Alessandro Gottardo, in arte Shout, è uno degli illustratori italiani più richiesti e ammirati nel mondo. Nato nel 1977 a Pordenone, approda poco più che ventenne allo Ied di Milano, città che non ha più abbandonato. Pubblica i suoi primi lavori nel 2001 per il settimanale Specchio e inizia, un passo alla volta, a farsi strada nel mondo editoriale. L’Italia però non offre grandi sbocchi per l’illustrazione concettuale: si tratta quasi sempre di piccoli lavori, commissioni da poche decine di euro per immagini destinate a incorniciare la parola scritta. È così che Gottardo decide di buttarsi: sviluppa uno stile personalissimo e minimalista, formato da pochi tratti essenziali contenuti in vaste campiture di colore. Cambia nome, inizia a firmarsi ‘Shout’, secco e aggressivo come uno sparo di fucile. Ed è proprio la sua ambizione che lo porta a spedire il suo portfolio alle maggiori testate americane. Poche settimane dopo gli risponde il New York Times, che gli commissiona subito tre opere. Era il 2005: da allora Shout ha lavorato per colossi come l’Economist, il Wall Street Journal, Le Monde e Forbes.

A dispetto del soprannome, i lavori di Shout sono opere silenziose: pochi particolari e tinte medie piatte costruiscono uno stile essenziale che è sempre al servizio dell’idea che vuole rappresentare. «Lo stile è importante, vi identifica, ma nell’illustrazione concettuale deve essere solo il rossetto sulle labbra, un dettaglio che esalta la bellezza del concetto. Nient’altro», scrive nella Guida Intergalattica per giovani illustratori, una sorta di prontuario con i consigli e le regole del mestiere. Per Shout le illustrazioni devono diventare metafore visive che traducano il significato del testo dell’articolo, seguendo una logica che riprende molti esempi storici, come il Futurismo, fino a Christoph Niemann. È interessante ripercorrere a ritroso i procedimenti mentali che hanno generato le immagini: ad esempio, un articolo sulla dipendenza da sonniferi mostra una vecchietta che, dalla sua camera, osserva una luna a forma di pillola. Un servizio sul fenomeno del terrorismo è reso visivamente da un uomo di profilo con, al posto del cervello, una bomba a mano. Prese da sole, le immagini invece si liberano dai loro rapporti di significato e rivelano la loro poetica composizione degli spazi e dei toni, studiati fino al minimo dettaglio, quasi fossero i delicati ingranaggi di un orologio.

Da quando hai capito che volevi fare l’illustratore? Qual è stato il tuo personale percorso formativo e chi sono i tuoi maestri?

Ho deciso di fare l’illustratore nel momento stesso in cui ho capito cosa facesse un illustratore. Accadde più o meno diciassette anni fa, quando vidi per la prima volta alcuni lavori di Lorenzo Mattotti per Le Monde e il New Yorker. Fu in quel momento che capii di voler fare lo stesso mestiere. I miei maestri sono tanti: tra gli italiani, oltre a Mattotti direi Guido Scarbottolo, Beppe Giacobbe, Gianluigi Toccafondo e Franco Matticchio. All’estero, Brad Holland su tutti.

Com’è nato il tuo soprannome?

Agli esordi lavoravo con un’agenzia che rappresentava le mie opere in esclusiva. Dopo tre anni, nel 2005, sentii l’urgenza di cambiare linguaggio visivo, modificare il mio stile, percorrere nuove strade. Loro me lo sconsigliarono, ma io decisi di fare di testa mia e iniziai a nascondere il mio lavoro sotto uno pseudonimo. Scelsi ‘Shout’ senza pensarci troppo: era il titolo di una mia illustrazione ispirata a una rappresentazione teatrale di Aspettando Godot. Era breve e mi sembrava suonasse bene.

Da dove e come viene (o ti fai venire) l’idea per una tua illustrazione?

Ormai non lo so più da dove vengono le mie idee. Oggi mi verrebbe da rispondere: la pratica. Ogni anno faccio circa 300 illustrazioni. Ovviamente mi documento sempre tantissimo a seconda della destinazione dei miei lavori: leggo gli articoli, i brief delle campagne pubblicitarie, le sinossi di un romanzo, ascolto la musica di un album e poi schizzo le idee su fogli che poi diventeranno illustrazioni per periodici, billboard, copertine di libri, poster di gruppi musicali eccetera. Per alimentare la mia immaginazione, viaggio molto. Stimolo il mio cervello andando a teatro, vedo mostre in giro per il mondo, ascolto musica, leggo libri. Rimango sempre curioso e mi lascio volentieri incuriosire. È quello che fanno molti creativi, suppongo.

Sono passati tre anni dalla tua Guida intergalattica per giovani illustratori. Oggi cambieresti o aggiungeresti qualcosa?

