<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#" xmlns:ymaps="http://api.maps.yahoo.com/Maps/V2/AnnotatedMaps.xsd" >

<channel>
	<title>magzine &#187; violenza di genere</title>
	<atom:link href="http://www.magzine.it/tag/violenza-di-genere/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.magzine.it</link>
	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
	<lastBuildDate>Fri, 17 Apr 2026 07:23:35 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
		<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
		<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=4.0.35</generator>
	<item>
		<title>Educare è meglio che punire: come si combatte (davvero) la violenza di genere</title>
		<link>http://www.magzine.it/educare-e-meglio-che-punire-come-si-combatte-davvero-la-violenza-di-genere/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/educare-e-meglio-che-punire-come-si-combatte-davvero-la-violenza-di-genere/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 24 Mar 2025 16:20:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Diritto penale]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[femminicidi]]></category>
		<category><![CDATA[femminicidio]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[reato]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=79401</guid>
		<description><![CDATA[Il giorno precedente a una data significativa come l’8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, il governo italiano ha preso una decisione innegabilmente dettata da ragioni di opportunità politica: il Consiglio ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="683" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/50643454873_32fed17a75_b.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="50643454873_32fed17a75_b" /></p><p style="font-weight: 400;">Il giorno precedente a una data significativa come l’8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, il governo italiano ha preso una decisione innegabilmente dettata da ragioni di opportunità politica: il Consiglio dei Ministri ha dato il “via libera” a un disegno di legge che, tra le altre misure, dovrebbe portare all’introduzione di un autonomo reato di femminicidio punibile con l’ergastolo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Qualora la norma venisse approvata da Camera e Senato, nel nostro codice penale sarebbe introdotto un nuovo articolo, il<strong> 577-<em>bis</em></strong>, che, stando alla formulazione attualmente proposta, prevederebbe quanto segue:</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«<strong><em>Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di discriminazione o di odio verso la persona offesa in quanto donna o per reprimere l&#8217;esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà o, comunque, l&#8217;espressione della sua personalità, è punito con l&#8217;ergastolo</em></strong>».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Non che il fenomeno non sia ad oggi punibile: condotte di questo genere sono già incriminate a titolo di “omicidio” dall’articolo 575 del nostro codice penale. Non solo: già adesso è possibile applicare la pena dell’ergastolo in presenza di una delle circostanze considerate “aggravanti” previste dai successivi 576 e 577, tra cui rientrano, tra le altre, la commissione del reato nei confronti dell’ascendente, del discendente, del coniuge anche legalmente separato, dell’altra parte dell’unione civile o della persona stabilmente convivente. Manca, però, un’aggravante per i casi di omicidio nei confronti di una persona a cui si sia o si sia stati legati da una relazione anche se in difetto di convivenza. E neppure la disposizione proposta rimedia a questa lacuna.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nonostante il femminicidio sia quindi di fatto già punibile esattamente alla stessa maniera, il disegno di legge vorrebbe però introdurre una norma <em>ad hoc </em>che punisca puntualmente i casi di assassinio di una donna <strong>“in quanto donna”</strong>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ovviamente, se finora la prospettiva dell’ergastolo non è in alcun modo servita come deterrente, è facile dubitare che basti inserire una disposizione specifica per disincentivare il fenomeno. Anche perché, come spesso si osserva nel momento in cui si cerca di contrastare un reato aumentandone la pena, se fosse sufficiente aumentare la punizione per contrastare una condotta, basterebbe prevedere l’ergastolo per ogni delitto e cesserebbe di esistere ogni condotta delittuosa. Un inasprimento del regime carcerario non può essere un deterrente efficace, a maggior ragione per reati come quelli di violenza di genere: <mark class='mark mark-yellow'>«Un uomo che vuole fare del male a una donna sicuramente non si preoccupa prima di verificare quali siano le pene a cui va incontro – osserva l’<strong>avvocata</strong> <strong>Francesca Garisto, co-fondatrice dello Studio Lexa e vicepresidente dell’Associazione Casa delle Donne Maltrattate di Milano (CADMI)</strong> –. E poi per un femminicidio le pene sono già molto alte e non credo possa fare la differenza parlare di ventiquattro anni piuttosto che di un ergastolo»</mark>. Sulla stessa linea di pensiero si colloca anche <mark class='mark mark-yellow'><strong>Lorenzo Gasparrini, professore di Filosofia ed Etica e attivista femminista</strong>: «Il violento, il manipolatore, il femminicida non si ferma di fronte alla possibilità di una pena. Anzi, nella dinamica che porta a questo tipo di violenza non c&#8217;è proprio nella mente di chi la compie la possibilità della deterrenza dovuta al rischio penale»</mark>. Proprio sulla base di questi ragionamenti alcuni commentatori hanno iniziato ad additare la mossa del governo come “meramente propagandistica”.</p>
<p style="font-weight: 400;">Allo stesso tempo, però, è giusto chiedersi se questa scelta, benché strettamente politica, non possa comunque portare a dei risultati positivi, contribuendo a modificare la coscienza sociale e la percezione collettiva del problema. Ora che siamo “a bocce ferme”, in attesa della prosecuzione dell’iter legislativo, è proprio questo l’interrogativo su cui può valere la pena riflettere.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«Utilizzare il termine “femminicidio” è un passo importante dal punto di vista culturale perché in Italia ci sono molte persone che negano che esista il fenomeno di donne uccise in quanto donne – commenta <strong>Mariangela Zanni, consigliera nazionale di Di.Re.</strong> (Donne in Rete contro la Violenza), una rete nazionale fondata nel 2008 che raccoglie diversi centri antiviolenza italiani impegnati nel supporto e nella tutela delle donne vittime di violenza con lo scopo di combattere la violenza di genere e di offrire alle vittime un sostegno concreto</mark> –. Infatti, anche quando andiamo a svolgere i seminari di formazione dobbiamo sempre ricorrere ai dati del Ministero dell’Interno, che mostrano chiaramente che la maggioranza delle donne viene uccisa da parte di partner o ex familiari, mentre gli uomini vengono uccisi per lo più da sconosciuti». Aggiunge Zanni: «L’introduzione della norma, però, non basta: innanzitutto bisognerà vedere quale sarà la sua interpretazione da parte dei tribunali, dato che, spesso, nel momento in cui le donne si affidano alla giustizia, la violenza maschile non viene riconosciuta; inoltre, è necessario che questa questa interpretazione si accompagni alla formazione di chi dovrà applicare la norma stessa».</p>
<p style="font-weight: 400;">Proprio questa è la critica più aspra avanzata contro la riforma: la norma si concentra sul fatto compiuto, quando ci si dovrebbe invece focalizzare su “ciò che viene prima”, per cercare di estirpare alla radice la causa che porta a tutta questa violenza.</p>
<p style="font-weight: 400;">«Introdurre un reato è un segnale forte, ma non va nella direzione giusta perché bisogna agire non sull’azione già avvenuta, ma sull’aspetto preventivo, educativo. Spesso le persone ricorrono alla violenza perché non sanno come risolvere in altro modo le crisi. Bisognerebbe invece fornire loro strumenti diversi per riequilibrare in altro modo le situazioni critiche – sostiene il professore Gasparrini –. Certamente si tratta di una strada più lunga e complessa, che dà risultati a lungo termine, non spendibili nella prossima campagna elettorale, ed è per questo che la politica non sostiene la via intrapresa dal governo». Anzi, secondo chi lavora a stretto contatto con i centri antiviolenza, come la consigliera Zanni, il governo nega l’importanza dell&#8217;aspetto formativo che può aiutare a prevenire il reato: <mark class='mark mark-yellow'>«In realtà, introdurre dei percorsi di studio l&#8217;educazione al rispetto, alle differenze, all’affettività sarebbe l’antidoto per migliorare il rapporto tra uomini e donne: infatti, quando noi, nei diversi contesti scolastici o lavorativi in cui svolgiamo i nostri corsi di formazione, induciamo le persone a riflettere sugli stereotipi, i miti, i luoghi comuni, notiamo che si aprono degli spazi di dialogo che producono alcuni piccoli cambiamenti – commenta –. Soltanto in questo modo potrebbe diminuire l’incidenza non soltanto del reato di femminicidio, ma anche della violenza generica sulle donne».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Al riguardo, è poi fondamentale una riflessione ulteriore: per prendere coscienza del problema e cercare di risolverlo, <strong>non è necessario uno stravolgimento della vita delle persone</strong>. Lo sottolinea, ancora una volta, Lorenzo Gasparrini: «Tanti uomini ma anche tante donne immaginano di dover stravolgere il modo in cui concepiscono le relazioni: ma non è questo che viene chiesto loro. Si tratta di utilizzare altri modelli, altre immagini, altre formule linguistiche. Lo stesso vale anche per i discorsi che facciamo sui nostri corpi, relativi ai criteri di bellezza e di bruttezza, ma anche di salute legata alle nostre dimensioni, alle nostre parti &#8220;misurabili&#8221;; sono ragionamenti che plasmano l’idea che l’unico modo possibile per avere delle relazioni soddisfacenti sia avere un certo tipo di corpo». Per il docente è importante capire che i concetti di “romanticismo tossico” e “possesso” a cui siamo abituati nel momento in cui parliamo di relazioni, sono in realtà dei “campanelli di allarme” quando appaiono come gli unici modi possibili per concepirle. Il fatto che siano concepiti come lo “standard” inevitabilmente porta con sé molti retaggi culturali, gli stessi che ostacolano le donne che provano a chiedere aiuto. È risaputo che le vittime che confidano di subire qualche vessazione, magari anche da parte dei propri familiari, spesso si trovano messe in dubbio, perché la nostra cultura nasconde ancora il subdolo pensiero che la violenza possa essere giustificata o esser stata anche solo “provocata”. «Molte volte la donna si vede accusata di star esagerando, o di essersela in qualche modo cercata, e questo la disincentiva dal parlarne di nuovo, con il risultato che, anche qualora decidesse poi di procedere legalmente, non avrà alcun testimone in grado di sostenere il suo racconto – nota Mariangela Zanni –. La società deve essere educata a non minimizzare e colpevolizzare,e  i media devono prestare attenzione a come impostano la loro narrazione su questi casi. Inoltre, il personale che gestisce le richieste di aiuto delle donne deve essere adeguatamente formato per aiutare le vittime a decifrare le situazioni tossiche in cui si trovano e a dar loro la forza di uscirne». A maggior ragione, una formazione ulteriore del personale preposto risulterebbe ancor più necessaria con l’entrata in vigore del 577-<em>bis</em>, considerato che la norma incarica il giudice di valutare se effettivamente la vittima sia stata uccisa «in quanto donna e per l’odio determinato dal fatto di essere donna». Posto che, come osserva l’avvocata Garisto, «il rischio è che questa discrezionalità sposti il focus sulle donne e quindi che si scandagli il loro comportamento: come si sono vestite, come hanno parlato, che abitudini sessuali avevano, e così via».</p>
<p style="font-weight: 400;">Ad incidere negativamente ci sono anche i tempi della burocrazia italiana: «Spesso le donne vivono per mesi nella paura o sono costrette a nascondersi nelle case-rifugio o in case di emergenza, sradicando da un giorno all’altro sé e i loro figli dalla loro abitazione, dove hanno stanza affetti e amicizie», osserva ancora la consigliera Di.R.E. Ci sono realtà come la procura di Milano che stanno cercando di rimediare in tal senso, triplicando il numero di pubblici ministeri che si occupano di reati di violenza di genere, ma un’eventuale velocizzazione delle indagini non basta, specie quando si viene poi indirizzati per il dibattimento verso alcune sezioni del tribunale che, inspiegabilmente, operano con maggior lentezza, come evidenzia l’avvocata Garisto: «Non è chiaro da cosa dipendano le diverse tempistiche, ma quel che è certo è che i tempi restano disarmanti, salvo che l’imputato sia detenuto: in tal caso, in onore del suo “sacrosanto” diritto ad essere giudicato il prima possibile, allora la definizione del procedimento si velocizza».</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Gli eventuali atteggiamenti svalutanti portati avanti da personaggi non debitamente formati e da processi interminabili causano un fenomeno tipicamente definito “<strong>vittimizzazione secondaria</strong>”, che di fatto è l&#8217;ostacolo che scoraggia maggiormente le donne dall’intraprendere un percorso giudiziario. «Purtroppo bisogna aver coraggio per denunciare e non sempre tutte in quel momento hanno la forza perché la vittimizzazione secondaria è un rischio contro il quale bisogna combattere “attrezzate”, con figure capaci. Può diventare fondamentale rivolgersi a centro antiviolenza, a professionisti specializzati, a reti di sostegno», sottolinea la legale.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Dare alle donne la possibilità di ricevere maggiore attenzione e di essere aiutate in tempi più brevi, le incentiverebbe a rivolgersi alla magistratura, più di quanto non facciano adesso. <mark class='mark mark-yellow'>«Secondo i dati attuali solo il 5% delle donne che subisce violenza ricorre a un centro di sostegno: di solito si tratta di situazioni che vanno avanti da cinque o sei anni e che sono state perpetrate da un partner ancora attuale o del loro passato – spiega Zanni –.  Tra queste donne, poi, soltanto una su tre decide di sporgere querela e quindi intraprendere un percorso giudiziario»</mark>. Tipicamente si tratta di donne tra i 30 e i 50 anni e con figli minorenni, una complessità che aggrava la situazione, dato che nel nostro Paese vige il diritto del minore di continuare ad avere un rapporto con il padre, nonostante possa essere l’autore di violenze sulla madre. Di solito si tratta poi di donne con un reddito medio-basso o disoccupate e, dunque, prive dell’autonomia economica che consentirebbe loro di uscire con più facilità dalla situazione in cui si trovano.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ad oggi, sembra impossibile rinunciare ai centri antiviolenza. Su questo aspetto, però, non è stato previsto alcun potenziamento: il loro numero è stabile da qualche anno e i finanziamenti nazionali sono unicamente destinati al mantenimento delle strutture già esistenti. I finanziamenti risultano peraltro insufficienti: «Da due anni riceviamo la stessa cifra, 55 milioni, nonostante le richieste siano aumentate. E poi c’è una grande differenza a livello di gestione territoriale, perché lo Stato stanzia i fondi proporzionalmente tra le varie regioni, che decidono poi come destinarli ai centri – spiega la consigliera Di.R.E. –. Ma, se ci sono realtà virtuose come il Veneto che provvedono alla distribuzione dei fondi in un paio di anni, altre sono ben diverse. E poi non c’è omogeneità perché è possibile che si decida di erogare i fondi soltanto verso centri antiviolenza pubblici, oppure verso altri tipi di attività». <mark class='mark mark-yellow'>Al contempo, dai dati sembra emergere una certa carenza di case-rifugio per le quali, però, non è stato istituito alcun fondo speciale. Commenta Zanni: «In realtà, nella finanziaria del 2023 c&#8217;era il cosiddetto “tesoretto delle opposizioni” che doveva essere destinato anche all’apertura di nuove case rifugio, ma finora non c’è stato alcun stanziamento. Quei milioni non li abbiamo mai visti».</mark></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/educare-e-meglio-che-punire-come-si-combatte-davvero-la-violenza-di-genere/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>CENTRI DI ASCOLTO PER UOMINI MALTRATTANTI: COSì SI PREVIENE LA VIOLENZA DI GENERE</title>
