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	<title>magzine &#187; Giulia Venini</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>SI APRE LA STAGIONE DEI CONCERTI: COSA C&#8217;E&#8217; DIETRO L&#8217;AUMENTO DEL PREZZO DEI BIGLIETTI</title>
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		<pubDate>Mon, 26 May 2025 13:49:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giulia Venini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Andare ai concerti sta diventando un bene di lusso. Dal 1981 al 2012 il prezzo medio dei biglietti è aumentato del 400%, una cifra impressionante che però pare non fermare ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1696" height="1108" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/05/concerto-foto.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="concerto foto" /></p><p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Andare ai concerti sta diventando un bene di lusso. Dal 1981 al 2012 il prezzo medio dei biglietti è aumentato del 400%, una cifra impressionante che però pare non fermare i fruitori dal godere degli spettacoli dal vivo.</mark> Resta memorabile l’espressione di sorpresa e sgomento di <strong>Kurt Cobain</strong> (il frontman dei Nirvana) quando, nel 1993, aveva appreso la notizia che i ticket per Madonna costavano 50 dollari. Secondo i dati <strong>Pollstar</strong>, infatti, nel 1996 il prezzo medio per i biglietti era di 25 dollari (52 se si considera l&#8217;inflazione odierna). Nel 2024 si parla di 135 dollari a persona per biglietto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli ultimi due anni sono stati scanditi, per esempio, da un tour che ha fatto record di incassi, cioè il </span><i><span style="font-weight: 400;">The Eras Tour</span></i><span style="font-weight: 400;"> della popstar americana <strong>Taylor Swift</strong>. Per questo evento, che ha incassato la cifra record di 2 miliardi di dollari, un ticket negli Stati Uniti costava circa 1088 dollari. Cifre che in Italia sono state molto più basse, ma non se commisurate al tenore di vita degli italiani: circa 100 euro per gli anelli medi di San Siro. Ma alcune rivendite hanno toccato i 3mila euro. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Secondo i dati della <strong>Fimi</strong>, la Federazione Industria Musicale Italiana, ​<mark class='mark mark-yellow'>il mercato musicale in Italia vale 4,3 miliardi di euro. </mark>Nel 2024, questo ha raggiunto la cifra di 4,3 miliardi di euro. I primi nove mesi in particolare hanno visto una crescita di quasi tutte le principali voci: dai concerti +33%, ai diritti d’autore +22,3%, alla discografia +18,8%. Le esibizioni live degli artisti hanno fatturato 967,4 milioni di euro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ne abbiamo parlato con</span><span style="font-weight: 400;"> </span><b>Claudio Trotta</b><span style="font-weight: 400;">, produttore artistico che lavora alla realizzazione di spettacoli dal vivo con quarant&#8217;anni nonché fondatore della </span><i><span style="font-weight: 400;">Barley Arts</span></i><span style="font-weight: 400;">, agenzia per l’organizzazione di concerti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&#8220;Ci sono delle concause, alcune più recenti e altre, invece, che hanno molti anni alle spalle. Circa 25 anni fa, alla fine del secolo scorso, Bob Sillerman e la sua società, un tempo SFX, ha cominciato ad acquistare delle attività delle aziende di promoter americani e da allora ha cambiato radicalmente il sistema principale su cui si basava il mondo del </span><i><span style="font-weight: 400;">live entertainment</span></i><span style="font-weight: 400;"> nel campo della musica pop e rock internazionale. È dagli Stati Uniti che è partito il consolidamento in poche mani di una forza organizzativa mai esistita prima. Col tempo, questo processo è arrivato anche in Europa e in altri punti cardine come il Giappone, l’Australia, il Sudafrica e la Nuova Zelanda. </span><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Poi, con la seconda amministrazione Obama, si è passati a una fusione con la più grande società di ticket in quel mondo: Ticketmaster, che ha messo in condizioni un controllo di tutta la filiera. Dall’altra parte,</span> <span style="font-weight: 400;">il periodo del Covid e quello post pandemico hanno portato a un aumento ulteriore dei costi, </mark>ma fondamentalmente è cominciata una spirale speculativa senza fine che nasce una decina di anni fa, quando si è cominciato a praticare il </span><i><span style="font-weight: 400;">secondary ticketing&#8221;</span></i><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><b>Cosa succede quando si ha il controllo di tutta una filiera?</b></p>
<p>&#8220;È molto più facile che ci siano degli abusi di posizione dominanti, che ci possa essere un&#8217;omologazione culturale (e sicuramente le omologazioni sono sempre verso il basso e mai verso l&#8217;alto), e che ci possa essere un innalzamento dei prezzi. Avere un consolidamento in poche mani non è mai una grande notizia per i fruitori, per il pubblico, ma neanche per le maestranze, per gli artisti e per i giovani nuovi promoter. Oltre a Live Nation, ci sono anche almeno altre due società che fanno un lavoro simile: una è AEG Presents, l&#8217;altra è Eventim&#8221;.</p>
<p><b>Di cosa di tratta?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&#8220;È una procedura inizialmente creata dalle multinazionali stesse. <mark class='mark mark-yellow'>Il caso storico è di Bruce Springsteen, che nel 2013 fece interrompere la vendita dei biglietti del suo tour perché chi cercava di comprare il biglietto su Ticketmaster veniva indirizzato a una società di </span><i><span style="font-weight: 400;">secondary ticketing </span></i><span style="font-weight: 400;">di proprietà di Ticketmaster.</mark> Il secondary ticketing è quindi stato uno strumento creato per due funzioni: aumentare la redditività e, soprattutto, per porsi in una condizione di forza finanziaria superiore a chi non lo praticasse. Ma è stato anche una modalità per creare l&#8217; “eventismo”, cioè il bisogno indotto, e la corsa a dover per forza esserci nei grossi concerti. <mark class='mark mark-yellow'></span><span style="font-weight: 400;">Si è poi aggiunto il </span><i><span style="font-weight: 400;">Dynamic Pricing</span></i><span style="font-weight: 400;">, che è ancora peggio perché viene attivato direttamente con il consenso degli artisti. </mark>Quest’ultimo crea un ricavo fra il prezzo che viene stabilito inizialmente e il prezzo attivato tramite un algoritmo. In base al numero di persone che sono online, il costo schizza a cifre superiori. Questo plusvalore va direttamente, nella maggior parte dei casi, nelle tasche dell&#8217;artista&#8221;.</span></p>
<p><b>Questo fenomeno si verifica perché si dice che “gli artisti non vendono più dischi”?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&#8220;Questa è una bugia colossale. Sicuramente, chi paga maggiormente le conseguenze della mancata esistenza di una vera azienda discografica, di una vera classe discografica, di un di un vero pubblico fidelizzato che compri sistematicamente i prodotti fisici, non sono i </span><i><span style="font-weight: 400;">blockbuster</span></i><span style="font-weight: 400;">, ma gli artisti medi e gli artisti piccoli, i quali non praticano prezzi non accessibili, (anzi, spesso e volentieri i prezzi sono estremamente accessibili). La gente non premia questi artisti come andrebbero premiati. Va anche ricordato che le entrate da </span><i><span style="font-weight: 400;">streaming</span></i><span style="font-weight: 400;"> per i blockbuster sono altissime. <mark class='mark mark-yellow'>Al contrario, gli artisti nuovi, medi e piccoli (non mi sto riferendo alla qualità artistica, ma portata di pubblico), oggettivamente dallo streaming ricavano quasi nulla&#8221;.</mark></span></p>
<p><b>Quanto possono incidere i costi di produzione, come le scenografie, le luci e gli effetti speciali sul prezzo dei biglietti?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&#8220;Una produzione, quanto più è complessa, quanto più è onerosa. La complessità della produzione coincide con la redditività della stessa e con delle dimensioni di </span><i><span style="font-weight: 400;">location</span></i><span style="font-weight: 400;"> che contengono un certo numero di persone, oltre che con un posizionamento storico. Con gli spazi grandi si ha anche la possibilità di una diversificazione dei prezzi dei biglietti. <mark class='mark mark-yellow'>I costi maggiori sono quasi sempre “giustificati” dalla dimensione dell&#8217;artista. L&#8217;altra problematica è quando ci sono delle produzioni che sono sovradimensionate quando un artista decide, tramite il suo rappresentante, di allestire delle produzioni onerose e complesse per mancanza di talento.</mark> Spesso e volentieri molte di queste mega produzioni </span><i><span style="font-weight: 400;">non</span></i><span style="font-weight: 400;"> prevedono musica dal vivo. Questa è la morte del concetto principale: uno spettacolo dal vivo deve essere tale, ci deve essere una interazione tra chi canta, suona, balla, danza e chi, nel pubblico, fruisce. Quando succede che alcuni di questi cantanti, gruppi, in alcuni casi anche artisti, sovradimensionate le loro produzioni, l&#8217;effetto finale è di far pagare dei biglietti troppo alti al pubblico in maniera non necessaria, se non per coprire dei costi che, ribadisco, si potevano evitare in parte&#8221;.</span></p>
