostalgia</em> con la quale ha trionfato alla 75esima edizione del Festival della canzone italiana. Il giovane cantautore genovese è seguito a ruota dai colleghi <strong>Lucio Corsi</strong>, <strong>Brunori Sas</strong>, <strong>Fedez</strong> e <strong>Simone Cristicchi</strong>.</p>
<p>Le luci si abbassano, diventano soffuse. Attorno al brano si respira un ambiente estremamente intimo e familiare.  La chitarra acustica inizia col primo giro d’accordi. Semplice. Cauto. La canzone può essere definita come una gigante riflessione.<mark class='mark mark-yellow'> Tutto ruota intorno a un sentimento di rassegnazione, ma che ha anche delle briciole di speranza per un nuovo inizio, per riprendere una storia che “magari è già finita”. </mark></p>
<p>L’immagine che trasmette subito alla mente è il momento in cui si apre la galleria del telefono e inizia a rivedere le vecchie foto. Ti soffermi inevitabilmente e il pensiero successivo, spesso, è desiderare di poter tornare a quei momenti passati.<mark class='mark mark-yellow'> Federico Olivieri lo aveva detto fin da subito: la nostalgia non è necessariamente un sentimento negativo: alla fine, è un’emozione che ti strappa un sorriso un po&#8217; dolce e un po&#8217; amaro. Una nostalgia <em>balorda</em>.</mark></p>
<p>Colpisce. È efficace e i voti a suo favore ne sono la dimostrazione. Olly arriva al cuore delle persone proprio per quel suo linguaggio semplice e diretto. È molto facile pensare che il pubblico si sia immedesimato accostando a quel testo un nome e un cognome. Che sia proprio questo il segreto per fare centro?</p>
<p>Poi c&#8217;è un dialogo tra “la signora là affacciata al quarto piano/ con la sigaretta in bocca/ che stendeva il suo bucato” e il giovane cantautore che si confida con lei. Un ragazzo che le rivolge i suoi desideri più profondi, magari, nella speranza che una perfetta sconosciuta li possa in qualche modo custodire. Nessun volo pindarico. <mark class='mark mark-yellow'>Una musica terra terra. Dolce, proprio come insegnano le ballad più classiche, ma altrettanto intensa e potente. </mark></p>
<p><em>E Magari non sarà</em></p>
<p><em>Nemmeno questa sera</em></p>
<p><em>La sera giusta per tornare insieme</em></p>
<p><em>Tornare a stare insieme</em></p>
<p><em>Magari non sarà</em></p>
<p><em>Nemmeno questa sera</em></p>
<p><em>Me l&#8217;ha detto la signora, là affacciata al quarto piano</em></p>
<p><em>Con la sigaretta in bocca, mentre stendeva il suo bucato</em></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il pre-ritornello è un vero e proprio trampolino di lancio segnato dalla ripetuta parola “Vorrei”. </mark>Qui inizia la risposta del 23enne che ancora una volta sa andare dritto al punto. C’è rabbia ma non aggressività. L’esecuzione sul palco dell’Ariston, infatti, ne esalta la grinta. La melodia cresce e si sposta verso un ritmo pop.</p>
<p><em>lo le ho risposto che</em></p>
<p><em>Vorrei</em></p>
<p><em>Vorrei</em></p>
<p><em>Vorrei […]</em></p>
<p>L’ingresso della batteria segna l’inizio del ritornello vero e proprio. La nostalgia prende il sopravvento nelle nostre emozioni anche quando meno ce lo aspettiamo e soprattutto lo fa anche nei piccoli gesti quotidiani. A pieni polmoni questi versi sono gridati con l’anima.</p>
<p><em>Tornare a quando</em></p>
<p><em>Ci bastava</em></p>
<p><em>Ridere, piangere, fare l&#8217;amore</em></p>
<p><em>Poi</em></p>
<p><em>Stare in silenzio per ore</em></p>
<p><em>[…]</em></p>
<p>A questo punto non c’è solo un momento di dialogo nella canzone, ma sono almeno due se non tre. Uno con se stesso: un discorso molto onesto dove il cantautore tira le somme. Poi, quello con l’amore, evidentemente giunto al termine, con un’altra persona.</p>
<p><em>E tu chiamala se vuoi la fine</em></p>
<p><em>Ma come te lo devo dire</em></p>
<p><em>Sta vita non è vita senza te</em></p>
<p>Le parole sono ben scandite ed estremamente chiare. Da buon genovese e da grande amante di <strong>Fabrizio De André</strong>, in alcune parti la melodia pop lascia spazio al parlato. <mark class='mark mark-yellow'>L&#8217;amore per Faber che si è visto anche nella serata delle cover dove il giovane cantautore ha portato aria di grande festa con il brano “Il pescatore” accompagnato dal <strong>maestro Goran Bregović</strong> e dalla <strong>The Wedding &amp; Funeral Band</strong>. Genovesità allo stato puro. </mark>Non solo per le contaminazioni di grande festa per cui tutto il pubblico batteva le mani a tempo, ma anche nei piccoli dettagli come l’auricolare con lo stemma della Superba. Una canzone dal ritmo diverso rispetto a <em>Balorda Nostalgia</em>, ma che evidentemente ha saputo mettere in risalto le diverse sfumature interpretative di Olly.</p>
