Valeria Petrone, nata a Cesena, è una delle illustratrici per l’infanzia più apprezzate nel mondo. Dopo aver studiato a Milano, nel 1985 si trasferisce a Londra, dove frequenta la Saint Martins School of Art e pubblica i suoi primi libri per ragazzi. Anni dopo è la volta degli States: qui si fa conoscere e inizia a lavorare per diverse testate americane come il Los Angeles Times. Tornata in Italia, intraprende una lunga collaborazione con Io Donna, in cui illustra con stile e leggerezza le sfumature dell’universo femminile degli anni Duemila. Oggi vive stabilmente a Roma ma torna regolarmente a Milano, in modo da “godermi entrambe le città, ugualmente stimolanti in modi totalmente differenti”. Membro per molti anni della Society of Illustrators di New York, ha partecipato a diverse mostre collettive e ha vinto numerosi riconoscimenti internazionali.

Il campo in cui si è sempre mostrata più a suo agio è l’illustrazione per ragazzi. Arabeschi di rami e piante solitarie, animaletti dagli occhi tondi e sgranati e buffi personaggi dagli abiti variopinti popolano le sue opere. Valeria, che da bambina è cresciuta con i racconti e le filastrocche di Gianni Rodari, ha finito per illustrare molti testi del grande autore piemontese, come Il Pittore, con cui ha vinto nel 2008 la medaglia d’oro della prestigiosa rivista americana di settore 3×3.

Protagonista dei suoi lavori è il colore, che dà vita ai soggetti e crea atmosfere, tramite accostamenti studiati di tonalità vivaci e uniformi, percorse talvolta da piccoli tratteggi meticolosi, che ricordano i segni dei vecchi pastelli che si usavano a scuola. Da tempo Valeria utilizza il digitale ma non ha mai perduto il linguaggio intimo, ironico e fatto di di poche cose, scevro dai virtuosismi e dagli effetti speciali in cui spesso cade chi si inebria di Illustrator.

Quando hai deciso di voler diventare illustratrice?

Ho sempre amato avere a che fare con il disegno e coi colori. Dopo il liceo artistico ho subito iniziato a fare l’illustratrice. Non mi è mai piaciuto lo stereotipo romantico dell’artista come genio ispirato e sofferente: la professione dell’illustratore, essendo più legata all’editoria e alle logiche commerciali, mi sembrava più divertente e un po’ meno pomposa.

Chi sono i maestri a cui ti sei ispirata e quelli che senti affini alle tue corde?

Sono cresciuta leggendo i libri di Bruno Munari e di Gianni Rodari. In seguito mi hanno appassionato tantissimi artisti molto diversi tra loro: Giotto, Lucas Cranach, David Hockney, Alex Katz, Marcel Dzama e illustratori come Edward Gorey, Michael Sowa, Saul Steinberg, Art Spiegelman e infine i libri di Tibor e Maira Kalman.

Quanto conta per un illustratore conoscere la storia dell’arte?

Non so se sia strettamente necessario, ma di certo un’educazione visiva è molto importante per approfondire la propria ricerca personale. A questo scopo vale tutto: cinema, teatro, mostre, libri, una passeggiata nel centro storico di qualche città, e poi le vetrine dei negozi, che siano di fiori, dolci o vestiti. Io ad esempio sono fatalmente attratta dai negozi di scarpe, di ferramenta, di materiale elettrico e di antiquariato.

Come procedi quando devi illustrare un pezzo per una testata?

Per prima cosa leggo il testo dell’articolo che devo illustrare più volte, lasciando che la mente vaghi il più liberamente possibile. Poi cerco di creare delle immagini nella mia mente, procedendo per associazioni di idee. Nel migliore dei casi visualizzo un disegno, un dettaglio, un’atmosfera, e da lì elaboro quello spunto: a volte basta una sola parola per far scattare un’idea inaspettata. Ho imparato a fidarmi della prima intuizione: è quasi sempre quella giusta. Quando la magia non si compie, allora procedo in modo più razionale: scrivo una lista di concetti chiave del testo e ricerco sulla rete immagini e foto che mi possano suggerire qualcosa. L’immagine che preferisco nasce quando riesco ad astrarmi il più possibile dal testo, pur rimanendo attinente ad esso. Cerco di lavorare sul non detto delle parole, per arrivare ad un’immagine che non si limiti a descrivere ciò che è scritto, ma che lo arricchisca aggiungendo un punto di vista autonomo e originale.

