Nonostante gli incessanti dibattiti sull’origine del Covid-19, che secondo alcuni sarebbe stato geneticamente mutato in un laboratorio di Wuhan, la gran parte della comunità scientifica internazionale converge invece sulla provenienza naturale del virus. Per ultimo Anthony Fauci, il massimo immunologo americano, in una recente intervista per National Geographic, ha dichiarato che “le prove scientifiche vanno fortemente nella direzione che il virus non avrebbe potuto essere manipolato artificialmente o deliberatamente”, sottolineando poi la natura zoonosica del Covid-19: “Guardando all’evoluzione nel tempo, tutto indica fortemente che questo virus si è evoluto in natura ed ha poi saltato la specie”. Ma cosa siano realmente le zoonosi, perché sia importante studiarle, quale sia il rapporto con gli allevamenti animali e con l’ecosostenibilità, quanto potranno influenzare il nostro futuro, lo abbiamo chiesto a Guido Grilli, docente di Zoonosi e malattie avicole presso il dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università Statale di Milano e vicedirettore della Scuola di Specializzazione in Tecnologia e Patologia delle Specie Avicole, del Coniglio e della Selvaggina dell’Ospedale Veterinario Universitario, Servizio di Microbiologia, di Lodi.

«Quando si realizza la mappa genetica del virus, si vede se c’è un’omologia fra il dna esaminato e quello di un altro virus isolato dagli animali. Nel caso del Covid-19 l’omologia è quasi del 100% con coronavirus del pipistrello. Oggi, grazie alle banche dati, qualsiasi cosa riusciamo ad isolare la confrontiamo per scoprire un eventuale corrispettivo. Non è un virus artificiale perché ha appunto un’omologia con i virus selvatici estremamente elevata. Possono esserci casi di virus generati da animali fuggiti da laboratorio, come sarebbe riconducibile ad un caso di virus ebola in Siberia di circa quindici anni fa. Ma non è il caso del Covid-19. Alcuni agenti zoonosici sono però utilizzabili per la guerra batteriologica. Qualche anno fa negli Stati Uniti fu utilizzato l’antrace: il bacillus anthracis è presente nell’intestino degli animali e produce tossine quando l’animale muore e va in putrefazione. Un altro batterio, la Francisella tularensis, utilizzabile potenzialmente come agente per bioterrorismo, è presente nei topi, nei ratti, nelle lepri, nei lagomorfi, nel coniglio selvatico e causa, appunto, una zoonosi, la tularemia (alcuni casi, sporadici, furono segnalati a Pavia negli anni ’60, mentre fra il 1940 e il 1941, in piena Seconda guerra mondiale, causò circa 50 mila morti)».

Ma cos’è davvero una zoonosi?

«La zoonosi è una malattia che si trasmette dagli animali all’uomo. Si stima che il 60% delle malattie infettive conosciute siano zoonosiche e, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 75% di quelle emergenti hanno un serbatoio animale. Nella Medicina Veterinaria l’insegnamento delle malattie infettive è sempre stato molto importante. Mentre la Medicina Generale ha solo l’uomo come target, quella Veterinaria ha tutti gli animali. Le zoonosi hanno sempre interessato l’uomo. La stessa peste ha un’origine zoonosica, poiché trasmessa dalla pulce, seppur veda nel ratto, e nei muridi in generale, i principali serbatoi. Malattie scoperte dopo, ma che hanno sempre segnato l’umanità”».