<p><b>Quindi, secondo lei, a volte succede che il prezzo del biglietto non riflette la qualità dello spettacolo? </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&#8220;Certo che sì. Il pubblico viene scelto, non sceglie più, è un rovesciamento quasi totale. Ormai è diventato comune quello di accedere a dei prestiti in banca per comprare dei biglietti. Dall&#8217;altra parte, è difficile dare un valore di natura. Vero è che i prezzi dei biglietti dovrebbero in qualche maniera essere adeguati al tenore di vita delle persone che partecipano agli spettacoli. L&#8217;Italia è un paese dove il salario medio è molto basso. Queste possibilità sono nelle mani di pochi. Non si crea fidelizzazione, amore, partecipazione alla musica dal vivo. In questa maniera si fa solo </span><i><span style="font-weight: 400;">business</span></i><span style="font-weight: 400;"> per chi vende i biglietti e produce gli spettacoli. Il tutto diventa solo una moda passeggera per chi vi partecipa&#8221;.</span></p>
<p><b>C&#8217;è una differenza sostanziale, dunque, in Italia, rispetto a come funziona in USA.</b></p>
<p>&#8220;Gli Stati Uniti non possono dare riferimenti culturali, sociali, politici. Lì, i prezzi sono saliti a delle cifre irragionevoli. Il mio timore è che questo succederà anche nel resto del mondo. Dobbiamo essere consapevoli, pur amando musica, letteratura, cinema e serie americane, che il modello di sviluppo con cui partecipano agli spettacoli è da evitare&#8221;.</p>
<p><span style="font-weight: 400;"> </span>La spesa per i biglietti sembra dunque passare quasi in secondo piano, nonostante il secondary ticketing. <mark class='mark mark-yellow'>E il bisogno di andare a tutti i costi al concerto dal vivo prevale sul prezzo. Questo sentimento è definito <strong>FOMO</strong>: “Fear of Missing Out”, tradotto letteralmente, “la paura di essere tagliati fuori”, di non essere presenti e di rischiare di perdersi qualcosa che nell’ideale comune è imperdibile. </mark></p>
<p><strong><span style="font-weight: 400;">Su questo tema, abbiamo aperto un sondaggio su un campione di 61 persone di cui il 68,9% ha un’età compresa tra i 18 e i 25 anni, per lo più studenti universitari. Abbiamo riscontrato che negli ultimi due anni, e quindi post pandemia da Covid-19, il 39,3% degli intervistati ha assistito ad almeno un concerto. <mark class='mark mark-yellow'>Pur di andare a sentire dal vivo il/la loro artista preferito/a, queste persone sono disposte a pagare una cifra che si aggira intorno agli 80 euro. La cifra di attesa corrisponde a quella che spendono realmente.</mark> Il 67,2% dell’intero campione esaminato ritiene che i prezzi dei biglietti per i concerti siano troppo alti e che, nonostante la cifra, il costo non sempre rifletta la qualità dello show. Le motivazioni fornite sono state varie. Tra le più gettonate abbiamo riscontrato che molte persone seguono meno concerti di quanto vorrebbero, proprio per la cifra; altri pensano che, in proporzione agli stipendi, i </span><i><span style="font-weight: 400;">live</span></i><span style="font-weight: 400;"> propongono cifre inaccessibili; un’altra parte ancora, sulla stessa linea, accetta di pagare per questa forma d’arte. Rimane qualche </span><i><span style="font-weight: 400;">outsider,</span></i><span style="font-weight: 400;"> convinto che la cifra del biglietto giustifichi i costi che l’industria musicale deve necessariamente sostenere.</span></strong></p>
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		<title>La ricetta Mario Draghi per l&#8217;industria europea</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Apr 2025 08:49:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giulia Venini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Whatever it takes”, aveva detto Mario Draghi nel 2012, nel pieno della crisi del debito sovrano europeo. “Tutto il necessario”, ad indicare che la Banca Centrale Europea, di cui Draghi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1240" height="698" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/Screenshot-2025-04-03-at-10.48.08.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Screenshot 2025-04-03 at 10.48.08" /></p><p><span style="font-weight: 400;">“Whatever it takes”, aveva detto Mario Draghi nel 2012, nel pieno della crisi del debito sovrano europeo. “Tutto il necessario”, ad indicare che la Banca Centrale Europea, di cui Draghi era allora il presidente, avrebbe salvato l’euro dal disastroso tracollo che sembrava dietro l’angolo. Se adesso le acque si sono più o meno calmate, Draghi si è di nuovo ritrovato ad arringare l’Unione. E noi, ancora una volta, abbiamo scoperto che l’Europa ha un potenziale latente a cui essa stessa mette freno. </span><span style="font-weight: 400;">“Un recente studio del Fondo Monetario Internazionale”, ha detto l’ex direttore della Banca Centrale Europea, in audizione al Senato, <mark class='mark mark-yellow'>“mostra come l’eccesso di regolamentazione e specialmente la sua frammentazione abbia contribuito a creare delle barriere interne al mercato unico che equivalgono a un dazio del 45% sui beni manifatturieri e del 110% sui servizi. In altre parole, abbiamo un mercato unico per i dentifrici, ma non per l’Intelligenza artificiale”.</mark> </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Di fatto, l’Unione europea è anche un’</span><b>unione doganale</b><span style="font-weight: 400;">. Nei fatti, è come se tra i ventisette Stati non esistessero frontiere per il commercio. Allo stesso modo, l’unione doganale implica che i Paesi al suo interno applichino gli stessi dazi, quando commerciano con Stati al di fuori di essa. Ci troviamo nel </span><b>mercato unico europeo</b><span style="font-weight: 400;">, istituito nel 1993, cioè un&#8217;area economica in cui beni, servizi, capitali e persone possono circolare liberamente. </span><span style="font-weight: 400;">Ma l’integrazione al suo interno è in realtà molto limitata.</span><span style="font-weight: 400;"> Se compariamo la nostra situazione a quella americana, vediamo che il commercio tra i paesi dell&#8217;Unione rappresenta il 26% del PIL totale, mentre negli Usa è pari al 60% del PIL nazionale. La ragione principale è una e cioè che in Unione Europea ci sono </span><b>troppi ostacoli normativi</b><span style="font-weight: 400;"> che minano la crescita delle imprese nel Vecchio Continente. </span><span style="font-weight: 400;">All’introduzione di nuovi regolamenti e direttive, gli Stati membri spesso tralasciano di adeguare le normative nazionali. </span><span style="font-weight: 400;">“Non possiamo dunque stupirci”, ha proseguito Draghi, “se i nostri inventori più brillanti scelgano di portare le loro aziende in America, e se i cittadini europei li seguano con i propri risparmi”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«</span><span style="font-weight: 400;">Quando il mercato unico è stato istituito all’inizio degli anni ‘90, non era certo prevedibile quello che sarebbe avvenuto. Oggi la competizione a livello globale si misura soprattutto sul fronte delle tecnologie digitali, sulle nuove tecnologie. E questi sono i settori strategici, quindi la tecnologia e l&#8217;intelligenza artificiale</span><span style="font-weight: 400;">», spiega </span><b>Dino Pesole, editorialista del Sole24Ore ed ex</b> <b>capo ufficio stampa dell&#8217;Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato</b><span style="font-weight: 400;">. «</span><span style="font-weight: 400;">L&#8217;Europa, su questi due fronti, è molto indietro rispetto ai suoi competitor, vale a dire Stati Uniti e Cina. </span><span style="font-weight: 400;">Il rapporto Draghi, l&#8217;anno scorso, stimava in circa 800 miliardi da recuperare anche attraverso l&#8217;emissione di Eurobond per far fronte a questo gap</span><span style="font-weight: 400;">»</span><span style="font-weight: 400;">.</span><span style="font-weight: 400;"> Mario Draghi non ha mancato di aggiungere che “</span><span style="font-weight: 400;"><strong>non si tratta di proporre una deregolamentazione selvaggia, ma solo meno confusione</strong>. Troppe regole frammentate nei settori dei servizi penalizzano l’iniziativa individuale, la crescita economica e scoraggiano l’innovazione”. Se ogni paese dell&#8217;UE ha leggi, regolamenti e normative diverse, è difficile per le imprese di un paese fornire i propri servizi in un altro stato. Concretamente, prosegue l’esperto, </span><span style="font-weight: 400;">«</span><span style="font-weight: 400;">i prezzi delle merci che si scambiano ai paesi europei non traggono beneficio dal fatto di essere in un mercato unico, proprio per effetto della iper regolamentazione</span><span style="font-weight: 400;">»</span><span style="font-weight: 400;">. Sono tutti punti che Draghi aveva già trattato nel suo </span><b><i>Rapporto sul futuro della competitività europea</i></b><span style="font-weight: 400;">, presentato nel settembre 2024, atto a deliberare una nuova strategia industriale per l’Europa: il divario tecnologico con Stati Uniti e Cina da colmare; la decarbonizzazione; la dipendenza dell’Unione nei settori critici, come l’energia e le materie prime; la cooperazione tra gli Stati membri; l’incremento degli investimenti.