Due giorni dopo l’uccisione del nostro ambasciatore in Congo Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci ci sono moltissime domande che ancora non trovano una risposta. Ci si chiede non solo in che modo siano stati uccisi il diplomatico, il carabiniere e l’autista Mustapha Milambo, ma anche come mai il convoglio era così poco protetto. Il confine con il Ruanda e l’Uganda è uno dei luoghi più pericolosi in Congo, con la presenza di milizie armate e gruppi dediti al banditismo e ai rapimenti . Quali sono le bande armate che popolano le zone in cui è avvenuto l’agguato? Perché queste milizie stazionano in quella zona? Chi potrebbe essere l’autore dell’attacco? Lo abbiamo chiesto a Giampaolo Musumeci, giornalista e fotografo freelance che si occupa di immigrazione, traffici e conflitti, soprattutto in Africa, profondo conoscitore del Congo. Musumeci durante la guerra del 2008 ha seguito il generale ribelle Nkunda, mentre nel 2010 ha raggiunto i ribelli rwandesi dell’FDLR (Forza Democratiche per la Liberazione del Ruanda) nella foresta congolese. L’ultimo suo incontro con il loro leader è stato nel 2014.

Il nostro ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci sono stati uccisi, insieme all’autista congolese Mustapha Milambo, nella provincia di Kivu Nord, da molti considerata un’inferno per la presenza di gruppi armati dediti al banditismo e agli attacchi ai civili. Tu che conosci bene quella zona, cosa puoi dirci? Perché è davvero così pericolosa per turisti e personale diplomatico?

Allora, la zona in cui sono morti il nostro diplomatico e il militare è una zona appena fuori Goma, nella zona del Parco del Virunga. Quelle zone vicino Goma non hanno particolari ricchezze, ma appena si entra nel parco ci sono legni pregiatissimi e, soprattutto, specie vegetali e animali, le quali sono molto importanti per i bracconieri. Quindi, una delle attività che i rangers governativi combattono e in cui sono implicati, invece, tutti i tipi di milizie che si trovano nella zona è proprio l’abbattimento degli alberi, con cui ci fanno il carbone, lo contrabbandano – così come contrabbandano la legna, ma anche le specie animali rare come gli elefanti per l’avorio ma anche gorilla di montagna. Questo è il primo punto. Poi, se ci spostiamo verso Ovest, nelle zone di Masisi o Walikale, lì invece troviamo le zone minerarie. In particolare, c’è il coltan e il cobalto, un sottosuolo ricchissimo di risorse. La presenza di queste zone minerarie ha sempre suscitato grandi appetiti che si sono trasformati anche in azioni geopolitiche. Uganda e Ruanda, ad esempio, hanno da molti anni fomentato ribellioni Tutsi con la scusa di salvaguardare quella etnia minoritaria nella regione. Poi, però, le milizie che avevano il controllo delle miniere facevano sfruttamento facendo transitare illegalmente il coltan in Ruanda . Se si va a vedere i dati del Ruanda, il paese non ha miniere di Coltan ma esporta Coltan. Da dove arriva? Ovviamente dal Congo. La ricchezza che proviene dalle miniere, dobbiamo dire, non deriva dal controllo diretto delle miniere (che ovviamente esiste, ma in misura minore). Ma molto spesso bastano dei check-point improvvisati con 5-6 soldati per fermare i lavoratori delle miniere con i camioncini che passano e chiedere ogni volta 100-200 dollari. Immaginiamo poi queste estorsioni fatte ogni volta in tutti i siti di risorse minerarie per capire il giro di soldi che c’è dietro. Vengono fuori introiti enormi. Sfruttamento sistematico metodico ma molto liquido e informale. Per fare un esempio anche della creatività che si usa da quelle parti per lo sfruttamento delle risorse cito un signore della guerra, che si chiamava sheka, lui faceva atterrare dei piccoli aerei sulle stradine di un villaggio, caricava il Coltan sugli aerei e, facendoli volare basso, li faceva atterrare in Uganda. Questa economia informale è la fortuna e la dannazione di quel Paese.

Se la zona pullula di milizie, gruppi armati e tribù che controllano il territorio come mai l’Onu l’ha definita una strada sicura?

