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	<title>magzine &#187; Web</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>L&#8217;uso di Telegram per il giornalismo d&#8217;inchiesta</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Apr 2025 05:19:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Tamberi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Grazie alla diffusione del web 2.0, da anni il giornalismo d’inchiesta fa uso degli strumenti online per trovare storie e notizie degne di essere raccontate. Tra strumenti per la geolocalizzazione, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2500" height="1663" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/telegram_perugia.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="telegram_perugia" /></p><p>Grazie alla diffusione del web 2.0, <mark class='mark mark-yellow'>da anni il giornalismo d’inchiesta fa uso degli strumenti online per trovare storie e notizie degne di essere raccontate</mark>. Tra strumenti per la geolocalizzazione, l’analisi dei dati e il monitoraggio delle comunità online – principalmente presenti sui social – l’importanza delle indagini online è in costante crescita. Nonostante questo trend, per molti questi strumenti risultano però ancora oscuri e difficili da capire. Al <a href="https://www.festivaldelgiornalismo.com/" target="_blank">festival internazionale del giornalismo di Perugia</a> c’è stato spazio anche per approfondire questi aspetti. Ne ha parlato in particolare <strong>Jane Lytvynenko</strong>, giornalista <a href="https://www.festivaldelgiornalismo.com/speaker/jane-lytvynenko" target="_blank">freelance</a> di origini ucraine specializzata in giornalismo investigativo sulla rete, che ha spiegato come utilizzare al meglio l’app di Telegram per fare giornalismo d’inchiesta.</p>
<h2>L&#8217;importanza di Telegram</h2>
<p>Mentre per molti si tratta di una semplice app di messaggistica seconda per popolarità alla controparte di Meta, nasconde al suo interno <strong>caratteristiche uniche</strong>. La presenza di più di un miliardo di utenti e la possibilità di creare gruppi e canali condivisibili su tutte le piattaforme hanno permesso negli anni di formare community ampissime: «Telegram ha anche una <strong>moderazione limitata</strong>, e per questo l’anno scorso il suo fondatore <strong>Pavel Durov</strong> è stato <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Arrest_and_indictment_of_Pavel_Durov" target="_blank">trattenuto in Francia dalle autorità</a>, perché sostenevano che avesse permesso attività criminali consapevolmente. Da allora la moderazione è stata aumentata, ma ancora oggi tutti son liberi di fare come credono» ha precisato Lytvynenko, <mark class='mark mark-yellow'>«Su Telegram si trovano molte attività illecite, dalla pornografia non consensuale, alla vendita di droga, al download di film illegali e così via».</mark> Altre peculiarità degne di nota sono la possibilità di mantenere i metadati dei file multimediali che scarichiamo da Telegram, risorsa fondamentale per le inchieste online. Inoltre, ogni singola chat, ogni gruppo, ogni canale o anche la sua sezione commenti può essere esportato integralmente sul proprio dispositivo, permettendo mantenere il proprio materiale salvato in locale.</p>
<h2>Sicurezza e protezione dei dati sensibili</h2>
<p>Dal momento che ci si addentra nei mondi criminali, anche in posti virtuali come quello di Telegram, sorgono spesso problemi relativi alla nostra sicurezza. Questo aspetto online si traduce con la protezione dei propri dati personali. Anche in questo caso, ci viene in aiuto Lytvynenko: «Contrariamente a quanto si crede, <mark class='mark mark-yellow'>le chat di Telegram non sono criptate, e la sua sicurezza non è ottima</mark>. Quindi, se potete, usate un numero di telefono usa e getta per configurare il vostro profilo; per le stesse ragioni, non consentite l&#8217;accesso alle vostre foto e ad altri dati all&#8217;app. Inoltre, se state comunicando con una fonte non molto affidabile, ricordatevi di togliere i metadati da foto e video. E infine, per proteggere le fonti, cercate di portarle su app di messaggistica più sicure e criptate».</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/telegram_perugia3.