Alessandro Cinque, classe 1988, è un fotografo italiano nato a Orvieto. La passione della fotografia l’ha ereditata dal padre, che a 10 anni gli regala la sua prima macchina fotografica. Nel 2012 fonda con l’amico Nicola Santini lo Studio Fotografico Firenze. Lavora per aziende e privati, ma non rinuncia a seguire storie che gli interessano in giro per il mondo. Ama definirsi “fotografo professionista per lavoro, ma fotogiornalista per passione”.

Come nasce la sua passione per la fotografia?
Ho avuto la fortuna di avere il padre fotografo. A 10 anni mi ha regalato la prima macchina fotografica per la Comunione. Sono sempre stato affascinato dal mondo della camera oscura, quella stanzina buia dove il babbo si chiudeva ed usciva con le fotografie. Quando sei bambino, il padre è sempre la figura di riferimento quindi l’ho seguito naturalmente. Quando ero ragazzino con la macchina fotografica della Prima Comunione andavo alla Casa del Popolo con la nonna e fotografavo lei e le sue amiche. Poi dicevo: «Andate a prendere le foto al negozio del mio babbo, almeno ve le trovate stampate».

Come cambia muoversi da fotografo freelance o in “assignment”?
Faccio il fotografo da quando ho 20 anni. Poi nel 2012 ho fondato con un amico, Nicola Santini, lo Studio Fotografico Firenze. Ci occupiamo di servizi fotografici e fotografia commerciale dall’aziendale al privato. Con l’andare avanti negli anni stavo sempre attento al cliente ma ne avevo abbastanza. Così, tre anni fa, ho cambiato target. Ho iniziato a fare il fotografo per raccontare quel che desideravo io e non il cliente. Ho iniziato a fare fotografia per le cose che mi interessavano, contattando delle Onlus. Non ho mai avuto un “assignment” di un giornale: ho sempre prodotto reportage miei e poi li ho proposti, perché io mi definisco fotografo professionista per lavoro, ma fotogiornalista per passione. Il mio primo lavoro non è fare il fotogiornalista, io sono fotografo. Fotografo e basta. Posso fotografare una situazione che va su un catalogo di una azienda come sui giornali.«Quando trovo una storia che mi piace e decido di approfondirla vado e poi penso a pubblicarla»

Nel reportage New life, Alessandro Cinque racconta come si nasce in Uganda nel 2016. Cosa lo ha colpito di più di quell’esperienza?

Quando ho fatto quel reportage non era la mia prima volta in Africa. Per me l’Africa subsahariana è un posto speciale. Mi affascina in particolar modo perché mettendola a confronto con altri Paesi la cosa più bella sono le persone. Lì c’è condivisione di tutto anche dei momenti in cui una donna partorisce: ti senti parte di quel sistema ed è una cosa molto bella. Lavoravo per una Onlus e dovevo raccontare l’orfanotrofio; da 15 giorni stavo in quella città e ne facevo parte. Ero l’italiano amico del sacerdote che aveva fondato la chiesa locale e quindi tutte le porte erano aperte. È arrivata questa donna tre giorni prima: ho parlato con lei, con il marito e quando ha partorito era naturale che io fossi lì. È stato emozionante. Era la prima volta che ho visto nascere un bambino.

Il progetto fotografico Avatar realizzato tra Kyoto e Tokyo tratta un tema molto attuale: la duplice realtà dell’uomo che resta alieno ed estraneo a ciò che lo circonda con lo sguardo fisso sullo smartphone. Come è nata l’idea del progetto?
Appena si arriva in Giappone è evidente: tutti sono attaccati ai device. È vero anche in Italia ci sono queste situazioni: se giri in metropolitana, quasi tutti scorrono lo schermo del cellulare. Però lo spirito dell’italiano è diverso. In Giappone invece c’è una alienazione diffusa: i giapponesi sembrano delle macchine. Molti ragazzi preferiscono passare il tempo dentro palazzi giganti dove giocano a videogames e parlano tra di loro con la chat dei videogames anziché avere un rapporto umano. Ho voluto realizzare questo reportage perché sembra assurdo che in un mondo super tecnologico come il Giappone, patria della tecnologia, a differenza di altri Paesi più poveri come quelli  dell’Africa subsahariana, i rapporti umani vengano alienati. Così il vantaggio si rivela un danno.

