Il 24 febbraio, la Repubblica di Mauritius, decise di non far sbarcare quaranta turisti italiani, in maggioranza provenienti da Veneto e Lombardia sul suo territorio. I passeggeri potevano scendere a una sola condizione: avrebbero dovuto accettare di passare un periodo di quarantena nel Paese. Dopo il rifiuto collettivo di tutte le persone sulla nave a questa soluzione, l’imbarcazione è tornata in Italia. Una volta in patria, alcuni dei turisti respinti hanno denunciato ai giornali di essere stati trattati come “pacchi” e come “veri profughi”. Erano gli albori della pandemia e certe sterili e grottesche polemiche sembravano destinate a spegnersi con la stessa rapidità con cui erano nate.

Si trattava di fatto di stucchevoli e un po’ truffaldini tentativi di ribaltare i ruoli: “italiani respinti sulle coste africane” era sicuramente un titolo in grado di stimolare quantomeno curiosità, sebbene dietro certe parole si nascondesse una semplificazione piuttosto grossa. Un mese dopo, la stampa italiana ha deciso di replicare il medesimo meccanismo, ingigantendo alcuni deprecabili episodi, sfruttandoli come scusa per parlare di “caccia all’untore bianco” e di “razzismo al contrario al tempo del Coronavirus”.

All’inizio della diffusione del Coronavirus in Africa sono state diffuse delle narrative ingigantite, sulla “caccia” nel Continente “all’untore bianco”. Nella polemica è finito dentro anche il missionario comboniano padre Kizito Sesana

La giornalista Stefania Ragusa scrive su Africa Rivista, conosce quei luoghi e ha abbastanza il polso della situazione per ridimensionare certe situazioni che possono essersi venute a creare:«È un dato oggettivo: il Coronavirus in Africa è stato portato dai bianchi. Poi che questo possa aver provocato reazioni diverse è un altro discorso e va contestualizzato, senza ingigantire. Sicuramente ci sono persone che hanno approfittato di questa situazione per reagire in determinate maniere: anche in Africa esiste chi si lascia andare, anche per proprio vantaggio, alle semplificazioni. Ma affermare che esiste in Africa una “caccia all’untore bianco” è un qualcosa di inaccettabile». A fare le spese indirettamente del polverone che si è venuto a creare è stato anche il missionario padre Kizito Sesana, le cui parole sono state mal interpretate e sfruttate per dare sostanza all’ipotesi di un dilagante “razzismo africano”.

Alla base di tutto c’è evidentemente un’incomprensione di fondo che forse non ci si è mai sforzati troppo di superare definitivamente. Anche Ragusa è convinta che le parole di Kizito siano state intese male ma, per lei, il discorso da fare rimane in realtà molto più ampio: «Esiste una spasmodica voglia di trovare qualcosa di strano che sorprenda e l’uomo che morde il cane sarà sempre più interessante e insolito del cane che morde il padrone. Per questo, ci si prende delle licenze imperdonabili nel descrivere determinate vicende. Ma in questo modo, si creano delle controversie che possono portare anche a conseguenze scomode».

Ragusa fa altri esempi: «Un’azienda statunitense che diede delle normali raccomandazioni ai dipendenti in viaggio ha visto diventare quegli stessi suggerimenti, un “vademecum per sopravvivere nell’Africa della caccia all’untore bianco”. È ridicolo. Come è ridicolo ingigantire la testimonianza di una cooperante che si sente chiamare “CoVid” da un paio di ragazzini in strada.Quello cui si assiste è un fenomeno di proiezione, operato nella speranza di poter ribaltare qualcosa che di solito accade sistematicamente».

In un articolo del quattro marzo di Antonella Sinopoli sul suo progetto Voci Globali, riporta una frase del segretario generale dell’Onu António Guterres: «La minaccia è il virus, non le persone». Forse sarebbe il caso di ricordarlo, per rimettere tutto nella giusta prospettiva. Guterres aveva pronunciato queste parole a margine di un incontro in cui si valutava la possibilità di elaborare un report relativo all’impatto del CoVid-19 sui diritti umani.In alcune parti dell’Africa, il Coronavirus è stato usato quasi come un pretesto per giustificare gli abusi di governo e forze dell’ordine. Queste entità, con la scusa della gestione dell’epidemia, hanno fatto un po’ quello che volevano: in Sudafrica il presidente Ramaphosa ha mandato in strada 73mila soldati col compito teorico di “far rispettare il lockdown”. In Egitto lo stato di emergenza “ha dato alla polizia ampi poteri di arresto e detenzione di figure “scomode” al regime di Abdel Fattah al-Sisi che ha esteso la misura per altri tre mesi anche adducendo l’insorgenza terroristica”.