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-79847" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/telegram_perugia3.jpg" alt="telegram_perugia3" width="2500" height="1663" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Attacchi DDoS: un&#8217;arma sempre più sferrata nella &#8220;guerra ibrida&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Mar 2025 11:17:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nei giorni scorsi, il social X è stato bersaglio di un importante attacco hacker, poco dopo rivendicato dal gruppo filo-palestinese Dark Storm: nello specifico, si è trattato di un DDoS (Distributed ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="600" height="400" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/ddoss-attack.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="ddoss-attack" /></p><p>Nei giorni scorsi, il social X è stato bersaglio di un importante attacco hacker, poco dopo rivendicato dal gruppo filo-palestinese <strong>Dark Storm</strong>: nello specifico, si è trattato di un <strong>DDoS (<em>Distributed Denial-of-Service</em>)</strong>, un tipo di aggressione informatica sempre più frequente in quella che viene spesso definita &#8220;guerra ibrida&#8221;. <strong>Elon Musk</strong>, proprietario della piattaforma, ha però insinuato che un attacco così massiccio non possa essere realizzato che da un gruppo professionale altamente organizzato o sponsorizzato da uno Stato. Ha quindi additato l&#8217;Ucraina come potenziale responsabile, sostenendo che l&#8217;indirizzo IP di alcuni dispositivi coinvolti sarebbe da ricondursi proprio a questa zona. Una tesi smentita dagli esperti che, oltre ad avere in alcuni casi criticato la preoccupante vulnerabilità di X, hanno evidenziato come il ragionamento di Musk non sia corretto, perché non tiene conto del metodo con cui i DDoS operano.</p>
<p>La prima cosa da conoscere è proprio il loro funzionamento. <mark class='mark mark-yellow'>«Per spiegartelo, utilizzo una metafora abbastanza calzante: quando si verifica un DDoS è come se un&#8217;enorme quantità di persone si ammassasse davanti alla porta di un negozio, solamente per dar fastidio, impedendo ai veri clienti di entrare &#8211; così <strong>Alessandra Russo, Ph. D. in Studi strategici,</strong> cerca di illustrarci in termini semplici qualcosa di apparentemente così astratto -. L&#8217;effetto è che il sito non è raggiungibile o diventa molto lento, tanto da rendere davvero difficile navigarci, oppure alcune delle sue parti diventano non accessibili».</mark>  In altri termini, ogni sito web è strutturato in modo da ricevere un certo numero di richieste di accesso in un certo istante e, quando queste sono troppe nello stesso momento, si genera un malfunzionamento, che può portare a un suo blocco. A spiegarci più nello specifico come ciò sia concretamente possibile è <mark class='mark mark-yellow'><strong>Alessandro Rugolo, Colonnello dell&#8217;Esercito Italiano in Riserva e Presidente presso SICYNT</strong>: «Un DDoS può essere fatto in vario modo, di solito si usano dei bot, ossia reti malevole di computer controllate da un gruppo che si occupa di attività illecita. Di bot ne esistono tantissime e di varie dimensioni, anche di milioni di dispositivi».</mark> Proprio questo differenzia i DDoS da i più antichi DOS: «L&#8217;effetto è il medesimo, tendenzialmente l&#8217;irraggiungibilità del sito o di alcune sue parti, ma ciò che li distingue è la modalità: nel caso dei DOS le richieste di accesso provengono da una sola fonte, mentre nei DDoS, come suggerisce il termine <em>distribuited,</em> sono coinvolti più sistemi, il che rende più difficile contrastarli» precisa la Dottoressa Russo. Peraltro, nei DDoS non è detto che i dispositivi coinvolti siano computer: «Gli hacker possono prendere il controllo anche di cellulari, telecamere, frigoriferi smart, videocamere di un semaforo: è sufficiente che il dispositivo possa collegarsi a internet e sia accessibile dall’esterno &#8211; racconta il colonnello Rugolo -. <mark class='mark mark-yellow'>Quindi anche il nostro telefono potrebbe essere impiegato per degli attacchi hacker e noi potremmo benissimo non accorgercene».</mark> Proprio per questo la teoria di una responsabilità ucraina avanzata da Musk non ha fondamento: eventuali dispositivi con IP della regione potrebbero essere stati meri &#8220;strumenti&#8221; inconsapevoli, non attori responsabili.</p>