Già perché altre devastanti zoonosi si sono succedute nel corso dei secoli. Proprio la peste bubbonica, nota come Peste nera, fu la pandemia dominante nella metà del quattordicesimo secolo. Essa fu causata dal batterio Yersinia pestis, un batterio coccobacillo appartenente ai non coliformi, ciò non in grado di fermentare il lattosio. Nonostante si ritenga, tradizionalmente, che il Paese di provenienza della peste fosse la Cina, degli studi hanno invece indicato il sudest del Kazakistan come epicentro di quella pandemia. E, seppur l’origine di quella malattia sia associata a ratti e pulci, sarebbero stati altri due muridi a fungere da vettori per la trasmissione del batterio all’uomo: la marmotta, che Marco Polo appellava “ratto del Faraone” ed il grande gerbillo. Proprio il morso della pulce su uno di questi due roditori avrebbe diffuso il virus fra gli animali, prima della propagazione nella specie umana. Un altro focolaio di peste bubbonica emerse nella provincia sudoccidentale cinese di Yunnan nel 1894, si diffuse nella città portuale di Canton e ad Hong Kong, e raggiunse Bombay, oggi Mumbai, nel 1896. A partire dal 1900 la peste si espanse nei porti di ogni continente, trasmessa dai ratti infetti che viaggiavano su piroscafi attraverso le rotte commerciali internazionali. In trent’anni, solo in India, morirono dodici milioni di persone. Un’altra conseguenza di quella pandemia d’inizio Novecento, riscontrabile anche all’emersione di quella odierna causata dal Covid-19, fu la xenofobia. In America, cartoni animati di stampo politico e alcune copertine di giornali raffiguravano cinesi americani intenti a mangiare topi in spazi affollati e degradati (su Youtube, ad inizio 2019, erano invece diventati virali i bat soup videos, ritraenti asiatici che addentano carne di pipistrello). Una pagina di storia recuperata di recente da Jessica Hauger che, sulle pagine del Washington Post, ha sottolineato che “nel corso della pandemia di peste del 1900, l’idea che i cinesi americani costituissero una minaccia per la salute pubblica spinse le autorità di San Francisco a mettere in quarantena Chinatown e ad eseguire sfratti incostituzionali”. Stesse misure furono adottate ad Honolulu, dove inoltre “furono inceneriti i rifiuti di Chinatown, causando un incendio che bruciò quattro mila case ”.

«Queste nuove malattie ci sono sempre state, ma vengono enfatizzate da comportamenti alimentari o igienici umani che incidono in maniera importante in queste particolari situazioni. La peste non la vediamo più, ma il batterio Yersinia è sempre presente. C’è ancora qualche caso negli Stati Uniti, dove nessuno si aspetterebbe mai di vedere la peste. Eppure questa è legata ad alcune specie, quali il citello ed il cane della prateria, animali ancora positivi. Stesso discorso per la rabbia, dalla quale l’Italia, l’Europa è esente, ma che è ancora presente in Africa. Ed è uno dei più gravi agenti zoonosici, perché il tasso di mortalità e letalità è del 100%, se la malattia non è tempestivamente ed accuratamente trattata».

Il pipistrello è considerato il principale vettore nella trasmissione del Covid-19.

«Il pipistrello in realtà svolge una funzione ecologica importantissima, nel controllo degli insetti soprattutto. È un animale che, se non stuzzicato dall’uomo, risulta assolutamente tranquillo e non trasmettente alcuna zoonosi. Ma se esso diviene oggetto di caccia e cattura, se andiamo a visitare le grotte in cui abita, tutto cambia. Il pipistrello può essere portatore anche della rabbia, quindi sotto questo punto di vista svolge una funzione di vettore. I pipistrelli maggiormente consumati in Asia sono quelli della frutta, probabilmente perché frugivori e dalle grosse dimensioni. I pipistrelli hanno diversi virus, probabilmente in parte ancora sconosciuti. Essendo un animale selvatico, in Italia è necessario un gran numero di autorizzazioni per catturarlo. Ad esempio, lavoro spesso con i centri recupero di animali selvatici e per eseguire delle necroscopie devo ottenere l’autorizzazione, la tracciabilità del cadavere, che poi devo incenerire: questo vale per il passero così come per l’aquila, non c’è differenza. In Lombardia vi sono diverse colonie di pipistrelli, e vengono studiati in università. Ma sono studiati da ricercatori, non da curiosi, non da appassionati di carni strane, esotiche. In certi Paesi ci sono credenze alimentari davvero difficili da debellare e, forse, servirebbe una generazione nuova che insegni ad impedire certe abitudini. Se mantenessimo l’ambiente nel giusto modo, non si verificherebbe interazione».

Anche in Italia, soprattutto fino alla metà del secolo scorso, vi era un’alimentazione prettamente carnivora.

