Milano, corso Italia. Il chiosco è illuminato e pieno di fiori, ma sembra incustodito. Invece, nascosto nella penombra, c’è lui, Alin, seduto su una sedia e rannicchiato in un angolo. Da quella prospettiva non può vedere la facciata su cui sono esposti i fiori: chiunque riuscirebbe a rubarli passando inosservato. Alin ha 25 anni ed è originario del Bangladesh: «Sono nuovo di qua, prima lavoravo come fioraio a Lotto», racconta.

Lui è un dipendente: «C’è un capo del Bangladesh che mi dice dove lavorare». In realtà Alin, che vive in Italia da un anno e mezzo, sembra avere un secondo motivo per lavorare in quel chiosco: «Sono arrivato qui due settimane fa e non so quando me ne andrò», prova a spiegare con un italiano stentato. Quella che sta facendo è una sorta di sostituzione: «Mio zio lavorava qui prima di me, ma adesso è malato e io lo sto aiutando».

È difficile capire e farsi capire, ma c’è una cosa che Alin riesce a spiegare con la massima chiarezza: il suo orario di lavoro. Tutti i giorni dalle 8 del mattino alle 20.30 di sera, orario continuato, sabato e domenica inclusi: «Domenica solo fino a mezzogiorno», si corregge. Quando gli si chiede quanto guadagna, Alin risponde che dipende da quanto viene venduto: «Ci sono giorni in cui faccio 10 euro, altri in cui ne faccio 100», ma non riesce a chiarire se la sua paga dipende da quanti fiori vende oppure se riceve uno stipendio fisso dal suo «capo del Bangladesh».