Popolazione armata, gruppi militari, inflazione, mancanza di beni di prima necessità: il Venezuela è sull’orlo di una guerra civile. «La situazione sta diventando sempre più insostenibile, la crisi peggiora, la gente è esasperata». Lucia Capuzzi, giornalista di Avvenire, esperta di America Latina, commenta così la condizione in cui si trova il Paese governato da Nicolás Maduro.

L’ondata di proteste antigovernative è iniziata ad aprile e il numero delle vittime continua a salire. L’Osservatorio Venezuelano di Conflittualità Sociale (Ovcs) ha registrato fino ad oggi 71 morti e oltre 1200 proteste in tutto il Paese. La crisi sociale ed economica che ha investito il Venezuela negli ultimi anni ha portato la popolazione nelle strade. La maggior parte dei cittadini attacca il governo, ritenuto incapace di fornire risposte adeguate ai suoi bisogni e ai problemi di insicurezza e corruzione. Accanto ai cittadini anche la destra conservatrice con i suoi partiti, l’ala cattolica, i progressisti e gli studenti. Il fronte della protesta, quindi, è tutt’altro che unito: «Non c’è una guerra popolo contro Maduro, ma c’è un popolo spaccato in Venezuela. Questo rende problematica la situazione e più concreto il pericolo di una guerra civile», spiega Capuzzi.

«Non c’è una guerra popolo contro Maduro, ma c’è un popolo spaccato» A questo stato delle cose si è però arrivati dopo un processo lungo e articolato. A partire dal 2000 le economie Sud-americane sono cresciute rapidamente grazie all’innalzamento del valore di mercato delle commodities di cui la regione è ricca. Questo ha permesso ai governi locali di mettere in atto piani di riforma sociale per migliorare le condizioni della popolazione più povera. In quegli anni, Hugo Chávez ha realizzato in Venezuela una serie di interventi per migliorare l’istruzione, l’edilizia pubblica e la sanità che lo hanno reso molto popolare tra le fasce meno abbienti. Quando nel 2013 i prezzi delle materie prime sono crollati e l’America Latina è entrata in una fase di recessione, i governi hanno dovuto effettuare dei cambiamenti nelle loro agende politiche.

«Se Chávez si è trovato ad amministrare la ricchezza, Maduro si trova ad amministrare la povertà», sottolinea Capuzzi. Alla politica di Chávez, che ha promosso un sistema assistenziale basato sugli aiuti a pioggia, mancava però di una visione di lungo periodo. Infatti, l’ex presidente venezuelano ha investito poco sulla costruzione di un’industria stabile, in grado di sostenere la produzione all’interno del Paese. Maduro invece non ha a disposizione i soldi provenienti dal petrolio: senza i dollari, frutto delle esportazioni, il suo governo si è trovato con un problema di scarsità di beni di prima necessità. Fin dai primi mesi di governo nel 2013, Maduro è stato oggetto di forti contestazioni. La situazione economica, unita ad accuse di corruzione e cattiva gestione del Paese, ha portato a scontri nella seconda metà dell’anno. «Le proteste erano ridotte e avevano come protagonisti settori della classe media. Non c’era una forte presenza popolare e le manifestazioni erano concentrate in aree ridotte e periferiche del Paese». Oscar B. Castillo, fotogiornalista venezuelano, individua in quel periodo le radici degli scontri attuali.

In questi anni c’è stata un’escalation di tensione. «Ora le proporzioni sono più ampie. Ci sono anche altri partiti di centro e molti chávisti tradizionalisti che hanno cambiato schieramento perché hanno capito che il governo non è in grado di rispondere alle necessità delle persone e di ripulire la corruzione», continua Castillo. Tutto questo sta erodendo la base di consenso di Maduro. Nonostante la crescente impopolarità, il presidente però può ancora contare su uno zoccolo duro di sostenitori ereditati dalla politica chávista. Ma ogni giorno Maduro perde consensi.

«I venezuelani sono costretti a fare lunghe file per avere il pane. Trovare le medicine è un vero e proprio calvario. La politica dei sussidi viene meno», racconta Capuzzi. Il quadro è confermato anche da Castillo che documenta i disordini dal Venezuela: «È molto difficile trovare cibo che non sia controllato e distribuito dal governo. Quando lo si trova è molto costoso. Un chilo di riso, ad esempio, costa come un decimo del salario medio. A queste spese si devono aggiungere quelle per la casa e per la scuola. I trasporti e i soldi non sono sufficienti anche per comprare il cibo. C’è un numero sempre maggiore di persone che non riesce a soddisfare le necessità primarie».

I miliari rappresentano l’ago della bilancia di questa emergenza. Il loro appoggio incondizionato a Chávez non si è trasferito a Maduro, verso il quale hanno un atteggiamento di tolleranza, più che di sostegno. «Il rischio di un’azione militare è sempre alto. La storia insegna che in America Latina, quando i militari escono dalle caserme, poi è difficile farli rientrare», aggiunge Capuzzi. L’incognita dell’esercito porta Maduro a fare il possibile per mettersi in sicurezza. Il presidente ha di recente annunciato la riforma della Costituzione: «La storia insegna che quando i militari escono dalle caserme, poi è difficile farli rientrare»«Non sto parlando di una Costituente dei partiti o delle élite, intendo dire una Costituente femminista, giovanile, studentesca, una Costituente indigena, ma anzitutto una Costituente profondamente operaia, decisamente operaia», ha proclamato Maduro nel corso di un comizio in occasione della sfilata della Festa dei Lavoratori del primo maggio. L’opposizione lo accusa di voler portare avanti la riforma per ufficializzare l’instaurazione di un sistema autoritario. «Maduro dice che se verrà un altro governo i venezuelani perderanno la casa, l’educazione e la salute», afferma Castillo. Mentre la popolazione avrebbe bisogno di soluzioni per tutti i problemi che affiggono il Paese, Maduro sta cercando la strategia giusta per legittimare sé stesso. «Il governo ha bisogno di riconoscere e accettare che le sue disposizioni non sono più seguite e supportate. Deve essere più presente per la popolazione e concedere più libertà di discussione», conclude Oscar Castillo.

Mentre in Venezuela continuano gli scontri, la comunità internazionale fatica a prendere una posizione condivisa anche per lo scarso interesse della stampa nei confronti delle politiche dell’America del Sud. Infatti, i media internazionali considerano il Paesi latini poco interessanti perché troppo lontani e, non conoscendo in modo adeguato la loro storia, tendono ad applicare alle vicende Sud-americane schemi che appartengono al passato. Anche gli Stati Uniti, da sempre abituati a considerare l’America Latina come il giardino di casa, sembrano prestare poca attenzione a quanto sta accadendo a Caracas. Donald Trump, come mai nessun presidente americano, si è mostrato disinteressato alle faccende venezuelane a tal punto da non elaborare una politica concreta per il Sud, se non quella relativa al muro con il Messico.

Le proteste in Venezuela non accennano a placarsi e continua a essere difficile delineare il futuro del Paese. «La situazione resta imprevedibile – conclude Lucia Capuzzi –. Potrebbe succedere qualcosa domani come fra sei mesi».