		<link>http://www.magzine.it/centri-di-ascolto-per-uomini-maltrattanti-cosi-si-previene-la-violenza-di-genere/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/centri-di-ascolto-per-uomini-maltrattanti-cosi-si-previene-la-violenza-di-genere/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 13 Mar 2025 07:54:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Serena Curci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Ferrara]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=79099</guid>
		<description><![CDATA[«Lo scorso anno si sono rivolti a noi oltre sessanta uomini autori di violenze: il nostro obiettivo è lavorare sulla prevenzione per ridurre i casi di maltrattamenti sulle donne», spiega Alessandra ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/guy-2617866_1280.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="guy-2617866_1280" /></p><p><span style="font-weight: 400;">«Lo scorso anno </span><b>si sono rivolti a noi oltre sessanta uomini autori di violenze</b><span style="font-weight: 400;">: il nostro obiettivo è </span><b>lavorare sulla prevenzione per ridurre i casi di maltrattamenti sulle donne</b><span style="font-weight: 400;">», spiega Alessandra Frenza, sociologa e operatrice del </span><b>Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti </b><span style="font-weight: 400;">(CAM) di Ferrara. Ogni giorno, all’interno di questa struttura, psicologi e volontari si occupano di sostenere gli uomini che, dopo aver preso consapevolezza dei propri atteggiamenti abusanti, intraprendono un percorso per </span><b>decostruire le logiche patriarcali </b><span style="font-weight: 400;">sistematicamente applicate nella quotidianità. Molte di queste persone realizzano che il concetto di maltrattamento è profondamente complesso e stratificato e che i soprusi hanno volti differenti: la minaccia verbale o la cieca gelosia danneggiano la psiche e lo spirito tanto quanto uno spintone o uno schiaffo. Un assunto confermato dai dati del 2024 diffusi da Istat: </span><b>oltre il 35% delle donne che ha contattato il  1522 &#8211; il numero antiviolenza e antistalking &#8211; ha denunciato una vessazione psicologica subita dal proprio partner o ex partner</b><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Il primo CAM è nato nel 2009 a Firenze, mentre la sede di Ferrara si è costituita nel 2014</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quello di Ferrara, però, non è l’unico centro, anzi in Italia se ne contano oltre novanta: il primo è stato fondato a Firenze nel 2009 e si è costituito come associazione nel 2019. «Molte strutture antiviolenza supportano le donne che per anni hanno subito vessazioni di ogni genere &#8211; spiega Frenza -. </span><b>Ma per noi è fondamentale operare in maniera attiva anche sugli autori di questi maltrattamenti</b><span style="font-weight: 400;">, partendo dalla prevenzione e, in questo modo, scardinando il concetto di mascolinità tossica». L’obiettivo è dare agli uomini i corretti strumenti per accogliere e gestire in maniera positiva sentimenti complessi, come la rabbia, la frustrazione oppure il senso di rifiuto. «All’inizio organizziamo dei colloqui singoli: è importante capire la storia e le criticità della figura che abbiamo di fronte a noi &#8211; racconta l’operatrice -. Poi si passa alle attività di gruppo ed è questa la fase più delicata: in questo momento molti dei partecipanti realizzano che il loro atteggiamento danneggia se stessi e le persone che hanno intorno». </span><b>Ed è proprio il confronto diretto con gli altri uomini a giocare un ruolo centrale nel percorso di reintegrazione sociale</b><span style="font-weight: 400;">: «Per molti, </span><b>ascoltare la storia degli altri è un po’ come guardarsi allo specchio senza trucchi o inganni</b><span style="font-weight: 400;"> &#8211; spiega Alessandra Frenza -. Diventa un viaggio introspettivo per rafforzare l’autoconsapevolezza e darsi la possibilità di riflettere criticamente sulle proprie scelte di vita». </span></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«All’inizio organizziamo dei colloqui singoli e poi si passa alle attività di gruppo: ascoltare la storia degli altri è un po’ come guardarsi allo specchio senza trucchi o inganni», <span style="font-weight: 400;">spiega Alessandra Frenza, operatrice del CAM di Ferrara</span></span></p>
<p><b>L’introduzione del Codice Rosso</b><span style="font-weight: 400;"> &#8211; la legge approvata nel 2019 che inasprisce le pene per gli autori di violenze, atti persecutori e maltrattamenti &#8211; </span><b>ha incrementato l’affluenza di uomini all’interno dei CAM di tutta Italia</b><span style="font-weight: 400;">. Questo è un cambio di passo che mette a dura prova queste strutture, solitamente abituate ad accogliere coloro che volontariamente chiedono aiuto e sono, di conseguenza, molto più aperti al dialogo. Per psicologi e volontari si tratta di una vera e propria sfida: «</span><b>Chi arriva da noi su richiesta di un giudice non sempre ha la volontà di iniziare questa esperienza</b><span style="font-weight: 400;"> ma è semplicemente costretto a farlo  &#8211; spiega Frenza -. In più, secondo la legge, </span><b>il loro percorso deve durare un anno</b><span style="font-weight: 400;">: </span><b>si tratta di un tempo brevissimo per lavorare su se stessi</b><span style="font-weight: 400;">». Gran parte delle esperienze, però, si conclude positivamente ed esiste una sola prova del nove: «</span><b>Capiamo che il nostro lavoro ha dato i suoi frutti quando queste persone, relazionandosi con altri uomini, portano sul piano pratico ciò che hanno appreso qui dentro</b><span style="font-weight: 400;"> &#8211; racconta Alessandra Frenza -. Perché è proprio quando si è in gruppo che la mascolinità tossica raggiunge il suo apice. In molti si trovano costretti a indossare una maschera e a comportarsi </span><b>non come </b><b><i>vorrebbero </i></b><b>ma come </b><b><i>dovrebbero </i></b><b>secondo certi schemi sociali</b><span style="font-weight: 400;">». </span></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>A Torino, invece, da oltre vent&#8217;anni opera il &#8220;Cerchio degli uomini&#8221;: un&#8217;associazione che riflette sugli stereotipi di genere e sulle diverse modalità per abbatterli</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La volonta&#8217; di combattere gli stereotipi di genere e&#8217; condivisa dall’</span><b>associazione torinese “Cerchio degli uomini”</b><span style="font-weight: 400;">. Il gruppo &#8211; che da tempo lavora a stretto contatto con i CAM di tutta Italia &#8211; organizza eventi e iniziative con l’obiettivo di superare e abbattere un modello di vita maschilista ormai in contrasto con la società moderna. </span><span style="font-weight: 400;">«In molti pensano che la violenza verso le donne nasca solo all’interno di contesti difficili, ma la realtà è ben diversa &#8211; spiega Roberto Poggi, tra i fondatori del gruppo -. </span><b>La cultura patriarcale è ancora salda tra le mura delle nostre case, indipendentemente dal nostro status sociale</b><span style="font-weight: 400;">: </span><b>sono i nostri gesti, le reazioni che abbiamo e le risposte che pretendiamo dagli altri a essere pregni di mascolinità tossica</b><span style="font-weight: 400;">». E così, da oltre vent’anni, un gruppo di uomini si ritrova in cerchio per analizzare le proprie azioni e riflettersi negli occhi di chi ha di fronte. «Qui ogni tabù viene infranto: l&#8217;obiettivo è toccare le corde più profonde e nascoste di ognuno di noi &#8211; aggiunge Poggi -. Questi incontri segnano un’apertura e una comprensione sincera delle proprie fragilità e del proprio vissuto». </span><b>E il cerchio, pian piano, si è allargato sempre di più: con il passare del tempo, infatti, si sono aggiunti anche tanti uomini autori di violenza</b><span style="font-weight: 400;">: persone che, per la prima volta, hanno deciso di mettere in dubbio le proprie scelte di vita. «Durante questi momenti, molti dei partecipanti sono scoppiati in lacrime e si sono aperti senza filtri o censure &#8211; racconta Poggi -. In piedi, davanti a tutti, hanno gettato a terra la corazza pregna di stereotipi e mascolinità tossica che per anni li ha accompagnati come un’ombra». Il “Cerchio degli uomini” accoglie anche tante persone segnalate dal Codice Rosso e con loro, abbattere il muro di resistenza, è molto più difficile: «</span><b>Molti autori di violenza minimizzano o negano le loro azioni</b><span style="font-weight: 400;"> &#8211; spiega il fondatore -. Loro non sono così diversi dagli uomini che incontriamo per strada o persino da me stesso. </span><b>Non mi sento migliore degli altri o deresponsabilizzato solo perché non commetto gesti estremi</b><span style="font-weight: 400;">: </span><b>mi considero in perenne fase di decostruzione e, forse, è proprio il costante lavoro su se stessi la via per una maggiore equità e rispetto tra uomini e donne</b><span style="font-weight: 400;">».</span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/centri-di-ascolto-per-uomini-maltrattanti-cosi-si-previene-la-violenza-di-genere/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;omicidio Cecchettin si chiude con l&#8217;ergastolo per Turetta: cosa ci dice questa sentenza</title>
		<link>http://www.magzine.it/lomicidio-cecchettin-si-chiude-con-lergastolo-per-turetta-cosa-ci-dice-questa-sentenza/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/lomicidio-cecchettin-si-chiude-con-lergastolo-per-turetta-cosa-ci-dice-questa-sentenza/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 04 Dec 2024 15:53:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Cecchettin]]></category>
		<category><![CDATA[condanna]]></category>
		<category><![CDATA[ergastolo]]></category>
		<category><![CDATA[femminicidi]]></category>
		<category><![CDATA[femminicidio]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Turetta]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia Cecchettin]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
		<category><![CDATA[processi]]></category>
		<category><![CDATA[Turetta]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=75838</guid>
		<description><![CDATA[«La mia sensazione è che abbiamo perso tutti come società: come essere umano mi sento sconfitto. Come papà non è cambiato nulla, non sono né più sollevato né più triste ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/12/Giulia-Cecchettin.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Giulia Cecchettin" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«<strong>La mia sensazione è che abbiamo perso tutti come società: come essere umano mi sento sconfitto. Come papà non è cambiato nulla, non sono né più sollevato né più triste rispetto a ieri o a domani. Nessuno mi darà indietro Giulia</strong>». Al di fuori dell’aula del Tribunale di Venezia, Gino Cecchettin, padre di Giulia, commenta così la sentenza con cui la Corte di Assise ha appena condannato all’ergastolo Filippo Turetta per l’omicidio della sua ex fidanzata, avvenuto l’11 novembre 2023</mark>. Dopo una camera di consiglio durata più di cinque ore, <strong>la giuria ha deciso di accogliere la richiesta di ergastolo avanzata dal pubblico ministero, Andrea Petroni, riconoscendo anche la premeditazione del delitto</strong>. Una circostanza che l’accusa ha sostenuto essere inequivocabile alla luce di alcuni elementi: la lista di oggetti da acquistare redatta da Turetta pochi giorni prima dell’omicidio, la presenza all’interno della sua vettura di due coltelli e di tutto quanto occorresse per rapire la ragazza, l’insolito prelievo effettuato al bancomat poco prima, nonché le dichiarazioni rese dall’imputato nel suo interrogatorio: «Prima di riaccompagnarla a casa mi sono fermato con la macchina in un parcheggio perché volevo stare insieme e allungare il tempo prima di toglierle la vita, perché comunque a questa cosa ci avevo pensato». Al contrario, sono state escluse le aggravanti della crudeltà e degli atti persecutori, per ragioni che diventeranno chiare con la pubblicazione delle motivazioni, entro novanta giorni. La pronuncia, a poco più di un anno dalla morte della ragazza, ha messo la parola “fine” al processo di primo grado, un iter iniziato il 23 settembre con la formula del giudizio immediato, un procedimento speciale che consente un passaggio diretto dalle indagini preliminari al dibattimento, senza udienza preliminare.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Nel corso di quest’anno, la vicenda ha assunto una rilevanza fortissima, divenendo emblema di quanto la nostra società sia ancora permeata e avvelenata dalla <strong>violenza di genere</strong> e dal <strong>patriarcato</strong></mark>. Giulia è stata sin da subito raccontata in tutta la sua semplicità e altruismo attraverso le parole lucide e decise della sorella Elena e il composto dolore del padre Gino, suscitando un’empatia popolare al di fuori di ogni previsione. La vicenda ha consentito di dare una spinta ulteriore alla battaglia contro i femminicidi, trasformando il tradizionale silenzio del lutto con il “rumore” richiesto dalla sorella: al funerale della ragazza erano in 10mila i presenti in piazza che, con applausi e campanacci, hanno voluto dimostrare che il momento di tacere è finito. <mark class='mark mark-yellow'>«Non bisogna osservare un minuto di silenzio, ma fare rumore perché è con il rumore che si combatte la violenza di genere», sono state allora le parole di Elena</mark>. La scelta della famiglia è stata portata avanti anche il 25 novembre 2024, nella Giornata internazionale per l&#8217;eliminazione della violenza contro le donne, in cui l&#8217;intergruppo dei deputati per le Donne, i Diritti e le Pari opportunità, guidate dalla coordinatrice Laura Boldrini, ha deciso di osservare un minuto di rumore alla Camera, in presenza di papà Gino, seduto in prima fila, pochi giorni dopo la presentazione della <strong><em>Fondazione Giulia Cecchettin</em></strong>. Intanto, da un anno, nelle piazze sono migliaia le donne che decidono di utilizzare il volto e il nome di Giulia come slogan per la lotta al patriarcato, al grido di “Per Giulia, per tutte, non una di meno”.