«Fino agli anni ’50 e ’60 le uniche fonti proteiche, fondamentalmente per la popolazione rurale, erano le carni di pollo, coniglio, maiale, seppur quest’ultimo in quantità nettamente inferiore e consumato in occasione delle festività, spesso tenuti in casa, mentre un vitello era destinato alla vendita. A proposito di polli, l’influenza aviare è un’influenza conosciuta da sempre nella Medicina Veterinaria. Infatti, esiste una pubblicazione negli annali della Regia Accademia di Agricoltura di Torino, risalente al 1878, da parte del professor Perroncito, che ha realizzato la prima descrizione scientifica proprio dell’influenza aviare, che l’accademico definiva “peste lombarda”, poiché quasi tutti gli anni questa malattia decimava il comparto avicolo rurale nella regione. Oggi abbiamo diversi progetti in Africa in cui insegniamo come allevare il pollo, anche se, inizialmente, questo è considerato un controsenso, dal momento che il pollo è un granivoro, perciò un concorrente dell’uomo sotto certi punti di vista. Eppure, con meno di 2 kg di mangime, riusciamo a fare 1 kg di carne di pollo, quindi dal punto di vista nutrizionale risulta più vantaggioso rispetto ad altre specie. Ma, come sappiamo, anche il pollo può trasmettere zoonosi e bisogna stare attenti nel trattare l’animale. È la promiscuità uomo-animale che crea questi problemi: una volta che un agente zoonosico si adatta alla specie, all’inizio dà delle problematiche molto forti, come si è visto nel caso recente del Covid-19».

Il Covid-19 appartiene ai Betacoronavirus, la stessa famiglia includente anche i patogeni della MERS e della SARS.

«La SARS è una zoonosi che ha avuto un comportamento diverso. La SARS era dalla mortalità più alta, ma nettamente meno infettiva, per questo è stato facile fermarla. C’è però una correlazione genica fra i due coronavirus e l’origine potrebbe essere la medesima».

Proprio a questo proposito, Focus ha di recente pubblicato un articolo sui risultati di uno studio condotto in Cina da un team di scienziati coordinato da Jinping Chen, del Guangdong Institute of Applied Biological Resources. Bisogna però prima risalire al marzo e al luglio 2019. Allora, alla dogana di Guangdong, furono sequestrati e sottratti al contrabbando tre pangolini del Borneo, trovati in grave carenza respiratoria e poco dopo deceduti. In essi gli scienziati hanno individuato proprio un Betacoronavirus, ricostruendone il profilo genetico. Questo, denominato pangolin-CoV-2020, è risultato essere molto simile sia al SARS-CoV-2 (Covid-19), sia al Bat-CoV-RaTG13, un coronavirus dei pipistrelli che si presuppone essere l’origine della pandemia. Ma, secondo i ricercatori, la maggiore somiglianza fra SARS-CoV-2 e Bat-CoV-RaTG13, rispetto a quella fra quest’ultimo e il patogeno riscontrato negli esemplari di pangolino esaminati, portano gli scienziati ad escludere una derivazione dal pangolino del SARS-CoV-2, ma da “molteplici eventi di ricombinazione avvenuti naturalmente tra virus presenti nei pipistrelli e altre specie selvatiche”. Sebbene lo studio abbia smentito la diretta correlazione fra il pangolino e l’attuale pandemia, ha però anche messo in guardia sulla pericolosità del contrabbando del pangolino, che potrebbe essere portatore di altre tipologie di patogeni zoonosici: un’esortazione a porre un freno tempestivo al commercio illecito di animali esotici.

Un monito che trova la piena condivisione da parte del dott. Grilli:

«Noi ce l’abbiamo sempre con gli allevamenti intensivi, ma è grave non prendere in considerazione, o comunque con minore indignazione, la detenzione e il commercio di animali esotici, dal momento che risponde alla terza voce di contrabbando a livello mondiale, dietro solo allo scambio di armi e droghe e superiore alla prostituzione: sono dati forniti dal WWF. Oggi vengono allevate specie come l’iguana, lo scoiattolo grigio, che ha un’origine americana, ma che è arrivato in Lombardia perché richiesto come animale da compagnia. A Cassano d’Adda è presente una colonia di procioni da circa settanta capi, in seguito alla riproduzione successiva alla volontaria liberazione, da parte di un detentore, da un ambiente domestico»

E il procione potrebbe essere dannoso?