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una spinta potrebbe arrivare dal versante geopolitico. L&#8217;accelerazione che l&#8217;America guidata da Donald Trump sta dando sia sul fronte della difesa, sia su quello delle politiche commerciali, impone che l&#8217;Europa trovi in fretta una sua capacità di agire con una voce sola. </span><span style="font-weight: 400;">«</span><span style="font-weight: 400;">Noi, per la prima volta dal secondo Dopoguerra, abbiamo a che fare con degli Stati Uniti che stanno mirando verso una politica aggressiva rispetto al suo principale alleato, che siamo noi. La difesa è il campo sul quale si sta esercitando anche adesso il braccio di ferro, ma come si è visto ha prodotto già delle grandi novità. Io ne vedo almeno due</span><span style="font-weight: 400;">», osserva Pesole</span><span style="font-weight: 400;">. </span><span style="font-weight: 400;">«La prima è il </span><b>ritorno in campo della Gran Bretagna</b><span style="font-weight: 400;"> dopo la Brexit. Londra </span><span style="font-weight: 400;">ha assunto una posizione centrale nella lista dei paesi volenterosi</span><span style="font-weight: 400;">», ovvero quei Paesi che si sono riuniti per fronteggiare la crisi ucraina, dopo l’inasprimento dei rapporti con Washington</span><span style="font-weight: 400;">. Questi dovrebbero in qualche modo guidare la difesa europea e quindi il dopoguerra in Ucraina. L’altra novità, prosegue l’editorialista del Sole24Ore, </span><span style="font-weight: 400;">«</span><span style="font-weight: 400;">è quello che sta avvenendo in Germania. Noi dobbiamo sempre considerare che la costruzione europea fin dall&#8217;inizio è stato un affare prevalentemente franco-tedesco. La Germania ha da anni un problema di scarsi investimenti, perché aveva il cosiddetto freno all&#8217;indebitamento. Ora ha deciso di rimuoverlo e ha approvato una modifica costituzionale, attivando </span><b>1000 miliardi di possibili spese non solo militari</b><span style="font-weight: 400;">, ma anche infrastrutture e soprattutto investimenti strategici</span><span style="font-weight: 400;">»</span><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La seconda era Trump potrebbe essere dunque una spinta per l’Unione, affinché questa trovi finalmente la strada per creare una maggiore integrazione su questi fronti. Adesso, bisogna vedere come l&#8217;industria europea reagirà a quello che Donald Trump ha proclamato essere il “</span><b>Liberation Day</b><span style="font-weight: 400;">”: </span><span style="font-weight: 400;">un dazio al 20% su merci europee &#8211; per un valore di 540 miliardi l’anno di importazioni -, che si aggiunge al 25% già in vigore su allumino e acciaio e a quello del 25% sulle auto.</span></p>
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		<title>ELKANN IN PARLAMENTO PER IL PIANO ITALIA DELL&#8217;AUTO</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Mar 2025 13:42:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giulia Venini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un Piano Italia per rilanciare l’industria dell’auto: è stato questo il fulcro dell’audizione che si è tenuta a Montecitorio e che ha visto, come protagonista, John Elkann, ora al timone di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1129" height="635" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/elkann1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="elkann" /></p><p>Un <em>Piano Italia</em> per rilanciare l’industria dell’auto: è stato questo il fulcro dell’audizione che si è tenuta a Montecitorio e che ha visto, come protagonista, <strong>John Elkann, ora al timone di Stellantis, dopo le dimissioni del ceo, Carlos Tavares</strong>. C’è chi legge la presenza di Elkann in Parlamento come un tentativo di riconciliare i rapporti col Governo, dopo gli affondi nei confronti della casa automobilistica, accusata di aver preso molto dall’Italia, ma di aver dato poco in cambio. Un incontro di più di due ore, nel quale il presidente di Stellantis ha ribadito la centralità dell’Italia nel piano strategico dell’azienda automobilistica. “I nostri stabilimenti italiani – ha spiegato Elkann – sono e saranno dotati di tutte le piattaforme multi-energia di Stellantis per la produzione di autovetture: <a href="https://www.media.stellantis.com/it-it/corporate-communications/press/nello-stabilimento-stellantis-di-verrone-biella-investimento-di-38-milioni-di-euro-per-la-realizzazione-di-componenti-per-le-motorizzazioni-elettriche-delle-future-vetture-basate-su-piattaforma-stla-small">STLA Small</a>, Medium e Large, con queste ultime due già operative a Melfi e Cassino. Inoltre, ad Atessa è installata una piattaforma dedicata ai veicoli commerciali leggeri”. E poi: <mark class='mark mark-yellow'>“Questi investimenti permetteranno agli stabilimenti italiani la massima flessibilità per poter produrre la più ampia gamma di modelli Stellantis e soddisfare i clienti sia in termini di prodotto che di motorizzazioni”</mark>. Elkann ha poi fatto qualche accenno a Maserati e alla gigafactory per batterie a Termoli. Alla prima, “indissolubilmente legata all’Italia, a Modena e alla Motor Valley” si intreccia la questione dazi. La seconda è ancora in stallo, visto che è Acc, ovvero la joint venture tra Stellantis, Mercedes-Benz e TotalEnergies, a doverne decidere il destino.</p>
<p>«Tutta l&#8217;industria dell&#8217;auto europea è in grande difficoltà, perché è schiacciata fra due giganti:<mark class='mark mark-yellow'>da un lato gli Stati Uniti, che sono degli importatori di auto dall&#8217;Europa, ma che adesso con la questione dei dazi rischiano di mettere i bastoni fra le ruote ai nostri produttori. Che Stellantis abbia una base produttiva negli Stati Uniti, un po&#8217; la facilita; perciò, continua a seguire il mercato americano, tant&#8217;è vero che hanno annunciato anche 5,5 miliardi di investimenti negli Stati Uniti»</mark>, spiega <strong>Filomena Greco, giornalista esperta di automotive del Sole24Ore</strong>. «Dall’altro lato, l’Italia è schiacciata dalla <strong>concorrenza cinese</strong>, che è un new player molto più aggressivo di come lo fossero, per esempio, i giapponesi e i coreani qualche anno fa quando sono entrati nel mercato europeo dell&#8217;auto. Quindi la concorrenza è molto forte e il presidente John Elkann lo ha ricordato mettendo nero su bianco il gap competitivo delle aziende europee, che è di circa il 40%».  “I prezzi dell’energia di Paesi produttori di auto europei risultano 5 volte più alti di quelli cinesi”, ha detto Elkann.</p>
<p>Tra i temi trattati in audizione, ci sono <strong>i piani di produzione della penisola, la riduzione dei costi dell’energia e la revisione delle regole sulla transizione in Europa dal 2035, con uno spazio riservato ai motori non solo elettrici, ma anche ibridi</strong>. «Il principio della decarbonizzazione è, in linea generale, sposato da tutte le case produttrici», afferma Greco. «Quello che le ha messe in difficoltà è il modo in cui l&#8217;Europa ha gestito il tema della decarbonizzazione, fissando una fine ai motori endotermici che sono un po&#8217; la nostra chiave, senza lasciare libertà di sperimentare, di innovare, di continuare a far evolvere anche i motori endotermici verso emissioni più basse, che sarebbe stato sicuramente la strada più adatta all&#8217;industria europea». Questa politica è stata parzialmente corretta, però lo stesso Elkann ha detto che si tratta di azioni di corto respiro che non danno certezza al mercato, e quindi nemmeno ai produttori.</p>
<p>Non è mancato l’appello a Bruxelles, per la revisione dei regolamenti sull’auto per la metà del prossimo decennio:<mark class='mark mark-yellow'>“In Stellantis continuiamo a sostenere che l’elettrificazione sia lo strumento più efficace per raggiungere la decarbonizzazione”, le parole del presidente di Stellantis</mark>. «Tutto si è spostato sulla <strong>motorizzazione elettrica</strong>, ma noi non governiamo quella tecnologia; quindi, la compriamo tout court dall&#8217;Asia e questo porta l&#8217;industria dell&#8217;auto ad avere un sovrapprezzo rispetto all&#8217;auto stessa, alle auto di nuova generazione, quelle a basso impatto e soprattutto quelle elettriche», spiega la giornalista del Sole24Ore. «Ieri sono venute fuori due cifre emblematiche: <strong>produrre un&#8217;auto in Italia ci costa 1414 Euro, produrla in Spagna 516</strong>. Quindi c&#8217;è un tema di competitività e di concorrenza anche interna all&#8217;Europa che non è legata al dumping, come spesso accade sui mercati rispetto ai paesi esteri. È una questione legata alle condizioni interne del paese». Negli ultimi mesi il fattore energetico è diventato uno svantaggio pesante per l&#8217;industria italiana, tanto che lo stesso Elkann, per esempio, non si è preso alcun impegno sui volumi produttivi in Italia.</p>
<p>«L&#8217;Italia è passata da circa 2 milioni di veicoli prodotti qualche anno fa a poco più poco meno di mezzo milione l&#8217;anno scorso; quindi, il tema dei volumi industriali è un tema chiave per l&#8217;industria», conclude l’esperta. «Elkann non ha potuto prendersi comunque alcun tipo di impegno sui volumi: ha detto che dipenderà dal mercato e, non ultimi, dai dazi americani».</p>
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		<title>Prada e Versace: verso la fusione di due holding opposte</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Mar 2025 08:37:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giulia Venini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Prada stringe sull’acquisto di Versace. Il gruppo italiano e Capri Holdings, la società americana quotata a Wall Street che controlla Versace, si stanno avvicinando a un accordo che potrebbe concludersi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/Progetto-senza-titolo-1.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Progetto senza titolo (1)" /></p><p>Prada stringe sull’acquisto di Versace. Il gruppo italiano e <strong>Capri Holdings</strong>, la società americana quotata a Wall Street che controlla Versace, si stanno avvicinando a un accordo che potrebbe concludersi entro poche settimane. Si parla di un’operazione dal valore di circa 1,5 miliardi di euro, come ha riportato il <em>Financial Times</em>.</p>
