Per leggere e interpretare il fenomeno dell’uguaglianza di genere al livello italiano e in secondo luogo europeo bisogna creare un filo conduttore tra richieste di disoccupazione, settori di mercato e giurisdizioni nazionali e comunitarie. Anche se spesso messe a paragone,la storica crisi del 2008 e quella che stiamo vivendo non sono le stesse: se, infatti, dodici anni fa i settori più colpiti erano quelli dove gli uomini ricoprivano più incarichi, ad essere colpito oggi dalla crisi da Coronavirus è l’emisfero femminile. La crisi è nuova ma sono vecchie le logiche di sistema che portano come sempre le donne a ricoprire delle mansioni caratterizzate da lavori poco retribuiti e insicuri. Inoltre, proprio nel nome della uguaglianza di genere, molto spesso la chiave decisionale sulle politiche del lavoro femminile è in mano agli uomini. Certo, si dirà che, in periodo di pandemia, si è finalmente data una grande importanza alla figura dei medici, che sono la categoria dove è presente l’80% delle donne. Peccato però che questo 80% sia costretto a lavorare, nella maggior parte dei casi, a condizioni salariali non eque, con un sostegno politico a fasi alterne.

care economy

Come è possibile immaginare, poiché la pandemia ha causato il blocco totale degli spostamenti, a risentirne sono stati tutti i settori in cui gli spostamenti, le pubbliche relazioni o l’incontro tra persone sono necessari. Stiamo parlando del turismo, della moda, dell’arte, del commercio, tutti settori in cui le donne finalmente potevano aspirare in questo periodo storico a delle posizioni dirigenziali. Questa crisi rischia di rallentare, se non di allontanare, questo processo.Secondo gli ultimi dati del World Economic Forum, circa il 75% dei lavori part time al 2018 è ottemperato da persone di sesso femminile; questo vuol dire che nella loro carriera le donne si trovano a dover scalare una montagna sociale ancora altissima, contornata da pressioni lavorative che a volte scadono nella molestia sessuale, fino al bodyshaming. A questo si aggiunge il doversi molto spesso assentare da lavoro in caso di gravidanza, una scelta che, presso molte aziende, è mal vista e spesso costa cara alle dipendenti.

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Insomma, la donna in Italia al momento non si può dire totalmente tutelata, e quando lo è molto spesso purtroppo ha dovuto adattarsi alle logiche maschiliste di questo Paese. Pur in assenza di grandi leggi, come quella che permetterebbe il congedo parentale ad entrambi i sessi per potersi occupare dei figli in maniera equa senza dover creare disparità sociali, bisogna entrare nell’ottica che non è solo con le leggi che cambia una società:c’è bisogno di piccoli gesti concreti e un codice delle pari opportunità molto esaustivo non è sufficiente se non tiene ancora conto del fatto che la donna debba costantemente conciliare i tempi di cura familiari con la sua vita personale.  A questo proposito, se le dinamiche di mercato in questo periodo di crisi hanno mostrato un’iper-connessione dei comparti produttivi, allo stesso tempo le dinamiche che stanno affossando l’universo femminile porteranno gravi conseguenze anche in quello maschile.

Un ragionamento del genere è stato portato avanti da tante figure del mondo della politica in Italia.Per Emma Bonino c’è bisogno di interrompere un “circolo vizioso che relega l’Italia al penultimo posto in Europa, seguita solo da Malta, nella lotta alle discriminazioni di genere” . La Bonino continua a lavorare su una società incentrata sull’individuo e sul merito, considerando lo strumento delle quote rosa come utile ma momentaneo: in questo senso il suo partito (+Europa) ha commissionatoun sondaggio a EMG-Acqua dove emerge che sei donne su dieci si sentono penalizzate nel mondo del lavoro e otto su dieci in quanto a carriera politica. Con il dieci per cento del due per mille del partito, Emma Bonino ha voluto realizzare una scuola diversa dai forum politici maschili, aperta a tutte le donne non necessariamente iscritte a +Europa, per promuovere la figura della donna nel mondo della politica.