<p>Da qui possono nascere preoccupazioni sulla sicurezza dei dati nel momento in cui un proprio device viene &#8220;utilizzato&#8221; per sferrare un attacco hacker, ma sul punto ci sono alcune rassicurazioni: <mark class='mark mark-yellow'>«In questo caso non si corrono rischi per le proprie informazioni personali, perché l&#8217;obiettivo è un altro: <strong>creare disordine</strong> e <strong>negare un servizio</strong>. Poi ovviamente si causano anche danni economici ai siti colpiti, che crescono con l&#8217;aumentare del tempo di disservizio: per una banca ogni minuto di homebanking non funzionante significa &#8220;soldi mancati&#8221;, per non parlare delle piattaforme di e-commerce» è il commento di Alessandro Rugolo.</mark></p>
<p>La soluzione è un potenziamento dei siti e un loro costante monitoraggio. Ci sono servizi anti-DDoS e società che si occupano proprio di questo, attraverso un controllo degli accessi, in modo da riscontrare eventuali anomalie e filtrare le richieste, rifiutando quelle che appaiono malevole o in surplus. <mark class='mark mark-yellow'>«Si possono attuare delle misure di filtraggio del traffico in entrata: per riprendere la metafora del negozio, è come porre dei tornelli all&#8217;ingresso. Ovviamente l&#8217;accesso sarà più lento e i tempi più lunghi, perché il sistema pone gli utenti in attesa finché quelli precedenti non hanno finito la navigazione, ma almeno si evita il crush» spiega Alessandra Russo.</mark> Per intenderci, è qualcosa di simile alla &#8220;lista di attesa&#8221; che effettuano i servizi di ticketing nel momento in cui vengono messi in vendita dei biglietti per un concerto molto atteso, per cui migliaia di utenti cercano di aggiudicarsi un posto nello stesso momento. Con questo metodo, non si può escludere che i sistemi di sicurezza rigettino anche delle richieste &#8220;genuine&#8221;, ma a volte è inevitabile per evitare il collasso del sito.</p>
<p><strong>NoName057(16)</strong></p>
<p>Il responsabile di questi attacchi ai siti italiani è il gruppo hacker filorusso NoName057(16). Si tratta di <strong>un gruppo di “hacktivisti” (hacker-attivisti) che opera come una rete organizzata e che agisce probabilmente con il sostegno di apparati statali</strong>. NoName si diffonde servendosi di canali Telegram, dove chiunque può entrarci in contatto e vedere lo storico delle loro azioni. «Usano questi gruppi per fare propaganda, per raccontare quello che stanno facendo e quello che faranno». Così spiega <strong>Paolo Dal Checco, consulente Informatico Forense</strong>, specializzato nella produzione di perizie informatiche forensi a uso legale per utilizzo in Tribunale o stragiudiziale. «Su Telegram rimane una sorta di storico di ciò che fanno: si vedono tutte le rappresaglie che hanno compiuto in vari paesi. Osservandoli si capisce molto bene la loro natura filorussa. <strong>Si possono notare delle coincidenze: innanzitutto, parlano in russo e, soprattutto, si muovono nei momenti in cui qualcuno fa qualcosa contro la Russia</strong>». Episodi come la dichiarazione del presidente Mattarella al termine dell’incontro con il presidente del Montenegro, dove il Quirinale ha dichiarato: “L&#8217;auspicio è che la Russia torni a svolgere un ruolo di rilievo nel rispetto della sovranità di ogni Stato, è un auspicio che ho sempre fatto nel rispetto del diritto e della carta delle nazioni Unite”. Questa dichiarazione arriva all’indomani di un nuovo attacco da parte della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che ha puntato il dito contro il Capo dello Stato italiano dichiarando che il presidente &#8220;ha affermato di credere che la Russia possa essere equiparata al Terzo Reich&#8221; e minacciando che &#8220;ciò non può e non sarà mai lasciato senza conseguenze&#8221;.</p>
<p>«Se la prendono sempre in questi momenti – continua Dal Checco -. <strong>Questo ci fa capire il loro background, ma resta un mistero su chi siano</strong>. Mi è stato chiesto più volte se si può capire chi sono: sono degli attaccanti che stanno nascosti dietro i loro computer connessi via VPN o via TOR e quindi è difficilissimo identificarli. Anche se si riuscisse, comunque, credo sarebbe molto difficile andare a prenderli in Russia. Anche perché il governo russo non aiuterebbe le autorità estere a contrastarli». Dunque, <strong>cosa possiamo fare per ridurre questo problema? «Una delle cose che si possono fare è provare a gestire al meglio i server con sistemi di <em>load balancing</em>, dove viene bilanciato il traffico di richieste in arrivo su più server. Oppure si potrebbero utilizzare dei<em> firewall</em> ad altissime prestazioni</strong>». I <em>firewall</em> sono dei sistemi di protezione che lavorano a livello di rete internet e che possono filtrare le richieste. Per esempio, se arrivano mille richieste al secondo i firewall individuano e filtrano quelle che arrivano da particolari paesi, come la Russia e i paesi dell’Est. «Questi sistemi hanno dei costi effettivamente alti e anche una complessità di gestione non banale. Però a quei livelli, soprattutto quando si sa quanti attacchi possono arrivare, in genere sono delle funzionalità presenti nei sistemi acquistati che magari vanno attivate o configurate correttamente o appunto usate nel momento giusto».</p>