A vent’anni ti sei trasferita a Londra per studiare e trovare lavoro come freelance. Consiglieresti ai giovani, illustratori e non, di studiare o lavorare all’estero?

Sì, credo che sia una esperienza molto formativa. Gli anni che ho vissuto a Londra mi sono serviti tantissimo. Innanzitutto, perché iniziavo una professione nel migliore dei modi, ossia in un Paese dove il lavoro dell’illustratore ha una sua dignità per cultura e tradizione. Ciò mi ha incoraggiato e stimolato molto. Lì mi sono avvicinata alla cultura anglosassone del nonsense, dello humour. Ho conosciuto autori come Edward Lear e Roald Dahl, illustratori come Tony Ross e David McKee, i quali hanno influenzato profondamente il mio approccio all’illustrazione per l’infanzia. A Londra ho trovato un agente disposto a rappresentarmi e ho cominciato a pubblicare i miei primi libri per ragazzi. Pochi anni dopo ho preso il volo per New York, con la mia valigetta e il mio portfolio personale, decisa a lavorare negli Stati Uniti. Quando ho cominciato internet non esisteva, il mondo non era così globalizzato come oggi: per capire cosa succedeva in altri Paesi e desiderando pubblicare all’estero, partire era necessario. Ora c’è la possibilità di essere aggiornati su tutto, sfogliare virtualmente libri o farseli arrivare a casa, vedere in tempo reale i lavori pubblicati dagli altri illustratori o fare un virtual tour nei musei di mezzo mondo. Ma andare via e respirare un’aria differente da quella del proprio giardino di casa è un’altra cosa. E’ salutare.

Shout afferma che in Italia l’illustrazione, oltre ad essere retribuita poco, non si sa bene cosa sia e “viene archiviata come una sorta di Ufo, un ibrido tra fumetto e vignette”. Tu che ne pensi?

A differenza di quanto succede nel mondo anglosassone e non solo, in Italia la professione dell’illustratore non è tenuta in grande considerazione. E’ sottopagata, spesso considerata una soluzione tappabuchi a cui appigliarsi quando l’art director di una testata o di una casa editrice non sa come cavarsela. Spesso si fatica a considerare l’illustratore qualcosa di più di un semplice esecutore. Ciò è evidente nel campo della pubblicità, dove spesso si è costretti a sviluppare un layout già deciso dall’art director. Negli Stati Uniti, invece, mi è capitato di lavorare per alcune campagne pubblicitarie dove mi veniva chiesto di realizzare illustrazioni interpretando liberamente il concept: Lì chi fa il nostro mestiere è visto come un autore, con una propria autonomia e libertà creativa. Naturalmente anche da noi esistono numerosi esempi positivi, soprattutto nell’editoria, e in generale la mentalità sta cambiando. I giovani illustratori sono molto intraprendenti e si stanno facendo un nome grazie alla diffusione delle loro opere che permettono i blog e i social network. Mi sento piuttosto positiva per il futuro.

Francesco Poroli si definisce un fautore del ‘cazzeggio’. Scarabottolo anni fa ha scritto addirittura un Elogio della pigrizia del creativo il quale, facendo altro, trova spunti utili il proprio lavoro. Sei d’accordo?

D’accordissimo. Vagare altrove con la mente e con il corpo è essenziale affinché il cervello possa mettere in moto un processo creativo.

Tempo fa hai illustrato le pagine di un Moleskine, lo storico taccuino di scrittori e artisti. Davvero possiamo credere ancora alla poetica immagine del creativo con il block notes sempre in tasca pronto per imprigionare le idee che gli vengono in mente? Quanto l’avvento del digitale ha modificato il tuo modo di lavorare?