«Potrebbe esserlo. Il procione ha un ruolo nella diffusione della rabbia, ma in questo caso il problema non sussiste, poiché, come già detto, il nostro Paese è esente da questa malattia. Ma ha un parassita, denominato Baylisascaris procionis, che può essere zoonosico per l’uomo e, venendo a contatto con le feci dell’animale o con un frutto dell’orto, dove sia transitato il procione, allora l’uomo potrebbe infettarsi. Ma la colpa non sarebbe da attribuire all’animale selvatico, bensì all’uomo, colpevole, nell’eventualità del caso, di una non corretta igiene».

L’altra grande zoonosi della prima metà del secolo scorso fu l’Influenza spagnola:

«Una parte del virus della Spagnola era di origine aviare. Allora, però, c’era la Prima guerra mondiale, lo stato di salute diffuso presso le popolazioni d’Europa era precario, pessime le condizioni igieniche, non esistevano gli antibiotici che svolgono un’importante funzione secondaria. Infatti le pandemie successive, dall’Asiatica del triennio 1957-1960, all’Influenza di Hong Kong del 1968, hanno avuto un tasso di mortalità nettamente in discesa».

L’influenza spagnola contagiò un quinto della popolazione mondiale, uccidendo 50 milioni di persone: un numero di vittime circa tre volte superiore a quello relativo al primo conflitto mondiale che, in parte, contribuì alla propagazione del virus. Il nome “Spagnola” non è direttamente riconducibile all’epicentro del virus, ma è tale poiché fu nel Paese della penisola iberica che si cominciò a parlarne. Influì la non bellicosità della Spagna, dal momento che la stampa, scevra da condizionamenti e dalla censura, imperante invece nei Paesi impegnati in guerra, potè divulgare il verbo dell’Influenza, che in principio, tra l’altro, gli spagnoli ritenevano provenisse dall’altra parte dei Pirenei, dalla Francia. Una trasparenza di informazione venuta a mancare a Wuhan, i cui funzionari hanno ignorato e soppresso gli avvertimenti iniziali. Ciò ha causato una tempestiva trasmissione solo di poche informazioni di critica importanza, impedendo a Pechino di attuare sin da subito decisioni stringenti.

Come già specificato, anche la Spagnola era in parte di origine aviare, ma qual è stata l’evoluzione nel tempo dell’influenza aviare?

«Tutti gli anni assistiamo ad episodi di influenza aviare perché fa parte della flora normale degli anatidi e del germano reale soprattutto, che migrano dal Nord Europa verso l’Africa e in essi il virus si è coevoluto: infetta l’apparato respiratorio, infatti, ma ha una moltiplicazione a livello intestinale. Gli anatidi migratori, passando, defecano e scaricano il virus. Le anatre, poi, hanno un’altra caratteristica: sono gregarie, quindi stanno insieme, così come le altre specie; quando arrivano dal Nord Europa nei nostri laghi, defecano e il virus, essendo dotato di envelope, galleggia, e per questo anche gli animali locali e stanziali potrebbero infettarsi e diffondere il virus per il territorio. Fra il 1999 e il 2000 c’è stata una grossa epidemia nel pollame che ha portato alla macellazione, o comunque all’abbattimento, di quasi 20 milioni di capi solo in Italia: ci furono infatti all’epoca oltre 400 focolai».

Questa grossa epidemia di fine secolo scorso ha segnato un punto di rottura?

«Ci ha insegnato una disciplina che, forse, conoscevamo un po’meno: la biosicurezza. Si tratta dell’insieme delle operazioni di gestione di strutture che permettono all’allevamento di impedire l’ingresso di eventuali patogeni dall’esterno e comunque, in caso di ingresso, di evitare l’infezione di altri animali. Adesso questa disciplina è applicata in tutti gli allevamenti avicoli ed esige l’adempienza a particolari procedure: chi entra in un allevamento di polli, infatti, deve indossare un camice, dei calzari, la cuffia, la mascherina. Inoltre, circa due anni fa, abbiamo organizzato due giornate dedicate alle zoonosi, con medici e veterinari insieme, affrontando la stessa malattia dal punto di vista veterinario e dal punto di vista medico. Questo corso fu ideato e voluto dal prof. Galli, primario dell’ospedale Sacco, ed io scrissi una relazione sulle zoonosi degli animali non convenzionali proprio in collaborazione con lui. In questo senso, Galli è stato lungimirante».

