Guardando le sigle e le bandiere portate all’interno del Congresso dai sostenitori di Trump durante l’assalto a Capitol Hill dello scorso 6 gennaio, accanto ai vessilli confederati, ai cappellini Maga (Make America Great Again) e al logo di America First, si potevano notare anche le effigi del Kekistan, di QAnon e del Movimento Booglaoo, tutte correnti nate fra le migliaia di pagine dell’imageboard 4chan. Dietro all’irruzione al Palazzo del Congresso non c’è infatti solo la chiamata di Trump o l’organizzazione sul tanto discusso social Parler, ma soprattutto una rete di piattaforme anonime su cui da anni negli Stati Uniti cresce e si alimenta una sottocultura estremista.

Per spiegare in poche parole cosa sia 4chan, si potrebbe definirlo come un enorme forum anonimo e multidisciplinare che non richiede alcuna registrazione. Nasce nel 2003 come ritrovo per discutere di anime giapponesi, ma ben presto diventa il regno di un’ironia nichilista che trova estremo successo. Nel 2011 nasce la sezione /pol/, dedicata alla discussione di temi d’attualità politica, dominata spesso da un risentimento verso il politicamente corretto e resa popolare dalla nascita di meme destinati a invadere la rete.

Con la candidatura di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2015, le potenzialità della propaganda di piattaforme come 4chan, 8chan (ora 8kun) e il subreddit r/TheDonald (ora forum indipendente TheDonald.win), si comprendono via via più chiaramente. La community impone i propri meme nel dibattito politico e, all’indomani della vittoria, è quasi incredula di aver contribuito all’elezione del proprio candidato.È nel 2017, quando degli utenti di 4chan sabotano una protesta anti-Trump organizzata dall’attore Shia LaBeouf, che questi però comprendono di poter traslare nella realtà quello che fino a quel momento era rimasto online.

Gli utenti di 4chan non sono ovviamente solo estremisti, ma le discussioni più partecipate riguardano la politica. Non sono ammessi sconti agli avversari, che siano democratici o repubblicani (i primi etichettati come “libtards”, cioè “liberali ritardati”; gli altri come “cuckservatives”, cioè “conservatori cornuti”). In questa sezione nascono teorie cospirazioniste come QAnon (che sostiene che ci sia una rete occulta di pedofili globalisti che trama contro Trump), movimenti come Boogaloo (che promuove la violenza per scatenare una seconda guerra civile), e si concretizza inoltre la radicalizzazione di molti utenti. Uno di questi, ad esempio, è il suprematista Brenton Tarrant, autore dell’attentato di Christchurch del 2019, che prima di uccidere 50 musulmani, aveva dichiarato il suo intento proprio sulla sezione /pol/ di 8chan.

Community come queste esistono anche in Italia. Gabriele Cruciata e Arianna Poletti, giornalisti e vincitori dell’edizione 2020 del Premio Morrione, ne raccontano una nel loro podcast d’inchiesta Buco Nero, in uscita il 26 gennaio. Buco nero è il risultato di oltre otto mesi trascorsi come infiltrati in un’imageboard nostrana su cui si radicalizzano suprematisti ed estremisti di destra italiani.

Cosa vi siete trovati davanti in quel periodo di tempo?

Una vera e propria community in cui utenti, con dei certi valori di riferimento, si riuniscono e parlano di qualunque cosa. Postano di tutto, ma i contenuti spesso includono hate speech e incitamento alla violenza. La cosa più interessante è che non si tratta di persone esplicitamente legate a un gruppo politico, ma di individui isolati.

Nel vostro caso perché i suprematisti si riunivano in quelle chat segrete invece che ritrovarsi su social aperti?

Perché se parlano in questi luoghi è più difficile individuarli. Loro si spostano da una imageboard all’altra e si ricordano a vicenda l’importanza di non essere rintracciati dalla polizia postale. Sono molto consapevoli dei pericoli che corrono, e quindi sono attenti a occultare tutto ciò che possa ricondurre alla loro identità. Poi c’è anche il fascino di far parte di un luogo segreto, di usare un proprio linguaggio e di costituire una comunità vera e propria con un suo codice.

Non si tratta di persone esplicitamente legate a un gruppo politico, ma di individui isolati. 

Quali dinamiche avete raccontato nella vostra inchiesta? Cosa si dicevano, cosa organizzavano o cosa cercavano di organizzare?

Da quello che sappiamo la comunità che abbiamo raccontato non ha mai organizzato nulla di concreto, anche se i membri si sono sempre detti pronti a passare all’azione. Uno di loro aveva anche piani abbastanza concreti a suo dire. In realtà era più un luogo che facilitava il processo di radicalizzazione del singolo, quello che poi viene definito “lupo solitario”. Devo dire però che quest’espressione non rende bene l’idea, perché fa pensare che se si agisce singolarmente ci si radicalizza anche allo stesso modo. E invece non è così, accade perché ci si trova in un luogo virtuale popolato da persone che contribuiscono a questa dinamica. In Italia questo fenomeno del suprematismo bianco è stato molto sottovalutato. Il caso più noto è quello di Luca Traini, che abbiamo intervistato nel nostro podcast, che di fatto è un suprematista, ma che non è stato quasi mai definito così.

Questo tipo di community prende ad esempio quelle che su cui si radicalizza anche l’estrema destra americana. I fatti di Capitol Hill derivano anche da questo fenomeno. Qual’è secondo voi il rischio concreto che può derivare da queste realtà?

Stiamo iniziando a capire ora, con estremo ritardo, una cosa che era chiara già da tempo: cioè che ciò che avviene su internet non rimane lì. Quello che succede nel mondo online, invece, ha delle ripercussioni molto forti nel mondo offline.