Annet Henneman è un’attrice, ma nel suo lavoro non c’è nulla di artefatto. Le sue sono piéce giornalistiche, che usano la finzione scenica come strumento per raccontare le verità di cui nessuno parla. Il nome “Teatro di Nascosto” suona come un ossimoro. Il teatro è spettacolo, qualcosa da esporre e mostrare, qualcosa che ha bisogno di un pubblico. Quando abbiamo chiesto ad Annet Henneman, la creatrice del progetto, come queste necessità potessero convivere con il “nascosto”, la risposta è stata più semplice del previsto. «Nascosto perché all’inizio facevamo teatro ovunque tranne che in teatro. Ci esibivamo in un piccolo seminterrato, celato alla vista dei passanti. Poi siamo passati alle case e ai loro salotti. Non ci nascondevamo ma neppure ci mostravamo troppo». Quel che accadeva in quello scantinato, continua ad accadere ancora oggi, in due continenti diversi.

Si tratta di teatro reportage: spettacoli che raccontano storie vere di persone che vivono guerre e oppressioni sulla loro pelle. «Il teatro reportage, – spiega Annet – a differenza del teatro classico, non racconta storie già scritte, pensate per essere raccontate». Sono storie che traggono linfa dalla quotidianità, che ben poco ha di ordinario, degli abitanti di Mosul, Baghdad o Basrah. Da 18 anni ormai Annet vive con la valigia in mano, esplorando il Medio Oriente attraverso gli occhi di chi lì ci è nato, per “raccontare senza filtri la vita nelle zone di conflitto: ecco cos’è il Teatro di Nascosto”. Un lavoro che ha molto in comune con il giornalismo perché punta all’obiettività: «Noi facciamo informazione indipendente. Non faccio e non voglio far parte di partiti e organizzazioni. Lo scopo è raccontare ciò che vedo e non ciò che vogliono farci credere». Ideale nobile ma non di facile realizzazione, agli attori di Annet è capitato di recitare con i mirini dei cecchini puntati sulle proprie teste. Come fare? Annet: “Il trucco è applicare una sorta di autocensura, che non è vera censura. Raccontiamo tutto, ma senza esplicitare chiaramente di cosa o chi stiamo parlando”. I dettagli, d’altronde, non sono indispensabili nel Teatro di Nascosto, “fatto di realismo. Dove gli attori piangono e ridono davvero”, perché la messa in scena l’hanno vissuta sul serio.

E non solo gli attori nati in zone di guerra. Anche gli occidentali vivono assieme ai loro colleghi d’Oriente l’esperienza della distruzione: «Chiedo a tutti di andare a guardare con i propri occhi cosa vuol dire vivere circondati dai check-point», dice la Henneman. E quando ciò non è possibile, a creare empatia ci pensa la vicinanza: «Noi attori mangiamo insieme, ci spostiamo insieme, dormiamo persino insieme, spesso tutti nel mio salone». ci confessa Annet. A sentirlo da lei, sembra qualcosa di semplice e naturale, in realtà dietro vi è tutto un preciso metodo di lavoro che unisce drammaturgia e psicologia studiato ormai anche a livello accademico.

È Annet Henneman in persona ad aver dato vita a questo innovativo modo di concepire il teatro, eppure nelle sue parole non vi è alcuna traccia di orgoglio. Essere una diva non le interessa, non mira a essere ospite di convegni tra intellettuali. Ascoltandola è chiaro che la sua è una vocazione, svolta senza alcun fine utilitaristico. Fa quel che fa perché non può farne a meno, racconta la verità perché non conosce altro modo di concepire il proprio mestiere. Per lei, il teatro è “un lavoro, preciso e che richiede un training costante e faticoso, ma è anche parte stessa della mia vita”. Esistenza che condivide con gli attori che la ospitano quando si sposta nelle loro città, “e che mi hanno reso parte delle loro famiglie, con cui passo un mese all’anno da ben 17 anni”.

Per coloro che, invece, attori non lo sono di mestiere ma di passaggio, il teatro assume una funzione catartica. «Durante uno dei nostri laboratori, un ragazzo rifugiato ha notato che, mentre recitava la sua parte raccontando la propria storia, alcuni degli spettatori hanno iniziato a piangere. Dopo mi ha detto: “Nel momento in cui ho visto le loro lacrime, ho smesso di sentirmi solo”», racconta Annet con occhi commossi. E gli effetti positivi non si esauriscono a livello individuale. «Accade spesso – continua l’attrice, e stavolta sì che lampi di orgoglio le brillano in viso – che, dopo aver lavorato insieme, i miei attori tornano a casa perché vogliono cambiare le cose. Vogliono che la cultura cresca, che la gente non dimentichi il proprio passato, che non perda speranza nel futuro». Recitare è qualcosa di fisico che, però, mentre attiva i sensi, mette in moto anche la materia grigia. Recitare è pensare, in modo nuovo e privo di pregiudizi.

L’ultima cosa che chiediamo ad Annet, è di interpretare per noi il ruolo di inviata di guerra. Le domandiamo che cos’è che la gente dovrebbe sapere, ma non sa, su coloro che vivono da rifugiati nel nostro Paese. Annet si presta al gioco, stavolta però, calarsi nella parte non le riesce bene. Bastano poche frasi perché il suo racconto smetta di essere un reportage e si trasformi in un appello, sincero e sentito come solo quello di chi è diventata amica di coloro che voleva aiutare può esserlo. «Il problema – dice – è che non si conosce la vita delle persone che arrivano qui. Li vediamo sporchi, rattrizziti dal mare, e pensiamo che non siano altro che quello, non riusciamo a percepirli come simili a noi. Abbiamo l’impressione che siano uomini e donne senza una storia, senza radici. Ma non è così. Così come noi, anche loro hanno passatempi, una canzone preferita, una cotta segreta. Bisogno ricordare che sono padri, madri, figli e amanti, esattamente come tutti. Quando si arriva al dunque, le differenze si annullano. Siamo esseri umani, niente di più».