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	<title>magzine &#187; Somalia</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Piccoli gesti e grande storia nel racconto di Igiaba Scego</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Feb 2023 09:35:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Igiaba Scego]]></category>
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		<description><![CDATA[«Essere di origine somala è un po&#8217; come essere di origine siriana o yemenita: ti porti dietro una guerra infinita. Le guerre non terminano veramente nella data che viene riportata ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1638" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/Igiaba-Scego2-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Igiaba-Scego2-scaled" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«Essere di origine somala è un po&#8217; come essere di origine siriana o yemenita: ti porti dietro una guerra infinita. Le guerre non terminano veramente nella data che viene riportata sui libri, ma si trascinano eternamente».</mark> <strong>Igiaba Scego</strong> è una scrittrice italo-somala – o meglio, romano-somala, perché Roma è per lei luogo di nascita e casa – e proprio questa sua condizione di “<em>in between</em>” tra due radici e Paesi è stato il bagliore che ha avviato il suo rapporto con la scrittura.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ne <strong><em>La mia casa è dove sono </em></strong>raccontava la sua identità; oggi, a tredici anni di distanza, lo sguardo si amplia per abbracciare la famiglia, il Paese d’origine dei suoi genitori e la guerra civile che nel 1991 l’ha travolto. <mark class='mark mark-yellow'>Questo passaggio dal particolare al generale che, dal micro-cosmo della storia famigliare si eleva a dipinto di un popolo, si sviluppa nelle pagine di <strong><em>Cassandra a Mogadiscio</em></strong>, opera presentata dall’autrice alla <strong>libreria Verso</strong> di Milano</mark>. Una figura della mitologia greca accostata alla capitale somala. La linea sottile che giustifica la connessione si trova nelle ultime parole che sigillano il libro: «e naturalmente ringrazio <strong>Cassandra</strong>, che aveva ragione su tutto. Perché la storia può toglierci la casa, ma mai la voce; può accecare i nostri occhi, ma mai spegnere la memoria». Cassandra è l’evocazione della città di Troia e di quelle che, sulla sua scia, sono morte; Cassandra è <strong>Kabul</strong>, <strong>Baghdad</strong>, <strong>Dresda</strong>, <strong>Aleppo</strong>, <strong>Mogadiscio</strong>; <mark class='mark mark-yellow'>Cassandra è l’esigenza della memoria, che la guerra tende a cancellare e che invece è necessario tramandare.</mark></p>
<div id="attachment_63252" style="width: 4032px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/igiaba.jpg"><img class="size-full wp-image-63252" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/igiaba.jpg" alt="L'autrice Igiaba Scego in dialogo con Gabriella Grasso e Alessandra Carati durante la presentazione di Cassandra a Mogadiscio alla libreria Verso di Milano. " width="4032" height="3024" /></a><p class="wp-caption-text">L&#8217;autrice Igiaba Scego in dialogo con Gabriella Grasso e Alessandra Carati durante la presentazione di Cassandra a Mogadiscio alla libreria Verso di Milano.</p></div>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>«La guerra può essere raccontata soltanto a frammenti, come delle schegge di memoria, perché nei conflitti non ci sono un inizio o una fine reali: in Somalia, come in Siria e in Yemen, si trascinano eternamente»: Igiaba Scego racconta così il suo ultimo libro, <em>Cassandra a Mogadiscio</em>.</span></p>
<p style="font-weight: 400;">«Con la guerra si perdono tante cose, come gli archivi famigliari, che sono lo scrigno dei nostri ricordi. Volevo mostrare la quotidianità di una famiglia diasporica e raccontare quello che non si vede – rivela l’autrice –. <strong>Toni Morrison</strong> diceva: “se c’è un libro che vorresti leggere, ma non è ancora stato scritto, allora devi scriverlo tu”. Le devo moltissimo, perché lei ha insegnato a noi autori neri come raccontarci, soprattutto quando arrivi da un canone letterario in cui il tuo corpo non c’è». <mark class='mark mark-yellow'>La fisicità, nelle pagine del libro, è elemento costitutivo e permette di comprendere al di là della mente.