Secondo Antonella Sinopoli, che attraverso il progetto Voci Globali racconta con occhio attento l’Africa, in questi mesi abbiamo avuto la percezione di quanto fragili siano alcune democrazie africane. Anche se in linea teorica tutti i governi del continente sono democratici (con tanto di elezioni, parlamento e divisioni dei poteri), la realtà rimane molto diversa: «In questo periodo di emergenza vengono fuori comportamenti autoritari e anche violenti. Non che prima, in molti Stati, non accadesse, lei cita appunto l’Egitto, è che ora il lockdown è diventato utile pretesto per limitare non i movimenti dei cittadini, ma per vessarli e mostrare chi comanda. In Sudafrica sono stati schierati almeno 73mila soldati, circa 50mila in Togo (dove la famiglia Gnassingbé è al potere da 53 anni, prima il padre Eyadéma, poi il figlio, Faure, che grazie ad un emendamento costituzionale si è assicurato la presidenza fino al 2030). La presenza dei militari, ma anche i pattugliamenti delle forze dell’ordine, in molti casi – Kenya, Sudafrica, appunto, Uganda – si sono trasformati in giochi di forza e veri e propri abusi verso il cittadino. Addirittura, c’è chi ha fatto uso di gas lacrimogeni per disperdere quelli che oggi sono considerati assembramenti, ma che in Africa sono il normale modo di vivere».

Come ricorda Sinopoli,il lockdown è ancora più difficile da far rispettare in contesti dove non uscire equivale sostanzialmente a una condanna a morire di fame: «Bisogna ricordare che nel continente africano, in special modo quello sub-sahariano qualcosa come il 98% delle attività sono di tipo informale. Mercati, piccoli commerci, scambi, vendite al dettaglio. Tenere in casa queste persone vuol dire condannarle alla fame. È il motivo per cui il Ghana, per esempio, dopo appena tre settimane, ed è stato il primo Paese a farlo, ha allentato le misure del lockdown. Proprio per limitare quei danni collaterali che in Africa – che non ha quegli ammortizzatori sociali di cui l’Europa dispone – saranno inevitabili.È già stato calcolato che nel continente si rischiano di perdere 20 milioni di posti di lavoro. Per non parlare della riduzione di investimenti, importazioni ed esportazioni, in primis il petrolio». Una situazione difficile che è molto complicata anche da raccontare, non solo per le difficoltà oggettive ma anche per i limiti imposti dagli organi di potere nei singoli Stati.Non è un azzardo parlare di una vera e propria criminalizzazione della stampa in diversi Paesi: «Sì, una vera e propria criminalizzazione visti i molti casi di arresti e intimidazioni a giornalisti che stavano coprendo il CoVid-19. Impossibile criticare il governo, hanno denunciato giornalisti in Sierra Leone, Liberia, Somalia, Uganda, Nigeria, Zimbabwe… Mentre ci sono governi che hanno preso di mira le fake news. Sacrosanto, ma per combattere le fake news devi anche garantire ai giornalisti di fare il loro lavoro».

L’Africa non è solo un continente ma anche un mondo estremamente ampio e complesso. Troppo spesso in Europa l’abitudine è quella di porre l’accento unicamente sui problemi dei Paesi africani senza mostrare quanto da determinate popolazioni si potrebbe imparare. L’immarcescibile retorica che vorrebbe l’Africa solo come un luogo “da salvare” andrebbe definitivamente messa in soffitta perché è la scomoda eredità di un determinato mondo, che non ha mai smesso del tutto di sentirsi superiore. Una mancanza di umiltà che resiste ancora oggi che il colonialismo è, almeno in una certa forma, estinto da decenni.

In realtà, questa epidemia ci ha mostrato quanto abbiamo da imparare dall’Africa nella gestione di certe emergenze, anche se di questo lato positivo della medaglia ci si è occupati senza suscitare troppo clamore mediatico

