Il Coronavirus giorno dopo giorno sta rivoluzionando sempre di più la nostra quotidianità. Tra le limitazioni, se pure giustamente imposte per far fronte all’emergenza, ce n’è una che, anche se non è rivolta direttamente a noi, rende ancora più complicata e monotona la nostra permanenza forzata in casa. La sospensione/cancellazione di tutte le competizioni sportive ha infatti privato noi comuni mortali dell’unico palliativo in grado di allietare un poco le nostre giornate in quarantena.

Tutte le discipline si sono fermate: dal calcio – dove oggi è arrivata la notizia del rinvio dell’Europeo e della Copa America, per riuscire a terminare in estate i campionati nazionali e le competizioni internazionali per club, messi in stand-by fino a Pasqua –, alla Formula Uno, passando per MotoGp, sci e basket. Addirittura si sta prendendo in considerazione l’ipotesi di non disputare le Olimpiadi di Tokyo in programma quest’estate.

Persino gli sport dove non c’è contatto tra gli atleti, come il tennis, hanno dovuto chiudere i battenti. Forse, giocando rigorosamente a porte chiuse ed eliminando la presenza dei raccattapalle che passano l’asciugamano agli atleti, si sarebbe potuto fare un tentativo: d’altra parte i giocatori stanno a circa 20 metri di distanza l’uno dall’altro e anche negli spogliatoi si è in pochi; nulla a che vedere con il calcio, dove ci si ritrova in 22 in una manciata di metri quadrati.L’unico problema può essere dato dalle goccioline di saliva e sudore che rimangono intrappolate sulla pallina. Si è preferito però mettere al primo posto la sicurezza delle persone, come evidenzia Salvatore Caruso – tennista siciliano numero 100 del mondo che, di ritorno dall’inutile trasferta di Indian Wells, ha condiviso con noi il suo punto di vista –: “Si è voluta tutelare in primis la salute di chi popola questo ambiente. Nel tennis poi il pubblico è fondamentale e di conseguenza, non essendo le televisioni così vincolanti come magari nel calcio, gli organizzatori dei tornei da subito hanno scartato l’ipotesi di giocare a porte chiuse. È una scelta per noi dolorosa ma assolutamente condivisibile. Unico appunto: si poteva forse comunicarlo con un po’ più di anticipo, in modo tale da evitare a noi e al nostro staff un lungo e costoso viaggio”.

Questo stop obbligato, che durerà almeno nove settimane (ma la sensazione è che i tempi si dilateranno), provocherà un danno economico non indifferente ai professionisti della racchetta, dal momento che, puntualizza Caruso, “nel tennis, rispetto agli altri sport, non ci sono contratti fissi, datori di lavoro, indennizzi. Dipendiamo unicamente da noi stessi e dai nostri risultati, pertanto in questi due mesi in cui non ci saranno tornei, non avremo entrate; e le spese invece non mancheranno perché ovviamente in questo periodo non rimarremo fermi e dunque allenatore, fisioterapista e preparatore atletico dovremo ugualmente stipendiarli”.

Questo stop obbligato, che durerà almeno nove settimane, provocherà un danno economico non indifferente ai professionisti della racchetta

Impossibile dire a quanto ammontino le perdite, dato che non si può sapere in anticipo i risultati che un giocatore otterrà. Tuttavia, anche tenendoci al ribasso, ovvero ipotizzando una sconfitta al primo turno per ognuno dei 9 tornei ad ora cancellati, ne uscirebbe una cifra vicina ai 40mila euro, a cui va tolto circa un 30 per cento di tasse, che vengono subito prelevate dai tornei. Basterebbe però vincere giusto qualche partita, impresa decisamente alla portata di un giocatore come Caruso, per vedere la cifra in questione crescere in maniera esponenziale. D’altronde, sottolinea Salvatore, “stiamo parlando di manifestazioni importanti: si tratta di 5 Master 1000 (a cui però io avrei preso parte tramite le qualificazioni), un ATP 500, due 250 e un Challenger (torneo del circuito minore) molto ricco. Mancano solo gli Slam alla collezione. E lì sarebbero dolori…”

Se i top players in questi periodi di magra possono fare affidamento su generosissimi sponsor e su un conto in banca assai rassicurante, i fuoriclasse come Caruso – perché sei davvero un fuoriclasse se in quello che fai sei tra i primi 100 del mondo – devono stare attenti a far quadrare i conti: “È una situazione che sicuramente non ci aiuta, perché nel bilancio annuale questi sono mesi in rosso. Fortunatamente noi che siamo nei primi 100, avendo comunque messo via qualcosa negli anni, possiamo stare abbastanza tranquilli ma, se penso a molti miei connazionali che frequentano il circuito minore (gente che è comunque tra i primi 200-300 delle classifiche mondiali), mi vengono i brividi. Ci sono passato anch’io e non è affatto facile”.