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		<title>YouTube scende in campo contro la propaganda russa</title>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2022 19:04:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;La verità è una vittima di tutte le guerre&#8221;, ha dichiarato in una recente intervista su Magzine Giampiero Gramaglia, Senior Advisor di NewsGuard, invitato a riflettere sulle conseguenze generate dal ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="900" height="202" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/Youtube-logo-png.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Youtube-logo-png" /></p><p style="font-weight: 400;">&#8220;La verità è una vittima di tutte le guerre&#8221;, ha dichiarato in una <a href="http://www.magzine.it/alla-gutnikova-il-prezzo-della-verita/" target="_blank">recente intervista</a> su <em>Magzine</em> <strong>Giampiero Gramaglia</strong>, Senior Advisor di <em>NewsGuard</em>, invitato a riflettere sulle conseguenze generate dal conflitto in Ucraina <span style="color: #000000;">sul fronte della libertà di stampa.</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Negli scenari di guerra ad essere minato è il terreno dell’informazione. Così la piattaforma<strong> YouTube</strong>, una delle poche di proprietà statunitense ancora operative in Russia insieme a <strong>WhatsApp</strong>, nonostante ospiti contenuti di personaggi dell&#8217;opposizione come <strong>Alexei Navalny</strong>, è intervenuta per tentare di difendere il diritto a una corretta informazione. <mark class='mark mark-yellow'>Dallo scoppio del conflitto, lo scorso febbraio 2022, sono stati oltre 70mila i video e 9mila i canali eliminati per violazione delle linee guida sui contenuti.</mark> Tra questi, il profilo del giornalista filo-putiniano <strong>Vladimir Solovyov</strong>, i canali associati ai Ministeri russi della Difesa e degli Affari esteri e quelli rappresentativi dei media statali, come <em>Russia Today</em> e <em>Sputnik</em>. <mark class='mark mark-yellow'> Tutti contenuti in cui il termine “invasione” era diventato sinonimo di “missione di liberazione”, “operazione speciale” o “denazificazione”: espressioni che banalizzano e, in parte, negano i fatti, attutendone la reale portata.</mark> Secondo la policy della piattaforma, quello che sta accadendo in Ucraina rientra tra i “grandi eventi violenti” che è necessario tutelare con un’informazione autorevole e garantita.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il Chief product officer di YouTube, <strong>Neal Mohan</strong>, ha chiarito con queste parole le motivazioni dietro la decisione: «La prima e, probabilmente, più importante responsabilità è assicurarsi che le persone che cercano informazioni su questo evento possano trovare su YouTube notizie accurate, di alta qualità e credibili. Il consumo di canali autorevoli sulla nostra piattaforma è cresciuto in modo significativo, non solo in Ucraina, ma anche nei Paesi limitrofi come in Polonia e nella stessa Russia». <mark class='mark mark-yellow'>La responsabilità è grande, dato l’elevato numero di visualizzazioni registrate e i circa <strong>90 milioni di utenti russi</strong> per i quali YouTube rimane una delle poche fonti di informazione sulla guerra non colpite da censura.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Anche il ministro russo per lo sviluppo digitale e le comunicazioni <strong>Maksut Shadaev </strong>ha confermato la decisione del Cremlino:<span style="color: #000000;"> il </span><strong>Roskomnadzor</strong>, l’agenzia federale russa che si occupa di monitorare e controllare l&#8217;accesso ai mass media nel Paese, non bloccherà il sito di video-sharing, data la sua alta popolarità nel Paese. Una sorte diversa è toccata, invece, ai social media <strong>Facebook</strong> e <strong>Instagram</strong>, banditi in risposta ai divieti imposti ai media statali russi, e a<strong> Twitter</strong>, il cui accesso è stato limitato per lo stesso motivo.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: center;"><strong>Per saperne di più, continua a leggere su <a href="https://www.theguardian.com/technology/2022/may/22/youtube-ukraine-invasion-russia-video-removals" target="_blank">TheGuardian.com</a>.</strong></p>