Quali furono le zoonosi oggetto della trattazione?

«Oltre all’influenza aviare, abbiamo analizzato delle forme di tubercolosi nei pesci che potrebbero infettare l’uomo; problemi negli uccelli legati alla Chlamydia trachomatis, un batterio infracellulare presente soprattutto negli psittacidi, come i pappagalli; le salmonelle legate agli uccelli, ma anche alle tartarughe d’acqua di cui, circa quindici anni fa, negli Stati Uniti, hanno impedito la vendita perché si erano verificati quasi 100 mila casi di salmonellosi nei bambini, legati proprio all’accudimento negli acquari di questi animali. In Europa ci sono poi circa 240 mila casi di campilobatteriosi (il campilobattero è un batterio intestinale del pollo): una zoonosi dalla mortalità irrisoria, ma poco conosciuta. In Italia non ci sono stati decessi per l’aviaria, ma probabilmente alcuni per campilobatteriosi sì. E ancora il West Nile Virus (virus del Nilo occidentale), scoperto per la prima volta in Uganda nel 1937: ci sono zone endemiche in Italia, abbiamo riscontrato dei casi umani, mentre negli Stati Uniti causa oltre 100 morti all’anno, ma la stampa non se ne interessa».

Un altro problema enorme, collegato agli allevamenti intensivi ed industriali è quello relativo all’antibioticoresistenza. Secondo il Ministero della Salute, il 50% degli antibiotici venduti è destinato ad uso animale, di cui esistono tre modalità: il primo, direttamente su un animale malato; il secondo, detto metafilassi, applicato su un gruppo di animali entrato in contatto con un esemplare malato; il terzo, la profilassi, applicato su un animale sano per prevenire una futura malattia. E proprio quest’ultimo metodo sarebbe quello più pericoloso, poiché causerebbe una resistenza di alcuni ceppi batterici, nocivi per l’uomo, come quelli dell’Escherichia Coli e della Salmonella. Per l’’OMS, infatti, l’antibioticoresistenza è una delle maggiori minacce per la salute pubblica.

«La metafilassi è stata usata, anzi abusata, fino a qualche anno fa. Poi, quando alcuni comparti hanno percepito il problema dell’antibioticoresistenza, la metafilassi, la terapia eseguita in determinate età in previsione di una malattia futura, non si fa più. Ma si attuano una profilassi vaccinale per le malattie virali e, in alcune specie, il risanamento delle malattie nei riproduttori, poiché da riproduttori esenti (un pollo riproduttore produce circa 150/160 pulcini all’anno), derivano pulcini sani. Dal momento che quei pulcini saranno distribuiti fra diversi allevamenti, un singolo pulcino sano ridurrà l’utilizzo di antibiotico dell’allevamento a cui viene destinato. Il pollo lo vacciniamo quando è ancora in embrione e facciamo tre o quattro vaccinazioni per un animale che vive cinquanta giorni, una decina di iniezioni per un pollo riproduttore. Inoltre, per quanto concerne gli avicoli, dal 2013 è iniziato un piano nazionale di contenimento che ha portato a una riduzione del farmaco dell’80% negli ultimi sei anni. Direi che ormai circa l’85% dei polli prodotti in Italia non hanno mai conosciuto l’antibiotico nella loro vita. Ma resto convinto che un uomo possa prendere più facilmente ceppi antibioticoresistenti dal proprio cane o dal proprio gatto: minore, invece, il rischio proveniente dall’inquinamento superficiale delle carni, perché quasi sempre mangiate dopo cottura. Resta fondamentale l’igiene delle mani».

Come si può definire il comportamento igienico generale in Italia nella trattazione delle carni?