In realtà, questa epidemia ci ha mostrato quanto abbiamo da imparare dall’Africa nella gestione di certe emergenze, anche se di questo lato positivo della medaglia ci si è occupati senza suscitare troppo clamore mediatico.Dalla collaborazione tra OMS e Unione Africana già il 5 febbraio è nata una vera e propria task force continentale, la Africa Task Force for Novel Coronavirus. Sempre grazie a questa opportunità di cooperazione, l’aeroporto internazionale Blaise Diagne di Dakar si è dotato praticamente subito di un team di esperti del settore sanitario che, tramite una telecamera, misurano la temperatura corporea dei viaggiatori.  Ma, a dispetto di questi esempi, la vera lezione da apprendere ci viene dall’approccio della popolazione di certe zone con il pericolo-virus. Sinopoli ci regala una visione ampia e completa del quadro, con tutte le sue innegabili contraddizioni: «Una cosa che mi ha colpito fin da subito è stata l’adesione dei Paesi africani non tanto ai principi e alle regole poste dall’Oms ma una sorta di riproduzione delle misure che stavano mettendo in atto i Paesi europei. Non che non sia giusta la chiusura momentanea delle frontiere, la quarantena, non sia giusto il lockdown, per non parlare delle misure igieniche. Però, ho pensato: non può durare. E infatti – sgombriamo il campo da equivoci -nei Paesi africani non si sono mai rispettate veramente queste misure. Soprattutto nelle aree rurali, nelle baraccopoli, nei mercati. In dieci in una stanza, bambini che giocano insieme, gente che vende e compra. Non tutto e non sempre si può controllare, e far capire alle persone l’importanza del distanziamento sociale, soprattutto in certe aree e comunità, è molto difficile. Non c’è dubbio che in Africa ci siano centri di eccellenza, pensiamo solo all’Istituto Pasteur di Dakar o, per citarne un altro, Il Centro di eccellenza africano per la genomica delle malattie infettive (ACEGID) con sede nello Stato di Osun in Nigeria, che nel periodo nell’Ebola, nel 2014, ha avuto un importante ruolo, o ancora il SANTHE nel KwaZulu-Natal in Sudafrica che lavora soprattutto sull’HIV/AIDS e TBC. Poici sono le persone, 1 miliardo e 300 milioni, la maggior parte senza reddito. La maggior parte impegnate nella sopravvivenza quotidiana. Persone abituate alle malattie, a virus che vanno e vengono, alla malaria. Ecco, per tutti loro questo – che per noi è un’esperienza eccezionale – è solo un problema tra gli altri. Che viene e andrà.Forse la migliore lezione che viene dall’Africa, in termini umani, è di non considerarsi immortali, infallibili e in grado di controllare e gestire ogni cosa».

La giornalista Antonella Sinopoli: “La migliore lezione che viene dall’Africa, in termini umani, è di non considerarsi immortali, infallibili e in grado di controllare e gestire ogni cosa”.

Inutile negarlo: a prescindere dagli esempi positivi, gli ospedali e in generale la maggior parte delle strutture presenti in Africa devono comunque fronteggiare giornalmente un gran numero di problemi e persistono le carenze. Soprattutto gli ospedali quasi sempre: «Si dicono pubblici, ma poi la gente deve pagare per ogni servizio e per medicinali che spesso non ci sono. Il malato, se non ha soldi, viene trattato non come un paziente da curare ma come un fastidio. Questi non sono casi estremi, questa è la norma se non sei una persona con disponibilità economiche». Nonostante ciò, come detto, c’è molto da imparare da come in Africa si è affrontato il rischio Coronavirus, con coraggio, e senza lasciarsi andare all’isteria. Anche Sinopoli rimarca questo aspetto:«Sicuramente c’è un’ “abitudine” all’emergenza che aiuta a prevenire lo spavento, il panico. I Paesi africani, in genere, sono molto duttili, pronti ad accogliere i cambiamenti e, naturalmente, gli aiuti dall’estero, che spesso sono anche training e passaggio di conoscenze. A volte se ne fa tesoro, a volte meno. Ma sono tanti gli operatori sanitari che fanno la loro parte. Non è bene, né utile generalizzare, ma qui, più che altrove, l’approccio e la sensibilità individuale a volte fa più dell’apparato».

Per Stefania Ragusa “il  problema che impedisce la comprensione e l’arricchimento reciproco è questa visione molto occidentale del mondo africano come di un luna park per bianchi”

Ci sarebbe molto da apprendere dall’Africa, se solo si avesse la pazienza e l’umiltà di darle la necessaria attenzione ma, purtroppo, continua a essere valido il vecchio detto “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”. Quando abbiamo chiesto a Stefania Ragusa cosa ne pensasse di episodi come quello della nave respinta, la sua risposta è stata ben più ampia e ha evidenziato forse il problema principale che ostacola un dialogo proficuo tra Africa e Vecchio Continente: «Chi vuole capire capisce già di suo. Chi non vuole capire continua a cercare scuse per non farlo. Si pensi d’altronde alla nostra situazione attuale: chi si era interrogato su determinati temi, ne comprende la portata. Chi non capisce continua a fare discorsi, utili solo a rimanere asserragliati sulle proprie posizioni».

Come ricorda Ragusa, il primo contagiato in Nigeria era un italiano mentre, in Senegal, il paziente zero è stato un cittadino francese. Il problema che impedisce la comprensione e l’arricchimento reciproco è questa visione molto occidentale del mondo come di un  «luna park per i bianchi», dice Ragusa. In un contesto del genere qualunque limite, sia esso una barriera culturale o un’emergenza sanitaria, è considerato inaccettabile. Forse ha ragione Ragusa: non supereremo mai certe situazioni se non dimostreremo la maturità necessaria a capire che non possiamo fermarci solo davanti a limiti di carattere economico.