Lo Yemen  sta affrontando una crisi umanitaria senza precedenti, la peggiore in questo memento sul nostro pianeta. La guerra che da tre anni sta dilaniando il Paese troppo spesso è stata dimenticata dai grandi media internazionali, eppure il bilancio del conflitto mette i brividi.  Più di 22 dei 29 milioni totali di cittadini yemeniti necessitano di assistenza sanitaria, diciotto milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare e non si hanno ancora i dati ufficiali riguardo al numero di vittime civili che hanno perso la vita a causa dei bombardamenti. Cifre che hanno il potere di raccontare bene la drammaticità della situazione, amplificata per altro dalla peggior epidemia di colera al mondo.

Le ragioni di questa scarsa copertura del conflitto da parte della stampa estera e italiana sono molteplici, una di queste è sicuramente dettata dal fatto che ottenere i permessi per entrare in Yemen non è affatto semplice, a causa della mancanza di visti e autorizzazioni. Oggi, grazie al lavoro di giornaliste freelance come Laura Silvia Battaglia e Iona Craig e come Nawal Al-Maghafi della BBC, abbiamo la possibilità di ricostruire quanto sta accadendo nell’estremità meridionale della penisola araba. Queste tre reporter di fama internazionale hanno spiegato in che modo, grazie alla doppia cittadinanza o a legami familiari, sia per loro possibile lavorare in una zona ad alto rischio come lo Yemen.

L’incontro in Sala della Vaccara, dove è stato ospitato il panel  “Yemen sotto assedio: come raccontare una guerra dimenticata” -inserito all’interno del programma del Festival di Giornalismo di Perugia- ha descritto lo stato d’allerta in cui si trova oggi la popolazione yemenita. Dalla testimonianza delle tre relatrici emergono tutte le difficoltà dei reporter di guerra in Yemen. Attraversare un territorio disseminato di check point e zone militarmente occupate le obbliga a dover fare costantemente i conti con una realtà non facile da raccontare. Anche se, come racconta Iona Craig: “Per una donna è paradossalmente più facile muoversi in Yemen”. Grazie al velo nero integrale, le giornaliste hanno infatti il potere di confondersi con delle comuni cittadine yemenite senza dover correre il rischio di essere perquisite ad ogni posto di blocco. Gli accorgimenti tuttavia non sono mai abbastanza, Iona ad esempio è costretta ad indossare delle lenti marroni, poiché è una rarità incontrare yemenite dagli occhi verdi. Per chi lavora nel mondo dell’informazione, muoversi per il Paese con le attrezzature necessarie resta un grosso problema, anche perché la popolazione locale aiuta a fatica i giornalisti stranieri, per timore di ritorsioni da parte delle milizie ribelli. “Una delle maggiori difficoltà è l’accesso- spiega Laura Silvia Battaglia- Non solo l’accesso di persone come noi, interessate a raccontare il conflitto, ma anche di beni e servizi di ogni tipo: dal cibo alle medicine. Le merci sono bloccate da qualche parte e anche quando sono arrivate a destinazione non sono state sufficienti per soddisfare il fabbisogno della popolazione. I media si concentrano soprattutto sulla devastante epidemia di colera, ma non è l’unico problema. La cosa davvero terribile è che molte persone non hanno la possibilità di curare malattie che noi definiamo più normali. In tanti muoiono perché sono bloccati gli aiuti umanitari che potrebbero salvarli.

Durante l’incontro è stato ripercorso quanto è successo a partire dal marzo 2015, quando la coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha provocato le prime scintille attraverso l’intervento militare in Yemen. La disputa, cominciata con i primi attriti interni al Paese tra l’ex presidente Abd Rabbo Mansur Hadi e i ribelli sciiti huthi,  si è poi propagata su scala internazionale a causa dei forti interessi economici in gioco nell’area. L’Iran da una parte a fianco dei ribelli, gli Stati Uniti dall’altra alleati con Rihad. Dopo l’assassinio di Ali Abdullah Saleh nel dicembre 2017 gli schieramenti e gli equilibri della guerra sono mutati. Gli huthi, inizialmente fedeli a Saleh, hanno rovesciato i rapporti di forza nel conflitto, rendendosi responsabili della morte dell’ex presidente, ucciso nei giorni degli scontri a Sanaa. Negli anni il potere degli huthi è aumentato considerevolmente, non solo a livello militare, ma anche e soprattutto all’interno di buona parte dell’opinione pubblica, che fino a non troppo tempo fa li considerava dei paladini della giustizia sociale. Gli orrori della guerra hanno fatto cambiare idea ai cittadini yemeniti, piegati non solo dalle perdite di un conflitto disumano, ma anche da problemi quali la disoccupazione e la crisi economica che ha messo in ginocchio il Paese. In questo momento lo Yemen si trova in una fase di stallo che condanna milioni di persone ad un destino ineluttabile. Le bombe saudite da una parte, le violenze degli huthi dall’altra, con un unico denominatore comune: distruzione e morte. La mappa del conflitto è in realtà ancora più frammentata: le forze di sicurezza salafite appoggiate dagli Emirati Arabi Uniti, i raid con i droni Usa a sostegno di Rihad e altrettante zone del Paese controllate a vari livelli da una serie di entità locali.

Qualche settimana fa a Ginevra l’Onu ha annunciato di aver ottenuto promesse di aiuti in favore dello Yemen per più di due miliardi di dollari, ma gli sforzi economici potrebbero non bastare se non si dovesse arrivare ad una risoluzione in tempi brevi. La speranza è che il nuovo inviato speciale delle Nazioni Unite Martin Griffiths riesca a riprendere in mano i negoziati di pace, per arrivare ad una soluzione che permetta ai cittadini yemeniti di uscire dall’incubo della guerra e tornare a condizioni di vita accettabili. Ma per Nawal Al- Maghafi la verità è più complessa: “Personalmente credo che gli huthi non vogliano raggiungere nessun tipo di accordo diplomatico. So che ci sono molte aspettative nei confronti del nuovo ambasciatore britannico, ma non credo che si troverà una soluzione in tempi brevi”.