«Il nostro è un comportamento corretto. Noi mangiamo un pollo fresco, essendo la carcassa asciutta, mentre in Inghilterra, ad esempio, hanno una tecnica di macellazione meno dispendiosa rispetto a quella nostrana, consistente nel raffreddare l’acqua e non l’aria: spruzzano acqua fredda sulla carcassa dopo la macellazione, per poi essere congelata. E una volta scongelata, i batteri in superficie sono ancora vivi. Esiste una direttiva europea del 2003 sulle zoonosi, ma l’Italia, sotto questo aspetto, è sempre stata all’avanguardia. Esiste addirittura un Regio Decreto del 1928 in cui si obbliga il veterinario condotto a fare ispezioni delle carni, del pollame, dei conigli, della selvaggina per evitare malattie zoonosiche. Poi, nel 1954, l’allora Alto Commissariato di Igiene e Sanità emanò un decreto di polizia veterinaria, con un elenco di malattie pericolose per gli stessi animali, come l’afta epizootica, e malattie zoonosiche come brucellosi e tubercolosi, per le quali deteniamo profilassi di Stato dal 1954. Un altro aspetto forte italiano, poco considerato, è il sistema veterinario pubblico. Per fare un’esauriente ed esemplificativa proporzione: l’intera Inghilterra ha meno veterinari pubblici della sola Lombardia. Infine, disponiamo di una catena di istituti zooprofilattici, ovvero enti sanitari di veterinaria che si occupano delle analisi: il veterinario pubblico fa il campionamento e non lo consegna a un laboratorio privato, ma a laboratori di Stato. Anche questi istituti, non presenti in altri Paesi, hanno contribuito nell’emergenza Covid ad effettuare tamponi: solo quello di Brescia ne fa circa 1200 al giorno. Perché sono istituti abituati a lavorare con grandi numeri di analisi».

Esistono davvero pericolosità zoonosiche legate ad animali tradizionalmente domestici come cani e gatti?

«Non ci sono grosse infezioni trasmissibili dagli animali casalinghi. Ci sarebbero più possibilità se fossero selvatici. In Croazia e Serbia, ad esempio, la rabbia è ancora in parte presente. Nel 2012, in Ucraina, c’era stata una grande campagna di abbattimento di cani randagi che suscitò scandalo tra le associazioni animaliste. I cittadini temevano che la rabbia silvestre, ovvero quella in condizioni di selvaticità, diventasse rabbia urbana, infettando i randagi delle città, e divenire così una zoonosi urbana»

Molte associazioni animaliste, negli ultimi anni, si sono esposte per la salvaguardia del lupo in Italia.

«Il lupo non è assolutamente da considerare una specie dalla potenzialità zoonosica. Avendo fatto una tesi per la gestione dei pascoli contro l’aggressione da lupo, i gruppi famigliari non sono paragonabili in numero a quelli del Nord America, dove possono raggiungere le venti unità: i gruppi più folti presentano cinque lupi e si mantengono ben lontani dall’uomo poiché lo concepiscono come nemico. È un animale che segue fondamentalmente il cinghiale o il capriolo, che segue fino in pianura, dove può entrare in contatto con pascoli non adeguatamente protetti».

Ma torniamo in Cina. Lo scorso 4 marzo la Commissione Nazionale per la Salute cinese ha pubblicato un elenco indicante trattamenti per la cura del Covid-19. Fra questi spiccano in particolare due farmaci: uno a base di polvere di corno di rinoceronte, l’altro, denominato Tan Re Qing, il cui principio attivo è la bile di orso. Ciò dopo che lo stesso Paese asiatico aveva vietato il commercio e la conseguente vendita di animali selvatici vivi nei wet markets, e la consumazione degli stessi. Un fragoroso paradosso dal momento che se da una parte si pone un freno al commercio interno a scopo alimentare, dall’altro si incentiva l’importazione di altri prodotti di derivazione animale.

«È vero. La medicina cinese usa ancora la bile degli orsi del Sole e della Luna, seppur essa non abbia alcuna funzione terapeutica. Si tratta di un retaggio difficile da eliminare. Il corno di rinoceronte viene invece considerato afrodisiaco. Il corno non è neppure osso, bensì pelo conglutinato, quindi morto, inerte. Purtroppo, alcuni Paesi non hanno ratificato la Convenzione Internazionale di Washington, che regola il commercio di flora e fauna, e non solo di animali vivi, ma anche prodotti da essi provenienti, come l’avorio. Quasi tutti i Paesi del mondo hanno proibito l’utilizzo dell’avorio, eppure la Cina ne è un grande importatore: lavora l’avorio di contrabbando e poi lo vende. Lo stesso corno di rinoceronte non lo usano di certo gli africani, ma i cinesi. Ricordo, a tal proposito, un breve soggiorno nella Libia di Gheddafi, che non era stato un Paese firmatario della Convenzione di Washington. Nei mercati di Tripoli era possibile acquistare tartarughe, coccodrillini, rapaci o prodotti a base di questi animali, senza alcun problema. Il commercio degli animali selvatici, soprattutto del pangolino, è purtroppo un’usanza in quella parte del mondo. Il pericolo è apportato dagli animali di cattura, non da quelli sottoposti ad allevamento».