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		<title>Pubblicità sostenibile: il web che inquina inverte la rotta</title>
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		<pubDate>Fri, 06 May 2022 14:38:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Piccolo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La sostenibilità è uno dei temi caldi del XXI secolo e sta generando sempre maggiore dibattito anche ai più alti livelli dell&#8217;industria pubblicitaria, tanto che ora molti dirigenti del settore ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="445" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/Hydrogen-Europe-mercato-CO2-800x445.jpg.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: hydronews.it" /></p><p>La <strong>sostenibilità</strong> è uno dei temi caldi del <strong>XXI secolo</strong> e sta generando sempre maggiore dibattito anche ai più alti livelli dell&#8217;industria pubblicitaria, tanto che ora molti dirigenti del settore riflettono sull’<strong>impatto ambientale</strong> dei loro prodotti. Anche il web advertising può nuocere gravemente all’ambiente in termini di emissioni, ma i dirigenti pubblicitari ora intravedono una possibile soluzione al problema attraverso nuove opportunità di business.</p>
<p><strong>Harriet Kingaby</strong>, co-presidente del <strong>Conscious Advertising Network</strong>, ha spiegato come l&#8217;ascesa di tecnologie come l&#8217;intelligenza artificiale abbia spinto numerosi venditori a riflettere su come il digitale stia influenzando gli impegni di Corporate Social Responsability (CSR o <strong>Responsabilità Sociale di Impresa</strong>), dei loro brand. <mark class='mark mark-yellow'>&#8220;Molte di queste tecnologie, come gli NFT, usano parecchio carbonio e, poiché vi ricorriamo sempre di più, è molto importante che il loro posizionamento pubblicitario non ne aumenti il carico&#8221;, ha affermato Kingaby citando uno studio dell&#8217;Università di Cambridge che testimonia come l&#8217;estrazione dei Bitcoin usi più elettricità di nazioni della dimensione di Argentina, Pakistan o Svezia.</mark><em><br />
</em></p>
<p>Il tema ha attirato l’attenzione di alcuni dei nomi più importanti del settore, come <strong>Brian O’Kelley</strong>, imprenditore di pubblicità sul web, che ha fatto della <strong>sostenibilità</strong> lo scopo centrale della sua ultima impresa, <a href="https://www.scope3.com/" target="_blank"><strong>Scope3</strong></a>. L&#8217;obiettivo è aiutare altre imprese a diminuire il proprio impatto ambientale, lavorando sulle componenti più nocive per l’ambiente. Il nome &#8220;Scope3&#8243; fa riferimento a una delle <a href="https://investiresponsabilmente.it/glossario/carbon-footprint/" target="_blank">classificazioni</a> utilizzate per misurare l&#8217;impronta di carbonio proposte dal <a href="https://ghgprotocol.org/" target="_blank"><strong>Greenhouse Gas Protocol</strong></a> e comprende tutte le forme di <strong>emissioni di Co2</strong> non comprese nella Scope1 e nella Scope2, tra cui quelle connesse all’attività di siti web e del mondo online. <mark class='mark mark-yellow'>Scope3 utilizza più dati per aiutare le aziende a misurare l&#8217;impronta di carbonio della loro attività. &#8220;Ci sono quattro componenti principali per le emissioni di una pagina web, – ha spiegato O&#8217; Kelley –: Il dispositivo, o il browser, l&#8217;energia emessa dalla trasmissione dei dati attraverso il 5G o il WiFi, il costo di produzione del contenuto, infine il targeting e gli analytics&#8221;.</mark></p>
<p>Secondo <strong>Kevin Flood</strong>, partner della società di investimenti <strong>First Party Capital</strong>, la razionalizzazione dei consumi energetici in termini di emissioni di carbonio porterebbe le aziende che avviano campagne pubblicitarie verso un risparmio economico. A prova del fatto che &#8220;pensare sostenibile&#8221; può rivelarsi anche conveniente.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Per saperne di più, continua a leggere su</strong> <a href="https://digiday.com/media/the-ad-experiences-that-consumers-find-most-annoying-are-also-bad-for-the-environment-the-business-case-for-sustainable-digital-advertising/" target="_blank">Digidaycom</a>.</p>
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