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>La sorella della vittima, Elena Cecchettin: «Non bisogna osservare un minuto di silenzio, ma fare rumore perché è con il rumore che si combatte la violenza di genere»</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>In aula, l’iter processuale ha cercato di ricostruire l’intera vicenda, scandagliando tutti gli aspetti della vita privata dei protagonisti, attraverso audio, foto, messaggi, lettere e, soprattutto, l’interrogatorio dell’imputato.</strong> Un passaggio del dibattimento da cui l’accusato avrebbe potuto decidere di astenersi e che la difesa ha cercato di interpretare come un evidente segno di pentimento, ma da cui è emerso un quadro opaco della vicenda. Filippo, in lacrime, ha ricostruito quanto successo in maniera poco chiara, con evidenti eclissi logiche: da un lato emerge la gelosia nei confronti di Giulia e dei suoi affetti, intrecciata alla paura di perderla; dall’altro, la voglia di vendetta e di infliggere sofferenza a una ragazza per cui nutriva una dipendenza affettiva morbosa; sullo sfondo, c&#8217;è la ricostruzione sfocata dell’aggressione, accennata come un ricordo: «Avevo il coltello in mano e, a un certo punto, c’era solo il manico quindi deve essersi rotto oppure devo averla colpita». Il processo ha ricostruito il rapporto tra i due, nato tra i banchi di ingegneria dell’<strong>Università di Venezia, </strong>presto trasformatosi in relazione, durante il secondo anno di corso, nel <strong>gennaio 2022</strong>. Un fidanzamento che Giulia decide di interrompere la prima volta il 16 marzo 2023 per l’eccessiva dipendenza e ossessione di Filippo, invidioso di qualsiasi scelta di vita della ragazza in cui lui non fosse incluso. Già questa rottura scatena quello che il pubblico ministero ha definito un «martellante atteggiamento dell’imputato per riconquistarla, sostenendo di essere cambiato, di essere sofferente e di non aver più voglia di vivere». Dopo una breve separazione di tre mesi, in cui i due continuano a sentirsi e frequentarsi con amici comuni, la relazione riprende, per poi interrompersi definitivamente nel luglio 2023. Ma anche questa volta i due continuano a vedersi, perché l’atteggiamento di Filippo attanaglia Giulia in un senso di colpa che non le permette di allontanarsi, come lei stessa racconta alle amiche in un audio whatsapp che dopo la morte della ragazza ha avuto una diffusione virale: «Non ce la faccio più a stare dietro a Pippo. Vorrei che lui, almeno per un periodo, sparisse. Solo che a lui non posso scriverlo, perché credo che darebbe di matto. Mi dice che non trova più un senso per andare avanti, che pensa solo ad ammazzarsi. Non credo lo farebbe, però il rischio c’è. E il fatto che potrebbe essere colpa mia mi uccide».</p>
<p style="font-weight: 400;">È la stessa Giulia a invitare Filippo a uscire l’<strong>11 novembre</strong>: i due passano il pomeriggio assieme al centro commerciale <em>La Nave de vero</em>, poi la cena da McDonald’s. Un pomeriggio “tranquillo”, secondo il memoriale di Turetta, ma che appare tutt’altro che sereno dalla visione delle telecamere del luogo: l’accusa interpreta le immagini come scene di minacce ossessive nei confronti di Giulia, rimproverata perché sta utilizzando il cellulare durante il tempo assieme; Filippo non smentisce. A fine serata, di ritorno verso la casa di Giulia a <strong>Vigonovo,</strong> la Punto nera di lui si ferma a piazza Moro, dove i due discutono: <mark class='mark mark-yellow'>«Abbiamo litigato sempre per la possibilità di tornare insieme o comunque avere un rapporto molto stretto. Le dicevo: “Ho bisogno di te, non ce la faccio, mi ammazzo se non mi dai un’altra possibilità. Lei giustamente ha reagito malissimo”»,</mark> racconta Turetta. La litigata continua fuori dalla vettura e la scena viene vista da un vicino di casa che avvisa immediatamente il 112: «Salve, chiamo da Vigonovo, dal balcone di casa mia: ho appena assistito a una scena di un ragazzo che picchiava una ragazza. Lei è uscita dalla macchina, una Grande Punto mi sembra, e gridava aiuto… poi è caduta a terra e lui l’ha presa a calci, però se ne stanno andando in questo momento». È nella <strong>zona di Fossò</strong> che il cellulare di Giulia aggancia per l’ultima volta una cella telefonica e proprio qui le telecamere registrano i suoi ultimi fotogrammi, mentre lei cerca di scappare, finché non viene raggiunta da Filippo, che la fa cadere e la carica in auto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dopo alcuni giorni di attesa, in cui le famiglie restano con il fiato sospeso nella speranza di un finale diverso, il corpo della ragazza viene ritrovato nei pressi del lago di Barcis, in provincia di Pordenone. Il giorno successivo, Filippo, da giorni in fuga in Germania, viene catturato in autostrada a <strong>Lipsia</strong> ed estradato in Italia. Il ritrovamento avviene in maniera quasi casuale, quando un automobilista chiama la polizia per allertarla del pericolo: nella corsia di emergenza c’è un’auto a fari spenti, al buio. Si tratta della macchina di Turetta, senza benzina. Qualche giorno dopo, la confessione dell’omicidio. Un gesto dettato da una logica tipica dei femminicidi: “se non sei mia, non sarai di nessun altro, nemmeno tua”. Racconta Turetta: <mark class='mark mark-yellow'>«Perché ho ucciso Giulia non so dirlo semplicemente con un motivo: volevo tornare insieme ma lei non voleva; quindi, la incolpavo del fatto che io non riuscissi a portare avanti la mia vita. E poi volevo che il nostro destino fosse lo stesso per entrambi perché pensavo: “se soffro io, devi soffrire anche tu”»</mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Il gesto di Turetta ricalca una logica comportamentale tipica dei femminicidi che corrisponde al pensiero “se non sei mia, non sarai di nessun altro, nemmeno tua”</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Dopo la sentenza di ieri, la vicenda è ormai conclusa, ma solo giuridicamente. Giulia continua a vivere, attraverso la fondazione, attraverso la lotta al patriarcato e alla violenza di genere. La decisione dei giudici non è altro che un passaggio obbligato, una tappa di un percorso che non può e non deve terminare qui. Non c’è nessun punto di arrivo, ma solo la consapevolezza della necessità di mettersi in discussione e di ripensare al sostrato culturale che caratterizza la nostra società e il suo funzionamento. La storia di Giulia non è un traguardo ma un monito, il motore propulsore di un cambiamento su cui si deve lavorare ancora infinitamente. A evidenziarlo, con il suo dolore sempre composto, è stato, ancora una volta, Gino Cecchettin, appena dopo la lettura del dispositivo: <mark class='mark mark-yellow'>«È stata fatta giustizia e la rispetto, però penso che dovremmo fare di più come esseri umani. <strong>La violenza di genere non si combatte con le pene ma con la prevenzione, insegnando concetti che sono forse un po’ troppo lontani. Oggi era una tappa dovuto ma ora si cerca di andare avanti e di guardare al futuro</strong>. Il percorso si fa su altri temi, su altri banchi. Aiutateci e aiutiamoci nel percorso da fare insieme. C&#8217;è tanto da fare»</mark>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/lomicidio-cecchettin-si-chiude-con-lergastolo-per-turetta-cosa-ci-dice-questa-sentenza/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Violenza di genere nello sport: i casi ci sono, non si abbassi la guardia</title>
		<link>http://www.magzine.it/violenza-di-genere-nello-sport-i-casi-ci-sono-non-si-abbassi-la-guardia/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/violenza-di-genere-nello-sport-i-casi-ci-sono-non-si-abbassi-la-guardia/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 27 Nov 2024 08:24:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Bertolini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[femminicidi]]></category>
		<category><![CDATA[sport]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=75557</guid>
		<description><![CDATA[Ci sentiamo sempre sicuri nel nostro circolo, nelle nostre palestre o nei nostri centri sportivi rincorrendo quel sogno chiamato professionismo. Soprattutto ci capita da bambini: a quell’età abbiamo ancora l’immaginazione ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="802" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/11/1628376730-olimpiadi-8agosto-discovery-rai.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="1628376730-olimpiadi-8agosto-discovery-rai" /></p><p>Ci sentiamo sempre sicuri nel <strong>nostro circolo, nelle nostre palestre o nei nostri centri sportivi</strong> rincorrendo quel sogno chiamato <strong>professionismo</strong>. Soprattutto ci capita da bambini: a quell’età abbiamo ancora l’immaginazione per sognare risultati che in pochi riescono a raggiungere, a trovare nello sport quello <strong>svago</strong> e quel <strong>divertimento</strong> che per un paio d’ore ci fa dimenticare tutto il peso della giornata appena passata. Per molti, ma soprattutto per molte, quelle due ore possono trasformarsi in un <strong>incubo ad occhi aperti</strong> a causa dei numerosi <strong>episodi di violenza</strong> che, purtroppo, caratterizzano questo mondo. <mark class='mark mark-yellow'>Un mondo che dovrebbe regalare spensieratezza ma che, a volte, ti deruba della tua parte più pura fin da bambina.</mark> Sì, perché proprio nella fase infantile avvengono molti degli episodi di violenza:<strong> fisica o psicologica</strong> poco importa, sono questi che ci segneranno per sempre fino ad abbandonare lo sport che tanto amiamo, che tanto abbiamo idealizzato.</p>
<p>Secondo il rapporto 2023 di <a href="https://www.sport.governo.it/media/tnyji12g/indagine-violenza-sport-change-the-game-02-11-23.pdf" target="_blank">Change The Game</a> sugli abusi nello sport, il <strong>37,1%</strong> del campione di donne intervistate ha affermato di aver subito <strong>almeno una forma di violenza</strong>, mentre il <strong>33,1%</strong> ha dichiarato di aver subito <strong>violenza psicologica</strong>. Ma i dati più allarmanti sono altri perché il <strong>62,3% delle donne non ha chiesto né ricevuto aiuto</strong> e il<strong> 37,4%</strong> delle ragazze che hanno subito abusi <strong>ha abbandonato il mondo dello sport</strong>. Nella lettura del rapporto emerge come la maggior parte delle violenze avviene da parte delle figure di cui uno sportivo si dovrebbe fidare ciecamente: <strong>un allenatore o un’allenatrice</strong>. &#8220;Lei aveva un modello, <strong>dovevi avere un certo fisico</strong>, le gambe fatte in un certo modo e quindi, se non riuscivi, era perché non eri come loro. Mi diceva: «Guarda che belle gambe hanno le altre»&#8221;<em>. </em>Questa è una delle tante dichiarazioni che si possono leggere in questo dossier.</p>
<p><a href="https://www.magzine.it/violenza-di-genere-nel-2024-i-numeri-italiani/" target="_blank">Magzine</a> ha cercato di raccogliere <strong>alcune testimonianze</strong>, mantenendo l’anonimato delle testimoninze. Sulla scia delle <strong>violenze psicologiche</strong> una ragazza di 22 anni ci ha scritto: “Spesso le ragazze e i ragazzi particolarmente giovani sono soggiogabili. <mark class='mark mark-yellow'>Vengono puntati quelli più introversi, riflessivi e insicuri.</mark> Ho costruito una relazione di profonda fiducia con questa persona che più di chiunque altro ha ascoltato. <strong>Gli adulti chiedono, fanno domande e creano spazi che nessun altro ti dà a quell&#8217;età</strong>. […] Non è mai diventato nulla di più dal mio punto di vista, perché non sarei stata in grado di immaginare di più. […] La verità è che chiunque si può fare strada se si è soli e io lo ero. Quando si è piccoli certe cose non si possono capire: <strong>adesso che sono più grande ho realizzato tutto</strong>.”</p>
<p>Succede anche tra gli <strong>adulti</strong>: non ultimo il caso delle<strong> farfalle azzurre della ginnastica, reso noto</strong> <strong>all’opinione pubblica per le nuove accuse dopo l’archiviazione della prima denuncia contro Emanuela Maccarani, commissaria tecnica azzurra.</strong> Proprio nella giornata del <a href="https://www.corriere.it/sport/24_novembre_25/abusi-ginnastica-basta-corradini-accuse-indagine-0d8c75c6-b98d-468b-9d5b-93bfcd0baxlk.shtml?refresh_ce" target="_blank">25 novembre</a> <strong>Anna Basta e Nina Corradini</strong>, in occasione di una conferenza stampa con gli organi associativi di <strong>Change The Game</strong> hanno illustrato, con il sostegno dei loro legali, come queste denunce si stiano configurando come le più pesanti e documentate nelle sedi della giustizia sportiva italiana. Intercettazioni, <strong>insulti alle ginnaste e l’ansia costante di depotenziare le indagini</strong> sono le prove a favore dell’accusa. “L’atteggiamento e le parole usate nei dialoghi tra gli intercettati provocano <strong>stupore e profonda vergogna</strong> in tutti noi che li abbiamo letti”, conferma <strong>Daniela Simonetti</strong>, fondatrice dell’associazione.</p>
<p>Seguiranno, sicuramente, ulteriori sviluppi. Se guardiamo al <strong>panorama internazionale</strong>, però, non possiamo non pensare anche alle <strong>atlete kenyote</strong>. Come riporta <a href="https://www.nytimes.com/athletic/5915075/2024/11/16/olympics-athletes-kenya-cheptegei/?searchResultPosition=1" target="_blank">The Athletic</a> sono <strong>quattro i femminicidi commessi nei confronti di atlete olimpioniche</strong>. L’ultimo quello di <strong>Rebecca Cheptegei</strong>, uccisa brutalmente dall’ex-compagno dopo una disputa finanziaria. Perché funziona proprio così in questa porzione di mondo: le atlete fanno parte di un’élite che guadagna molto di più rispetto alla media e <strong>non è raro che vengano avvicinate da uomini che in principio si fingono allenatori</strong>. Quando la maschera cade, cominciano i ricatti, le violenze psicologiche e poi quelle fisiche, fino a sfociare, come in questi casi, in <strong>brutali femminicidi</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/violenza-di-genere-nello-sport-i-casi-ci-sono-non-si-abbassi-la-guardia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Colombia: la lotta contro i matrimoni infantili tra progresso legislativo e barriere culturali</title>
		<link>http://www.magzine.it/colombia-la-lotta-contro-i-matrimoni-infantili-tra-progresso-legislativo-e-barriere-culturali/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/colombia-la-lotta-contro-i-matrimoni-infantili-tra-progresso-legislativo-e-barriere-culturali/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 26 Nov 2024 07:10:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ilenia Cavaliere]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[colombia]]></category>
		<category><![CDATA[Dirittidell'infanzia]]></category>
		<category><![CDATA[MatrimoniPrecoci]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=75492</guid>