<p>È un Federico diverso rispetto all’edizione del 2023 quando aveva partecipato al festival con <em>Polvere</em>. C’è molta più consapevolezza e autenticità. Le pause della musica in sottofondo fanno in modo che il pubblico riesca ad assaporare anche i silenzi e la voce di Olly viene messa in risalto. Questo dà forza e carattere al pezzo.</p>
<p>Vista la classifica totale per cui una potenza vocale come quella di <strong>Giorgia</strong> è riuscita ad arrivare sesta, la vittoria di Olly non è stata proprio scontata.<mark class='mark mark-yellow'> È un concorrente che è riuscito a trionfare silenziosamente, mantenendo uno spirito di grande umiltà perché si è presentato giù a Ponente con la sola volontà di “fare bene” come ha dichiarato lui stesso. </mark>Si è preso il pubblico già dalla prima sera, ma l&#8217;incoronazione è arrivata solo alla terza quando è sceso dalle scale dell’Ariston ed è andato a cantare in mezzo alla gente, in mezzo al pubblico, commuovendosi sul finale. Questa esibizione lo ha ripagato non solo con gli applausi a metà brano, ma con una <em>standing ovation</em> finale.</p>
<p>Olly è un personaggio di cui sentiremo parlare a lungo e non solo perché adesso probabilmente rappresenterà l’Italia all’Eurovision Song Contest<em>. </em>La semplicità ha trionfato. Si tratta della stessa sobrietà che emerge anche dagli outfit targati <strong>Emporio Armani</strong> con cui Olly ha calcato il palco più famoso della Liguria. Jeans e canotta, aaccostati a un cardigan e, per la finale, a una camicia color carta da zucchero. Efficace.</p>
<p><em>Magari non sarà</em></p>
<p><em>Magari è già finita</em></p>
<p><em>Però ti voglio bene</em></p>
<p><em>Ed è stata tutta vita</em></p>
<p>Il fatto che non si sia mai snaturato ne ha decretato la vittoria. I versi finali, cantati con il fiatone, denotano anche una crescita in intensità. <mark class='mark mark-yellow'>“Ed è stata tutta vita” è la chiusura perfetta di un cerchio che è cominciato con <em>Devastante, </em>che si è coronato con<em> Balorda Nostalgia </em>e che ha dato il titolo all’ultimo album di Olly, per l’appunto<em> Tutta vita.</mark></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>BALORDA NOSTALGIA – TESTO </strong></p>
<p>E Magari non sarà</p>
<p>Nemmeno questa sera</p>
<p>La sera giusta per tornare insieme</p>
<p>Tornare a stare insieme</p>
<p>Magari non sarà</p>
<p>Nemmeno questa sera</p>
<p>Me l&#8217;ha detto la signora, là affacciata al quarto piano</p>
<p>Con la sigaretta in bocca, mentre stendeva il suo bucato</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>lo le ho risposto che</p>
<p>Vorrei</p>
<p>Vorrei</p>
<p>Vorrei</p>
<p>Vorrei</p>
<p>Vorrei</p>
<p>Vorrei</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tornare a quando</p>
<p>Ci bastava</p>
<p>Ridere, piangere, fare l&#8217;amore</p>
<p>Poi</p>
<p>Stare in silenzio per ore</p>
<p>Fino ad addormentarci sul divano</p>
<p>Con il telecomando in mano</p>
<p>Non so più come fare senza te</p>
<p>Te che mi fai, vivere, e dimenticare,</p>
<p>Tu che mentre cucini ti metti a cantare</p>
<p>E tu chiamala se vuoi la fine</p>
<p>Ma come te lo devo dire</p>
<p>Sta vita non è vita senza te</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma sai che questa sera</p>
<p>Balorda nostalgia</p>
<p>Mi accendo la tv</p>
<p>Solo per farmi compagnia</p>
<p>Che bella tiritera (insomma)</p>
<p>Ti sembra la maniera</p>
<p>Che vai e mi lasci qua</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ti cerco ancora in casa quando mi prude la schiena</p>
<p>E metto ancora un piatto in più quando apparecchio a cena</p>
<p>So soltanto che vorrei,</p>
<p>Vorrei</p>
<p>Vorrei</p>
<p>Vorrei</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si Vorrei</p>
<p>Vorrei</p>
<p>Vorrei</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rip. ritornello</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma chissà perché</p>
<p>Sta vita non è vita senza te</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Magari non sarà</p>
<p>Magari è già finita</p>
<p>Però ti voglio bene</p>
<p>Ed è stata tutta vita</p>
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