Intanto c’è da dire che quella è l’unica strada che va verso Nord e quindi verso Ruthsuru, dove si doveva recare l’ambasciatore. Personalmente quella strada l’ho fatta 60-70 volte ed è capitato, ovviamente, che abbia avuto dei problemi. In effetti è stato raro che, durante i miei reportage dal Congo, abbia incontrato grosse difficoltà quando mi trovavo a così poca distanza da Goma, parlo di 25-30 chilometri. Detto questo, quella è una strada piena di boscaglia, sia a destra che a sinistra. C’è il monte, quindi i miliziani possono nascondersi in un attimo, uscire coi kalashnikov e fare quello che devono fare, compreso ciò che è successo.  Quindi chi ti accompagna può dirti “è libero, tranquillo, tutto a posto”, a me è successo un sacco di volte ad esempio, ma poi in realtà niente è tranquillo e ci può essere un agguato da un momento all’altro. La cosa strana, in questo caso, non è il fatto che il convoglio abbia deciso di percorrere quella strada, ma che abbiano fatto muovere l’ambasciatore solo col carabiniere. Lì nascono un sacco di domande, perché i carabinieri usano la pistola e non l’arma lunga, mentre solitamente questi convogli si muovono con le armi pesanti anche solo per avere un potere dissuasivo.

Veniamo ai possibili autori dell’attacco. Il tuo programma radio, “Nessun luogo è lontano”, è stato il primo a rilanciare il comunicato delle forze ribelli ugandesi del FDLR che escludevano qualsiasi coinvolgimento. Ma quindi chi può essere stato?

Qui ovviamente possiamo fare solo illazioni, perché è una situazione così fluida per la presenza di banditi che è veramente difficile capire chi l’ha fatto. Avendo comunque delle buoni fonti sul territorio che conoscono per forza di cose le zone e le dinamiche locali meglio di me e avendo anche conosciuto i leader e i membri del FDLR, posso dire che potrebbero essere stati dei banditi locali . Sempre entrando nel terreno della speculazione, possiamo ipotizzare un coinvolgimento di alcune milizie locali, probabilmente tollerate dal FDLR, che le forze di sicurezza governative congolesi non riescono a cacciare con la forza. Questi gruppi, infatti, riescono in modo eccellente a nascondersi e a sparire completamente nella foresta, quindi è praticamente impossibile prenderli.

Quindi propendi maggiormente per l’azione individuale di un gruppo di milizie?

Assolutamente, anche perché le forze ribelli Huti del FDLR non fanno queste azioni qui. Non sono interessate. Se a loro va male un rapimento, ad esempio, per loro è gravissimo, perché sono alla ricerca di un’immagine diversa . Per cui, questo caso in cui è stato ucciso un diplomatico italiano, sarebbe deleterio per loro. FDLR non vuole passare per un gruppo che commette genocidi, la loro narrazione si basa sul fatto che sono loro le vittime in quanto scappati dai Tutsi che li stavano massacrando. A me questo avvenimento sembra più il risultato del banditismo locale, perché queste milizie campano sfruttando ciò che avviene nel territorio: facendo rapine, attaccando i convogli, distruggendo piccoli villaggi, rapendo i locali per poi chiedere i riscatti. È guerriglia a bassa intensità che colpisce in modo causale, la notte, attaccando ad esempio anche i campi profughi.

In queste ore si è parlato anche della possibilità di una responsabilità nell’attacco dei jihadisti ugandesi di ADF (Allied Democratic Forces), lo ritieni probabile?

Ecco, oggi sentivo parlare di questa cosa e ho letto anche alcuni articoli a riguardo. Io, invece, lo escluderei. Lì non c’è presenza jihadista. Per trovare questo gruppo – che ora si dice abbia contatti con Isis – bisogna andare a Beni, decine di chilometri più su . Sono degli islamisti che però operano molto piacere a Nord, praticamente parliamo di un’altra regione.

Nel Paese è presente l’Onu con la Missione Monusco. È utile? Come è vista dalla popolazione locale?

Ci sono state in passato grandissime polemiche e grandissimi dubbi sull’efficacia. Fino a qualche anno fa era considerata totalmente inutile. Un dispiegamento di uomini pazzesco, il più grande al mondo dai 15 ai 17mila uomini, largamente impreparati. Io ad esempio ho conosciuto uruguaiani e nepalesi ad esempio molto poco motivati, che stanno chiusi nelle loro basi (ce ne sono tante sparse nel territorio), intervengono pochissimo e in caso di attacchi di milizie contro i villagi arrivano sempre dopo. La popolazione ce l’ha abbastanza con loro, anche se dal 2014 è partita la prima missione di caschi blu che ha mandato offensivo e lì forse è cambiato qualcosa. Però,  in generale, non vuol dire che se ci sono i caschi blu la sicurezza è garantita perché il territorio è così impervio e con distanze pazzesche, che spesso non possono essere attraversate velocemente, e quindi non c’è sicurezza . Ultimamente, hanno iniziato a utilizzare gli elicotteri d’assalto un po’ di più però le foreste lì sono davvero impenetrabili e, perciò, non cambia molto.