		<description><![CDATA[Le bambine colombiane torneranno ad essere bambine, non più spose. Ci sono voluti 17 anni di campagne affinché il Parlamento colombiano approvasse il progetto di legge che vieta il matrimonio infantile ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1080" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/11/Untitled-design.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Untitled design" /></p><p><span style="font-weight: 400;">Le bambine colombiane torneranno ad essere bambine, non più spose. </span><span style="font-weight: 400;">Ci sono voluti 17 anni di campagne affinché il Parlamento colombiano approvasse il progetto di legge che vieta il </span><b>matrimonio infantile </b><span style="font-weight: 400;">in Colombia e che alza a 18 anni l’</span><b>età del consenso</b><span style="font-weight: 400;">, senza eccezioni di alcun tipo</span><b>. </b><span style="font-weight: 400;">Un passo storico quello compiuto dal Senato che, al nono tentativo, ha finalmente approvato all’unanimità la fine di ciò che molte attiviste colombiane reputano una </span><i><span style="font-weight: 400;">violenza istituzionalizzata.</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il progetto di legge </span><i><span style="font-weight: 400;">Son niñas, no esposas </span></i><span style="font-weight: 400;">proposto dalla senatrice di sinistra </span><b>Clara López</b><span style="font-weight: 400;"> e dalla deputata indipendente </span><b>Jennifer Pedraza</b><span style="font-weight: 400;">, è in attesa della firma di </span><b>Gustavo Petro</b><span style="font-weight: 400;">, Presidente della Colombia in carica dal 2022. Ad atti conclusi, verrà finalmente eliminato l&#8217;articolo del </span><b>Codice Civile </b><span style="font-weight: 400;">colombiano in vigore dal 1887 che consente, con l&#8217;approvazione dei genitori, il matrimonio di minori. </span></p>
<p><b>Otto tentativi a vuoto. Perchè proprio ora?</b><span style="font-weight: 400;"> Qualche settimana fa alcuni rapper colombiani come J Balvin, Maluma e Karol G hanno pubblicato il brano reggaeton </span><i><span style="font-weight: 400;">+57 </span></i><span style="font-weight: 400;">in cui raccontano </span><span style="font-weight: 400;">la storia di un’adolescente del posto. Lo fanno dipingendo la quattordicenne come oggetto di desiderio carnale ed esplicitamente sessuale. Le reazioni sono arrivate rapidamente: da un lato le critiche delle femministe, dall’altro l’intervento del Presidente Petro, che ha chiesto ai rapper di modificare il brano. La richiesta è stata accolta cambiando l&#8217;età della ragazza in questione a 18 anni, ma la polemica aveva ormai assunto proporzioni tali da riportare il dibattito fino in Parlamento. </span><span style="font-weight: 400;">Tra i fattori determinanti della vittoria anche una forte </span><b>presenza femminile in Senato</b><span style="font-weight: 400;"> dell’oltre </span><b>30%</b><span style="font-weight: 400;">, il record storico. E ancora &#8211; racconta la deputata indipendente Jennifer Pedraza ai media colombiani &#8211; durante l’ultimo dibattito, gli uomini hanno sostenuto le colleghe ascoltando le loro testimonianze personali: storie di abusi, di violenza e di rivendicazione. Una condizione molto diffusa tra le donne, considerando che tre</span><b> adulte su dieci hanno dichiarato di essersi sposate da bambine</b><span style="font-weight: 400;">, spesso in condizioni di abuso sessuale. L&#8217;unanimità del </span><span style="font-weight: 400;">Parlamento lascia pensare ad una presa di maggiore consapevolezza e sensibilizzazione del fenomeno, in controtendenza rispetto a quanto accaduto qualche anno fa quando il progetto venne accusato di voler </span><i><span style="font-weight: 400;">proibire l&#8217;amore</span></i><span style="font-weight: 400;">.  </span></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/11/Ninasnoesposas.png"><img class="alignleft wp-image-75498 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/11/Ninasnoesposas-300x241.png" alt="Ninasnoesposas" width="300" height="241" /></a></p>
<p><span style="font-weight: 400;">  </span><span style="font-weight: 400;">Dopo Honduras, Porto Rico, Messico e Repubblica Dominicana, la </span><b>Colombia</b><span style="font-weight: 400;"> diventa quindi il dodicesimo paese dell’America latina &#8211; su un totale di 33 &#8211; a vietare</span> <span style="font-weight: 400;">i matrimoni infantili. Una manifestazione della </span><b>violenza di genere</b><span style="font-weight: 400;">, così definita dal </span><b>Fondo delle Nazioni Unite per l&#8217;infanzia </b><span style="font-weight: 400;">(UNICEF), che coinvolge più di </span><b>650 milioni di ragazze e adolescenti in tutto il mondo,</b><span style="font-weight: 400;"> bambine minorenni legittimamente date in matrimonio a uomini con il doppio o triplo della loro età. </span></p>
<p><b>Ma prima di mercoledì 13 novembre, i</b><span style="font-weight: 400;">l 17% dei matrimoni in Colombia vedeva coinvolte</span><b> spose bambine</b><span style="font-weight: 400;">. Questa percentuale posiziona la Colombia al 20esimo posto al mondo per matrimoni precoci, e lo definisce come uno dei due Paesi del Sud America, insieme all&#8217;Argentina, che mantengono ancora legalizzata questa pratica. </span></p>
<p><b> Antioquia</b><span style="font-weight: 400;">, </span><b>Cundinamarca</b><span style="font-weight: 400;">, </span><b>Tolima</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>Valle del Cauca</b><span style="font-weight: 400;"> sono tra le regioni colombiane più colpite dal fenomeno, così intrinseco nella loro cultura tanto da essere normalizzato. Questo perché la povertà è sempre stata un fattore determinante per il Sud America e le bambine sono spesso usate come moneta di scambio in contesti di estrema miseria per alleggerire il carico economico delle famiglie. </span><span style="font-weight: 400;">Del 17% dei matrimoni totali, infatti, la percentuale più alta del </span><b>25% riguarda le zone rurali, </b>di<span style="font-weight: 400;"> campagna. Il </span><b>14%</b><span style="font-weight: 400;"> dei matrimoni infantili si verifica invece in </span><b>città</b><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un vortice, quello della povertà, che taglia le ali delle bambine prima ancora che possano solo percepire le loro opportunità e i loro diritti.  Una </span><b>violenza legittima economica, psicologica, sessuale e fisica </b><span style="font-weight: 400;">di cui è testimone una percentuale del 44% delle bambine tra i 10 e 14 anni. Il dato arriva direttamente dagli ospedali colombiani &#8211; racconta Pedraza ai media statali &#8211; più precisamente dalle stanze dove le bambine affrontano gravidanze precoci, con gravi conseguenze sulla loro salute fisica e mentale. </span></p>
<p><b>Progresso legislativo e violenza di genere: il doppio volto della Colombia </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«La Colombia non può essere considerata una società arretrata in termini di legislazione a favore delle donne, ma il problema risiede principalmente negli atteggiamenti profondamente patriarcali e sessisti che persistono tra molti uomini» racconta Gabriella Saba, giornalista esperta del Sud America. </span><span style="font-weight: 400;">Si può dire, in realtà, che la Colombia sia un Paese piuttosto avanzato. Si è visto un importante progresso in tema di uguaglianza per quanto riguarda i <strong>diritti LGBTQ+</strong>, considerando che nel 2016 è stato approvato il matrimonio tra persone dello stesso sesso e recentemente, nell&#8217;agosto 2023, è stato raggiunto un altro traguardo significativo con la </span><b>legalizzazione dell&#8217;aborto</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«Nonostante questi progressi, la violenza di genere è ancora molto diffusa e i femminicidi continuano a rappresentare una grave emergenza sociale. Solo quest&#8217;anno si è registrato uno dei numeri più alti di femminicidi degli ultimi anni, un dato allarmante che sottolinea la portata del problema» spiega Saba.</span><span style="font-weight: 400;"> «Questi atteggiamenti violenti e discriminatori non si combattono solo con leggi, ma richiedono un </span><b>cambiamento culturale più profondo</b><span style="font-weight: 400;">. È necessaria un&#8217;educazione sociale che ancora oggi è lontana dall&#8217;essere efficace. Questo problema non riguarda solo la Colombia, ma si estende a tutta l&#8217;America Latina, dove il patriarcato e la violenza di genere sono profondamente radicati», conclude. </span></p>
<p><strong>Narcos e sottomissione: l’eredità della cultura del possesso </strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La cultura maschilista si intreccia inevitabilmente con un’altra matrice colombiana: il narcotraffico. «La cosiddetta </span><b>cultura dei Narcos</b><span style="font-weight: 400;"> ha avuto effetti devastanti, contribuendo a normalizzare comportamenti criminali, inclusi gravi abusi come lo sfruttamento sessuale di minori. Per decenni, questo sistema criminale ha permeato la società colombiana, influenzando usi e costumi. Lo abbiamo visto prima con Pablo Escobar che aveva tante amanti adulte e poi con il leader del Clan del Golfo estradato negli Stati Uniti, incriminato per aver abusato sistematicamente di centinaia di minorenni: la vittima più recente aveva dieci anni», spiega Saba. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Anche in Italia negli anni Cinquanta era normale sposarsi con uomini abbienti e con uno status più elevato. In Colombia, la ricchezza ostentata dei Narcos esercitava fascino su intere comunità povere: essere fidanzata con uno di loro rappresentava un salto di status sociale per le giovani donne. Quest<strong>a tendenza, protratta nel tempo, ha intrappolato la figura della donna in uno schema di sottomissione poi diventato consuetudine. </strong></span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«Una decina di anni fa ho intervistato diversi chirurghi plastici colombiani che mi hanno raccontato di come i narcotrafficanti portavano le loro giovanissime fidanzate in clinica e pretendevano interventi specifici al seno, anche su ragazze molto giovani. Avere delle minorenni come spose e sentirsi in diritto di trasformare il loro aspetto fisico, li faceva sentire potenti. Uno dei chirurghi mi ha raccontato che, se si fosse rifiutato di fare l’intervento al seno ad un’adolescente, lo avrebbero ucciso», racconta Gabriella Saba. <strong>Questa testimonianza è l&#8217;emblema di una società dominata dalla cultura del possesso ma che lentamente sta vedendo la luce del sole, grazie alle stesse donne che non vogliono più stare al buio. </strong></span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/colombia-la-lotta-contro-i-matrimoni-infantili-tra-progresso-legislativo-e-barriere-culturali/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Mutilazioni genitali e gravidanze precoci: i dati del report InDifesa</title>
		<link>http://www.magzine.it/mutilazioni-genitali-e-gravidanze-precoci-i-dati-del-report-indifesa/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/mutilazioni-genitali-e-gravidanze-precoci-i-dati-del-report-indifesa/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 25 Nov 2024 20:51:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[gravidanze precoci]]></category>
		<category><![CDATA[matrimoni forzati]]></category>
		<category><![CDATA[mutilazione genitale]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=75459</guid>
		<description><![CDATA[Sono 3,1 miliardi. È questo il numero di bambine, ragazze e donne che vivono in Paesi dove i loro diritti non vengono garantiti. Lo riporta la 13° edizione del Report InDifesa ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="5260" height="3507" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/11/pexels-rdne-6003568.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="pexels-rdne-6003568" /></p><p><strong>Sono 3,1 miliardi</strong>. <span class="ILfuVd" lang="it"><span class="hgKElc">È questo il</span></span> numero di bambine, ragazze e donne che vivono in Paesi dove i loro diritti non vengono garantiti. Lo riporta la 13<span class="ILfuVd" lang="it"><span class="hgKElc"><b>°</b></span></span> edizione del <a href="https://terredeshommes.it/indifesa/dossier/"><em>Report InDifesa 2024</em></a>, realizzato da <strong>Terre des Hommes,</strong> oganizzazione non governativa fondata da <strong>Edmond Kaiser</strong> e impegnata nella tutela dell&#8217;infanzia dal 1960. Quando si pensa alla <strong>disuguaglianza di genere,</strong> vengono in mente contesti come l&#8217;Afghanistan e l&#8217;Iran, ma la verità è che &#8211; anche se in misura diversa &#8211; tutti i Paesi hanno ancora molta strada da percorrere.<mark class='mark mark-yellow'>Che si tratti di violenza di genere, <strong>cultura patriarcale</strong>, possesso e<strong> controllo</strong> fisico del corpo femminile, <strong>disuguaglianza sociale</strong> o segregazione di genere,  i dati &#8211; anche se in molti casi parziali &#8211; parlano chiaro.</mark> Nell&#8217;ultimo <em>report</em>, i <strong>numeri registrati</strong> &#8211; anche se in alcuni casi in calo -<strong> restano impressionanti</strong>.</p>
<p>I temi &#8211; supportati da dati consistenti &#8211; che il<em> report</em> di Terre des Hommes ha affrontato sono svariati: dalle mutilazioni genitali femminili ai matrimoni forzati, dalle gravidanze precoci agli &#8220;strumenti di emancipazioni&#8221; volti a combattere la violenza di genere. <strong>Anna Bianchi</strong>, responsabile della comunicazione dell&#8217;organizzazione, ci spiega come nasce il report e quali sfide si pone, dopo essere giunto alla sua 13esima edizione.</p>
<p>«A livello globale &#8211; si legge nel documento &#8211; &#8220;oltre<strong> 230 milioni</strong> di ragazze e di donne sono <strong>sopravvissute alle mutilazioni genitali femminili</strong> ma ne subiscono le conseguenze. Lo scrive <em>Unicef</em> che denuncia come, nonostante gli sforzi compiuti per sradicare questa pratica, in termini assoluti il numero di vittime delle MGF sia aumentato di circa 30 milioni rispetto al 2016, anno dell’ultimo report globale sul tema da parte dell’agenzia delle Nazioni Unite». La pratica &#8211; evidenzia Bianchi &#8211; può essere definita come<strong> tradizionale</strong> &#8211; non tanto religiosa quanto piuttosto culturale &#8211; di determinati gruppi che abitano maggiormente Paesi del continente africano. <mark class='mark mark-yellow'>«In Africa infatti, vivono circa 144 milioni di ragazze e di donne sopravvissute alla pratica dell&#8217;MGF, mentre 80 milioni vivono in Asia e circa sei milioni in Medio Oriente».</mark></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La mutilazione genitale è una gravissima forma di violenza di genere</mark> &#8211; prosegue Bianchi &#8211; inanzitutto perchè viene <strong>praticata solo sulle donne</strong> e poi perchè ha come obiettivo quello di <strong>mantenere il controllo sul corpo femminile </strong>sin dalla tenera età. «Nella metà dei casi &#8211; registrati &#8211; infatti, viene praticata nelle prime settimane di vita o comunque entro i cinque anni. Questo avviene soprattutto in Paesi come <strong>Yemen, Mauritania, Nigeria </strong>e<strong> Senegal</strong>. A Gibuti, in Guinea, in Sudan e in Somalia le bambine solitamente subiscono il “taglio” tra i cinque e i nove anni».</p>