<p>«È molto difficile capire quale potrebbe essere l&#8217;integrazione: Versace è un marchio molto diverso da Prada. Però forse per questo ha un senso comprarlo, non si può certo sovrapporre ai marchi che ci sono già nel gruppo Prada», spiega <strong>Giulia Crivelli, fashion editor per Gruppo 24 Ore</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Prada ha in portafoglio molte firme, tra cui spicca l’altra casa di moda di Miuccia Prada, Miu Miu. Si aggiungono poi Church e Car Shoe; Marchesi 1824 e il marchio Luna Rossa che, dal nome della barca che ha partecipato alla Coppa America, è diventato intestatario di una linea di abbigliamento.</mark> Il motivo dell’acquisizione, aggiunge Crivelli, potrebbe essere che «come era successo negli anni 2000, il gruppo voglia crescere non con la cosiddetta crescita organica, che vuol dire sviluppare i marchi che ha già in portafoglio, ma acquistandone degli altri».</p>
<p>Per capire meglio la questione, bisogna tenere conto di due fattori:</p>
<ul>
<li>a dominare nel settore sono due grandi società francesi<strong>, LVMH e Kering</strong>;</li>
<li>in entrambi i casi, si sono registrati cali delle vendite: nel terzo trimestre del 2024, LVMH è calato del 4%, mentre Kering del 15%.</li>
</ul>
<p>Detto questo, prosegue Crivelli, <mark class='mark mark-yellow'>«si rimane sempre su numeri molto alti: nel 2024, Kering ha chiuso con un fatturato di circa 20 miliardi; il gruppo LVMH, che è il più grande al mondo, con 80 miliardi; il gruppo Prada probabilmente nel 2024 arriverà intorno ai 4 miliardi e mezzo».</mark> Non c&#8217;è dunque assolutamente possibilità di gara, tra Francia e Italia: «Anche se Versace entrasse nel perimetro del gruppo Prada, questo porta in dote, in termini di ricavi, meno di 200 milioni di euro, quindi arriviamo a 4,7». Ma di poli italiani della moda ne esistono, anche se di dimensioni minori: «C&#8217;è il gruppo <strong>OTB di Renzo Rosso</strong> che oltre a Diesel, marchio principale, riunisce Agile Sander e Maison Margela. Poi c&#8217;è <strong>Oniverse</strong>, che una volta si chiamava gruppo Calzedonia. Ma la competizione con i cosiddetti poli francesi della moda e del lusso è lontana. Tanto per darvi un&#8217;idea, LVMH ha 75 marchi in portafoglio dove ci sono anche gli alcolici, profumi, quindi è molto diversificato. Ciò non toglie che si possa crescere, appunto, anche non in maniera solo organica, ma anche tramite acquisizioni, ma non per fare concorrenza ai francesi».</p>
<p>Abbiamo citato i francesi. «Tutti e due i gruppi &#8211; spiega la giornalista &#8211; dicono di avere <strong> una doppia anima, italiana e francese</strong>. Non soltanto perché possiedono dei marchi italiani e li rispettano, ma perché continuano a produrre in Italia. Nella mia esperienza, i francesi sono riusciti a rilanciare questi marchi, hanno rispettato le famiglie fondatrici, hanno continuato a produrre in Italia. Certo, parliamo di alta e altissima gamma. <mark class='mark mark-yellow'>Vale diversamente con la fascia media, che è più in sofferenza: spesso le aziende sono più piccole e le dimensioni corrispondono in momenti di difficoltà a una maggiore fragilità».</mark> Proprio le PMI rischiano di essere i soggetti che soffriranno di più dei dazi imposti da Trump: «I prodotti italiani del settore del tessile che vengono esportati negli Stati Uniti sono di alta o altissima gamma. Quindi il dazio incide, ma il consumatore non ha alternative, perché la forza del Made in Italy sta nella sua unicità. Diverso naturalmente è se avessimo delle produzioni, in questo caso nella moda, di fascia più meno alta, perché allora il dazio che viene scaricato poi quasi sempre sui consumatori fa una differenza e porta magari a scegliere altri prodotti».</p>
<p>«Lo stile Prada si caratterizza da un forte rigore che magari spesso è contraddetto da una personalità molto forte», commenta <strong>Angelo Flaccavento, giornalista e critico di moda per il Sole 24 Ore</strong>. L’analisi di Flaccavento arriva proprio da Parigi dove si presta a seguire la seconda tornata di sfilate per l’haute couture. <mark class='mark mark-yellow'>Il brand Prada è incastrato nell’immaginario tipico borghese, classico, ma non scontato. Senza troppe stravaganze, ma con un carattere deciso. «Apollineo» come lo chiama lo stesso critico.</mark> L’ultima sfilata di febbraio per la moda donna autunno inverno 2025/2026 a Milano lo dimostra bene. Miuccia Prada ha completamente ridisegnato l’immaginario femminile attraverso <strong>forme nette, senza sbavature e con un grande omaggio alla sua stessa storia</strong>. I capi proposti sulla passerella mescolano le forme tipiche maschili con quelle del guardaroba femminile: le donne possono portare il doppiopetto, così come gonne a vita alta. Gli abiti vengono liberati dalle strutture più classiche. Il movimento arricchisce le forme e mette in risalto i corpi delle modelle. Un nuovo codice di glamour, un nuovo Dna che mescola bon ton e sgarbatezza. Uno stile dove grezzo e raffinato possono convivere senza farsi la guerra. Ogni dettaglio è curato in modo quasi maniacale e rigoroso. Se ci sono sbavature, di certo, non sono lasciate al caso. <mark class='mark mark-yellow'>«Versace è il suo assoluto opposto. Il suo stile è seducente e orgogliosamente mediterraneo»</mark>, rilancia con un paragone Flaccavento. Qui più che rigore si percepisce <strong>la volontà di osare</strong> <strong>e, perché no, anche di sperimentare</strong>. Più le forme sono grandi e più vengono ben accolte. Donatella Versace è riuscita a mettere lo stampino “wow” anche a questa tornata invernale di sfilate nella città ai piedi della Madonnina. Un mix di stampe animalier e forme pompose e avvolgenti. Le fibre più tipiche del retaggio della maison traspirano da ogni capo. Uno stile audace, energico contraddistinto dal colore oro, anche questo di forte richiamo all’età barocca. Tutto è portato a essere grande. Non mancano i fiocchi e i tacchi XL. Le minigonne possono coesistere agli strascichi lunghi fino ai piedi. L’effetto trapuntato è stato il grande “must have” di quest’ultima collezione. Audace con la pelle, pop con il denim. «È un brand fortemente legato allo star-system nelle sue espressioni più esterne e compiaciute», riflette Flaccavento.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Non sembrerebbe esserci la possibilità di vedere sulle prossime passerelle di almeno quest’anno una collezione “Pradace”. Lo stesso giornalista conferma, infatti, che non vede i due grandi marchi tenersi la mano nei prossimi defilè.</mark> «Al contrario, li vedo proprio come <strong>due entità separate</strong>. Certo, si potrebbero integrare in un modo dove le loro identità rimangano specularmente opposte. Sarebbe interessante capire come Prada possa ricostruire un gruppo che è il suo preciso opposto», chiude Flaccavento.</p>
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		<title>NEWS: OPEN AI APRE AGLI ARGOMENTI OFF-LIMITS</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Feb 2025 14:17:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giulia Venini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

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		<description><![CDATA[OpenAI ha dichiarato che nessun argomento deve essere ormai considerato off-limits. Si tratta di un’evoluzione significativa, se si pensa alle precedenti restrizioni dalla chatbot. La società della Silicon Valley, infatti, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3000" height="1688" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/openai.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="openai" /></p><p>OpenAI ha dichiarato che nessun argomento deve essere ormai considerato off-limits. Si tratta di un’evoluzione significativa, se si pensa alle precedenti restrizioni dalla chatbot. La società della Silicon Valley, infatti, è stata spesso accusata di fare “paternalismo digitale”, evitando di affrontare argomenti ritenuti delicati come sesso e violenza. Ora, però, OpenAI ha deciso di rivedere la propria posizione, introducendo un aggiornamento che pone maggiore enfasi sulla libertà di esplorazione e discussione, pur mantenendo misure di sicurezza per evitare potenziali rischi. &#8220;Vogliamo che gli utenti possano esplorare, creare e discutere senza barriere arbitrarie, garantendo al contempo protezioni adeguate per prevenire danni concreti&#8221;, si legge nella comunicazione ufficiale. Anche il CEO di OpenAI Sam Altman ha espresso sostegno a questa visione, confermando che una &#8220;modalità per adulti&#8221; fosse necessaria.</p>
<p>Le nuove linee guida distinguono ora tre categorie di contenuti. I più serrati sono quelli “vietati in ogni circostanza”, ovvero qualsiasi materiale che coinvolga minori in contesti sessuali. Vi sono poi i contenuti “con restrizioni”, tra cui informazioni sensibili o personali, e infine i “sensibili contestualizzati”, che includono scene di violenza o erotiche, purché rientrino in un ambito appropriato, come la narrativa, la ricerca scientifica o il contesto storico. L’apertura riflette un cambio di rotta generale del settore tecnologico, in cui molte delle aziende della Silicon Valley si stanno adattando a uno scenario in cui la libertà di espressione è tornata al centro del dibattito. L’obiettivo dichiarato di OpenAI è chiaro: &#8220;L’intelligenza artificiale deve essere un supporto per l’umanità, non un’entità che la modella secondo principi precostituiti&#8221;. Una dichiarazione che sottolinea la volontà di distanziarsi dalle accuse di censura e di posizionarsi come un servizio più aperto e adattabile.</p>
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		<title>OFF THE RADAR #87</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Feb 2025 11:38:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giulia Venini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

