«In Italia abbiamo il petrolio sotto i piedi perché siamo la patria dell’arte e della cultura, ma non abbiamo ancora fatto i pozzi e le raffinerie» Così esordisce Nerio Alessandri, patron di Technogym, al Wired Next Fest durante il panel “Make in Italy”. Nell’anno del trionfo di Sorrentino agli Oscar l’Italia prova a ripartire proprio dalla bellezza, caratteristica che l’ha resa emblema nel mondo. Un tesoro che dovremmo saper sfruttare, ma che resta troppo spesso solo una risorsa potenziale.

Fortunatamente ci sono eccezioni positive tutte italiane, rappresentate in questo incontro da grandi imprenditori del nostro Paese. Tra questi Carlo Rivetti che con la sua Sportswear Company cerca ogni giorno di coniugare bellezza e ricerca innovativa per realizzare i suoi prodotti nel settore tessile. «Per molti l’innovazione è una minaccia per noi invece è ragione di vita», afferma orgoglioso di fronte alla numerosa platea del red dome. E «innovare per un’azienda significa prima di tutto avere il coraggio di cannibalizzare se stessa e di accettare il rischio di cambiare», gli fa eco Massimo Russo, direttore di Wired oggi in veste di moderatore della discussione. Si tratta dunque di una gara in cui sopravvive solo chi arriva primo. Per questo motivo secondo Andrea Illy, amministratore delegato di Illy caffè e presidente di Altagamma, è fondamentale che, per esempio, «il design italiano adotti al più presto il 3D printing per avere ancora la leadership a livello mondiale in questo settore».

Chiaramente, come precisa Nerio Alessandri, l’innovazione deve servire a migliorare la qualità della vita delle persone, altrimenti si riduce a essere invenzione fine a se stessa. Il genio italiano, come ha detto l’imprenditrice Cristina Nonino, ha sempre saputo distinguersi nel mondo grazie alle nostre specificità culturali frutto di una storia unica. Gli italiani sono bravissimi a inventare e altrettanto bravi a copiare. Non dobbiamo vergognarci di guardare quello che ci circonda per cogliere il meglio di quello che esiste per poi rivisitarlo in salsa italiana. È anche e soprattutto questione di umiltà, secondo Alessandri. «I giovani hanno nel dna il talento italiano, ma sono risorse mobili. Se vanno via dall’Italia va bene, basta che prima o poi tornino». Lo ha sottolineato l’accademico Roberto Verganti. Alla fine di questo confronto, tutti gli speaker sembrano concordare su un punto: la capacità e l’ingegno italiani non sono delocalizzabili, neanche i cinesi li possono copiare.