Antonio Gibotta, nato ad Avellino nel 1988, si avvicina e si appassiona alla fotografia osservando da vicino il padre, un affermato fotografo professionista. Nel 2006 consegue il diploma in Grafica pubblicitaria e fotografia e presto trasforma la sua passione in professione, iniziando a lavorare in Italia e soprattutto all’estero con reportage di viaggio. Al centro del suo obiettivo ci sono l’uomo e l’attualità delle tematiche sociali. Fa parte degli otto giovani talenti della Fotografia italiana, nominati da Fiof per “Fotografi Trendy”. Il suo reportage sulla battaglia degli Infarinati ha vinto il secondo premio Stories nella categoria People del World Press Photo 2017.

Come si è avvicinato alla fotografia?
Quando avevo quattro anni desideravo già che mio padre mi portasse con lui a scattare foto nei matrimoni e un bel giorno è accaduto. Mi occupo di fotografia di cerimonia ancora oggi perché questo lavoro mi consente di vivere. Fare fotogiornalismo e basta purtroppo è impossibile. Ci deve essere un’alternativa se vuoi continuare a raccontare fotografando. All’inizio ho seguito mio padre e il bello è stato proprio questo. Fotografare matrimoni soprattutto a Napoli ti fornisce un bagaglio di esperienza notevole: non sono situazioni facili in termini di gestione dell’immagine ed  impari tantissimo. Quelle stesse capacità poi ti servono quando sei all’estero, in zone di conflitto o ai festival in India, in Vietnam e in Spagna. Qualsiasi situazione andrai ad affrontare in futuro, hai dell’esperienza su cui costruire un ulteriore bagaglio.

Come sceglie gli scenari da raccontare?
Molte volte sono loro a sceglierti. Durante la mia carriera mi sono ritrovato in determinati contesti. Ad esempio, io sono una persona molto credente e per due anni ho seguito l’Unitalsi. Quando ho accettato di fotografare in questi progetti è stata una esperienza talmente forte da cambiarti dentro. Il modo di pensare, di vedere la vita, di apprezzare tutto quello che noi abbiamo, lo capisci solamente in certe situazioni. Conoscere le persone, è importante. Stessa modalità vale quando racconti storie di migrazione. Molte persone dicono “mandateli a casa, mandateli a casa” ma una cosa è dirlo seduti a tavola, un’altra è quando hai davanti queste persone e leggi nei loro occhi il dramma che hanno dentro e quello che hanno vissuto.

Le macchine erano chiuse in buste impermeabili. Tra acqua, uova, farina e petardi non vedevo cosa scattavo. La battaglia degli Infarinati ha una tradizione lunga due secoli: è sempre uno scontro ma senza danni e senza morti

Dieci scatti dal suo reportage sulla battaglia degli Infarinati sono stati premiati al World Press Photo 2017 al secondo posto nella categoria People. Ci racconta la storia di quel reportage?
La battaglia degli Infarinati si svolge secondo una tradizione che dura da due secoli ogni anno, il 28 dicembre nel comune di Ibi ad Alicante, in Spagna. É una festa in cui gli abitanti si dividono in due gruppi: il primo gli infarinati appunto, simula un colpo di Stato; il secondo deve restaurare l’ordine. Il tutto avviene a colpi di farina, acqua, uova e fumogeni. La storia di quel reportage è nata soprattutto per documentare almeno per una volta un tipo di “scontro” che non fa danni o morti. Il bello è anche che, conclusa la battaglia, si finisce a giocare a carte insieme tra abbracci, baci e un’ironia che è indescrivibile se non la vivi. Prima della battaglia degli infarinati avevo già fotografato tantissimi festival come l’Holi festival in India, ma affrontare un reportage come questo è stato difficilissimo. Nella piazza si camminava tra acqua, uova e farina e muoversi non era facile. Oltre a questi ingredienti c’erano anche dei petardi che scoppiavano all’improvviso per cui bisognava stare sempre in allerta. La cosa più complessa era scattare: mi ero portato due macchine fotografiche, le avevo chiuse con lo scotch in tre strati di busta impermeabile e praticamente non vedevo nulla. Le fotografie le ho elaborate in digitale, ma era come lavorare in analogico perché non guardavo il monitor né tantomeno l’inquadratura. Ho visto gli scatti solo quando li ho scaricati sul computer.