Secondo una recente inchiesta de Il Sole 24 Ore, fondata su dati relativi al 2017, il commercio illegale di fauna vale oltre 23 miliardi di euro, a cui si aggiunge la pesca illegale, che frutta 36 miliardi di euro, il disboscamento illegale, a cui sono connessi proventi illeciti da 157 miliardi ed il traffico incommensurabile delle specie protette proprio dalla Convenzione di Washington, che garantisce guadagni da oltre 100 miliardi annui. Un aggressione dell’uomo alla natura che provoca  inevitabilmente reazioni nefaste.

«L’emersione di determinate zoonosi è dovuta proprio alla distruzione degli ecosistemi che, oltre a far diminuire la biodiversità, causa anche il restringimento dell’habitat animale: conseguenza diretta è l’aumento della densità degli animali. Cresce così la possibilità che batteri o virus, che gli agenti zoonosici possano fuoriuscire dal loro ambiente naturale. In Cina c’è un consumo spropositato di ambiente, così come in Amazzonia, dove la foresta viene costantemente depredata, anche per la domanda di determinati tipi di legni. E questa componente vige primariamente nei Paesi in via di sviluppo, mentre in Europa il consumo di suolo è minore e ci sono anche condizioni di naturalità nettamente migliorate nel corso degli anni, ed il ritorno prepotente del lupo ne è semplice dimostrazione. Gli ungulati, rispetto a vent’anni fa, sono aumentati del 300%. Le malattie zoonosiche nascono proprio nei Paesi più densamente popolati, o comunque in Paesi in cui il controllo ambientale non esiste. La Cina ha la priorità di alimentare tutti, essendo la sua popolazione in forte espansione: dopo la vetusta politica del figlio unico, il Paese asiatico ha compreso la necessità di consumo, e dunque di maggiore forza lavoro, per la crescita del Pil. Ma la Cina è ora falcidiata da un’altra malattia, non zoonosica, ovverosia la peste suina africana, che sta decimando gli allevamenti di maiali, metà della produzione dei quali è andata persa nell’arco di due anni. Non riescono a controllare questa peste che costituisce un grave danno economico».

La peste potrebbe indurre la Cina a cambiare animale da allevamento?

«Potrebbero allevare altrove. Hanno comprato migliaia di ettari in Africa dove probabilmente trasferiranno le industrie più inquinanti e deprederanno ciò che sarà possibile depredare».

Quanto sono importanti gli allevamenti?

«È sempre di primaria importanza guardare cosa accade all’estero. Ad esempio, in Sierra Leone un uovo di gallina costa il corrispettivo di 20 centesimi di dollaro, ma un allevatore percepisce uno stipendio da 1,8/2 dollari al giorno: praticamente un rapporto di 1/10. Risulta scontato, dunque, l’incentivo economico all’avicoltura. In Italia, invece, si sta verificando un tentativo di ritorno alla pastorizia, poiché la montagna la tiene in ordine l’agricoltura: il pascolo ha la grande funzione ecologica di evitare che il bosco si ampli. La distensione delle selve può infatti provocare la sparizione di certe specie ed il ritorno in sovrannumero del cervo, mentre il bovino e l’ovino svolgono in questo senso una funzione mitigatoria. Vi sono poi attività antropiche dannose, come la costruzione di piste da sci nei luoghi di nidificazione del gallo cedrone».

Quanto può essere importante la lotta all’inquinamento alimentare?

