Quando l’alta letteratura si coniuga all’impegno civile nascono capolavori in grado di lasciare un segno nella società. Questo fanno le opere di Wole Soyinka, che non per niente è considerato il più grande scrittore africano vivente. Nato in Nigeria nel 1934, all’interno della comunità Yoruba, è stato il primo del suo continente ad essere insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1986. Nato in Nigeria nel 1934, all’interno della comunità Yoruba, è stato il primo del suo continente ad essere insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1986 È principalmente un drammaturgo, ma anche poeta, romanziere e saggista.

La sua ultima fatica letteraria è una poesia dal titolo “Ode laica per Chibok e Leah” (Jaca Book). L’edizione italiana dell’opera lo scrittore l’ha presentata il 12 maggio al Salone del Libro di Torino. L’ode si concentra sul problema del fondamentalismo religioso, perché Chibok è una città nigeriana dove nel 2014 gli jihadisti di Boko Haram hanno rapito 276 ragazze cristiane per costringerle a convertirsi all’islam. Il 19 febbraio 2018 ad essere prelevate con la forza per lo stesso motivo sono state altre 110 giovani di Dapchi. A queste ragazze, che avevano tra gli 11 e i 19 anni, fu chiesto di abiurare la loro fede cristiana per essere liberate. Solo una si rifiutò di farlo e continua a pagarne il prezzo con la prigionia. Il suo nome è Leah Sharibu. Aveva 14 anni quando fu rapita. Il suo no alla violenza e alla sopraffazione Soyinka lo paragona nell’ode a quello espresso da Nelson Mandela e da Malala Yousafzai, l’attivista pachistana che si batte per l’istruzione delle donne nel suo Paese.

Nella conferenza stampa che ha preceduto il suo intervento al Salone lo scrittore ha espresso la sua idea su ciò che origina il fondamentalismo religioso: «Io penso che sia tutta una questione di lotta per il potere. Poi entra in gioco anche l’economia, complicando ancora di più la situazione». L’attentato contro due moschee in Nuova Zelanda, dove sono morti 50 musulmani, ha in realtà dimostrato che esiste anche un estremismo non legato a una religione, ma a un’ideologia, che in quel caso prende il nome di suprematismo bianco. «È una di quelle cose orribili – ha commentato Soyinka –, ma c’è una piccola parte di me che ha detto: “grazie al Cielo è successo”. Perché questo? Perché è una lezione al mondo, una lezione tragica per le persone che sono morte, ma che ci dice che il fondamentalismo non appartiene solo alla religione. È triste, è tragico che ci siano state tutte queste vite perse, è uno choc, però ora si può dire che il fondamentalismo non è di una particolare religione, ma è di tutto l’universo».

Il nobel nigeriano ha tenuto a sottolineare di aver citato i fatti della Nuova Zelanda nella prefazione al suo ultimo libro. «L’estremismo religioso spesso non ha nulla a che fare con la religione – ha dichiarato con forza in conferenza stampa –, ma ha a che fare col potere, col bisogno di controllare, col bisogno di dominare, per esempio se mi riferisco a Pol Pot penso a un fondamentalismo marxista e il bisogno di dominare il resto della popolazione è un ingrediente forse poco studiato nell’essere umano in quanto tale».

Soyinka ha raccontato due storie di radicalizzazione viste da lui in prima persona, una delle quali riguarda l’Islam: «All’inizio della guerra in Siria quando l’Isis stava nascendo, c’era una famiglia che abitava nel Nord della Nigeria. Il capo di questa famiglia era una persona raffinata e ben istruita, con una posizione di rilievo all’interno della comunità, perché era il figlio di un giudice di quella zona. Un giorno la famiglia sparì. Per lungo tempo nessuno seppe che fine avessero fatto, poi a un tratto sono riapparsi in Siria, a fianco dei “guerrieri di Allah”. È emerso che da molto tempo il capo-famiglia veniva indottrinato fino ad attaccarsi a quelli che potremmo definire gli aspetti più estremi della religione. Visto dall’esterno era quasi un burocrate, faceva il suo lavoro, aveva la sua routine giornaliera e nel frattempo, però, ascoltava giorno dopo giorno su internet delle prediche con cui è stato indottrinato, così come è successo anche a molti giovani che vivono in società occidentali. Si è convinto di vivere una vita nel peccato e che, se fosse arrivato a una società in cui la sua fede fosse stata rispettata in modo molto rigido, si sarebbe avvicinato al paradiso».