<p>Fare un <strong>bilancio completo</strong> sui risultati ottenuti nel corso dei decenni &#8211; grazie alla presenza delle comiunità locali, alla volontà dei governi, alla sensibilizzazione delle organizzazioni governative e non e agli investimenti volti a combattere tale pratica -<strong> è però ancora complicato</strong>. In molti Paesi dove è tradizionalmente diffusa la mutilazione, nuove generazioni di madri hanno scelto di rinnegare questa pratica, anche grazie al supporto scolastico. Oggi infatti, <mark class='mark mark-yellow'>la percentuale di adolescenti nella fascia di età compresa tra i 15 e i 19 anni che hanno subito il “taglio” è minore a quella di trent’anni fa.</mark></p>
<p>«Un Paese in cui i progressi sono particolarmente evidenti in tal senso è il <strong>Burkina Faso</strong> dove, dagli anni Novanta a oggi, la percentuale di ragazze tra i 15 e i 19 anni con una mutilazione è passata dall’82% al 39%». A metà luglio inoltre, il <strong>Gambia</strong> &#8211; ricorda Bianchi &#8211; ha respinto una proposta di legge che avrebbe annullato il divieto, introdotto nel 2015, di praticare le MGF. Dall&#8217;altro lato della medaglia, però, ci sono contesti in cui <strong>non è stato registrato alcun miglioramento</strong>, come in <strong>Somalia</strong>. Stime generali riportate da <em>InDifesa</em>, evidenziano come ancora «oggi il 99% delle ragazze e delle donne somale tra i 15 e i 49 anni sia mutilata. Non solo: <mark class='mark mark-yellow'>in più di quattro casi su dieci si tratta di donne e ragazze vittime di infibulazione, la forma più violenta e devastante di mutilazione genitale</mark>».</p>
<p>In vista degli elementi raccolti quindi, <strong>l&#8217;eliminazione totale della pratica</strong> &#8211; prevista dall&#8217;Agenda <strong>2030</strong> delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile &#8211; <strong>non è realizzabile</strong> in un lasso di tempo così ridotto. <span class="ILfuVd" lang="it"><span class="hgKElc">È</span></span> innegabile che siano stati fatti passi avanti ma, per raggiungere questo obiettivo “il tasso di declino dovrebbe essere 27 volte più veloce”, scrive <em>Unicef</em>. Inoltre &#8211; prosegue Bianchi &#8211; negli ultimi anni abbiamo assistito, per ragioni puramente pratiche, ad un rallentamento dei finanziamenti per il contrasto a questa forma di violenza, soprattutto a seguito del Covid.</p>
<p>Strettamente legate alla necessità di <strong>esercitare controllo</strong> sul corpo delle donne, altri due temi di grande rilevanza riportati nel documento sono: <strong>matrimoni forzati</strong> e <strong>gravidanze precoci.</strong> «Circa la metà delle spose bambine vive nei Paesi dell’Asia meridionale (45%) e il 20% in quelli dell’Africa sub sahariana. In termini assoluti, <strong>l’India è il Paese in cui vive il numero più elevato di spose bambine al mondo</strong> (oltre 200 milioni), seguito da Bangladesh, Cina, Indonesia e Nigeria».</p>
<p>Anche in questo caso, di tanto in tanto, si registrano <strong>importanti passi avanti</strong> &#8211; come è il caso della <strong>Colombia</strong> che lo scorso mese ha imposto il divieto ai matrimoni forzati &#8211; ma i provvedimenti presi dai governi a livello globale sono ancora troppo limitati. <mark class='mark mark-yellow'>«Parliamo di vittime di 10-11 anni &#8211; prosegue Bianchi &#8211; che vengono costrette a sposare uomini con il triplo dei loro anni, in un età in cui le giovani avrebbero invece bisogno di essere tutelate e protette dalle loro famiglie.</mark> Questo comporta delle conseguenze devastanti sia a livello psichico che fisico perchè sposarsi significa dover dare alla luce figli quanto prima». <strong>Il corpo di una bambina di 11 anni non è preparato ad una gravidanza</strong>. «Le adolescenti incinte infatti, hanno maggiori probabilità di andar incontro a complicazioni come <mark class='mark mark-yellow'>la <strong>preeclampsia</strong> e le <strong>emorragie</strong>, due condizioni che sono tra le principali cause di mortalità materna», scrive il <em>Fondo delle Nazioni Unite sulla popolazione </em>(Unfpa).</p>
<p>In questo scenario, <mark class='mark mark-yellow'></mark>«alti tassi i povertà e abbandono scolastico, <strong>conflitti</strong> e disastri climatici con i loro impatti a lungo termine, possono aumentare i fattori di rischio che incidono negativamente sulla probabilità che una bambina venga costretta alla mutilazione, al matrimonio e alla gravidanza precoce»</mark> , si legge nel report<em> Global Girlhood Report 2023: Girls at the Centre of the Storm</em>. Nell&#8217;ultimo anno, segnato dal moltiplicarsi dei conflitti, <strong>la violenza sessuale su donne e bambine è stata spesso utilizzata come arma di guerra</strong> e questo genera delle conseguenze sociali devastanti. «Già nel 2022 il numero di bambine, ragazze e donne che vivono in Paesi interessati da conflitti armati ha raggiunto i 614 milioni, il 50% in più rispetto al 2017». Questa stima, contenuta nell’ultima edizione del rapporto su <em>Donne, Pace e Sicurezza</em> del Segretario generale delle Nazioni Unite, purtroppo deve essere rivista al rialzo, soprattutto se considerati i conflitti in corso in <strong>Medio Oriente</strong>, <strong>Sudan</strong> e<strong> Ucraina</strong>.</p>
<p class="vLAZ4d" data-type="Segment" data-start="1378" data-segment-label="22:58" data-rt-id="bK0KTo" data-rt-kind="1" data-rt-type="Paragraph">Alla nostra domanda in merito al ruolo e agli obiettivi  dell&#8217;organizzazione<strong>Terre des Hommes, Bianchi chiarisce:</strong> «Per noi è importante intanto<strong> proporre dei modelli di intervento</strong> che coinvolgano direttamente le vittime per mettere al centro il loro punto di vista, la loro voce. <mark class='mark mark-yellow'>Per generare cambiamento, infatti, riteniamo sia fondamentale partire da coloro che dovranno essere parte del cambiamento. Per questo è fondamentale partire da chi vive nel presente.</mark> Siamo alla costante ricerca di nuovi linguaggi affinchè sia possibile costruire una società più inclusiva». Un aspetto che però deve essere tenuto in conto in tal senso, è legato alla <strong>mancanza degli strumenti necessari</strong> volti a tutelare efficacemente i diritti fondamentali delle giovani donne. Spesso, per esempio,<mark class='mark mark-yellow'>non sono disponibili dati analizzati correttamente o suddivisi per genere e questo dipende in parte dalla mancanza di un&#8217;adeguata attenzione politica</mark> quindi legata anche al finanziamento di progetti a supporto di attività di prevenzione e tutela giovanile. «In questo senso &#8211; conclude il report &#8211; il monitoraggio della spesa pubblica e la valutazione di impatto degli investimenti in economia, salute e istruzione nei Paesi, diventano sempre più necessari e devono essere affiancati da politiche volte a costruire percorsi inclusivi e a contrastare le disuguaglianze».</p>
<p class="vLAZ4d" data-type="Segment" data-start="1378" data-segment-label="22:58" data-rt-id="bK0KTo" data-rt-kind="1" data-rt-type="Paragraph"><em><a href="https://terredeshommes.it/cosa-facciamo/">Terre des Hommes opera in tutto il mondo per proteggere i bambini da ogni forma di violenza e abuso, garantendo il diritto all&#8217;istruzione e offrendo sostegno in contesti di conflitto ed emergenza.</a> Tra i Paesi interessati dal progetto: Italia, Libia, Siria, Palestina, Libano, Giordania, Iraq, Zimbabwe, Mozambico, India, Bangledesh, Nicaragua, Haiti, Colombia e Perù.</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/mutilazioni-genitali-e-gravidanze-precoci-i-dati-del-report-indifesa/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Violenza di genere nel 2024: i numeri italiani</title>
		<link>http://www.magzine.it/violenza-di-genere-nel-2024-i-numeri-italiani/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/violenza-di-genere-nel-2024-i-numeri-italiani/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 25 Nov 2024 20:42:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luciano Simbolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[1522]]></category>
		<category><![CDATA[25 novembre]]></category>
		<category><![CDATA[femminicidio]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=75460</guid>
		<description><![CDATA[C&#8217;è un dato macroscopico, ed è accessibile a tutti: per quanto in diminuzione, anche per il 2024  il numero delle donne uccise in Italia è vicino alla tripla cifra. Al ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1130" height="790" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/11/Screenshot-2024-11-25-at-21.41.34.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Screenshot 2024-11-25 at 21.41.34" /></p><p>C&#8217;è un dato macroscopico, ed è accessibile a tutti: <mark class='mark mark-yellow'> per quanto in diminuzione, anche per il 2024  il numero delle donne uccise in Italia è vicino alla tripla cifra. Al 17 novembre scorso, infatti, le donne assassinate dall&#8217;inizio dell&#8217;anno sono 98, dieci in meno rispetto allo stesso arco di tempo del 2023. </mark> I dati provengono dal <a href="http://https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2024-11/report_settimanale_al_17_novembre_2024.pdf">recente report &#8220;Omicidi volontari&#8221;</a> a cura del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell&#8217;Interno. I numeri precisano anche che, dei 98 omicidi, più delle metà sono riconducibili a <strong>partner o ex partner</strong> (51 casi) e ben 84 di essi si sono verificati in contesti familiari e/o affettivi.</p>
<p>Negli scorsi giorni, anche l&#8217;<strong>Istat</strong> ha reso noto un simile rapporto, relativo <a href="http://https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/11/Report_Vittime-di-omicidio_Anno-2023.pdf">agli omicidi commessi in Italia nel 2023.</a> Al di là dei numeri, il documento è importante anche perché tenta di dare una più precisa definizione di cosa sia un femminicidio, precisando che «le variabili necessarie per identificare un femminicidio sono molte e riguardano la vittima, l’autore e il contesto della violenza». Variabili che spesso hanno bisogno di precise informazioni, non sempre disponibili e sulla base delle quali, scrive l&#8217;Istat, per il 2023 si contano «96 femminicidi presunti su 117 omicidi con una vittima donna. Nel 2019, erano 101 su 111, nel 2020 erano 106 su 116, nel 2021 104 su 119, nel 2022 105 femminicidi presunti su 126 omicidi».</p>
<p>Il 2023 non è così diverso dal <strong>2024</strong>, in relazione al fatto che la maggior parte degli omicidi con vittime donne riguardano l&#8217;ambito di coppia: il tasso di incidenza di donne uccise da partner o ex partner è pari allo 0,21 ogni 100mila donne. Cifre che fanno riflettere su quanto l&#8217;Italia abbia bisogno di specifici percorsi, specie a partire dai più giovani, di educazione all&#8217;affettività. A questo dato sembra associarsi una precisa collocazione geografica, dato che l&#8217;incidenza principale si registra soprattutto nelle Isole e nel Nord-Est dell&#8217;Italia. E, a proposito di geografia, se i numeri italiani sono già di per sé considerevoli e preoccupanti, nel report si legge anche che, nel 2022, il dato italiano delle donne uccise dal proprio partner è al di sotto dei valori emersi dall&#8217;incidenza del fenomeno, ogni 100mila donne, negli altri Paesi dell&#8217;Unione Europea.</p>
<p>Dallo stesso studio emergono anche ulteriori dati che dimostrano un drammatico aumento dei fenomeni legati alla violenza di genere. Nel 2023, la percentuale di donne uccise era pari al 35%, mentre lo stesso report chiarisce come, negli anni Novanta, tale dato superasse di poco i dieci punti percentuali. <mark class='mark mark-yellow'> Significativi anche una serie di dati relativi alla<i> </i>nazionalità, di recente – fin troppo spesso – oggetto di strumentalizzazione politica: il 94,3% degli assassini di donne italiane è di cittadinanza italiana. </mark>. Per le vittime italiane, la fascia anagrafica in cui si riscontra una maggiore incidenza è quella delle ultraottancinquenni, mentre i valori tendono a invertirsi quando si tratta di vittime straniere, con un&#8217;incidenza più alta tra i 25 e 34 anni.</p>
<p>L&#8217;omicidio è certo la forma di espressione più violenta e drammatica della violenza di genere ma non l&#8217;unica. <a href="http://https://www.wired.it/article/violenza-sulle-donne-dati-italia-2024/">I numeri sono in aumento</a> anche per una serie di reati paralleli, come quelli introdotti nel 2019 dalla apposita legge &#8220;Codice Rosso&#8221;, soprattutto il revenge porn e la violazione degli allontanamenti o dei divieti di avvicinamento: a questi ultimi due fenomeni si collegano anche i dibattiti a proposito dell&#8217;efficacia di dispositivi come i braccialetti elettronici. Di pari passo, aumentano anche i numeri relativi alle attività e alle donne accolte nei centri antiviolenza sparsi sul territorio italiani, come ad esempio quelli gestiti dall&#8217;associazione &#8220;D.<i>i</i>.re &#8211; Donne in rete&#8221; e che parlano di <a href="http://https://www.direcontrolaviolenza.it/ancora-in-crescita-le-donne-che-si-rivolgono-ai-centri-antiviolenza-luoghi-sicuri-di-accoglienza-e-liberta/">aumenti nelle richieste</a> non solo su scala annuale ma anche mensile. Numeri preoccupanti, certo ma che, oltre ad evidenziare la consistenza del fenomeno, sottolineano l&#8217;aumento delle donne che decidono di   denunciare molestie e maltrattamenti subìti, nonché a chiedere aiuto.</p>
<p>Il fenomeno della violenza contro le donne è descritto anche da tanti altri numeri, come ad esempio quelli raccolti da una recente i<a href="http://https://www.istitutotoniolo.it/wp-content/uploads/2024/11/VIOLENZA-DI-GENERE-COMUNICATO-STAMPA_def_.pdf">ndagine statistica di Ipsos e Istituto Toniolo</a> che pone al centro un campione di 2001 giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni, il 12% dei quali ha assistito in diretta a fenomeni di violenza psicologica contro un&#8217;amica o una parente. La stessa indagine dimostra inoltre come, sebbene si possano cogliere «segnali di cambiamento» – ad esempio sul fatto che aumentano ragazze e ragazzi che respingono consolidati stereotipi di genere – si possa ancora parlare di società «intrisa di patriarcato».</p>
<p>Numeri che non andrebbero ricordati soltanto in occasione del 25 novembre o in occasione di drammatici avvenimenti. Numeri su cui bisognerebbe riflettere, agire e non speculare. Tra questi, è fondamentale divulgarne e tenerne a mente uno in particolare che può davvero essere decisivo. Un numero da chiamare per lanciare l&#8217;sos: il <a href="http://https://www.1522.eu">1522. </a></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/violenza-di-genere-nel-2024-i-numeri-italiani/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Sindacati e attiviste in marcia a Roma contro Valditara</title>
		<link>http://www.magzine.it/sindacati-e-attiviste-in-marcia-a-roma-contro-valditara/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/sindacati-e-attiviste-in-marcia-a-roma-contro-valditara/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 25 Nov 2024 20:38:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Tamberi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[25 novembre]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazione]]></category>
