I Maestri di strada non si arrendono mai. Dal 1998 il loro impegno quotidiano è volto alla cura educativa e al sostegno emotivo di centinaia di giovani che nelle periferie di Napoli rischiano di abbandonare la scuola. In Campania, il 29,9% degli studenti degli istituti superiori non riesce a conseguire il diploma e nel capoluogo il tasso di dispersione scolastica sale al 35%. In questi contesti la chiusura delle scuole per la pandemia pesa più che altrove.

Cesare Moreno, presidente dell’associazione Maestri di strada, è un ottimista per professione. Un educatore che ha sempre lottato per il diritto allo studio, con una dedizione e una tenacia che gli hanno permesso di trasformare anche gli ostacoli in opportunità. Come poche settimane fa, quando in pieno lockdown, d’accordo con la Questura, ha consegnato a 180 ragazzi dei pacchi di “viveri per la mente”, che contenevano quaderni, pastelli, acquerelli, e tablet. Poi è nato il progetto digitale, “i CoroNauti”, sostenuto dalla ministra Azzolina e prodotto quasi del tutto dai loro giovanissimi allievi. «Abbiamo raggiunto 180 famiglie e abbiamo fatto vedere loro che qui giù qualcuno li ama.»

In una scuola del tutto o parzialmente online, c’è il rischio che molti ragazzi vengano lasciati indietro a causa del digital divide?

Questo non è un rischio, è una certezza. La didattica a distanza è un’invenzione che non può funzionare. Sappiamo che oltre il 30% dei ragazzi italiani è off-line, ma nel nostro territorio ci sono scuole dove il 100% dei ragazzi lo sono. Moltissimi non hanno i mezzi tecnologici, poi c’è anche chi non ha voglia. La favola dei nativi digitali è vera solo in contesti sociali privilegiati. Nelle zone di cosiddetta povertà educativa i ragazzi a malapena hanno un cellulare. Le istituzioni hanno il dovere di recuperare tutti quelli che finora sono stati tagliati fuori. A settembre sarà necessario che chi è stato abbandonato faccia almeno un mese di didattica breve. Noi maestri di strada lo stiamo già facendo.

Cesare Moreno, presidente dell’associazione Maestri di strada: «La favola dei nativi digitali è vera solo in contesti sociali privilegiati»

Come cambierà il vostro lavoro ora che i problemi economici e sociali si acuiscono, soprattutto nelle periferie in cui la criminalità è già molto presente?

In momenti di crisi diventa più visibile il fatto che esistono delle altre vie rispetto alla criminalità, e noi rappresentiamo da un certo punto di vista l’unica via d’uscita. Il grado di infiltrazione dei maestri di strada nei territori criminali è aumentato, perché siamo andati dove non va nessuno. Il punto è che riguardo a questo tema tutti danno l’allarme, ma nessuno fa niente. Durante la crisi del Coronavirus abbiamo visto che lo Stato, se vuole, riesce ad assumere il totale controllo del territorio. Bene, mettesse in atto la metà di questa “potenza di fuoco” per contrastare la criminalità.

Nel dibattito sul futuro della scuola emergono tanti dubbi e un senso di precarietà. La scuola della strada, che della precarietà ha fatto una virtù, cosa può insegnare alla scuola dei libri?

Il compito della scuola non è solo quello di trasmettere ciò che c’è, ma di organizzare ciò che viene dall’esperienza. Il Coronavirus era un’interessante occasione da sfruttare per raccogliere quello che i ragazzi imparano e dargli una veste razionale e scientifica. Invece la scuola ha rinunciato a questa funzione. Le informazioni sul Coronavirus hanno creato un panico che non è stato compreso da nessuno. Così ci sono ragazzi che non hanno capito e sono per strada come prima, ed altri che sono rinchiusi in casa per la paura. Abbiamo spaccato il Paese tra impanicati e incoscienti.

«Ci sono ragazzi che non hanno capito e sono per strada come prima, ed altri che sono rinchiusi in casa per la paura».

E come si parla a ragazzi che vivono in un contesto così diviso?

Una delle prime cose che bisogna fare è riappropriarsi dei riti importanti, di tappe come l’esame di maturità o la fine della terza media, per far comprendere ai ragazzi che stanno crescendo. La cultura è nata per questo: per vincere le difficoltà. Solo dopo è stata messa nei libri, spesso se ne perde il significato. In secondo luogo, dobbiamo insistere sulla ragione. È passata la fase in cui era sufficiente imporre delle regole, ora è necessario spiegare il perché, per convivere con questo caos. Noi maestri di strada l’abbiamo imparato in vent’anni di attività, di caos ci siamo nutriti. Purtroppo però, dialogare è molto più difficile che imporre.