C’è addirittura chi, come l’americano Noah Rubin, ha annunciato che durante la pausa darà qualche lezione per incrementare i guadagni. “Rubin è reduce da un brutto infortunio che l’ha tenuto lontano dai campi per parecchio tempo; ovviamente le spese mediche sono a nostro carico. Non può permettersi di stare fermo altri mesi senza avere un ritorno economico”, rammenta “Sabbo” – così viene chiamato dai colleghi – con una punta di amarezza.

Il Coronavirus ha creato non pochi problemi anche al cosiddetto indotto, ovvero tutte quelle persone che lavorano nel tour, come i giornalisti, i cameraman, i fotografi

Rubin, 225 ATP, appartiene infatti a quella categoria di giocatori che non hanno la classifica per partecipare agli eventi più remunerativi e sono quindi costretti a ripiegare sui Challenger, tornei comunque di ottimo livello, ma con un montepremi decisamente inferiore, che ti permettono di ottenere guadagni significativi solo in caso di approdo in finale.Questo è il paradosso del tennis, che alimenta il malessere di chi non appartiene alla ristrettissima élite: vincendo un Challenger ti porti a casa 5-6mila euro, esattamente la stessa somma intascata da chi viene battuto al primo turno di un ATP 250, dove il livello è molto simile. Per un buon tennista, che non può avere accesso alle competizioni del circuito maggiore, il fermo forzato per coronavirus causa dunque risvolti ancor più problematici, di cui ci parla in prima persona Matteo Viola, numero 222 del mondo: “Per noi che non siamo abituati a vedere cifre altisonanti, questo stop è sicuramente una bella botta. Giocando prevalentemente nel circus secondario, abbiamo entrate piuttosto modeste. Riusciamo a far quadrare i conti disputando le qualificazioni degli Slam (riservate a chi è fuori dai primi 100 e si trova entro la 230esima posizione) e i tornei a squadre, dove difendiamo i colori di un circolo e per questo veniamo ben stipendiati da imprenditori locali. Dovessero saltare anche queste due tipologie di manifestazioni, la situazione per noi si farebbe davvero critica. Io per adesso posso tirare avanti grazie a due buoni risultati che ho fatto ad inizio anno (soprattutto il terzo turno nelle qualificazioni degli Australian Open), ma se la sospensione dovesse riguardare anche gli altri tre Slam, onestamente non saprei come fare”.

Sfortunatamente i giocatori non sono gli unici a subire gli effetti nefasti di questa sospensione: il Coronavirus infatti ha creato non pochi problemi anche al cosiddetto indotto, ovvero tutte quelle persone che lavorano nel tour, come i giornalisti, i cameraman, i fotografi.L’inconveniente è che molti di questi professionisti sono freelance e quindi vengono pagati dalle testate, dalle aziende con cui collaborano, in base al prodotto che realizzano sul campo. Con l’annullamento dei tornei, si ritrovano senza lavoro e sono perciò costretti a reinventarsi, come ci racconta Raoul Ruberti, giovane freelance per una ditta che fornisce la produzione televisiva sul posto di diverse manifestazioni tennistiche. “Nel mio mestiere devo scommettere su me stesso: i soldi di volo e alloggio devo anticiparmeli, e verranno ricompensati solo a lavoro finito. Così doveva andare pure per il Master 1000 di Indian Wells ma la notizia, data senza un minimo di preavviso, della cancellazione del torneo (la situazione in California al tempo non era critica), mi ha messo in grande difficoltà. Non so ancora se e come mi rimborseranno”. Il peggio però deve ancora venire: “La sospensione del calendario ATP, decretata dopo la vicenda di Indian Wells, è fino a metà maggio, ma temo che verrà prolungata. Di conseguenza chi lavora sul posto si trova in un limbo in cui ogni scelta porta più paure che vantaggi”.

Il tennis purtroppo è anche questo. Quando guardiamo estasiati Federer danzare, in tutta la sua regalità, sui prati perfetti di Wimbledon, ci lasciamo cullare dalla fantasia e arriviamo a credere che il tennis sia un giocattolo perfetto, in cui ogni ingranaggio è al suo posto e tutto funziona a meraviglia. Ma in questi giorni, distogliere lo sguardo dallo schermo può aiutarci a comprendere la vanità di questa illusione. Soprattutto se entra in campo un avversario spietato come il Covid-19.