		<category><![CDATA[Non una di meno]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=75470</guid>
		<description><![CDATA[Non solo iniziative culturali: il 25 novembre è anche un giorno di protesta. Dalle manifestazioni quelle di sabato a Roma e a Palermo organizzate da Non una di meno (Nudm), ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/11/Non-una-di-meno-foto-La-Presse-2022.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Non una di meno - foto La Presse 2022" /></p><p>Non solo iniziative culturali: il 25 novembre è anche un giorno di protesta. Dalle manifestazioni quelle di sabato a Roma e a Palermo organizzate da <em>Non una di meno (Nudm)</em>, con la partecipazione di diverse organizzazioni e associazioni locali, fino ai cortei organizzati in vari capoluoghi e città italiani, più o meno strutturati, il tema della violenza di genere si innerva sulla politica e non lascia gli italiani indifferenti. Soprattutto gli schieramenti politici e le rappresentanze femminili alle Camere. <strong>A Roma, hanno sfilato  la rete D.i.Re, l’Associazione nazionale dei Centri antiviolenza e la vicepresidente della commissione sui femminicidi di Camera e Senato Cecilia D&#8217;Elia, insieme la coordinatrice della segreteria Marta Bonafoni, entrambe deputate del Partito Democratico.</strong></p>
<h2>Contro le dichiarazioni di Valditara</h2>
<p>Il 15 novembre sono finite sotto i riflettori le dichiarazioni del ministro dell&#8217;Istruzione <strong>Giuseppe Valditara</strong>, che alla Fondazione Giulia Cecchettin aveva accusato parte del movimento femminista come “cultura ideologica” e aveva dichiarato che l’incremento dei fenomeni di violenza sessuale è legato anche all’immigrazione illegale. Prima dell’inizio del corteo, davanti al ministero dell’Istruzione, una foto del ministro è stata bruciata, mentre un manifesto riportava la scritta <mark class='mark mark-yellow'>“104 morti di Stato. Non è l&#8217;immigrazione ma la vostra educazione”, in riferimento al numero di femminicidi che sono stati registrati dall’inizio dell’anno in corso</mark>. «Nei primi dieci mesi di quest’anno &#8211; spiega <strong>Stefania Campisi, portavoce di D.i.Re</strong> &#8211; abbiamo accolto quasi 22mila donne. Il patriarcato c’è, esiste ed è un fenomeno strutturale. Questa è la nostra risposta alle affermazioni del ministro Valditara». «È stata un’azione largamente contestata da parte della destra e di alcune testate giornalistiche &#8211; dichiara la manifestante <strong>Federica Oneda &#8211; </strong>e mi sento di dire che bruciare la foto di un ministro non è un ennesimo atto di violenza, come vorrebbero far passare alcuni, ma è l&#8217;atto simbolico di una società che si in qualche modo indigna e nega quanto detto dal ministro in questi giorni».</p>
<h2>Consultori, interruzione di gravidanza ed educazione sessuale</h2>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Alla protesta hanno partecipato anche diversi rappresentanti dei consultori nazionali. Il motivo deriva da una misura approvata dal Parlamento lo scorso 24 aprile che per la prima volta permette la presenza a livello nazionale degli attivisti pro-vita e antiabortisti all’interno di queste strutture.</mark> «Abbiamo coinvolto tutta una serie di consultori, associazioni e collettivi femministi che si sono ritagliati uno spazio per potere farsi sentire», continua Federica, ricordando le varie iniziative che hanno avuto luogo durante la protesta, come il cartello con su scritti i nomi di tutte le 104 vittime di femminicidio e le studentesse che si sono spogliate per riprendere il gesto di <strong>Ahoo Daryaei</strong>, la studentessa iraniana che ha manifestato davanti l&#8217;università di Teheran. «Queste azioni significano ribellarsi alle politiche delle nostre istituzioni che negano continuamente l&#8217;esistenza del patriarcato e che, anzi, mettono in atto gli stessi schemi patriarcali, con la negazione dell&#8217;educazione sessuale nelle scuole o del diritto all&#8217;interruzione volontaria di gravidanza».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/sindacati-e-attiviste-in-marcia-a-roma-contro-valditara/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La psicologa: &#8220;Dall’Italia agli Stati Uniti c’è molto lavoro da fare&#8221;</title>
		<link>http://www.magzine.it/la-psicologa-dallitalia-agli-stati-uniti-ce-molto-lavoro-da-fare/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/la-psicologa-dallitalia-agli-stati-uniti-ce-molto-lavoro-da-fare/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2020 07:18:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[maschilismo]]></category>
		<category><![CDATA[men's studies]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[stereotipi]]></category>
		<category><![CDATA[studi di genere]]></category>
		<category><![CDATA[uomini]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=46779</guid>
		<description><![CDATA[2 ottobre, Giornata internazionale della nonviolenza. Chissà che cosa direbbe oggi il Mahatma Gandhi di fronte a un mondo che non ha mai davvero fatto proprio il suo messaggio, lanciato ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="810" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/Mascolinità-tossica_2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Mascolinità tossica_2" /></p><p><strong>2 ottobre</strong>,<strong> Giornata internazionale della nonviolenza</strong>. Chissà che cosa direbbe oggi il Mahatma Gandhi di fronte a un mondo che non ha mai davvero fatto proprio il suo messaggio, lanciato per manifestare pacificamente l’opposizione alla dominazione coloniale britannica in India.</p>
<p>In un 2020 segnato non solo dalla pandemia, ma dalla prosecuzione di conflitti ormai secolari, appellarsi alla nonviolenza è come parlare al vento. <strong>Non occorre uscire dai confini italiani per rendersi conto di come la violenza sia diffusa a livello capillare nella società</strong>: <mark class='mark mark-yellow'>il solo mese di settembre è stato segnato da due eventi di cronaca che continuano a far scalpore</mark>. Parliamo del pestaggio del giovane Willy in provincia di Roma e dell’omicidio nel Napoletano di una ragazza innamorata di un coetaneo in transizione. Si tratta di episodi violenti perpetrati da giovani uomini vicini per età e cultura, accomunati inoltre da una forte mascolinità tossica. Abbiamo approfondito l’argomento con <strong>Chiara Volpato</strong>, docente di psicologia sociale all’Università Bicocca di Milano.</p>
<p><strong>Da cosa deriva questo tipo di violenza?</strong></p>
<p>Premesso che non sono fenomeni nuovi, è interessante vedere come negli ultimi anni si stia sviluppando in una parte fortunatamente non maggioritaria della popolazione una nostalgia piena di rabbia e rancore per una mascolinità tradizionale che si basa sul mito della forza maschile – spesso confusa con la violenza – e sul fatto che sia giusto il predominio dell’uomo sulla donna. <mark class='mark mark-yellow'><strong>Si è sviluppata una costellazione di credenze e valori secondo cui questa superiorità maschile, a cui si collega la supremazia dell’uomo bianco in particolare, sia stata messa in crisi nel dopoguerra</strong> da una serie di fenomeni: da un lato sono mutati i rapporti di forza a livello internazionale – gli uomini bianchi occidentali, cioè, non hanno più il predominio assoluto sul resto del mondo; dall’altro c’è il femminismo, il fatto che le donne abbiamo iniziato a rivendicare una visione diversa dei rapporti tra i generi. <strong>Ciò porta a sentimenti di rivalsa quali rancore e odio</strong>.</mark> Ne vediamo gli effetti da molti punti di vista: sul Web, per esempio, c’è quella che è stata denominata <em>men’s sphere</em>, piena di contenuti di questo tipo. Non è un problema solo italiano: se guardiamo a un paese di riferimento come gli Stati Uniti, troviamo continuamente esempi di questo genere. <mark class='mark mark-yellow'>Un concetto importante che affiora è il <em>backlash</em>, la rivincita densa di rancore, rispetto a quella che è percepita come la rivalità femminile: <strong>poiché l’uomo bianco occidentale ha perso o rischia di perdere la sua funzione preminente</strong>, sentendosi umiliato nel suo ruolo tradizionale, <strong>si manifestano questi atti di rivalsa che troviamo nella vita di ogni giorno</strong>, oltre che atteggiamenti di estrema attenzione e valorizzazione del corpo maschile</mark>, come accaduto nel caso dei due fratelli Bianchi nell’ambito dell’omicidio di Willy. C’è il desiderio di restaurare il mitico ordine perduto in cui l’uomo bianco è al vertice della gerarchia mondiale.</p>
<p><strong>Nel caso dei fratelli Bianchi spicca l’accanimento contro un ragazzo che si era limitato a difendere un amico. Cosa innesca la logica del branco?</strong></p>
<p>Sicuramente <mark class='mark mark-yellow'>il singolo, Willy, è stato visto come un elemento che incrinava l’ordine mentale e sociale nella testa dei suoi assalitori: non aveva il diritto di intervenire</mark>. Può essere considerato un esempio di ciò che gli studi di genere hanno definito <em>mascolinità secondarie</em>, ovvero più fragili; è il simbolo di chi si oppone indebitamente a quello che è ritenuto il modello giusto e dominante. Probabilmente, nel vederlo opporsi a questo modello, si è ritenuto che dovesse pagare per questo suo atto di insubordinazione. <mark class='mark mark-yellow'>Il tutto aggravato dal fatto che Willy non apparteneva alla maggioranza bianca italiana</mark>.</p>
<p><strong>Perché nessuno nel gruppo della maggioranza machista si è opposto a una simile violenza, sfociata nell’omicidio? Si teme di perdere prestigio o di essere esclusi dal resto del branco?</strong></p>
<p>Questa è una delle spiegazioni. <mark class='mark mark-yellow'>Non opporsi significa conformismo ai valori e alle norme del gruppo: ne faccio parte e aderisco anche se mi accorgo che qualcosa non va sia perché temo di essere escluso sia perché ho paura di ripercussioni violente nei miei confronti</mark>. Probabilmente, pur non essendo il leader, traggo identità e forza dall’appartenenza al gruppo, quindi sì, la possibile esclusione è il motivo più importante.</p>
<p><strong>L’omicidio di Colleferro è segnato anche da un vero e proprio culto per la fisicità, ammantato da uno spesso strato di narcisismo. Come si concilia questo amore per l’ostentazione della mascolinità con il timore di subire atti violenti in carcere?</strong></p>
<p>Non necessariamente deve conciliarsi. Quando siamo di fronte a queste persone troviamo un enorme cumulo di contraddizioni. La stessa ideologia che propugnano ne è densa, quindi non ricercherei della coerenza. <mark class='mark mark-yellow'>Metterei l’accento sul narcisismo</mark>: ci sono molti studi che testimoniano come sia un fenomeno in aumento nel mondo contemporaneo. <mark class='mark mark-yellow'>Le patologie narcisistiche stanno diventando le più importanti anche a livello quantitativo. In qualche modo incarnano un’epoca e affondano nel culto del corpo e della forza fisica</mark>. È chiaro che un conto è la vita fuori dal carcere e l’esibito narcisismo nei confronti degli altri, un conto è finire in galera e avere paura di ciò che potrebbe accadere una volta dietro le sbarre. In questo vedo delle costrizioni o degli adeguamenti a un ambiente diverso.</p>
<p><strong>In Campania invece l’omicida è il fratello della vittima. Si è difeso dicendo che non voleva ucciderla, ma solo impartirle una lezione perché “era infettata”. Allo stesso modo, i genitori hanno preso le parti del ragazzo affermando che “non avrebbe mai potuto farle del male” e che anzi “era meglio morta” piuttosto che al fianco del compagno con cui aveva scelto di stare. Perché si continua a negare l’</strong><strong>agency femminile e come si contrasta un modo di pensare così radicato nella società?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Questo tipo di linguaggio è a mio parere molto significativo, perché deumanizzante e biologizzante. <strong>La <em>biologizzazione</em> è una forma di deumanizzazione che permette di paragonare l’altro a una patologia</strong></mark>: si pensi a espressioni come “è un cancro, è una peste”, usate anche da gruppi della destra suprematista. Negli Stati Uniti Steve Bannon ha definito il femminismo “un cancro”, appunto. L&#8217;utilizzo di concetti biologizzanti è in crescita, perché siamo in un mondo in cui i concetti scientifici sono utilizzati quotidianamente e quindi diventano la base per nuove metafore.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Si nega alle donne la capacità di agire perché il maschilismo è ancora imperante, perché viviamo all’interno di un codice patriarcale molto forte che si irrobustisce ulteriormente in alcuni strati della società, oltre che in alcuni luoghi di provincia</mark>. C’è una radicale e diffusa difficoltà ad accettare la libertà femminile, come il fatto che una ragazza possa compiere scelte al di fuori dei canoni imposti dall’eteronormatività.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'><strong>L’unica via per contrastare questi fenomeni è l’educazione, intesa come una formazione culturale basata su nuovi schemi</strong></mark>. Non sono pessimista, perché credo che l’esistenza di queste realtà di destra suprematista e maschilista siano anche il sintomo che molto è stato fatto. Sono movimenti reattivi a quanto conquistato dal femminismo: se quest’ultimo non ci fosse stato, forse non avrebbero avuto bisogno di manifestarsi. Non dobbiamo vedere le cose solo sotto un punto di vista negativo; <strong>la trasformazione culturale è in atto, ma porta allo stesso tempo queste spinte di <em>backlash</em></strong>. È necessaria una crescita culturale di tutta la società.</p>
<p><strong>La mascolinità tossica si è chiaramente manifestata anche nei confronti di Ciro, il fidanzato della ragazza uccisa, spesso appellato come </strong><strong>masculillo a causa della sua transizione da donna a uomo. Perché non si rispetta l’identità di genere di una persona che non si sente in sintonia con il proprio corpo?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Perché è vista come una sfida a quello che si crede essere l’ordine naturale delle cose. <strong>La transizione è un grande atto di libertà</strong> perché la persona sceglie ciò che crede meglio per sé, ma facendolo viola tutti i confini, attraversa le barriere considerate naturali</mark>. È chiaro che ci vuole una maturazione culturale che porti all’accettazione dell’altro come essere a sé. Questo incrina profondamente la cultura patriarcale ed erode l’ordine maschile dove l’uomo è dominante. La violenza ai danni di chi affronta la transizione è quindi perpetrata nel tentativo di ripristinare quello che è ritenuto essere l’ordine naturale delle cose.</p>