La seconda storia raccontata dal nobel nigeriano ha invece a che fare con l’estremismo cristiano: «C’è una persona che appartiene alla mia famiglia, una giovane donna brillante, che studiava medicina, ha fatto il primo anno, il secondo, il terzo, il quarto e poi è finita insieme a quelli che vengono chiamati i “cristiani rinati”. È stato scoperto successivamente che andava a letto con un registratore, in cui c’erano delle prediche. Quindi andava a dormire con le prediche, si alzava al mattino e ascoltava le prediche, insomma hanno cominciato a risentirne quelli che erano i suoi risultati accademici, ha iniziato ad andare a pezzi. Secondo questi predicatori qualunque risultato ottenesse era frutto della vanità. Era al quarto anno, praticamente aveva finito il suo corso di medicina e ha dato di matto. Questa giovane donna adesso lavora per convertire gli altri ai “cristiani rinati”».

Se questi due esempi riguardano persone benestanti, ne esistono altri in cui ha un ruolo fondamentale anche il fattore economico: «Magari c’è qualcheduno che è molto povero – ha ipotizzato Soyinka –. A un certo punto arriva un mullah che gli dice: “hai fame? Sei per strada? Nessuno ti vuole bene? Nessuno ti ama? Che cosa fai? Vieni con me”. Il giovane, che magari ha 11-12 anni ed è quindi particolarmente influenzabile, si siede ai suoi piedi e quando il mullah gli dice: “vai”, va; quando gli dice: “fermati”, si ferma; fa esattamente quello che vuole, ma non solo questo, gli dice: “vieni e noi fonderemo un’utopia, fonderemo un posto diverso”; e quando gli dirà: “prendi le armi, vai e distruggi che avrai il paradiso”, questo è quello che farà il bambino».

«Ci sono alcune religioni che hanno nei loro testi delle frasi che possono essere interpretate in un modo o nell’altro. Io dico ai credenti che è loro responsabilità guardare ciò che è scritto nei loro testi» Lo scrittore non ha mancato di rimarcare come a volte vi sia quasi timore a criticare i fondamentalismi per paura di urtare la sensibilità dei fedeli: «Siamo tutti stati condizionati a dire “rispettiamo le altre religioni”, ma che cosa succede quando le altre religioni non rispettano la tua? Per esempio, le religioni africane sono state vittime sia del cristianesimo che dell’islam. Il “politicamente corretto” sta uccidendo il mondo, questo rifiuto di chiamare le cose col loro nome. Ci sono alcune religioni che hanno nei loro testi delle frasi che possono essere interpretate in un modo o nell’altro, per esempio una stessa frase potrà essere interpretata in senso umanistico oppure in un senso che vada contro l’umanità. Ci sono, però, delle altre che dicono magari: “bisogna uccidere i miscredenti, perché non è giusto che i miscredenti ci siano”. Io dico ai credenti che è loro responsabilità guardare ciò che è scritto nei loro testi».

Soyinka ha rimproverato senza mezzi termini quella mania tutta odierna di tacciare di “fobia” chi osa criticare comportamenti discutibili di alcune minoranze considerate inattaccabili: «È una specie di scusa, cioè nel momento in cui si va a criticare qualcos’altro si diventa “qualcos’altro-fobici” e questo è strano, la religione è nel dominio pubblico, non è nel dominio privato, quindi può essere affrontata e discussa da chiunque, non soltanto da coloro che ne sono all’interno, ma anche dagli altri, noi possiamo criticarle come si criticano dei problemi, questo è il nostro essere umani ed essere intelligenti. I religionisti, perché questo è il termine che viene utilizzato, non dovrebbero pensare di non poter subire critiche qualora aggreghino alla religione politiche o decisioni».

Lo scrittore ha poi lanciato una provocazione: «Io per esempio ho una fobia, la mia fobia è che io non sopporto che una donna, un essere umano, venga seppellita fino al collo e poi venga lapidata, è una fobia, non mi piace, allora secondo me, quando questo succede, la persona che compie questa azione deve rispondere a seconda della legge di quel Paese, ma cosa succede qualora la legge del Paese dica che va bene seppellire una donna fino al collo e poi lapidarla? Allora, se dicono questo, quella religione deve rientrare nella sfera delle possibilità criticabili, perché non si può utilizzare la religione come una scusa o un alibi per commettere degli atti che sono contro l’umanità. Allora io dico che si rispettino le religioni tra di loro, ma bisogna rifiutare quelli che sono i comportamenti anti-umani».