Aggiungerei che per riuscire in questo mestiere bisogna mettere un mattoncino alla volta. Non si può pretendere di bruciare tutte le tappe in un annetto di lavoro realizzando un portfolio di sole 20 immagini. Bisogna avere pazienza, umiltà e capacità di autocritica: dalle email che ricevo da aspiranti illustratori mi accorgo che spesso mancano queste qualità. È un lavoro molto faticoso: creare 300 illustrazioni significa sviluppare tra le 600 e le 900 idee-schizzo ogni anno (un’illustrazione definitiva è sempre preceduta da tre proposte, tre bozze diverse tra le quali il cliente sceglie la preferita). Insomma, bisogna lavorare sodo e prepararsi bene: ciò significa studiare, allenarsi duramente, smussare gli angoli, approcciarsi il mestiere un po’ alla volta, all’inizio partecipando ai concorsi e poi dando il massimo nelle prime commissioni. Se si ha talento e voglia di fare, il resto verrà da sé.

Nella Guida scrivi: “allenatevi a realizzare le immagini nel minor tempo possibile”, perché le testate richiedono tempi molto stretti. Ma come è possibile, oggi, conciliare l’arte e la creatività con i ritmi sempre più frenetici del presente?

Semplice, bisogna scegliere se fare arte oppure fare l’illustratore: per me sono due cose profondamente diverse. Io sono un illustratore, non un artista: uso la mia creatività per realizzare disegni per conto di terzi e vengo retribuito per farlo. Un artista invece dialoga con se stesso e grazie alla contingenza sviluppa un lavoro che è una sua espressione personale. Che poi riesca a vendere o meno quello che fa, dipende a posteriori dal gallerista, dal collezionista e da altre dinamiche che io ignoro. Personalmente non inizio mai un lavoro se prima non so quanto mi verrà pagato.

In passato hai detto “mi sento un giocatore di baseball che vive in Italia”, alludendo a quanto l’illustrazione sia vista poco sul serio in Italia rispetto ad altri paesi come gli Usa o il Canada. Secondo te quali sono i motivi?

L’illustrazione è nata e si è sviluppata negli Stati Uniti, ai primi del Novecento, insieme alla fotografia: dopo oltre cent’anni di vita è divenuta una realtà radicata con la propria storia, i propri maestri e con un notevole mercato. Da noi non hanno ancora capito esattamente cosa sia: viene archiviata come una sorta di UFO, un ibrido tra fumettista e vignettista. L’illustratore professionista negli Stati Uniti è molto considerato. Un esempio pratico? Internazionale paga un’illustrazione 200 euro, il New Yorker 3mila dollari. Questa è la differenza nella percezione del valore di quello che un creativo del mio ambito realizza e di conseguenza il modo in cui viene trattato: con i guanti di velluto negli States, con indifferenza da noi.

Ne Il Post alcuni giorni fa hai raccontato la curiosa storia di una tua illustrazione sul traffico di droga in Honduras per il New Yorker. Ma ti è mai capitato di odiare un’illustrazione che “proprio non ti veniva”?

Sì, a volte succede. In quei casi bisogna rendersene conto, essere onesti con se stessi e rifare l’immagine da capo, se necessario. Ad esempio, qualche settimana fa ho fatto un illustrazione per il settimanale tedesco Süddeutsche Zeitung Magazine: l’argomento erano i disturbi alimentari di cui a volte soffrono le donne in stato di gravidanza. Lo volevano per lunedì, per cui ci ho lavorato tutto il weekend; domenica pomeriggio era pronto, ma non volevo ammettere che era terribile. Alla fine ho ceduto e l’ho ridisegnato da capo, ripartendo dal foglio bianco: ho cambiato composizione, colore, tutto. Ci ho lavorato domenica notte e la mattina dopo l’ho consegnato. Ero stravolto ma felice: ero finalmente soddisfatto del mio lavoro.

Che ruolo ha e potrà avere l’illustrazione d’autore in un mondo ipertrofizzato dalle immagini di qualunque forma e natura?

In realtà credo che ne passerà di tempo prima che la vera illustrazione arrivi a saturare il mercato, come è stato per la fotografia, perché è un tipo di lavoro di cui pochi sanno qualcosa e che pochi sanno fare davvero. Grazie a social come Pinterest, Instagram e Flickr, le nostre opere stanno uscendo sempre più dall’ombra e diventeranno sempre più popolari in Italia. L’illustrazione perfetta è molto semplice, arguta e comprensibile dalla gente: si pensi al successo straordinario di Banksy il quale, in fondo, è un illustratore che disegna sui muri anziché sulle pagine di un periodico. I contenuti e il linguaggio per metafore che utilizza, facile da capire ma smart, è il medesimo che utilizzano gli illustratori concettuali. La differenza sostanziale non è tanto il media ma il fatto che nel suo caso sono idee che esprime di sua iniziativa, mentre un illustratore sviluppa idee che traducono articoli e brief scritti da altri.