Giuseppe tra poco compirà 30 anni: è un giovane infermiere nato in provincia di Bari, ma da qualche tempo vive a Piacenza. Lavora all’ospedale di Fiorenzuola e lì ha contratto il Corona virus. “Un giorno, prima di entrare in turno, sono andato a fare la visita e hanno rilevato la febbre. Sono stato visitato, mi hanno fatto il tampone e mi hanno rimandato a casa”. Quando i casi di positività al Covid-19 sono aumentati in tutta Italia, sono state predisposte visite a tutto il personale sanitario, per dichiararlo idoneo al lavoro. Proprio durante una di queste visite, prima dell’inizio del suo turno in reparto, il giovane infermiere ha scoperto di aver contratto il Corona virus. “Dopo due o tre giorni è arrivato il risultato ed era positivo”.
La prima sensazione è stata la paura, a causa delle immagini dei pazienti intubati e in rianimazione, che continuavano a tornargli in mente. Gli stessi pazienti che lui fino a qualche giorno prima aveva assistito. “Sto facendo l’intera quarantena a casa, una notte però sono stato male, ho chiamato il 118 e l’ambulanza mi ha portato a Piacenza. Mi hanno solo controllato l’ossigenazione del sangue, mi hanno detto che stavo bene, mi hanno prescritto un antivirale e sono tornato a casa”. Per lui, che ha visto cosa succede ogni giorno in quei reparti, è stata una scelta logica. Si cerca sempre di garantire un lavoro di qualità, ma capisce ora più mai quanto sia difficile.

Sono molti gli infermieri che hanno contratto il virus lavorando in ospedale. Giuseppe, anche lui  positivo, confessa: “La cosa peggiore è vedere e sapere che i pazienti sono soli, me compreso”

Anche da casa, tra un colpo di tosse e un altro, Giuseppe esprime la sua vicinanza ai colleghi che affrontano le sue stesse paure.“L’infermiere è il mestiere più brutto al momento. Vorrei scappare. È dura veramente. La cosa peggiore è vedere i pazienti soli. Purtroppo le visite non possono essere fatte, il virus è troppo contagioso. Per questo molti anziani muoiono da soli”. La lontananza dalla famiglia è un ostacolo per tanti in questo momento. I suoi famigliari, rimasti al Sud, non possono mostrargli sostegno come vorrebbero, esattamente come accade a molte persone attualmente ricoverate. “Mi sto curando con degli antivirali, che però non mi avrebbero mai prescritto se non avessi chiamato io il 118. La prima domanda che ti pongono è se hai affanno. Se sì, ti ricoverano perché può essere sintomo di insufficienza respiratoria. Ma se sei Covid positivo senza questo sintomo hai il “lusso” di restare a casa”.

Nonostante la comprensione, Giuseppe non si è risparmiato qualche critica per un sistema sanitario che è sull’orlo del precipizio. “Mai un’RX toracica, una TAC toracica, mai fatte. A tutti dovrebbero fare questi esami, appena il paziente è positivo”. Ciò che sta succedendo ora negli ospedali, secondo il giovane infermiere, è un utilizzo più che parsimonioso delle risorse e delle attrezzature. Si attende che il paziente abbia sintomi più gravi, si attende che abbia complicanze, si attende che chiami un’ambulanza in una notte di quarantena prima di prescrivergli degli antivirali. “All’inizio mi chiamavano, poi non ho più sentito nessuno. La direzione assistenziale mi diceva “se hai bisogno di qualcosa chiama questo numero”, ma sono numeri dove dall’altra parte o da sempre occupato o non ha mai risposto nessuno. Il medico che mi ha controllato all’inizio è stato abbastanza presente, mi chiamava anche la sera quando finiva il turno poverino, ma questo mi ha preso solo a cuore perché ero di Bari come lui. Non penso ci sia altro motivo”. C’è ancora tanta incertezza intorno a questa pandemia. I guariti aumentano, ma i contagi e i decessi non si fermano. Si lavora incessantemente per trovare una cura sicura, un vaccino e risposte. “E ti dirò che ho anche paura a tornare a lavorare, ma proprio tanta paura. Tutto questo, per lavoro, forse non ne vale nemmeno la pena”.