Con una battuta Soyinka ha cercato di far capire che su alcuni comportamenti o scelte di vita si può pensarla diversamente senza per questo dover essere tacciati di odio o di “fobia”: «Alcune religioni hanno una fobia verso il vino e io non li ho mai accusati di odiarmi semplicemente perché sono un amante del vino». Per esempio, il nobel nigeriano non ha nascosto di pensarla diversamente da alcuni estremisti islamici in materia di abbigliamento femminile: «Ci sono delle sezioni dell’islam che spiegano esattamente come deve essere coperta una donna, magari lasciando semplicemente una fessura per gli occhi. Eppure, si vedono anche delle donne islamiche che hanno dei tacchi a spillo da 12 cm, mettono il rossetto e così via: a mio parere queste donne non sono meno spirituali di quelle che si aggirano come delle tende nere».

Di fronte al problema del fondamentalismo chi di dovere ha l’obbligo di agire: «Il clero – ha rimarcato Soyinka – ha delle responsabilità nell’equilibrare la razionalità e “l’ortodossia” della religione». Un grande contributo lo può, però, dare anche la letteratura: «Gli scrittori, più di altri – ha aggiunto il nobel nigeriano – hanno un’arma con cui possono a tutti i livelli intervenire in quello che è il modo in cui la società o le persone percepiscono le proprie idee». Più nel dettaglio, sono molteplici gli strumenti a disposizione di un letterato: «La tragedia – ha proseguito Soyinka – potrebbe affrontare il tema del fondamentalismo, oppure si potrebbe prendere uno spillo e distruggere il palloncino della vanità con la parodia, con il ridicolo, con la satira e prendere in giro chi indottrina, tuttavia ci sono alcune forme religiose che sono insicure, quindi hanno paura che se vengono prese in giro non reggono a questo confronto».

Parlando di letteratura italiana, il nobel nigeriano ha rivelato che i suoi autori preferiti sono, da bravo amante del teatro qual è, Pirandello e Dario Fo. Quest’ultimo, poi, non soltanto l’ha conosciuto, ma ne era anche amico. Un altro letterato italiano particolarmente apprezzato da Soyinka è Curzio Malaparte: «Alcune sue frasi mi risuonano ancora in testa».

Non è solo la letteratura l’unica forma d’arte in grado di arginare il dilagare dell’estremismo: «La musica – ha assicurato lo scrittore – è un altro strumento e il fondamentalismo ha avuto un atteggiamento a volte molto negativo nei suoi confronti. Per esempio, un cantante nigeriano, Sonny Okosun, utilizzava la musica per predicare un atteggiamento molto ecumenico nei confronti di diverse religioni e a un certo punto, durante una sua presentazione, alcuni musulmani si sono alzati e hanno detto che lui, non essendo musulmano, non poteva neanche nominare Allah all’interno della sua musica e lo hanno minacciato. Perché questo? Perché la musica aveva portato a pensare».

A un certo punto ha preso la parola un giornalista che ha dichiarato di essere originario dello stesso Paese dello scrittore. Gli ha quindi chiesto in che modo il governo nigeriano può intervenire per far sì che i suoi cittadini con la fedina penale sporca residenti in Italia non alimentino un’immagine negativa di tutta la comunità nigeriana. Soyinka ha risposto rimarcando l’importanza dell’istruzione, ma anche di una corretta informazione tramite documentari, tv e radio. Subito dopo, però, ha aggiunto: «Assumere quel tipo di approccio genera altri problemi, perché innanzitutto questo vuol dire che il governo della Nigeria, del Senegal o di qualunque altro Paese, abbia accettato il fatto che i suoi cittadini emigrino e questa è una macchia sul governo».

«È tempo che ci sia uno sforzo sia da parte delle Nazioni da cui partono i migranti sia da parte delle Nazioni che li ricevono, affinché i governi si incontrino e sviluppino una strategia insieme» Lo scrittore ha per esempio citato il caso emblematico di quelle donne che vengono vendute per la prostituzione: «Il governo in questo caso dovrebbe fare una campagna mirata a queste persone e dire “guardate che non c’è l’utopia dall’altra parte”. Ci sono anche persone che sono passate per quella strada, che sono tornate indietro e che narrano quella che è stata la loro esperienza, persone che per esempio sono state rimpatriate oppure che hanno scritto dei libri. Questo secondo me è un atteggiamento positivo». In aggiunta, il nobel nigeriano ha ribadito quanto sia fondamentale impegnarsi anche per migliorare la situazione economica dei giovani: «È tempo che ci sia uno sforzo sia da parte delle Nazioni da cui partono i migranti sia da parte delle Nazioni che li ricevono, affinché i governi si incontrino e sviluppino una strategia insieme».