Secondo gli ultimi dati dello studio RUR, l’Italia ha una quota di donne occupate al di sotto della media europea: si parla di un 42% a fronte di una media del 46%. La mozione della Fedeli propone di pensare ad un piano di inserimento di un milione e 671 mila nuovi posti di lavoro solo per le donne

Valeria Fedeli, invece, senatrice di Italia Viva, ha presentato in Senato una mozione firmata da 16 senatrici per un piano straordinario finalizzato all’occupazione femminile; nel testo si riflette sul ridiscutere e rivedere la società italiana che non sarà più quella di prima anche nell’accezione più positiva,  creando un nuovo schema sociale dove conterà la salute e la persona. Secondo gli ultimi dati dello studio RUR, l’Italia ha una quota di donne occupate al di sotto della media europea: si parla di un 42% a fronte di una media del 46%; la mozione della Fedeli propone di pensare ad un piano di inserimento di un milione e 671 mila nuovi posti di lavoro esclusivamente per le donne, nell’ottica di un patto tra uomo-donna basato sulla condivisione della vita affettiva e relazionale.

La stessa Laura Boldrini, con la protesta #datecivoce di più donne sui social, evidenzia il forte sbilanciamento di presenza di donne nella task force ideata dal governo per la ricostruzione post Coronavirus, a fronte di un dato disarmante: dal 4 maggio 2020 la maggior parte delle donne è rimasta a casa in una sorta di quarantena prolungata mentre circa il 72% degli uomini è tornato ai posti di lavoro.

Come sottolinea un articolo del Sole24Ore,i governi devono cominciare ad adottare strumenti di sostegno, come il Gender Responsive Budgeting, un’analisi delle politiche fiscali adottate in tempo di Coronavirus, partendo dal presupposto che, alla luce dei fatti citati fino ad ora, ci sarà comunque una forte differenza tra uomo e donna, che include anche la questione salariale. Le donne che sono tornate al lavoro, infatti, guadagnano il 10 % in meno degli uomini.

A livello europeo, secondo i dati Eurostat del 2018, la situazione in quanto ad uguaglianza di genere è preoccupante per l’Italia, che è al terz’ultimo posto solo prima della Romania e del Lussemburgo per quanto riguarda il gap salariale tra uomo e donna.L’Eige, l’istituto europeo per l’uguaglianza di genere, è incaricato di occuparsi delle politiche comunitarie e dei singoli Paesi riguardo la parità di genere; l’istituto sostiene che i fondi europei hanno aiutato nel tempo a ridurre le differenze tra uomo e donna ma al momento ancora non vengono utilizzati in maniera ottimale e possono essere incrementati per raggiungere il loro potenziale massimo. Per questo motivo l’Eige ha stilato un vademecum per aiutare i Paesi europei a condurre politiche di parità di genere.

Con 37 miliardi messi a disposizione come fondo, l’Eige ha strutturato quindi un documento dove all’interno è possibile trovare 11 strumenti che aiutano i Paesi ad avere in mente, quando si promulgano le leggi, le diverse esigenze delle donne e degli uomini, dallo sviluppo di indicatori alla definizione dei criteri di selezione dei progetti, il coinvolgimento dei partner e il monitoraggio, la comunicazione e la valutazione dei programmi, per attuare il principio orizzontale della parità di genere.
L’insieme degli strumenti evidenzia le buone pratiche degli Stati membri dell’UE e individua i collegamenti ai regolamenti e alle disposizioni dei fondi UE pertinenti, aiutando gli utenti a sapere come, perché e dove applicare lo strumento, si tratta quindi di un gender budgeting a livello europeo.

Gender Equality Index

Oltre allo smart working, che potrebbe essere uno strumento immediato per cominciare a ridurre le differenze lavorative tra uomo e donna, le aziende devono pensare ad altri strumenti perché la presenza femminile sia incoraggiata all’interno delle aziende stesse. Va sostenuta quindi la presenza di donne in ogni fase decisionale delle aziende, in quanto è stato dimostrato che aziende eterogenee prendono decisioni migliori. Bisogna poi offrire accordi di lavoro sensibili e indennità di malattia, familiari e di emergenza retribuite e possibilità pari di congedo per eliminare gli stereotipi di genere.

Cosa ci vuole dire questa nuova crisi quindi? Che un nuovo modello non è solo possibile, ma è necessario.