L’uomo ha da sempre il desiderio di lasciare una testimonianza del proprio passaggio sulla terra, come a chiedere un riconoscimento futuro della propria esistenza. A questa esigenza rispondono le numerose capsule del tempo sparse per l’Italia. Come a Sermide, un paese di 6mila abitanti in provincia di Mantova, dove nel 2015 il Comune ha chiesto di lasciare qualcosa ai posteri, un filmato dedicato a chi vivrà nel paese tra 50 anni. O a san Felice del Benaco, in provincia di Brescia, dove i bambini della scuola media hanno lasciato frasi, fotografie, e oggetti in eredità ai ragazzi del 2067.

Le capsule sono contenitori pensati per conservare informazioni, messaggi e oggetti che rappresentano la contemporaneità, destinati a essere riaperti in un momento prestabilito nel futuroLe capsule sono contenitori pensati per conservare informazioni, messaggi e oggetti che rappresentano la contemporaneità, destinati a essere riaperti in un momento prestabilito del futuro. Sono diffuse in tutto il mondo e molte sono registrate all’Università di Oglethorpe, ad Atlanta, presso l’International Time Capsule Society (ITCS), un’organizzazione fondata nel 1990 per promuovere lo studio delle capsule del tempo. Qui c’è la più grande time capsule, la “Crypt of Civilization”.  È stata concepita dall’allora rettore Thornwell Jacobs nel 1936. I lavori cominciarono nel 1937 e Jacobs, assistito da alcuni di studenti dell’università, raccolse un numero incredibile di oggetti, tra cui una bottiglia di birra Budweiser, dentiere, giochi da tavolo, macchine per cucire, rasoi elettrici, calcolatrici e semi. La data di apertura è stata fissata nel 8113, perché il 4241 a.C. fu l’anno in cui, secondo Jacobs si cominciò ad usare una datazione precisa, grazie al calendario egizio. Erano passati dunque 6177 anni da quella data all’anno di inizio del progetto. La cripta doveva quindi essere riaperta esattamente 6177 anni dopo, nell’8133.

Molto prima, nel 2099, verrà riaperta la capsula del tempo che a Modena cittadini e turisti stanno riempiendo di messaggi destinati ai modenesi del futuro. L’idea è originale. All’interno della mostra “Mutina Splendidissima”, che ripercorre la storia della città dal 183 a.C. a oggi, viene affrontata anche la dimensione del futuro, attraverso il progetto “Capsule del tempo. Da Mutina al futuro”. «Il pubblico è affascinato dall’idea di lasciare una testimonianza per coloro che la leggeranno tra 81 anni e spesso i visitatori ritornano alla mostra proprio per lasciare un messaggio che hanno elaborato a casa – ci spiega Cristina Zanasi, curatrice della mostra -. È dalle scuole che arrivano le maggiori sorprese, perché per bambini e ragazzi è la dimensione del futuro, piuttosto che quella del passato, a generare profonde riflessioni sul “tempo”». Ancora non si sa dove verrà collocata la capsula, in questo caso non dovrà essere nascosta, ma anzi essere conservata bene in vista affinché la sua riapertura venga ricordata da tutti i cittadini, oltre che dalle istituzioni. Il contenitore, progettato per garantire la conservazione dei messaggi nel tempo, e accompagnato da una targa a ricordo dell’evento, sarà collocato certamente nell’area del Sito Unesco della cattedrale della città emiliana.

«C’è chi ha lasciato una foto, chi una lettera, chi un dvd o un vinile, anche se non si sa se nel 2118 ci saranno gli strumenti per leggerli» racconta Camilla Laureti assessore alla cultura del Comune di Spoleto. In occasione dei lavori di ripavimentazione della piazza del Mercato ad un gruppo di cittadini è venuta l’idea di interrare due capsule del tempo da riaprire dopo 100 anni. Perché proprio questo arco temporale? «Abbiamo pensato che nessuno dei cittadini che ha depositato qualcosa nelle capsule dovrà essere presente alla loro riapertura. In questo modo saranno gli oltre 300 oggetti contenuti nelle capsule a raccontare la città del 2018 e non chi li ha scelti per rappresentare se stesso». Un sampietrino di ottone, realizzato da un orafo locale, segnala il punto esatto della piazza dove sono state posizionate le capsule, e la data in cui dovranno essere aperte: 24 febbraio 2118. La capsula di Spoleto, come quella di Modena, è stata iscritta alla ITCS della Oglethorpe University di Atlanta.

Paolo Jedlowki: «Le capsule sono come i monumenti, le lapidi o come l’anniversario della liberazione. Ci dicono: “ricordiamo e ricordate”»

Cosa spinge allora un singolo o una comunità a lasciare qualcosa di specifico, un oggetto che racconta chi sei, senza che siano gli uomini e le donne del futuro a scoprirlo? Paolo Jedlowski, sociologo dell’Università della Calabria, parla di “intenzioni di memoria”. Secondo il professore, che si occupa di sociologia della memoria «un gruppo intende lasciare qualcosa, ma la memoria solitamente non è intenzionale, ci ricordiamo qualcosa senza volerlo fare. Le capsule sono come i monumenti, le lapidi o come l’anniversario della liberazione, ci dicono ricordiamo e ricordate Questo caso, però, è particolare perché è rivolto a generazioni in un tempo futuro lontano». Per Jedlowski questa operazione è molto apprezzabile, perché si lasciano delle tracce intenzionalmente a qualcuno con cui non si è legati da un senso di appartenenza al noi in un modo consueto: «Non lo lasci ai tuoi figli ai tuoi nipoti, ai figli dei tuoi amici, non saprai neanche quali saranno le reti di appartenenza del futuro. Si lascia qualcosa ad altri essere umani, metti in ballo un’appartenenza alla specie, privilegiando questa appartenenza, rispetto a quella alla nazione o alla famiglia».C’è però un rischio: «I modi in cui ci si autorappresenta hanno molti autoinganni; nelle capsule vanno le cose che riteniamo belle e ben valutabili e che non sono ritenute indecenti o indegne». La costruzione di capsule del tempo, però, non è un mero gesto narcisistico, anzi è un atto che non prevede il controllo del presente sul futuro.