«L’espansione degli allevamenti mira al soddisfacimento di una domanda. Indubbiamente l’agricoltura e la zootecnia inquinano, ma i dati Istat relativi all’ultimo decennio hanno dimostrato un evidente miglioramento. L’inquinamento si è infatti ridotto del 17 %, e sono diminuite anche le emissioni di ammoniaca. Va sottolineato, però, che il 17% delle polveri sottili deriva dagli allevamenti, volti però a produrre alimenti. A questo proposito è necessario fare una distinzione. Noi ragioniamo da Paese ricco, possiamo permetterci di essere vegetariani, in Africa no. Un collega di una società di consulenza americana mi ha mostrato lo sviluppo del consumo di carni in Cina: lo studio dimostra che, con l’incremento della disponibilità economica, il consumo del riso è rimasto pressoché lineare, mentre si è verificato un drastico aumento del consumo di carne, che necessita di terreno da sfruttare. La limitazione della biodiversità è legata a queste attività. Da alcuni anni ci stiamo occupando inoltre dell’ecosostenibilità degli allevamenti. Esistono infatti allevamenti più ecosostenibili di altri. Innanzitutto un allevamento può essere avviato solo in seguito ad autorizzazione; poi va eseguito il carico di inquinanti per animale e dobbiamo disporre anche di un terreno adeguato per smaltirlo. Le proiezioni FAO, da qui al 2050, dicono che il 75% del consumo di carne avverrà nei Paesi non industrializzati, che sono però Paesi carenti d’acqua, fondamentale per l’ecosostenibilità. Il 75% dell’acqua è infatti presente nei Paesi industrializzati, principalmente Europa e Nord America. Inoltre questo collega ci ha spiegato la cosiddetta “legge dei sette dollari”, secondo cui se un lavoratore percepisce uno stipendio giornaliero inferiore o uguale a 7$, tende a non consumare carne; mentre se la retribuzione quotidiana è compresa fra i 7$ e i 70$, il primo alimento che tende a consumare maggiormente è proprio la carne; se si superano i 70$ si parla invece di mero consumatore “di concetti”, nel senso che la ricchezza consente all’uomo di ragionare sulle proprie abitudini alimentari e diventare anche vegetariano o vegano».

In conclusione, quali sono i criteri di ecosostenibilità di un allevamento?

«Oltre all’acqua, certamente gli inquinanti. Gli animali producono feci, che contengono azoto. Azoto significa ammoniaca che si libera nell’aria o che si deposita nel terreno, ma in quel caso la concimazione naturale sopperisce all’utilizzo di concimi chimici. Quella pericolosa è dunque l’ammoniaca sprigionata in aria. Ormai anche nel nostro Paese sono però presenti dei sistemi per cercare di diminuire l’inquinante ambientale mediante l’utilizzo di reflui, ovvero scarti di allevamento, per produrre energia. Anche in questo caso è necessario fare un distinguo. Quando vari governi che si sono succeduti hanno elargito contributi per i pannelli solari, abbiamo visto nascere campi di pannelli solari non collegati all’agricoltura, ma per uso industriale. Non si può togliere un ettaro di foraggio, di mais, di grano per speculare sull’energia elettrica, poiché non rientra nel circuito dell’allevamento. Mentre è più giusto che i contributi siano destinati a un allevatore che produce biogas, poiché genera energia non inquinante, svolgendo una funzione sociale. Inoltre più è efficiente l’alimentazione degli animali, meno azoto si disperde, dal momento che l’azoto va nelle proteine: è fondamentale, dunque, il miglioramento della digeribilità delle materie prime. Eterogeneo negli allevamenti è il riutilizzo degli escrementi animaliIn alcuni allevamenti, infatti, dalla fossa sottostante il grigliato su cui poggia l’animale, le feci finiscono nei digestori che originano metano: si tratta di un importante fattore di abbassamento di inquinanti. Un sistema, questo, che va assolutamente incentivato. La localizzazione costituisce un fattore incentivante. La Pianura Padana è infatti la zona d’Italia con la massima densità di allevamento, specialmente bovini e suini, e la massima concentrazione di inquinamento, per via della massiccia presenza di industrie. I nuovi impianti devono infatti distare almeno 1 km fra loro; esiste poi il carico d’azoto per ettaro, infatti in certe zone ad alta densità, come appunto la Lombardia, è necessaria una certa quantità di terreno per ogni capo di bestiame sottoposto ad allevamento. Un allevamento in una regione a minor densità, invece, garantirebbe maggiori possibilità di espansione. Ma la localizzazione è rilevante tanto quanto il grado delle infrastrutture, la distribuzione e la logistica».