Premetto che, pur lavorando sul mac da anni, non sono per niente esperta e sfrutto solo in minima parte le potenzialità del mezzo digitale. Non me ne vanto, sia chiaro, anzi mi riprometto continuamente di approfondire alcune tecniche del software. Poi però non lo faccio e mi porto dietro lo stesso pennello e la stessa texture del foglio da anni. Per come lo uso io il computer è un mezzo molto semplice, anche se il suo utilizzo ha cambiato profondamente il mio processo creativo. Prima partivo da schizzi in bianco e nero e poi sceglievo in un secondo momento i colori da utilizzare. Da qualche anno, invece, ho iniziato a passare direttamente ai colori, avendo la possibilità di formare, provare e cancellare in poche mosse infiniti accostamenti cromatici. Ciò mi aiuta a costruire più in fretta le forme e i colori che determinano l’atmosfera che voglio conferire alla mia illustrazione. Molti si stupiscono del mio metodo di lavoro, forse perché entrando nel mio studio si aspettano di trovare ancora mucchi di bozzetti disegnati a matita. Detto questo, invidio chi si aggira con il taccuino sempre in tasca (e sì, ci sono ancora quelli che lo fanno). Io ormai non lo faccio più e spesso dimentico le intuizioni e le idee che mi sono balenate per la testa nei vari momenti della giornata. Considero ancora importantissimo l’atto del lavoro manuale. Quando trovo il tempo per dipingere su tela, mi pare la cosa più bella e liberatoria del mondo. A causa della sua imprevedibilità, la pittura con le tecniche tradizionali dà un’adrenalina completamente diversa. E’ euforizzante.

Ti sei dedicata in gran parte all’illustrazione per l’infanzia, a mio parere l’ambito in cui ti esprimi al meglio e dove hai modo di sprigionare tutta la tua capacità inventiva e il tuo uso brillante dei colori. Quali sono le storie che più hai amato rappresentare?

Illustrare libri per i bambini offre enormi possibilità espressive. E’ un processo molto diverso da quello che si compie nell’illustrare un articolo di giornale: in quei casi bisogna pensare velocemente a un’idea che condensi il tema del pezzo in una sola immagine concettuale, di forte impatto. Lavorando a un libro, invece, si hanno a disposizione diverse pagine per illustrare i vari passaggi di una storia. I tempi di consegna sono più lunghi e quindi c’è la possibilità di elaborare una propria interpretazione, aggiungere dettagli, percorrere strade nuove. In quanto a me, i testi che ho illustrato con più piacere sono quelli di Gianni Rodari, per la loro ironia e le loro situazioni surreali.

L’altro grande tema di cui ti occupi è l’universo femminile, soprattutto per Io Donna. Le tue donne hanno stile, sembrano audaci, libere e coi piedi per terra, ma anche un po’ sognatrici. Qual è il tuo ideale di donna e quando è vicina alla sua attuale rappresentazione nel nostro Paese?

Le donne che rappresento nei miei disegni sono indipendenti e coraggiose, non particolarmente aggressive. A volte sembrano spaesate e si interrogano su quello che stanno vivendo, ma sempre con una buona dose di ironia. Credo che queste siano le caratteristiche femminili ideali, che tra l’altro appartengono anche a molte mie amiche e conoscenti. Purtroppo esse non corrispondono affatto alla figura della donna rappresentata oggi dai media in Italia.

Ascolti musica mentre lavori?

Inizio a lavorare in silenzio; solo dopo aver avuto l’idea o aver impostato il disegno accendo la radio o faccio partire una playlist di canzoni. Mi capita spesso di lavorare di sera e di notte per qualche consegna urgente: il potere della musica aiuta a tenerti sveglia e rimanere nel mood giusto. Ultimamente sto scaricando alcuni podcast di audiolibri: l’ultimo volume per bambini che ho illustrato ha avuto Frankenstein di Mary Shelley come colonna sonora.

Che consigli daresti a un aspirante illustratore?

Di guardarsi in giro, prendere ispirazione da tutto e da tutti, capire cosa gli piace e poi dimenticarselo mentre disegna: verrà fuori da sé.