<p><strong>La violenza maschile si riversa anche su altri ragazzi o uomini più deboli. È il caso di quegli episodi – purtroppo ricorrenti nelle pagine di cronaca – in cui gli adolescenti fanno del male a coetanei con disabilità e perfino ad anziani e senzatetto. Da cosa deriva il piacere di infliggere dolore? Manca la percezione di avere di fronte a sé un altro essere umano?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Tutti gli studi sulla deumanizzazione ci dicono che essa facilita il fare del male, perché vengono meno le barriere morali che altrimenti impedirebbero di usare la violenza</mark>. Probabilmente ci sono anche episodi di sadismo individuale e di gruppo. In quest’ultimo caso parliamo di gang basate sul culto della violenza, formate da giovani che si sentono a loro volta vittime con la necessità di rifarsi su coloro che percepiscono più deboli o che, a loro parere, approfittano delle risorse sociali. Spesso vengono presi di mira immigrati e <em>homeless</em>, appunto, sia perché sono meno capaci di difendersi sia perché sono concepiti come target appropriati in quanto accusati di impadronirsi di risorse di cui non hanno diritto, sottraendole ad altri. Entra qui in gioco il concetto di <em>vittimizzazione competitiva</em>: si pensa di essere più vittima di altri e quindi di avere dei diritti che non sono riconosciuti. Anche questo è un innesco per la violenza.</p>
<p><strong>Le forme più comuni di mascolinità tossica sono quelle che si ritrovano nella dinamica dei femminicidi. Come si riconosce un giovane che fin da bambino ha sviluppato l’idea della possibile, futura compagna come oggetto di suo possesso?</strong></p>
<p>Non sono convinta che sia sempre riconoscibile. Un giovane violento probabilmente lo si individua perché mostra atteggiamenti aggressivi nei confronti della compagna, vista come sua proprietà. Qualsiasi cosa lei possa fare per cercare di sfuggire a questo ordine di cose, agli occhi del partner diventa un comportamento da punire. Se però analizziamo le storie dei femminicidi in Italia, notiamo come molto spesso – ma non sempre – sia difficile riconoscere prima il soggetto violento. Magari c’erano degli atti di gelosia interpretati come segni di amore e non come desiderio di possesso. <mark class='mark mark-yellow'><strong>Gelosia, senso di proprietà e volontà di limitare la compagna sono segnali a cui fare molta attenzione</strong></mark>. A volte non è facile riconoscerli, in altri casi non si vuole vederli. Probabilmente ci sono dei momenti di innesco, come il tentativo di rompere una relazione; inoltre il senso di perdita e rancore non viene elaborato in maniera sana da molti uomini. È la stessa logica che si ritrova nel <em>revenge porn</em> e in quelle forme deumanizzanti tipiche di gruppi online – su WhatsApp, Telegram, Facebook – in cui ci si scambia foto – non necessariamente intime – di giovani donne su cui si riversa la retorica tossica.</p>
<p><strong>Un altro tema è la necessità di reprimere tutto ciò che possa far trapelare forme di empatia e sentimento. Basti pensare al detto “Non fare la femminuccia” o al doppio imperativo “Non piangere, fai l’uomo”. Che tipo è “l’uomo ideale” a cui si fa riferimento? E perché il pianto è percepito come una vergogna?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>È l’uomo così come pensato dal patriarcato: forte, che “non deve chiedere mai”, che comanda, che ha il potere sia fuori sia dentro la famiglia. È l’uomo la cui volontà diventa in qualche modo legge e che dunque non ha bisogno di riconoscere la libertà altrui</mark>.</p>
<p><strong>Per queste persone è difficile lasciar trapelare una serie di emozioni interpretate come debolezza perché considerate appartenenti alla sfera femminile</strong>. <mark class='mark mark-yellow'><strong>Il pianto è la manifestazione di queste emozioni</strong></mark>. Ce ne sono altre invece consentite, come la rabbia, perché vanno di pari passi con il comando. <mark class='mark mark-yellow'>La paura e tutto ciò che è connesso alla fragilità – come l’imbarazzo – sono invece interpretati come segni di debolezza, quindi l’uomo li deve celare se vuole mantenere una posizione dominante</mark>.</p>
<p><strong>Gli studi di genere stanno progressivamente trovando spazio nel mondo accademico nostrano, mentre i </strong><strong>men’s studies continuano a essere una realtà decisamente poco esplorata. Perché? Che impatto potrebbero avere nell’evoluzione culturale della società italiana?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Sono degli studi che ci farebbero bene: c’è un gran bisogno di riflessione su questi argomenti</mark>. Per certi aspetti li abbiamo affrontati soprattutto dal punto di vista delle donne e siamo stati guidati in questo da un certo tipo di pensiero e pratica femminista. I <em>men’s studies</em> non sono presenti in Italia probabilmente perché non c’è ancora un gruppo maschile che abbia iniziato a riflettere seriamente su se stesso e sulla propria posizione nella società, anche se ci sono personalità isolate che hanno cominciato a farlo. <mark class='mark mark-yellow'>L’Italia è in grosso ritardo rispetto ad altri Paesi e sconta ancora l’eredità fascista: il ventennio di dittatura ha costruito una precisa immagine maschile e allo stesso tempo la controparte subalterna femminile</mark>. Le persone che hanno guidato l’Italia fino a qualche anno fa, magari pur rifiutando questo tipo di costruzione sociale, sono state cresciute secondo questa mentalità. Questi discorsi non sono mai stati elaborati pubblicamente nel nostro Paese: da qui deriva il ritardo culturale sulla mascolinità e il fatto che questi studi non sono mai diventati argomento di interesse generale.</p>
<p><strong><em>Fa paura riflettere su se stessi, motivo per cui si evita di approfondire certi temi?</em></strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Non è facile, perché mettersi in discussione può essere fonte di sofferenza</mark>. Si tratta di un percorso che non è sempre agevole. Se non si è costretti a farlo, non lo si fa volentieri.</p>
<p><strong><em>Spostandoci sul fronte statunitense, negli scorsi mesi ha fatto parlare di sé il movimento </em></strong><strong>Black Lives Matter<em>, che ha tratto nuova linfa dopo il caso Floyd. Continuano ancora gli scontri tra comunità afroamericana e polizia. Oltre al suprematismo bianco, entra qui in gioco la dinamica per cui i membri della polizia sono uomini dell’ordine e dunque legittimati ad agire come fanno?</em></strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Gli Stati Uniti scontano ancora la mancata elaborazione del razzismo che si portano dietro fin dalle origini a causa della presenza della schiavitù</mark>. Alcuni dei concetti di cui ho parlato valgono anche per il contesto d’Oltreoceano, perché <strong>non a caso potremmo interpretare questi fenomeni come reazioni di <em>backlash</em> dopo la presidenza Obama</strong>. Credo che sarà molto difficile per gli Stati Uniti uscirne, ma anche che ci siano delle forze importanti che tentano di mettere in atto un discorso diverso.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Tutti gli studi sul pregiudizio e sul razzismo insegnano l’importanza delle istituzioni</mark>: le campagne contro il razzismo non hanno grandi capacità di riuscita se non sono fortemente sostenute dalle istituzioni. <mark class='mark mark-yellow'>Ciò che sta emergendo adesso negli Stati Uniti è l’assenza di questo supporto o comunque la sua mancanza a molti livelli</mark>. Se le istituzioni non specificano che la polizia, pur dovendo intervenire e avendo un ruolo fondamentale, deve lavorare all’interno di un quadro dei diritti molto preciso rispondendo delle proprie azioni, è chiaro che succede quanto sta accadendo. Lo si è visto anche in Italia ai tempi del G8 di Genova, per esempio. <mark class='mark mark-yellow'><strong>La polizia riceve dei segnali di legittimazione dall’ordine costituito e sulla loro base si comporta in modo appropriato o inappropriato</strong></mark>. È quindi importante guardare oltre il livello delle semplici forze dell’ordine, spostando lo sguardo sulle istituzioni.</p>
<p><strong><em>Nelle ultime due settimane si sta parlando molto anche della possibile nomina di una donna bianca e repubblicana come nuova giudice della Corte Suprema statunitense al posto della scomparsa Ruth Ginsburg. È un tentativo di mettere in pericolo alcuni diritti acquisiti dalle donne?</em></strong></p>
<p>Non sappiamo ancora se il Senato americano ratificherà la sua nomina, ma <mark class='mark mark-yellow'>se davvero dovesse assumere la carica di componente della Corte Suprema vedrei la cosa con enorme preoccupazione, perché una maggioranza così forte (sei a tre) di conservatori porterebbe alla messa in discussione di diritti come l’aborto</mark>, regolamentato anni fa proprio da una sentenza della Corte Suprema. Sarebbe molto grave come segnale. Ho comunque l’impressione che gli Stati Uniti siano profondamente divisi: la parte <em>liberal</em> rappresenta probabilmente più della metà della popolazione, a prescindere dall’esito delle elezioni. Non credo che un Paese del genere resterà immobile nei prossimi anni di fronte a quelli che vedo come tentativi di regressione.</p>
<p><strong><em>Dato che nel 2016 l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca ha portato a una recrudescenza del nazionalismo in Europa, come con il Front National – ora Rassemblement National – in Francia e la nuova retorica dell’ex Lega Nord in Italia, se Amy Barrett dovesse insediarsi, legittimando così quelle politiche esclusivamente a favore della famiglia tradizionale, i movimenti </em></strong><strong>pro life<em> nati in Italia negli ultimi anni potrebbero esserne rafforzati?</em></strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Assolutamente sì, purtroppo</mark>. Questi movimenti non restano chiusi in un solo paese, c’è un’osmosi continua tra paesi e culture. <mark class='mark mark-yellow'><strong>L’elezione di Trump ha rafforzato un certo tipo di realtà negli Stati occidentali e potrebbe succedere anche in questo campo</strong></mark>. Bisognerà vedere come si muoverà all’estero l’opinione pubblica, se alcuni movimenti avranno la stessa forza di quelli in azione negli Stati Uniti o se invece nel nostro Paese si reagirà in maniera diversa.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'><strong>Parola d’ordine: cambiamento culturale</strong></mark>. Solo così in futuro la Giornata internazionale della nonviolenza avrà davvero un senso.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/la-psicologa-dallitalia-agli-stati-uniti-ce-molto-lavoro-da-fare/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>The Good News Female Gospel Choir: cantare per sentirsi libere</title>
		<link>http://www.magzine.it/the-good-news-female-gospel-choir-cantare-per-sentirsi-libere/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/the-good-news-female-gospel-choir-cantare-per-sentirsi-libere/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2020 06:47:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[coro]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Festa della Liberazione]]></category>
		<category><![CDATA[LGBT]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[omofobia]]></category>
		<category><![CDATA[Quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[TheGoodNewsFemaleGospelChoir]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=44226</guid>
		<description><![CDATA[Il panorama culturale milanese non smette mai di stupire. Quando poi la cultura abbraccia temi sociali importanti e troppo spesso trattati marginalmente, la miscela diventa esplosiva. Uno dei risultati positivi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1560" height="908" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Gospel-Choir.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Gospel Choir" /></p><p><strong>Il panorama culturale milanese non smette mai di stupire</strong>. Quando poi la cultura abbraccia temi sociali importanti e troppo spesso trattati marginalmente, la miscela diventa esplosiva.</p>
<p>Uno dei risultati positivi di questo mix è <strong><em>The Good News Female Gospel Choir</em>, un coro di sole donne che fin dal 2012 lotta per una società più giusta attraverso il canto</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Le tematiche a cuore di queste coriste di diverso orientamento sessuale – lesbiche, etero, bisessuali – sono il contrasto della violenza di genere e il sostegno ai diritti della comunità LGBT,</mark> come ci spiega <strong>la presidente dell’associazione, Francesca Fratini</strong>. Attraverso le proprie esibizioni sul palco, il coro punta a sensibilizzare in maniera alternativa rispetto alle semplici parole. Ma come è nata questa idea? «Nel 2014, con un’amica che lavora presso il centro antiviolenza “Cerchi d’Acqua”, siamo riuscite a organizzare un primo concerto che si è tenuto all’Umanitaria. Questo evento ci ha dato modo di crescere perché attraverso il rapporto con le professioniste di “Cerchi d’Acqua” abbiamo capito meglio anche come si svolge il percorso e quali sono le difficoltà che incontrano le donne, oltre al tipo di linguaggio che usano per descrivere gli episodi di violenza», racconta Francesca.</p>
<p>Oggi, con all’attivo più di novanta spettacoli, <strong>il <em>Female Gospel Choir</em> vanta una stretta collaborazione anche con la Casa d’Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano e si è fatto apprezzare in occasioni importanti come la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne</strong>, oltre che presso altre realtà istituzionali. <strong>L’emergenza Coronavirus, però, ha interrotto il ritmo delle prove settimanali e spazzato via tutti gli eventi che si sarebbero dovuti tenere tra la fine di febbraio e la metà di maggio</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>«Il 23 febbraio era in programma uno spettacolo bellissimo per cui avevamo scritto un copione insieme all’attore e autore sudamericano Milton Fernandez,</mark> che collabora già da molti anni con “Cerchi d’Acqua” – dice ancora Francesca –. <mark class='mark mark-yellow'>Può sembrare strana la scelta di far salire un uomo sul palco in una ricorrenza vicina all’8 marzo, ma ci sembrava un azzardo molto costruttivo, perché un uomo che parla con la sua voce, ma raccontando storie di donne vittime di violenza circondato da tante altre donne ci sembrava un buon segnale».</mark></p>
<p>A chi si chiede a cosa faccia riferimento quel <em>Good News</em> che è parte integrante del nome dell’associazione, Francesca risponde con un semplice “Eravamo noi, la nostra presenza, la buona notizia”, mentre <strong>Cristina Boaretto, direttrice del coro</strong>, ci spiega l’iniziale scelta di privilegiare il gospel rispetto ad altri generi musicali: «Fino al 2010 facevamo parte di un altro coro, poi scioltosi, che era più vicino al gospel rispetto all’attuale. Quando abbiamo costituito il nuovo gruppo siamo ripartite da qui. Poi, in base alle tematiche affrontate, abbiamo dovuto spostarci su altre canzoni e quindi su generi diversi. Negli ultimi tempi abbiamo trascurato un po’ il gospel, ma di tanto in tanto qualche corista mi chiede di tornare alle origini». E dello spettacolo cancellato a febbraio dice: «Le nostre ultime prove si sono tenute il 17 e mi sono commossa, perché guardare e ascoltare Milton Fernandez leggere quei testi è stato davvero bello: emozionava ancora di più per l’enfasi che impiegava pur essendo un uomo».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Il Female Gospel Choir è un coro di sole donne &#8220;lesbiche ed eterosessuali&#8221;, fondato a Milano nel 2012. Fortemente impegnate nella difesa dei diritti di ogni genere e nella denuncia di ogni forma di violenza, hanno utilizzato le piattaforme social per celebrare, a modo loro, il 25 aprile di Liberazione </span></p>