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		<description><![CDATA[Torna Off The Radar, la rubrica settimanale di Magzine dedicata alle migliori notizie dal mondo su AI, giornalismo, tech e innovazione. E non solo. Dall’Europa agli Stati Uniti, passando per l’Africa, l’intelligenza ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="275" height="183" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/download1.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="download" /></p><p>Torna <strong>Off The Radar</strong>, la rubrica settimanale di Magzine dedicata alle migliori notizie dal mondo su AI, giornalismo, tech e innovazione. E non solo. Dall’Europa agli Stati Uniti, passando per l’Africa, l’intelligenza artificiale e la tecnologia continuano a ridisegnare il nostro mondo. Mentre la Francia punta su un piano miliardario per competere con USA e Cina, Microsoft sperimenta l’AI per generare gameplay su Xbox. I chatbot entrano anche nelle scuole americane come supporto psicologico e aiutano i giornalisti nigeriani nell’inchiesta sulle alluvioni. Ma l’innovazione porta con sé sfide: dal difficile rapporto tra scuola e ChatGPT alla proliferazione incontrollata di startup nel settore. Nel frattempo, una piccola città del Kansas viene sconvolta da una truffa sulle criptovalute, i giornalisti italiani devono ancora fare i conti con il trauma post-COVID. Tra etica, regolamentazione e nuove frontiere, questa settimana Off The Radar racconta come <strong>la tecnologia sta cambiando il nostro presente</strong>.</p>
<p>Ecco le dieci notizie imperdibili di questa settimana:</p>
<p>Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato un piano di investimenti da <strong>100 miliardi di euro per accelerare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale in Europa</strong>. Vuole cercare di colmare il divario con Stati Uniti e Cina. Parallelamente, un consorzio di 20 aziende e startup ha lanciato un&#8217;iniziativa da 150 miliardi per rafforzare l’ecosistema AI, semplificare le normative e<strong> attrarre investitori</strong> da tutto il mondo. Tra le oltre 60 aziende coinvolte ci sono giganti come ASML, Airbus, Siemens e Spotify. L’obiettivo è costruire un’industria tecnologica europea autonoma e competitiva. <a href="https://www.millionaire.it/macron-punta-sullintelligenza-artificiale-100-miliardi-di-euro-per-tenere-il-passo-di-usa-e-cina/" target="_blank">Millionaire</a></p>
<p><strong>Sam Altman</strong>, CEO di OpenAI, ha pubblicato un nuovo post sul suo blog in cui presenta tre osservazioni chiave sull’Intelligenza Artificiale Generale (AGI). Secondo Altman, siamo più vicini che mai a modelli di AI in grado di <strong>ragionare e apprendere come gli esseri umani.</strong> La sfida principale rimane quella del controllo e dell’allineamento con i valori umani. Inoltre, sottolinea che la regolamentazione sarà cruciale per garantire uno sviluppo etico e sicuro dell’AGI. <a href="https://blog.samaltman.com/" target="_blank" rel="noopener" data-start="1426" data-end="1472">Sam Altman Blog<br />
</a></p>
<p>Mira Murati, ex-dirigente di OpenAI, è una delle figure più influenti nel campo dell’intelligenza artificiale. Dopo aver lasciato la compagnia di Altman, ha rilasciato un’intervista in cui racconta come immagina il futuro delle &#8220;macchine pensanti&#8221; e <strong>le implicazioni etiche di un’AI sempre più avanzata</strong>. Murati riflette sul ruolo che queste tecnologie potrebbero avere nella società, dalla creatività alla medicina, ma sottolinea anche i rischi di una <strong>regolamentazione inadeguata</strong>. <a href="https://www.wired.com/story/mira-murati-thinking-machines-lab/" target="_new" rel="noopener" data-start="1973" data-end="2044">Wired</a></p>
<p data-start="2132" data-end="2672">L’industria dell’intelligenza artificiale sta vivendo un boom senza precedenti, ma il numero crescente di startup e aziende che si affacciano sul mercato potrebbe portare a un inevitabile collasso. Secondo Casey Newton di <em data-start="2332" data-end="2344">Platformer</em>, la competizione feroce e la dipendenza dalle risorse computazionali potrebbero rendere <strong>insostenibile il business per molte società emergenti.</strong> Il rischio è che solo i giganti come OpenAI, Google DeepMind e Anthropic possano sopravvivere nel lungo termine. <a href="https://www.platformer.news/too-many-ai-companies/" target="_new" rel="noopener" data-start="2606" data-end="2670">Platformer</a></p>
<p data-start="2132" data-end="2672">La sfida dell&#8217;AI si declina anche in ambito educativo e culturale. I chatbot hanno messo le scuole di fronte a una sfida complessa. Da un lato, alcuni insegnanti stanno cercando di<strong> integrare l’uso dell&#8217;intelligenza artificiale nella didattica</strong>; dall’altro, esiste il timore che gli studenti possano usarla per copiare o ridurre il loro impegno nello studio. Ci sono però delle soluzioni possibili soluzioni, tra cui lo sviluppo di strumenti di verifica e l’insegnamento di un uso etico e <strong>consapevole della tecnologia</strong>. <a href="https://lucysullacultura.com/il-difficile-rapporto-tra-scuola-e-chatgpt/" target="_new" rel="noopener" data-start="3183" data-end="3277">Lucy Sulla Cultura</a></p>
<p data-start="5374" data-end="5983">Anche negli Stati Uniti le scuole stanno sperimentando chatbot basati sull’intelligenza artificiale. Non solo per l&#8217;apprendimento, ma anche per <strong>supportare la salute mentale degli studenti</strong>. Con la carenza di counselor scolastici, questi strumenti vengono utilizzati per offrire supporto psicologico e suggerimenti per la gestione dello stress. Ma gli esperti avvertono: <strong>un bot non può sostituire un vero terapeuta</strong>, e c’è il rischio che risposte automatiche non siano sempre adeguate alle esigenze emotive degli studenti. <a href="https://www.wsj.com/tech/ai/student-mental-health-ai-chat-bots-school-4eb1ba55?mod=tech_lead_pos1" target="_new" rel="noopener" data-start="5861" data-end="5981">Wall Street Journal</a></p>
<p data-start="2132" data-end="2672">Un banchiere di successo in una piccola città del Kansas, negli Stati Uniti, ha messo in crisi la sua comunità dopo aver perso milioni di dollari in <strong>speculazioni sulle criptovalute</strong>. Attraverso uno schema fraudolento, ha convinto i cittadini a investire i loro risparmi in token digitali, promettendo rendimenti irrealistici. Quando il mercato è crollato, la truffa è emersa, scatenando una battaglia legale che ha diviso l’intera città. Una storia di avidità, ingenuità e conseguenze devastanti. <a href="https://www.nytimes.com/2025/02/19/magazine/cryptocurrency-scam-kansas-heartland-bank.html?unlocked_article_code=1.yk4.G0Yg.uSq3-C-ZrzQP&amp;smid=url-share" target="_new" rel="noopener" data-start="3840" data-end="4009">New York Times</a></p>
<p data-start="2132" data-end="2672">Molti <strong>giornalisti italiani che hanno coperto la pandemia</strong> stanno ancora affrontando le conseguenze psicologiche di quel periodo. Stress, paura e burnout sono le conseguenze di queste esperienza. É l&#8217;evidenza del fatto che il continuo contatto con <strong>notizie tragiche</strong> e il sovraccarico di lavoro hanno impatto devastante sulla salute mentale. Per molti, la pandemia è stata non solo una sfida professionale, ma anche un’esperienza traumatica difficile da elaborare. <a href="https://niemanreports.org/trauma-covid-pandemic-italian-journalists/" target="_new" rel="noopener" data-start="4537" data-end="4623">Nieman Reports</a></p>
<p data-start="2132" data-end="2672"><em data-start="4700" data-end="4721">The Colonist Report</em>, una piccola redazione nigeriana, ha utilizzato strumenti di intelligenza artificiale per <strong>analizzare migliaia di pagine di documenti governativi</strong> in un&#8217;inchiesta sulle alluvioni. Grazie all’AI, i giornalisti sono riusciti a individuare discrepanze nei dati e a scoprire negligenze nelle risposte governative. Il caso dimostra come l’intelligenza artificiale generativa possa diventare<strong> un potente alleato per il giornalismo d’inchiesta</strong>, anche in contesti con risorse limitate. <a href="https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/news/how-small-nigerian-newsroom-used-ai-flooding-investigation" target="_new" rel="noopener" data-start="5169" data-end="5296">Reuters Institute</a></p>
<p data-start="6075" data-end="6661">Microsoft sta aprendo una nuova frontiera nel gaming con lo sviluppo di un modello di intelligenza artificiale in grado di<strong> generare sequenze di gameplay</strong>. L’idea è quella di creare esperienze di gioco sempre più dinamiche e personalizzate, in cui l’IA può adattare la difficoltà, modificare scenari e persino scrivere trame alternative in tempo reale. Se il progetto avrà successo, potrebbe rivoluzionare il modo in cui vengono sviluppati e vissuti i videogiochi. <a href="https://www.theverge.com/news/615048/microsoft-xbox-generative-ai-model-gaming-muse?ref=platformer.news" target="_new" rel="noopener" data-start="6543" data-end="6659">The Verge</a></p>
<p data-start="6075" data-end="6661">
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		<title>NAVALNY: UN RICORDO, A UN ANNO DALLA MORTE</title>
		<link>https://www.magzine.it/navalny-un-ricordo-a-un-anno-dalla-morte/</link>
