Il Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina quest’anno raggiunge la ventisettesima edizione con un tema che è tutto un programma: Where Future Beats.
Si svolge dal 19 al 26 di marzo e vede l’avvio della collaborazione con la nuova location Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.  I film in programma sono sessanta. Dal Senegal arrivano il cortometraggio Un enfant perdu di Abdou Khadir Ndiaye (il viaggio di un bambino di buona famiglia nei quartieri più poveri di Dakar) e Félicité di Alain Gomis, Orso d’Argento Gran Premio della Giuria alla Berlinale. Simona Cella, docente, story editor, per diversi anni collaboratrice del COE, l’ente organizzatore del festival, e grande esperta di cinema sub-sahariano, rende conto del rapporto, non sempre lineare, tra la settima arte e il continente africano.

C’è da parte del pubblico milanese nei confronti del cinema senegalese e africano in generale?

Il Festival del Cinema Africano d’Asia e America Latina (www.festivalcinemaafricano.org) fin dal 1991 ha dato l’opportunità al pubblico milanese di vedere il meglio della cinematografia africana e di incontrare e dialogare direttamente con i maggiori registi del continente. Il Festival ha organizzato retrospettive sulle cinematografie dei principali Paesi africani e continua a presentarne  le nuove stelle. Quest’anno sarà ospite Alain Gomis, vincitore dell’Orso d’argento alla Berlinale e dell’Etallon d’Or al Fespaco di Oaugadougou. Due anni fa presidente della giuria era Abderraman Sissako, regista di Timbuctu. Per quanto riguarda il cinema senegalese, oltre all’omaggio a Sembene Ousmane, il padre del cinema africano, sono passati a Milano Djibril Diop Mambety, Mansour Sora Wade, Moussa Sene Absa e le nuove promesse come Dyane Gaye. Purtroppo, nonostante l’interesse del pubblico, al di fuori del Festival e del lavoro di diffusione del Coe (www.coeweb.org ), il cinema africano non trova spazio nel circuito milanese e nazionale. Pochi i casi di distribuzione, tranne rare eccezioni (Molaadé di Sembene Ousmane, Feltrinelli; Contras City/Badou Boy di Djibril Diop Mambety, Raro Video). La cinematografia africana è ancora poco conosciuta e trasmessa, per esempio, dalle televisioni che invece ripropongono spesso una rappresentazione distorta e stereotipata dell’Africa.

“Purtroppo, nonostante l’interesse del pubblico, il cinema africano non trova spazio nel circuito milanese e nazionale”

Che modalità espressive trova la comunità senegalese in città? Ha abbastanza spazio?

La comunità senegalese è molto attiva sul territorio di Milano. Sono molte le associazioni che da anni organizzano attività culturali e animazione sociale presso scuole e realtà territoriali. Cito l’esperienza di Sunugal, associazione attiva nel campo del co-sviluppo e che per molti anni ha animato, insieme a Mascherenere, lo spazio Permess de sejour presso la Fabbrica del Vapore e che ha vinto con bando pubblico la gestione della cascina Casotel in zona Porto di mare. Anche lo spazio Forum Città Mondo, che raggruppa le comunità di migranti e associazioni culturali di tutto il mondo presenti nella città di Milano, offre uno spazio di espressione presso il Mudec. Le associazioni senegalesi sono molto attive anche nell’organizzazione di eventi religiosi. La comunità della Tijaniyya, una delle principali confraternite senegalesi (insieme a Mouridiyya, Layennes, Qadiriyya), organizza ogni anno durante il week end di Pasqua la partecipazione dei fedeli di Milano e provincia al Gamou di Conegliano, grande evento religioso in onore di Serigne Babacar Sy (un mio servizio sul Gamou è sull’ultimo numero di Africa Rivista www.africarivista.it/ultimo-numero/). A Milano ci sono piccoli ristoranti ma, a mio avviso, mancano locali che possano presentare un programma culturale tutto l’anno. Dalla musica, al cinema, alla danza, al teatro.

Ci sono delle caratteristiche peculiari del linguaggio cinematografico del Senegal? Rimanda a un immaginario pittorico, storico, naturalistico?

Ousmane Sembène, padre del cinema africano, scrittore e regista senegalese, ha dato vita ad una scuola realista che aveva l’ambizione di raccontare senza filtri e ipocrisie le contraddizioni della società senegalese post indipendenza. Uno stile di cinema che risente degli studi di Sembene presso gli studi Gorkij di Mosca e che ha influenzato molti registi africani. Complementare e di pari influenza sui giovani registi è invece lo stile di Djibril Diop Mambety che ha utilizzato la sperimentazione visiva e il realismo magico per raccontare le stesse contraddizioni: il sogno dell’Europa, la corruzione, il complesso dialogo tra tradizione e modernità. Dakar è stata fonte di grande ispirazione per i registi senegalesi, che a volte prendono spunto dalla tradizione orale per riflettere sulle trasformazioni della loro società. I registi contemporanei, pur integrando la lezione dei grandi maestri, sono più liberi e cercano uno stile individuale. Nel sito del film Félicité di Alain Gomis www.felicite-lefilm.com si possono esplorare le molteplici ispirazioni e suggestioni che hanno portato il regista alla realizzazione del film.

Secondo lei, come mai tanti giovani Senegalesi scelgono l’Italia in generale e Milano in particolare? Crede che in molti restino delusi? Perchè? Hanno un’immagine diversa del nostro Paese, magari anche a causa di film italiani che li raggiungono?

Purtroppo in molti Paesi africani esiste ancora la mitologia dell’Occidente, complice anche la distorta rappresentazione della realtà data dai migranti stessi. Per anni i programmi trasmessi alla televisione e alcuni film hanno aumentato la fascinazione dell’Occidente. Ritengo che oggi con la diffusione dei social media questi rischi siano minori. Certo è che il ruolo dell’informazione è centrale per la reciproca conoscenza. Cito il progetto Assaman-Progetto di formazione per una comunicazione multimediale condivisa sulle tematiche delle migrazioni e del co-sviluppo, che oltre alla pubblicazione di una testata online ha promosso due workshop di formazione (Dakar e Conakry), dando vita ai blog Tongante e La Guinée en avant, allo scopo di colmare un vuoto informativo sull’Africa e sulle realtà della migrazione.

Cosa si potrebbe fare per aumentare la reciproca conoscenza e l’integrazione tra i ragazzi senegalesi e quelli italiani?

Credo che i giovani, le cosiddette seconde generazioni, abbiano maggiore possibilità di integrazione grazie alla scuola anche se mancano occasioni di condivisione di attività extrascolastiche, sia per mancanza di informazione sia per barriere economiche. È fondamentale invece riuscire a creare un miglior dialogo tra la scuola e la famiglia che rimane spesso tagliata fuori dalla vita culturale italiana.