<p>In questi otto anni di attività, il coro si è fatto progressivamente conoscere e apprezzare da un pubblico sempre più largo, anche se, come ricorda Cristina, <strong>le primissime prove si sono tenute presso Villa Pallavicini, un’associazione culturalmente vicina al <em>Female Gospel Choir</em></strong>. «Era come giocare in casa – si inserisce Francesca –. <mark class='mark mark-yellow'>Credo però che siano più importanti gli spettacoli che facciamo nei luoghi o per le realtà che ci conoscono poco, che non ci conoscono affatto o che non la pensano come noi.</mark> <strong>Di solito, prima di un concerto, salgo sul palco per fare una breve presentazione e sottolineo che siamo un coro lesbico ed eterosessuale. Questa dichiarazione è molto importante. La prima reazione può essere “Perché me lo dici? Che mi importa del tuo orientamento?”. Invece no, perché in un contesto in cui non si sono ancora superate le discriminazioni è fondamentale dichiararlo</strong>. Quando cantiamo in luoghi dove non ci conoscono penso che sia importante vedere negli occhi la reazione del pubblico. Evidentemente questa forma di presentazione ha funzionato, perché ci arrivano tante proposte e nuove coriste, il che ci rende molto felici». Cristina concorda: «Non vedo mai il pubblico perché dirigendo e suonando do sempre le spalle. La reazione di stupore alla frase iniziale, che il pubblico recepisce quasi come un pugno, è poi smentita quando il concerto finisce, perché chi ci ascolta resta entusiasta. Le nuove coriste nascono come delle fan, se vogliamo».</p>
<p>Le donne che si uniscono al coro hanno un’età media che si aggira intorno ai 50 anni e chiediamo come mai ci siano poche ventenni e trentenni. «Non è che i giovani non siano interessati a questi temi o alla politica. Credo che sia un atteggiamento diverso. Forse il canto di per sé non interessa molto le nuove generazioni. Magari dipende dalla forma di militanza: il coro non è molto attraente, mentre una manifestazione come il <em>Pride</em> lo è sicuramente di più perché entrano in gioco altri fattori che la rendono interessante per i giovani, proprio come forma di espressione», ipotizza Francesca, mentre Cristina annuisce e aggiunge: «Oppure, dato che quando abbiamo iniziato eravamo già un gruppo di donne mature, i giovani che ci hanno visto e ascoltato potrebbero aver pensato che l’attività del coro fosse limitata solo a determinate fasce d’età».</p>
<p>La presenza ridotta di ragazzi e ragazze accomuna molti altri cori, ma ciò non toglie che l’opera di sensibilizzazione dia frutti importanti. <mark class='mark mark-yellow'>«Credo di aver percepito un piccolo cambiamento sociale in questi otto anni – afferma Francesca –. Non che la violenza sulle donne sia regredita, purtroppo, ma se ne parla di più e anche in ambienti che non sono più solo quelli classici. Questo è un segnale di cambiamento, non si tratta più di storie per cui provare vergogna o imbarazzo, ma che possono essere raccontate.</mark> La nostra presenza sul palco contribuisce a questa apertura. <strong>Penso che quando cantiamo la nostra voce diventi davvero la voce delle donne, perché è il primo strumento che bisogna usare per denunciare la violenza subita e chiedere aiuto</strong>. Basta anche una telefonata, ma si deve parlare, perché così inizia tutto il lungo e difficile percorso che porta alla liberazione dalla situazione di maltrattamento». E Cristina esclama: «Non saremo noi la salvezza delle donne o dell’umanità, ma chi viene a sentirci almeno ha un po’ di respiro». Non solo sollievo, però: <strong>con gli spettacoli raccolgono fondi per i centri antiviolenza</strong>, purtroppo costantemente penalizzati dalle istituzioni.</p>
<p><strong>Ora che concerti e altri eventi culturali sono sospesi, le piattaforme social diventano un buono strumento per farsi ascoltare. Su YouTube e sulla pagina Facebook del coro è comparso un video che dopo settimane di silenzio ha riunito le oltre quaranta voci delle coriste, che hanno intonato <em>Lean On Me</em></strong>. Un brano importante per il messaggio che vuole trasmettere: <mark class='mark mark-yellow'>«Lo abbiamo cantato per tutti, per chi fa il possibile e l’impossibile, anche per chi purtroppo non può fare niente e deve aspettare di essere aiutato – chiarisce Francesca –. Sembra banale dirlo, ma in questo momento più che mai c’è bisogno di <em>appoggiarsi</em> a qualcun altro».</mark></p>
<p><strong>Tra chi cerca aiuto ci sono proprio le donne vittime di violenza domestica che la quarantena ha chiuso ancora di più nell’isolamento delle mura di casa ed è a loro che il <em>Female Gospel Choir</em> dedica in modo particolare il video realizzato</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>«Nelle prime settimane di <em>lockdown</em> sono crollate le chiamate ai centri antiviolenza, ma adesso sono triplicate. Questi dati non sono stati ancora interpretati, ma si ipotizza che all’inizio le donne pensassero che i centri fossero chiusi. In seguito alla campagna per far sapere che erano aperti, è emerso in parte ciò che sarebbe comunque uscito fuori, ma con l’aggravante di situazioni che sono esplose a causa della convivenza forzata in contesti già problematici – spiega ancora Francesca –.</mark> Resta comunque qualcosa di drammatico, perché è vero che il virus colpisce tutti indistintamente, ma chi può fare un isolamento comodo vive in condizioni diverse rispetto a chi è in carcere, in un centro d’accoglienza o in una famiglia dove ci sono tensioni terribili. Si aggravano situazioni già problematiche e si evidenziano le criticità della nostra società. Per le donne che chiedono appoggio c’è sicuramente la possibilità di chiamare, essere ascoltate e ricevere consigli, ma intervenire in questi momenti è particolarmente difficile».</p>
<p><em>Lean On Me</em> però è un inno che le coriste hanno dedicato anche a loro stesse. Questa <em>reunion</em> virtuale, come racconta Cristina con un sorriso, «è stata bellissima, soprattutto quando, oltre la metà del video, pian piano compaiono le coriste suddivise tra bassi, contralti e soprani. Mi ha riempito di gioia. Certo, manca il contatto umano, ma fortunatamente ci sono i social, le videochiamate e così via. Per me il lunedì di prove era una seratona; le coriste mi fanno sgolare, però ci divertiamo. È un momento molto bello di condivisione».</p>
<p>Essendo la direttrice di un coro, <strong>chiediamo a Cristina un parere sui flashmob musicali che hanno caratterizzato il primo periodo di quarantena</strong>: <mark class='mark mark-yellow'>«All’inizio ho apprezzato l’iniziativa. Mi è piaciuta come modalità, perché la gente si sentiva intrappolata in casa ed era un modo di evadere. Una nostra amica per esempio improvvisava canzoni su Facebook ed era molto divertente. Ora sono contenta che non si faccia più, perché poco alla volta è diventato sempre più assurdo ascoltare persone che cantavano dai balconi mentre migliaia di persone morivano sole in ospedale. Stonava nel contesto generale».</mark> Anche Francesca è d’accordo.</p>
<p><strong>Ma loro come hanno vissuto la pandemia e il distacco le une dalle altre?</strong> <mark class='mark mark-yellow'>«Una tragedia! – esclama di nuovo Cristina –. Chi pensava a una cosa così lunga? Come coro, l’8 marzo volevamo andare al Parco Lambro e cantare, seppur distanziate. Poi non si è potuto perché la notte di quel giorno è arrivata la chiusura totale.</mark> Da allora mando alle coriste pezzi nuovi e di ripasso, ma non è la stessa cosa, perché mi dicono che a distanza non riescono a capire. <strong>È veramente frustrante</strong>. Mi manca tanto non poterle vedere dal vivo. <strong>Perciò riuscire a realizzare un video su <em>Lean On Me</em> è stato un po’ come gasarci, ci ha dato uno sprint di gioia</strong>. Ho perso il conto di quante volte l’ho guardato; ogni volta mi dico “Ora spengo”, ma poi lo riavvio, è troppo bello». Anche Francesca condivide lo stesso umore, ma a proposito del video fa questa considerazione: «Per me questo da lontano è un lavoro utilissimo: mi costringe a cantare da sola e davanti alla mia immagine, perché devo riprendermi. Mi mancano le prove, ma questo esercizio è davvero qualcosa in più che normalmente non facciamo, perché stando in coro non ti accorgi di ciò che non va, visto che le voci di tutte le altre ti coprono. La musica per me ha bisogno del corpo di chi canta, di chi suona e del pubblico per essere davvero completa. Ci sono altri surrogati di valore, rappresentati dalla tecnologia, che sono comunque un ottimo strumento per continuare a esprimersi e stare insieme a distanza, ma la corporeità nel coro resta imprescindibile».</p>
<p><strong>La positiva esperienza e il successo riscosso online da <em>Lean On Me</em> sono due spinte in più per confezionare altri video</strong>. «<mark class='mark mark-yellow'>Stiamo preparando <em>Bella Ciao</em> per il 25 aprile e abbiamo deciso di inserire non solo i nostri visi, ma anche immagini di donne partigiane».</mark> Cristina ride: «Per questo brano, cantato a voci scoperte, le coriste stanno incontrando più difficoltà che non per <em>Lean On Me</em>».</p>
<p><strong>Per chi lotta in favore dei diritti delle donne e della comunità LGBT cosa rappresenta la festa della Liberazione</strong>? Risponde la presidente: <mark class='mark mark-yellow'>«<em>Bella Ciao</em> simboleggia la nostra emancipazione dalla dittatura e richiama quei valori sospesi durante il regime. È una canzone attuale perché i nostri valori di riferimento sono rimasti immutati e ci ricorda che dobbiamo sempre vigilare.</mark> È il discorso che abbiamo fatto alle giovani, una volta: la situazione d’oggi è diversa rispetto a quella vissuta da noi anni fa e alcune conquiste che ora si danno per assodate non devono affatto essere date per scontate. <strong>Bisogna sempre difendere questi diritti</strong>. <mark class='mark mark-yellow'><em>Bella Ciao</em> è un messaggio molto potente sotto questo punto di vista. Non a caso è stata tradotta in un centinaio di lingue e sul Web ci sono delle interpretazioni che vengono anche da Paesi lontanissimi da noi geograficamente e culturalmente.</mark> C’è un motivo se ciò accade ed è perché <strong>rappresenta per tutti un sistema di diritti che deve essere costantemente presidiato e difeso</strong>».</p>
<p><strong>La canzone è stata scelta anche per il 17 maggio</strong> – <strong>Giornata internazionale contro l’omofobia</strong> – come rivela in anteprima Francesca. Cristina spiega: «Dall’8 al 10 maggio qui a Milano si sarebbe dovuto tenere il Cromatica Festival. È una manifestazione che riunisce noi e altri dodici cori arcobaleno provenienti da tutta Italia. Giocando in casa, stavamo preparando un <em>medley</em> su cui ho investito davvero molto tempo. Purtroppo anche questo evento è svanito a causa del virus e per me è stata una mazzata. Volevamo cantare <em>I am what I am</em> mixata con <em>Don’t Stop Me Now</em>: sono sulla stessa tonalità, si incrociano ed esce fuori una cosa stupenda. Il terzo brano era <em>Raise</em> <em>Up</em>, tratto da un musical». Interviene Francesca: «Sono tutte canzoni molto legate al mondo LGBT. Era un <em>medley</em> abbastanza complesso, quasi un <em>mash-up</em>, perché le musiciste hanno composto di fatto un brano nuovo composto da parti delle tre canzoni. Dato che il Festival è stato cancellato, <mark class='mark mark-yellow'>stiamo preparando un video con tutti i cori di Cromatica che andrà online per la Giornata contro l’omofobia. Naturalmente mettere insieme 250 coristi sparsi per l’Italia non era facile, quindi per scegliere il brano si è tenuto conto di tanti fattori e alla fine si è optato per <em>Bella Ciao</em>, perché è un brano già cantato in altre edizioni e anche chi non l’ha mai fatto comunque lo conosce».</mark> Cristina riprende la parola e specifica che questa versione sarà diversa rispetta a quella che il <em>Female Gospel Choir</em> realizzerà per il 25 aprile.</p>
<p><strong>Il repertorio del coro comprende soprattutto canzoni straniere. E i testi in italiano</strong>? <mark class='mark mark-yellow'>«Ci proviamo sempre, ma non si riesce mai a trovarli, tranne uno del Quartetto Cetra che parla di femminicidio – dichiara Cristina con aria sconsolata –. Ci pensiamo, ma non arriviamo mai a inserire una canzone in italiano.</mark> Non basta ascoltare una canzone, apprezzarla e proporla: deve essere attinente ai temi su cui vogliamo far riflettere». Francesca annuisce e apre una parentesi sulle canzoni estere: <mark class='mark mark-yellow'>«Tra i brani in inglese abbiamo cantato anche <em>I Can’t Keep Quiet</em> della cantautrice americana Milck.</mark> Nel testo parla dei maltrattamenti che ha subito e a un certo punto dice proprio “Io non posso tacere”: ecco che ritorna l’importanza della voce. Tra l’altro <mark class='mark mark-yellow'>è un brano che negli Stati Uniti le donne hanno cantato in molti flashmob e anche subito dopo l’elezione di Donald Trump: è stata intonata per la prima volta proprio nelle manifestazioni a Washington contro il presidente neo eletto».</mark></p>
<p>Per concludere, <strong>chiediamo a entrambe cosa direbbero a una donna vittima di violenza e al partner che perpetra gli abusi</strong>. Francesca sospira: <mark class='mark mark-yellow'>«C’è bisogno di credere in se stesse, senza per forza voler aderire a un modello, e di essere semplicemente se stesse.</mark> Il grimaldello per aprire la porta è proprio questo: accettarsi e vedersi per ciò che si è, non per quello che altre persone vogliono far credere. <mark class='mark mark-yellow'>Bisogna poi educare le nuove generazioni, maschi e femmine, a capire cos’è l’amore. È necessario imparare a riconoscerlo fin dall’infanzia, perché crescendo diventa più difficile demolire il nostro sistema di credenze.</mark> <strong>È un problema figlio del patriarcato</strong>, di un sistema familiare che non può più andare avanti così». Cristina, invece, è più diretta: <mark class='mark mark-yellow'>«Alle donne che subiscono qualsiasi tipo di violenza mi viene da dire “Scappate”, ma se non lo fanno non è facile riuscire a liberarsi. A chi perpetra abusi domando solo “Perché? Perché devi infierire così?”».</mark></p>
<p>Le salutiamo con entusiasmo, felici di aver conosciuto un’altra piccola, grande realtà che anima positivamente la città di Milano, con Francesca che sottolinea come il coro sia «un cantiere sempre aperto. <strong>Qualsiasi donna avesse desiderio di cantare e aderire al nostro progetto è benvenuta</strong>».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La liberazione – dalla dittatura, dalla violenza, dal male – passa anche da qui.</mark></p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/-3Ta77A_pZA" width="640" height="480" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/the-good-news-female-gospel-choir-cantare-per-sentirsi-libere/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: http://www.w3-edge.com/wordpress-plugins/

Page Caching using disk: enhanced
Database Caching 1/20 queries in 0.014 seconds using disk
Object Caching 1428/1653 objects using disk

 Served from: www.magzine.it @ 2026-04-17 13:05:05 by W3 Total Cache -->