Lei da anni collabora con Caritas e Unitalsi volgendo il suo sguardo verso gli “ultimi”. Da “Agosto col grembiule” al “Viaggio della speranza”, passando da “Emergenza freddo” a “Diamo una mano” ha raccontato migranti, sfollati, diversamente abili. Cosa l’ha colpita di più di quelle esperienze?

Quelle esperienze ti cambiano e ti fanno apprezzare quello che tutti i giorni si dà per scontato e invece non lo è. Quei ragazzi sono in sedie a rotelle, attaccati ai respiratori e non possono muoversi. Le mamme e i bambini però sono contenti. Tu vedi la felicità negli occhi di persone in cui non te l’aspetti.

In “New addiction” ha trattato il tema della dipendenza dal gioco virtuale seguendo le giornate di Antonio un bambino di 11 anni. La “nuova dipendenza” da internet e social networks è un argomento che segue da otto anni. Come raccontare questo tema in un reportage fotografico?
Oggi penso che basta guardarsi intorno per notare che tutti i ragazzi non fanno altro che stare con la testa sul telefono e viverci attraverso, perdendo di vista le cose importanti. Otto anni fa ho deciso di voler raccontare questa storia perché era ed è attualissima. Adesso anche altri fotografi hanno fatto progetti di questo tipo, ma quando ho iniziato io, in pochi documentavano questa realtà. Sono andato nelle scuole a far vedere questo reportage per far capire ai ragazzi a cosa vanno incontro e questo mi ha dato molta soddisfazione.

Essere tra i vincitori del WPP è stata una emozione incredibile, non saprei descriverla. E’ stato un sogno diventato realtà. Se ci credi le cose si realizzano

Qual è il suo consiglio per i giovani che vogliono avvicinarsi al fotogiornalismo?
Prima cosa consiglio di studiare tantissimo, perché è grazie alla ricerca e alla documentazione che si trovano delle storie inedite. Bisogna andare a vedere cosa c’è nel mondo, non fermarsi a guardare le cose in televisione: questo è il primo passo. La tv non racconta la realtà, e la realtà è tutt’ altro. I media ti dicono quello che ti vogliono dire, invece una storia bisogna tatuarsela sulla pelle.

Quando ha scoperto di aver vinto il World Press Photo? E come ha festeggiato?
La prima mail che ho ricevuto dal World Press Photo è stata quella con la richiesta di inviare i file Raw delle fotografie del mio reportage per vedere se avevo falsificato il progetto. Da quella mail in poi non mi hanno detto più nulla. Ogni tanto inviavo qualche messaggio per chiedere se si sapeva qualcosa ma niente. Alcuni amici però mi hanno rassicurato dicendomi che se mi avevano contattato per chiedermi quei file era un segnale positivo. La ragazza con cui ero in contatto ogni volta a fine mail scriveva “i migliori auguri”. Io non capivo cosa significasse. Ho scoperto di aver vinto il concorso il 13 febbraio. Avevo il sito del WPP aperto sul computer ma non si vedeva nulla perché era bloccato da tutte le persone che come me aspettavano l’esito. Su Facebook però ad un certo punto ho iniziato a ricevere messaggi privati di congratulazioni e lì ho capito che avevo vinto. É stata una emozione incredibile, non saprei descriverla: un sogno. Ho brindato con gli amici. Poi sono andato alla cerimonia ad Amsterdam dove mi hanno consegnato il premio, un lingotto d’oro. C’era tutto il mondo della fotografia in quattro mura. Tutti i mostri sacri del fotogiornalismo erano là e io camminavo tra loro. Mi sono anche fatto un selfie con Zizola. É stato davvero un sogno diventato realtà. Se ci credi le cose si realizzano.

A cosa sta lavorando attualmente?
Ora è iniziata la stagione dei matrimoni e con papà mi dedico a quello.