Lei è stato nel territorio di Rushere in Uganda dove ha lavorato al reportage Contrasto. Una raccolta di scatti in cui i protagonisti sono le persone e i loro comportamenti quotidiani. Come è riuscito ad entrare in empatia con le persone che ha fotografato?
La cosa principale è il tempo. Se entrassi in questo momento in un bar e iniziassi a fare fotografie, gli avventori mi prenderebbero per pazzo. Per fare queste cose c’è bisogno di tempo e di avere i contatti giusti. Conoscendo padre Paolino ed essendo stato introdotto da lui in Uganda ero molto facilitato. Il rapporto però va creato da persona a persona. I primi giorni non scattavo. Bisogna capire prima se le persone desiderano essere raccontate. Devi conquistarne la fiducia e devi fare capire loro che non le vuoi fregare, ma vuoi raccontare onestamente ciò che accade. Lì è molto facile perché la generazione più giovane parla inglese. E’importante fare capire loro che non vuoi denigrare nessuno. Quando sono andato via hanno ammazzato una gallina e una capra per me ed è stata una festa per tutti.

A Cuba ha realizzato il reportage I Ninos de Cuba dove ha seguito gli allenamenti di boxe dei ragazzi cresciuti per strada. Come è riuscito a rendere attraverso la fotografia lo spirito combattivo dei protagonisti che lottano sul ring ma anche per una vita migliore?
Quando cammini per le vie dell’Havana ti rendi conto di quanto la boxe sia importante, quasi quanto il calcio per noi. In ogni via c’è una palestra. E lì secondo me la lotta è un po’ una metafora. In Italia il bambino gioca a calcio e poi, se diventa famoso, se diventa forte, è meglio. A Cuba, invece, la boxe diventa una strada privilegiata per un futuro migliore. Se riesci a diventare un pugile all’Havana hai una possibilità di carriera. Sono entrato in contatto con una palestra, all’inizio non mi facevano fotografare nonostante andassi lì tutti i pomeriggi. Poi, conosciuto il proprietario, ho iniziato a scattare. Ho cercato di buttarla sul gioco, stare il più possibile con i ragazzi, seguirli con l’occasione di accompagnarli a casa. Ho cercato di cogliere gli sguardi. I ragazzi appena escono da scuola vanno lì, per loro è una priorità. Diventando un atleta hai la possibilità di viaggiare, crescere culturalmente, conoscere posti nuovi. Per loro è veramente una grande occasione.

«Ci vuole cultura fotografica per approcciarsi alla fotografia: ubriacarsi di libri e di mostre, parlare, conoscere fotografi, confrontarsi»

Qual è il suo consiglio per un giovane che vuole avvicinarsi al mondo della fotografia oggi?

Il mio consiglio è quello di ubriacarsi di libri e di mostre, parlare, conoscere fotografi, comprare libri fotografici. Io stesso sono sempre in giro e tutti i giorni faccio una cosa legata alla fotografia. La fotografia è una cosa seria, va conosciuta. Ci vuole cultura fotografica prima di approcciarsi alla fotografia e ci vuole quella pazzia che magari i giovani hanno di buttarsi nelle cose. Non vergognarsi delle proprie fotografie, farle vedere a più persone possibili, confrontarsi, scambiarsi opinioni e vedere i lavori altrui.

A febbraio 2017, è uscito Incipit, il suo primo libro fotografico.
Incipit sta per esordio e per me non è un punto di arrivo, ma di partenza come dice il nome stesso. Volevo far vedere quello che stavo facendo al di là del mio lavoro quotidiano da fotografo commerciale. Ho voluto mettere un punto alla mia carriera e mi piace pensare che tra 40 anni sfoglierò il libro e dirò: «Questo è quello che ero io 40 anni fa. Sono partito da qui». Per me il libro ha anche fascino come oggetto, la fotografia per essere tale deve essere stampata e andare da qualche parte non può rimanere negli archivi e negli hard disk per molto tempo. Al centro del libro c’è l’uomo in tre punti del mondo: si parte dall’Africa, si passa al Giappone e si finisce a Cuba. L’essere umano è ritratto in varie situazioni e sotto vari punti di vista.

A quali progetti sta lavorando attualmente?
Sto lavorando a due progetti a chilometro zero in Italia. Sto seguendo un ragazzo senegalese in Italia, arrivato 4 anni fa. Sto seguendo la sua vita: si è sposato, è andato in Senegal poi è ritornato. Vado con lui alla festa di fine Ramadan, a casa sua. Banalmente, sto seguendo l’integrazione del vu cumprà  in Italia. Poi ho un progetto all’asilo La Giostra. Si tratta di un asilo frequentato da figli di immigrati di seconda generazione: la cosa interessante è vedere come i bambini di diverse origini stanno tra di loro ma anche come i genitori si rapportano per la festa di Natale o la gita scolastica. Infine, ad agosto partirò per l’Iran dove rimarrò per un mese. Sto lavorando da molto ad un progetto che riguarda la comunità curda nel Paese.