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		<pubDate>Sun, 16 Feb 2025 22:04:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giulia Venini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[È passato un anno dalla morte di Alexse’j Naval’nyj, emblema della dissidenza politica che in Russia sopravvive a stenti contro il regime del presidente Vladimir Putin. Naval’nyj è stato infatti ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="675" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/Aleksej-Navalny.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Aleksej-Navalny" /></p><p>È passato un anno dalla morte di Alexse’j Naval’nyj, emblema della dissidenza politica che in Russia sopravvive a stenti contro il regime del presidente Vladimir Putin. Naval’nyj è stato infatti l’ultima figura ad aver contrastato Putin in una maniera sufficientemente forte, da portarlo alla morte.</p>
<p>Naval’nyj muore <strong>venerdì 16 febbraio 2024 nella colonia penale IK-3, a oltre duemila chilometri da Mosca</strong>. La notizia arriva nell’inverno rigido siberiano di Charp, la cittadina che accoglie la prigione in cui il dissidente è recluso dal dicembre del 2023. La causa ufficiale del decesso è attribuita alla “sindrome da morte improvvisa”. Il Cremlino imposta questa linea, mentre <strong>Yulia Borisovna Naval’naja, ormai vedova, denuncia perentoria in un video: «Putin ha ucciso mio marito». </strong>La donna sostiene che ad aver provocato la morte di Aleksej sia stato il Novichock, il fatale agente nervino. A rafforzare la sua invettiva si mettono i quattordici giorni che le autorità russe stabiliscono per condurre gli esami sulla salma del defunto.</p>
<p>Storcono ancora il naso i seguaci di Naval’nyj, che proseguono il suo lavoro anche dall’Italia. Parla <strong>Marina Davydova, portavoce dell’associazione nata a seguito dell’assassinio della giornalista Anna Politkovskaja, <em><a href="https://annaviva.wordpress.com/">Annaviva</a></em></strong>: «La morte di Navalny è stato un colpo duro, anche per chi non seguiva la situazione in Russia con attenzione. In quel momento il mondo per un attimo si è fermato. Qualcuno è rimasto terrorizzato e qualcun altro ha pensato: “Cavolo, allora è grave”».</p>
<p>La scomodità di questo personaggio stava nel suo carisma e nella sua capacità di riunire le persone attorno a sé. <mark class='mark mark-yellow'>Lo si è visto quando, venerdì 1° marzo, in migliaia si sono riuniti alla chiesa dell’Icona della madre di Dio, a Mosca per dargli l’ultimo saluto, rischiando l’arresto e venendo, in alcuni casi, arrestati.</mark> Nel corso degli anni, con la creazione della sua <strong>Fondazione Anti-Corruzione</strong>, Naval’nyj mette in luce scandali che coinvolgono personalità di spicco del regime di Putin – come Dmitrij Medvedev, allora primo ministro. Un’attività di inchiesta per cui si guadagna un primo avvelenamento da Novichock, nell’agosto del 2020. Tratto in salvo dalla Naval’naja in Germania, nel 2021 il dissidente rientra in Russia di sua sponte.  Il perché di questo gesto è, a detta dello stesso Naval’nyj, una delle domande che gli viene poste più di frequente. La risposta è sempre la stessa: “Ho il mio paese e le mie convinzioni. <strong>Non voglio rinunciare al mio Paese o alle mie convinzioni</strong>. E non posso tradire né l’uno né l’altro. Se le tue convinzioni valgono qualcosa, devi essere pronto a difenderle. E fare dei sacrifici, se necessario”.</p>
<p>Forza di volontà e convinzioni sono la sostanza del discorso, se si vuole fare opposizione in un regime. Il 2024 è scandito da un <strong>importante scambio di detenuti</strong>, tra cui molti oppositori, tra Mosca e Washington. Si tratta di una delle ultime operazioni dell’amministrazione dell’ex presidente statunitense, Joe Biden. In questo scambio, vengono tratti in salvo figure di massima importanza, come Oleg Orlov, presidente di Memorial; i politici e dissidenti di Putin Il’Ja Jašin e Vladimir Kara-Murza; Evan Gershkovich, giornalista del Wall Street Journal. «Al momento, quella dei prigionieri politici è la questione più importante, dopo la guerra in Ucraina. Ricordiamo che nelle colonie penali ci sono oltre ai russi, anche tanti ucraini, tenuti in condizioni particolarmente crudeli e feroci. Le autorità li tengono separati dai russi, affinché nessuno possa aiutarli», spiega Davydova. «Ma, grazie allo scambio dei prigionieri dell’anno scorso, abbiamo saputo di più sulla situazione nelle carceri. Noi, come associazione Annaviva, in collaborazione con il gruppo Russi contro Guerra, stiamo cercando di organizzare a Milano una mostra temporanea <em>Faces of Russian Resistance</em>, con i volti delle persone che proprio adesso marciscono nelle carceri perché hanno una coscienza di non accettare il regime di Putin e la sua guerra inutile».</p>
<p>Ricordiamo che Naval’nyj muore in piena campagna elettorale, la medesima che riconferma Putin alla presidenza del Cremlino, per il quinto mandato. Impossibile non pensare alle parole che Il’Ja Jašin, dal carcere, scrive in quel periodo, appresa la morte dell’amico:</p>
<p style="text-align: center;">“Sono consapevole del fatto che la propaganda di stato inizierà a manipolare l’opinione pubblica. Diranno che la morte di Naval’nyj non è conveniente per il presidente, che non è logico ucciderlo un mese prima delle elezioni, che Putin è concentrato sulla politica globale e non ha tempo per pensare a un detenuto qualunque. Sono tutte sciocchezze, toglietevele dalla testa. Dopo l’avvelenamento di Aleksej nel 2020 la propaganda ha difeso Putin dicendo che se avesse voluto, lo avrebbe ucciso. Tutto vero. <strong>Voleva farlo e lo ha ucciso. E non lo ha solo ucciso, lo ha ucciso in modo plateale. E proprio alla vigilia delle elezioni, in modo che di fatto nessuno potesse dubitare del coinvolgimento di Putin</strong>. Ha ucciso in modo altrettanto plateale anche Prigožin, in modo che nessuno potesse dubitarne. […] Nella visione di Putin il potere si consolida proprio in questo modo: con omicidi, crudeltà, vendette dimostrative. Non è la mentalità di uno statista. <strong>È la mentalità di un capobanda</strong>. E siamo onesti: Putin è anche il capo della struttura mafiosa che si è fusa col nostro stato. È privo di limiti morali e legali. Tiene le persone nella paura e mette in prigione e annienta chi non ha paura”.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il testimone di Naval’nyj è adesso nelle mani di Yulia Naval’naja, che si dice disposta, nel prossimo futuro, a fare ritorno in Russia, per candidarsi alla presidenza. Nei suoi confronti, le autorità russe emettono nel luglio 2024 un mandato di arresto in contumacia, definendola “estremista”</mark>. Anche Aleksej riceve lo stesso mandato, mentre si trova a Berlino dopo l’avvelenamento.</p>
<p>«Navalny era un grande, che faceva da esempio, che veniva seguito.  Ha lasciato un segno e difficilmente verrà dimenticato a breve. Era come se tenesse uno scudo, contro Putin. Una volta morto, tutto il male si è disperso sul resto dei prigionieri politici. E manca tantissimo. Senza di lui non è più lo stesso», conclude Davydova.</p>
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		<title>Si complica lo scenario bancario: l&#8217;Ops di Bper su Banca Popolare di Sondrio</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Feb 2025 20:58:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giulia Venini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con l’offerta pubblica di scambio lanciata da Bper su Banca Popolare di Sondrio, si è aperta a una quinta partita destinata a complicare ancora di più lo scenario bancario in ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="650" height="339" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/imagoeconomica-1338727-1738921116-U15386725883NAs-1440x752_IlSole24Ore-Web.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="imagoeconomica-1338727-1738921116-U15386725883NAs-1440x752_IlSole24Ore-Web" /></p><p>Con l’offerta pubblica di scambio lanciata da Bper su Banca Popolare di Sondrio, si è aperta a una <strong>quinta partita destinata a complicare ancora di più lo scenario bancario in corso</strong>. Dopo le Ops BancoBpm-Anima Sgr – che ha dato il via al risiko –, Unicredit-BancoBpm, Monte dei Paschi di Siena-Mediobanca e Unicredit-Generali, l’operazione avviata dall’istituto modenese inaugura un dialogo tra <strong>due banche di dimensioni minori</strong>. La capitalizzazione di Bper è quotata a 8,85 miliardi, mentre la Popolare di Sondrio a 4,27 miliardi. <mark class='mark mark-yellow'>Per l’acquisizione dell’istituto valtellinese Gianni Franco Papa, ceo di Bper, mette sul tavolo 4,3 miliardi di euro e punta a una quota del 50%. Modena mantiene però aperta la strada di un 35%, dopo che la Bce ha dato l’ok a questa soglia minima per il buon esito dell’operazione.</mark> Una percentuale che il cda di Sondrio ha definito &#8220;difficilmente compatibile&#8221; con l&#8217;obiettivo di &#8220;realizzare nel minor tempo possibile la fusione&#8221;. Di qui le perplessità &#8220;sui potenziali rischi di esecuzione&#8221; dell&#8217;integrazione.</p>
<p>L’operazione è in linea con le offerte “ostili” degli ultimi mesi, nel senso di<strong> non preventivamente concordate</strong>. A ripeterlo lo stesso BPS, che parla di una mossa “non concordata, né sollecitata”. Allo stesso tempo, secondo il <strong>Comitato per l&#8217;autonomia e indipendenza della Banca Popolare di Sondrio</strong>, che riunisce piccoli azionisti locali dell&#8217;istituto valtellinese, l’iniziativa è “ostile e dannosa”. «Se da un lato valutazioni di strategia industriale e competitive stanno accelerando il processo di consolidamento anche tra le banche di minore dimensione, credo sia importante mantenere la biodiversità del settore», commenta <strong>Giovanni Sabatini, ex direttore generale dell’Associazione Bancaria Italiana e docente di Principles of banking presso la Facoltà di Scienze Bancarie dell&#8217;Università Cattolica</strong>.<mark class='mark mark-yellow'>«La banca del territorio, di prossimità, e con una ancora radicata presenza fisica svolge un ruolo fondamentale per una economia basata su micro e piccole imprese». Le crisi che abbiamo vissuto anche in Italia, prosegue Sabatini, non erano legate alla dimensione delle banche, ma a “cattivi” modelli di governance.</mark> Da questo punto di vista occorre una maggiore proporzionalità e semplificazione del quadro normativo: solo così si può giovare alla sostenibilità del modello di banca del territorio. «La gestione dei processi di consolidamento dovrà tener conto delle specificità caratteristiche dell’economia italiana e della necessità di evitare la riduzione del credito sui territori e sulle entità di minore dimensione», aggiunge Sabatini. <mark class='mark mark-yellow'>La biodiversità del sistema, con la coesistenza di piccole e grandi banche è insomma un valore da preservare, perché aumenta la competizione e l’ampliamento dell’offerta. Ma in Italia abbiamo un sistema bancario che, nonostante le rilevanti operazioni degli ultimi dieci anni, offre ancora spazi per questi consolidamenti.</mark></p>
