La cronaca nera può essere scritta. Può essere raccontata. Può essere rievocata. Ma anche venire vivisezionata. Ed è il caso di questo spettacolo. Michele Di Giacomo, solo in scena nei panni del metodico quanto nevrotico ergastolano Fabio Savi, conduce la Uno Bianca sul lettino dello psicanalista. Lo incontriamo mentre si prepara a un’intervista. Nell’attesa dei giornalisti televisivi che verranno a visitarlo, si interroga insensatamente su quale immagine debba dare di se stesso. E scopre che la propria parabola delittuosa, ancor più che terribile, è provinciale, in modo irreparabile.

Questa per lui è la vera tragedia. L’archetipo di una irrilevanza senza riscatto e senza appello, cui è inutile tentare di sottrarsi, anche nel più cruento dei modi. La vera, inguaribile disgrazia di questo personaggio è la sua marginalità. Un delinquente piccolo piccolo che resta sulla cornice, appollaiato sugli spalti della storia come un avvoltoio di contorno. La sua crudeltà è miseranda. La sua ansia di rivalsa e la sua ribellione sono opache e senza uscita. Fabio Savi diventa rapinatore seriale e spietato assassino quasi per spirito di contraddizione. Ma se le buone maniere coltivate in famiglia portano secondo lui a una vita inutile e precaria, il rancore, la ferocia del lupo di branco, la competizione maschile con i fratelli, lo avvolgono in una spirale velenosa, costruita, nell’evolversi della messa in scena, attraverso il vecchio trucco dello sdoppiamento. Un’astuzia drammaturgica che continua a funzionare. E che pone nelle abili mani di Michele Di Giacomo, la sfida di un ruolo con punte grottesche, stridule, intenzionalmente vacue. Nel gesto e nella voce.L’archetipo di una irrilevanza senza riscatto e senza appello

Per l’intero corso del dramma, lo spazio ristretto della cella soffre di fame d’aria. La ricerca di spazio, respiro e luce, è costante. E le lampade che si accendono e spengono, sono gli autentici, unici interlocutori di Di Giacomo, non a caso transitato nelle sue esperienze attoriali, per Pirandello, Camus e Luigi Nono. L’ora d’aria e le stelle non portano poesia nella vita di Savi. Diventano strumentale infingimento. Pretesto, quasi, per un’autorappresentazione corrotta. In questo senso Le buone maniere ha un impianto autenticamente teatrale, perché sposta il baricentro del credibile in base alle esigenze del personaggio. E lo spettatore, accanto a Savi, assiste alla messa in scena che Savi fa di sé, alle sue pose, ai suoi vaniloqui sulla pulizia e l’ordine. Ordine della cella, ordine della mente. Una sorta di argine con il quale “il delinquente” si misura in un passo a due pernicioso, infetto, bacato. Che esclude empatia e non richiede indulgenza. Un esercizio di stile che mette il teatro a contatto diretto con la cronaca recente, senza aspirare a sublimarla, a farne opera d’arte o scherzo letterario. La scena non nobilita ma, se possibile, avvilisce, camminando sulle impronte della grettezza, ricalcandole con ammirevole mimetismo.

Sbocchi d’ira improvvisa, repentini scarti vocali, risate gorgoglianti e repulsive tratteggiano il ritratto di un uomo che non si desidera conoscere, che sentenzia le proprie ragioni deliranti come avessero davvero una logica. Di più, una incontrovertibile logica. Savi grida ancora in faccia alle vittime dei suoi delitti un mai sopito disprezzo. Il suo male si rinnova, fagocitando spazio e tempo. Azzerando le distanze e vanificando qualsiasi speranza di redenzione. All’anima torva di un Savi si fa facilmente l’abitudine. Come a una Uno bianca parcheggiata lungo il marciapiedi.

Le buone maniere. I fatti della Uno Bianca
di Michele Di Vito
regia Michele Di Giacomo
con Michele Di Giacomo
consulenza drammaturgica Magdalena Barile
scene e costumi Roberta Cocchi e Riccardo Canali
suono Fulvio Vanacore
produzione ALCHEMICO TRE
Teatro Libero- Milano fino al 28 maggio