Tutte le volte che alla domanda “cosa vuoi fare da grande?” abbiamo risposto di voler fare i giornalisti, quelli che non ci hanno riso in faccia ci hanno suggerito di cambiare idea. E noi, tutte le volte, abbiamo risposto che “è il modo migliore che conosciamo per salvare il mondo”. Forse non è così, ma ci piace crederlo. Ad alcuni piace pensarlo perché la storia, recente e passata, ci ha offerto degli esempi a cui rifarci: penne, voci e volti che sono diventati dei simboli, che con le parole hanno fatto la loro parte per salvare il mondo. Walter Tobagi, assieme a Carlo Casalegno, a Ilaria Alpi, o ad Anna Politkovskaja (perché di giornalismo si muore non solo in Italia), sono, e rimangono, i motivi per cui essere dei giornalisti significa qualcosa di diverso dal fare i giornalisti.

Walter Tobagi è morto , assassinato, il 28 maggio del 1980, 40 anni fa, e oltre a un padre, un marito, un amico e un collega, oggi, più di tutto, era un giornalista. Il mondo, Tobagi aveva deciso di salvarlo con la sua penna, piccoli pezzi alla volta, con la normalità di tante storie da raccontare. Dalle pagine del Corriere della Sera, ha spiegato e poi sfidato il terrorismo di matrice politica per cercare, con le sue parole, di arginare la deriva alla quale sembrava destinata una generazione. L’ha fatto con metodo, con delle inchieste, andando sul campo e facendo quella ricerca che oggi rimane come esempio di buon giornalismo. Ad ammazzarlo è stata la “Brigata XXVIII marzo”, un gruppo terroristico di giovani di estrema sinistra. Secondo Armando Spataro, che da magistrato ha combattuto in prima linea il terrorismo, per la loro, l’assassinio doveva essere la dote con cui “finalmente” entrare nelle Brigate Rosse. Per le sfide che coraggiosamente Tobagi lanciava al terrorismo, avere la sua morte sul curriculum equivaleva per loro a una medaglia al valore.

 Lo sforzo che si deve fare – scriveva Tobagi – è di guardare la realtà nei suoi termini più prosaici, nell’infinita gamma delle sue contraddizioni; senza pensare che i brigatisti debbano essere, per forza di cose, samurai invincibili”.

E se, a quasi due generazioni di distanza, appare forte la tentazione di mitizzare una figura per il simbolo che è diventato, nel caso di Tobagi questo potrebbe anche essere evitato. Lui aveva “semplicemente” fatto una scelta, quella che lo rendeva diverso dalla gran parte dei ragazzi della sua generazione. Aveva deciso di stare dalla parte dei buoni, di non scendere in strada con le pistole e le molotov per combattere una guerra molto ideologica e meno idealista, per fare la sua parte nel grande racconto della Storia.Anche solo da una fotografia, quella che comunemente si trova navigando su internet alla ricerca del suo nome, è evidente che Tobagi fosse una persona buona. Però, come dice Massimo Fini, l’ultimo ad averlo visto in vita, a parte sua moglie Maristella, aveva anche lui i suoi artigli. E quando si studia e si legge Tobagi, sono quelli che si cercano. Tra tutti, per raccontarlo, si potrebbe prendere in esame un pezzo dal titolo Non sono samurai invincibili.

L’articolo, apparso sulle colonne del Corriere il 20 aprile 1980, racconta che il terrorismo delle Brigate Rosse, che non era morto dopo il sequestro Moro, ma che anzi continuava a fare proseliti nelle fabbriche, proprio in quei giorni cominciava a mostrare le sue falle. “Lo sforzo che si deve fare – scriveva Tobagi – è di guardare la realtà nei suoi termini più prosaici, nell’infinita gamma delle sue contraddizioni; senza pensare che i brigatisti debbano essere, per forza di cose, samurai invincibili”. Probabilmente, quella è stata la sua condanna a morte.Ma oggi, a 40 anni di distanza, Tobagi dovrebbe essere ricordato non per le pallottole che gli hanno spezzato la vita, ma per quelle parole scritte su carta che neppure il sangue può cancellare.

Col suo stile agile, fatto di un’intelligenza che non ha bisogno di essere mitizzata per essere apprezzata,Tobagi ha guardato a muso duro quelli che probabilmente erano suoi coetanei, che avevano semplicemente fatto una scelta diversa dalla sua. Raccontarli era diventato un modo per salvare tutti gli altri. E dire che non erano invincibili significava renderli umani, fatti di semplice carne, e che per questo potevano essere sconfitti. “Intendiamoci – dice qualche riga più in là –: le Brigate rosse si sforzano di dimostrare una forza superiore a quella reale.Però chi vuol combattere seriamente il terrorismo non può accontentarsi di un pietismo falsamente consolatorio, non può sottovalutare la dimensione del fenomeno […]. La sconfitta politica del terrorismo passa attraverso scelte coraggiose […]”. Ecco, quando ce lo chiederanno ancora – se siamo proprio sicuri di voler fare i giornalisti – noi potremo rispondere così.

Pasquale Ancona è uno dei tre vincitori del premio giornalistico Walter Tobagi dedicato alle scuole di giornalismo lombarde. Per maggiori info vai qui