<p>Nel caso di Bper-Pop Sondrio, la partita verrebbe facilitata dall’azionista in comune, ovvero <strong>Unipol, che detiene una quota che sfiora il 20% in entrambi gli istituti</strong>. Proprio contro l’organismo guidato da <strong>Carlo Cimbri</strong> si scagliano i piccoli soci della Popolare di Sondrio: <mark class='mark mark-yellow'>“Chi ha ora orchestrato l’operazione ostile e dannosa ha, nel recente passato, ripetutamente dichiarato il suo favore per l’autonomia e l’indipendenza della BPS. Il sistema economico italiano, ad alta prevalenza di piccole e medie imprese, si ritroverà un sistema bancario tra i più concentrati in Europa, se non il più concentrato: una situazione totalmente contrapposta all’interesse del Paese&#8221;</mark>. Prosegue Sabatini: «Ad oggi, a prescindere dal risultato delle operazioni in corso, operano in Italia circa 96 tra gruppi bancari e banche indipendenti rispetto agli oltre 430 del 2017. <strong>Il processo di consolidamento, spinto anche dai supervisori europei, ha avuto un’accelerazione fortissima in questi ultimi mesi</strong>, e dunque ha motivato anche operatori bancari di medie dimensioni a valutare e mettere in atto strategie di aggregazione che permettano di conseguire obiettivi in linea con le tendenze in atto».<mark class='mark mark-yellow'>Esemplificativo è l’Ops di Banca Ifis su Illimity Bank, un’offerta piccola – del valore di <strong>298 milioni</strong> –, ma che testimonia il momento propizio per tutto questo tipo di aggregazioni.</mark> Spiega l’esperto: «Il settore bancario italiano sta dimostrando una solidità, una capacità di crescere – anche fuori dai confini nazionali – e un dinamismo che lo collocano tra le eccellenze europee. Il settore ha fatto grandissimi sforzi dopo la grande crisi finanziaria, la crisi del debito sovrano e la pandemia per ricapitalizzarsi, migliorare la qualità degli attivi, ritornare ad una adeguata redditività e aumentare l’efficienza – <strong>il cost-income ratio delle banche italiane è tra i più bassi in Europa</strong>. Quello che oggi osserviamo è anche il risultato delle azioni introdotte in questi anni da tutte le banche italiane». Il cost-income ratio è un indicatore di efficienza bancaria che misura il rapporto tra i costi operativi e i ricavi totali di una banca. Più il valore è basso, più la banca è efficiente, poiché significa che riesce a generare alti ricavi con costi relativamente contenuti.</p>
<p>Da non sottovalutare, in questo quadro, il ruolo della <strong>Banca Centrale Europea</strong>. Abbiamo già detto che la Bce ha subordinato la portata a termine dell’operazione a un’acquisizione pari al 50% da parte di Bper. <mark class='mark mark-yellow'>«Il quadro normativo europeo assegna al Meccanismo Unico di Supervisione (SSM) della BCE il ruolo di valutare e autorizzare le operazioni di acquisizione, fusione delle banche dell’area dell’euro», chiarisce Giovanni Sabatini. «In particolare, la vigilanza della BCE svolge un ruolo decisivo per determinare se e come si concluderanno le varie operazioni di offerta in corso. Questa determina, all’atto dell’autorizzazione, le soglie minime».</mark> Nel caso Bper-Popolare di Sondrio, la soglia minima è del <strong>35%</strong>.</p>
<p>Resta che lo scenario di <strong>un&#8217;integrazione tra Modena e Sondrio appare ancora lontano</strong>. Dal comunicato di BPS si evince preoccupazione per le sinergie di costo annunciate da Bper (ovvero i risparmi ottenuti dall’integrazione di due aziende, pari a 190 milioni di euro) nell&#8217;ambito della possibile acquisizione. La Popolare teme che questi risparmi possano tradursi in tagli al personale e in una riorganizzazione della struttura aziendale e commerciale. BPS ha aggiunto che la propria efficienza operativa (misurata col già citato indicatore cost/income) è molto competitiva rispetto al resto del settore bancario italiano. Un&#8217;ulteriore riduzione dei costi potrebbe richiedere misure drastiche.</p>
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		<title>Unicredit entra in Generali: la mossa a sorpresa di Orcel</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Feb 2025 09:13:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giulia Venini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[UniCredit ha acquistato il 4,1% di Generali, quota che vale 2 miliardi, in base ai prezzi attuali in Borsa. Un ingresso, quello nel Leone, che il Ceo della banca Andrea ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1512" height="1014" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/Screenshot-2025-02-06-at-10.12.53.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Screenshot 2025-02-06 at 10.12.53" /></p><p>UniCredit ha acquistato il <strong>4,1% di Generali</strong>, quota che vale 2 miliardi, in base ai prezzi attuali in Borsa. <mark class='mark mark-yellow'>Un ingresso, quello nel Leone, che il Ceo della banca Andrea Orcel ha definito, nello scetticismo di molti, un “puro investimento finanziario”</mark>. L’operazione si inserisce nell’intricato risiko bancario che si sta infittendo in uno schema sempre più complesso e nel quale piazza Gae Aulenti si colloca tra gli attori principali. Risale infatti a settembre la scalata della tedesca Commerzbank, partita ancora in corso, attraverso la quale UniCredit vuole farsi spazio nel panorama europeo. È poi di dicembre l’offerta pubblica di scambio di Gae Aulenti su BancoBpm, organismo in forte ascesa, dal valore di 10,1 miliardi di euro e di cui UniCredit ha formalmente notificato al Governo l’Ops. <mark class='mark mark-yellow'>La quota acquistata in Assicurazioni Generali risponde perfettamente al Leitmotiv della tattica di Orcel: giocare sull’elemento sorpresa,</mark> anche se la posizione nel Leone era preesistente e detenuta attraverso i Total Return Swap<em>.</em> I <em>TRS</em> permettono a un investitore di ottenere i rendimenti di un’azione senza possederla, ma avendo solo esposizione sul titolo, senza dunque essere azionista.</p>
<p>Ne abbiamo parlato con <strong>Fabrizio Massaro, vicedirettore di Milano Finanza</strong>.</p>
<p><strong>Qual è la strategia dietro l’ingresso di UniCredit in Generali? </strong></p>
<p>Unicredit è entrata in Generali perché vuole posizionarsi nella partita del risiko più importante che c’è, ovvero quella del Leone. La banca ha spiegato l’acquisto del 4% come un mero investimento finanziario, dato l’interesse per il titolo Generali. <mark class='mark mark-yellow'>La lettura che ne è stata data è la seguente: avendo il 4% di Generali, UniCredit diventa l’ago della bilancia nella contesa tra la squadra Mediobanca e il fronte Caltagirone-Del Vecchio (gli altri azionisti di Generali, <em>ndr</em>.).</mark> <strong>Mediobanca detiene il quasi il 13% di Generali</strong> e di fatto da sempre ne è stata il nume tutelare, anche se non ne ha il controllo della compagnia. Dall’altra parte ci sono, per l’appunto, <strong>Caltagirone e Delfin</strong>, che negli ultimi anni hanno comprato una serie di azioni e assieme sono quasi al 17%. Tre anni fa Delfin e Caltagirone, con una loro lista, hanno sfidato la lista del board uscente, che voleva cambiare ceo e presidente. Ma la loro lista non ha prevalso e ha vinto quella del board, sostenuta da Mediobanca, che aveva preso il 4% delle azioni a prestito e quindi aveva il diritto di voto, pur non avendo comprato le azioni. <mark class='mark mark-yellow'>Questa volta il 4% è in mano a UniCredit, che può utilizzarlo a favore della lista di Mediobanca o di Caltagirone, dando per scontato che entrambi la presenteranno.</mark>  Sarebbe quella di Orcel una posizione di forza che verrebbe di fatto fatta valere anche  nella sua operazione su BancoBpm, che deve passare il vaglio del golden power del governo. Seppure quello del golden power venga considerato in Unicedit un problema minore perché si tratta di una banca italiana che ne compra un’altra sempre italiana. Un’eventuale voto di UniCredit a favore della lista Caltagirone, che a sua volta col Governo è impegnato nell’Ops di MPS su Mediobanca, potrebbe favorire un più scorrevole via libera del governo stesso all’ops di UniCredit su BancoBpm. E, più in generale, una facilitazione di tutta l’operazione. Viceversa, un suo voto a favore di Mediobanca favorirebbe la difesa del ceo Alberto Nagel. Ma da qui all’8 maggio (in cui si terrà l&#8217;assemblea di Generali, <em>ndr</em>.) tutto può succedere, e non è detto che non vedremo sorprese clamorose.</p>
<p><strong>L’operazione intacca in qualche modo il progetto del terzo polo bancario?</strong><strong> Anche perché, c</strong><strong>on l&#8217;acquisto di una quota di Generali, UniCredit diventa un interlocutore per Delfin e Caltagirone e prende posto al tavolo delle trattative da una posizione di maggiore forza</strong>.</p>
<p>Uno degli scenari era costruire il terzo polo bancario con BancoBpm e Monte dei Paschi di Siena. Per come si sono messe le cose, evidentemente lo scenario prevedeva comunque di muovere poi su Mediobanca, perché l’obiettivo del riassetto, da parte di Caltagirone sostenuto dal Governo è il cambio di governance nelle Generali. Entrare in Mediobanca costa meno che prendere un 13% di Generali direttamente sul mercato. Saltata BancoBpm-MPS si è fatto direttamente <strong>Mediobanca-MPS</strong>.<mark class='mark mark-yellow'>L’ingresso di UniCredit in Generali non intacca il terzo polo, anzi, se si schierasse a favore dell’eventuale lista di Caltagirone, potrebbe favorirlo.</mark> Qui entra in gioco l’assemblea delle Generali, molto importante per una questione di tempi. Si terrà infatti l’<strong>8 maggio</strong>, molto prima che si concludano l’Ops di UniCredit sul BancoBpm e l&#8217;Ops di Monte dei Paschi su Mediobanca. Se quest’ultima andasse in porto, creerebbe un cambiamento nella governance di Mediobanca e quindi un <strong>diverso orientamento della banca su Generali</strong>. UniCredit è sempre di più l’ago della bilancia.</p>
<p><strong>A che punto e&#8217; la partita Commerzbank? </strong></p>
<p>La partita italiana è totalmente funzionale a UniCredit per la sua espansione in Europa. Ricordiamo che UniCredit è una banca paneuropea. Prendendo il Banco, rafforza il lato italiano, perché <strong>più del 50% dei ricavi verrebbe prodotto in Italia</strong>.<mark class='mark mark-yellow'>In più, UniCredit aumenterebbe la sua capitalizzazione e quindi Orcel potrebbe presentarsi in Germania in maniera molto più forte rispetto alla stessa Commerzbank</mark>. Naturalmente tra il dire e il fare ci sono di mezzo i mercati e le elezioni in Germania: bisogna vedere come si metteranno i primi e quale risultato avranno le seconde. Ma mi sembra che comunque la direzione strategica sia tracciata. È anche vero che Orcel ha abituato tutti quanti a cambi di strategia repentini. Ricordiamoci che nel 2021, si alzò dal tavolo della trattativa col Tesoro, per rilevare Monte dei Paschi, a contratto quasi già definito.</p>
<p><strong>Siamo in una fase molto particolare e intricata: il mercato finanziario nazionale ne uscirà rafforzato? </strong></p>
<p>Era un po’ che il mercato finanziario era fermo.<mark class='mark mark-yellow'>Ora, per una serie di ragioni, a cominciare dalle azioni molto valutate delle banche, è il momento di usare la famosa ‘carta’: le azioni da usare come scambi azionari.</mark> <strong>Il mercato ha evidentemente bisogno di banche grandi, in Europa</strong>, come Intesa Sanpaolo, che si contende la partita per la maggiore capitalizzazione in Europa con BNP Paribas e Santander. Avere banche europee forti serve come contraltare alle banche americane e asiatiche. Nel mercato <strong>i vuoti ovviamente non esistono</strong>, perciò<b> </b>ci saranno altre banche che prenderanno lo spazio che si libererà con l&#8217;eventuale fusione BancoBpm-UniCredit. Quando Ubi è stata comprata da Intesa Sanpaolo, ne ha beneficiato <strong>Bper, che ha comprato seicento sportelli ex Ubi</strong>, <strong>come se avesse fatto acquisizione di una media banca italiana</strong>. Analogamente, sono nate tante piccole challenger banks che possono offrire un sostegno alle piccole medie imprese (è la loro vocazione), in concorrenza con le banche grandi. Il mercato troverà insomma un suo assetto. Non credo ci sarà neanche minore offerta del credito bancario, perché esso dipende non soltanto dal numero di banche, ma anche dal fatto che ci sia richiesta di credito. Come ha spiegato il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, la richiesta di credito per ora è in diminuzione perché, visti i tassi alti, le imprese preferiscono usano i propri capitali.</p>
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		<title>Mps: si concretizza il terzo polo bancario</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jan 2025 11:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giulia Venini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il cda di Mediobanca ha rigettato il tentativo di scalata di Monte dei Paschi di Siena: l’offerta, sostiene il board di piazzetta Cuccia, «non è stata concordata ed è da ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2958" height="2080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/mps.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="mps" /></p><p>Il cda di <strong>Mediobanca</strong> ha rigettato il <strong>tentativo di scalata </strong>di <strong>Monte dei Paschi di Siena</strong>: l’offerta, sostiene il board di piazzetta Cuccia, «non è stata concordata ed è da ritenersi ostile e contraria agli interessi di Mediobanca». Non solo: la stessa è «priva di razionale industriale e finanziario, e dunque distruttiva di valore per Mediobanca».</p>
<p>Ma contestualizziamo questa mossa. <mark class='mark mark-yellow'>Pochi giorni fa, il gruppo bancario Monte dei Paschi di Siena ha presentato un’offerta pubblica di scambio sul 100% di Mediobanca, in modo da fondere i due gruppi.</mark> L’Ops è da <strong>13,3 miliardi</strong>. La mossa prevede uno scambio di 23 nuove azioni MPS per ogni dieci azioni Mediobanca, valutando quest&#8217;ultima a 15,992 euro per azione. È importante sottolineare che <mark class='mark mark-yellow'>il primo azionista di Monte dei Paschi è lo Stato italiano attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze con una quota pubblica nel capitale dell’11%</mark>. Dunque, la questione è finita automaticamente in politica. Si è espressa a questo proposito la premier <strong>Giorgia Meloni</strong>: «Se l&#8217;operazione dovesse andare in porto parliamo della nascita del <strong>terzo polo bancario</strong> che potrà avere un ruolo importante per la messa in sicurezza dei risparmi degli italiani».</p>
<p>Il terzo polo si posizionerebbe dietro i due grandi attori del panorama bancario italiano, ovvero <strong>Intesa Sanpaolo e Unicredit</strong>. Poche settimane fa, il progetto era stato messo in crisi dall’offerta lanciata dal ceo di Unicredit Orcel a BancoBpm, potenzialmente capace di creare un gruppo ancora più ampio e così riducendo lo spazio competitivo per un potenziale terzo protagonista.  Tutto questo mentre le pedine si muovono anche su altre scacchiere: <mark class='mark mark-yellow'><strong>Generali</strong>, di cui Mediobanca è il primo azionista, sta studiando una società con i francesi di Natixis per gestire insieme i risparmi dei clienti</mark>. Se gli effetti di queste operazioni sono ancora da capire, con BancoBpm che ritiene l’offerta di Orcel svantaggiosa per gli azionisti, sul fronte terzo polo andrebbe intanto a crearsi un curioso accorpamento.</p>
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<p>Salta all’occhio la <strong>compartecipazione di alcune, specifiche holding a Mps, Mediobanca e Assicurazioni Generali</strong>: <mark class='mark mark-yellow'>Caltagirone e Delfin, i gruppi rispettivamente di Francesco Gaetano Caltagirone e della famiglia Del Vecchio. «Questi attori sono presenti con quote diverse in tutti e tre i contesti. Sembrano essere, oltre al Governo, l’ossatura dell’operazione» commenta <strong>Carlo Bellavite Pellegrini</strong>, professore ordinario di Finanza Aziendale in Università Cattolica e direttore del Centro Studi di Economia Applicata</mark>. Il terzo polo nascerebbe perciò da questo nucleo: «Se l’opa di Unicredit su BancoBpm va in porto, ci troveremmo di fronte a tre soggetti più o meno di dimensioni simili». Si parla, per l’appunto, di Intesa Sanpaolo, Unicredit e del risultato dell’eventuale fusione tra piazza Gae Aulenti e piazza Meda. L’aggregato di italianità non verrebbe intaccato, secondo il professore, dalla <strong>prospettiva Generali-Natixis</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Al contrario, tra i motivi di questa integrazione potrebbe esserci un certo sospetto nei confronti della fusione del Leone con la società francese, «dato che aumenterebbe il peso dei francesi nell’asset management».  Una governance, quella di Generali, di cui Mediobanca ha storicamente espresso l’indirizzo; se l’operazione andasse in porto, <strong>Mps potrebbe esercitare una forte influenza su piazzetta Cuccia, e indirettamente anche il Governo</strong>. L’Ops Mps-MB potrebbe insomma essere anche un mezzo per ostacolare l&#8217;operazione Generali-Natixis.</mark></p>
<p>«Aggiungo che la <strong>passivity rule</strong> è su Mediobanca, non su Generali», osserva Bellavite Pellegrini. Questa regola impedisce al management di una società sotto Opa – operazione di pubblico acquisto, dunque azioni in cambio di denaro –, di adottare misure difensive senza l’approvazione degli azionisti. «Allora, secondo me, l’operazione prosegue, perché <strong>la passivity vale per Mediobanca, non per Generali</strong>»: il CdA di Mediobanca non può dunque ostacolare un’Opa senza consultare gli azionisti, mentre quello di Generali ha maggiore libertà d’azione. Si sta discutendo di passivity rule perché BancoBpm, sotto Opa, ha avuto la concessione di proseguire l’Opa a sua volta lanciata su Anima, principale società di gestione del risparmio indipendente in Italia, di cui il Banco già detiene il 22,4 per cento. Normalmente, una banca sotto Opa dovrebbe evitare operazioni straordinarie per non alterare il contesto della scalata, ma in questo caso è stata fatta un’eccezione. «L’operazione terzo polo sicuramente ha un suo perché», conclude il professore. «Mi ha un po’ colpito che il premio (il sovrapprezzo rispetto al valore di mercato delle azioni della società target, <em>ndr</em>. ) sia basso, del 5%. Probabilmente, lo rilanceranno».</p>
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