</mark> <strong>Alessandra Carati</strong>, anche lei narratrice di guerra, ha riconosciuto proprio in questo aspetto il grande potere di un romanzo «tenero, delicato ed estremamente umano. Al suo interno ci sono atmosfere domestiche e relazioni famigliari di ogni grado: madre-figlia, cugino-cugina, fratello-sorella, nonno-nipote… è come se fosse un grande caleidoscopio famigliare». Al tempo stesso però c’è la grande storia, l’italianità che si affianca all’essere di seconda generazione, il passato di un paese colonizzato che si mescola a quello del suo colonizzatore, delineando un ritratto della società variegata e amalgamata di oggi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Questa commistione di realtà e contrasti determina la struttura frammentaria e circolare del libro: <mark class='mark mark-yellow'>«la guerra può essere raccontata soltanto così, a frammenti, come delle schegge di memoria senza un inizio o una fine reali, perché una fine ancora non c’è</mark> – spiega Scego –. Le guerre si trasformano: iniziano per un motivo, ma poi nel corso del tempo diventano altro e traducono il loro caos in un malessere interiore per chi le vive. In <strong>Somalia</strong>, il conflitto era iniziato per cacciare un dittatore, poi è diventato un contrasto clanico, intrecciato con interessi europei, armi e terrorismo. Generano lacerazione e abitudine alla mostruosità, e questo non fa bene alle persone. Quello che volevo descrivere è l’esperienza di essere reduci di guerra in modo differente, perché siamo un po&#8217; tutti dei sopravvissuti: la scrittura è cura e permette di mettere a fuoco meglio».</p>
<p style="font-weight: 400;">Delineato sotto forma di lettera indirizzata alla nipote, il libro conserva al suo interno molti termini somali: così la commistione linguistica diventa mezzo di espressione della doppia identità dell’autrice. «L’italiano in Somalia arriva come lingua coloniale ed egemone e poi negli anni ’50-’60 ha subito una risignificazione. Volevo in qualche modo tracciare una genealogia di questo idioma di grandi uomini e donne».</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Il libro di Igiaba Scego è un intreccio di piccoli gesti e grande storia; un omaggio ad un padre amato e un testamento futuro ad una nipote cittadina del mondo; un punto di congiunzione per una famiglia sbriciolata dalla migrazione, che rimane unita nella diversità dei suoi destini.</mark></p>
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		<title>Mutilazioni genitali femminili, un problema sempre più europeo</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2023 20:56:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Eugenia Durastante]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[bambine]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Giornata internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[mutilazioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Emorragie, infezioni e problemi psicologici sono solo alcune delle conseguenze gravissime alle quali vanno incontro circa 200 milioni di bambine e ragazze in tutto il mondo a causa delle mutilazioni ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1190" height="451" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/WHO_world-health-organizationJPG.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: World Health Organization" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>Emorragie, infezioni e problemi psicologici sono solo alcune delle conseguenze gravissime alle quali vanno incontro circa 200 milioni di bambine e ragazze in tutto il mondo a causa delle mutilazioni genitali femminili.</mark> Nel 2012 l’Organizzazione per le Nazioni Unite ha proclamato il 6 febbraio come la giornata mondiale della tolleranza zero contro questa pratica, un fenomeno molto diffuso soprattutto nell’Africa sub-sahariana.</p>
<p>Il problema delle mutilazioni genitali femminili (MGF) è ancora poco conosciuto perché, come spesso accade, le persone tendono a pensare che sia qualcosa di lontano che non ci riguarda. <strong>Anna Bianchi</strong> della <strong>ONLUS Terre des Hommes</strong>, associazione nata più di sessanta anni fa con lo scopo di proteggere bambini in tutto il mondo da abusi e violenze garantendo loro salute, istruzione e libertà, afferma che dobbiamo mantenere alta l’attenzione su questa tematica perché «è un fenomeno che viene perpetuato dalla diaspora. <mark class='mark mark-yellow'>Molte comunità africane, anche se vivono in Europa, decidono di tornare nel proprio Paese d’origine proprio per sottoporre le figlie alla pratica».</mark> Bianchi tiene a precisare che le MGF vanno spesso di pari passo con i matrimoni precoci, «circa 40 milioni di spose bambine hanno subito la mutilazione». Questo dato che riguarda i paesi dell’Africa sub-sahariana è riportato all’interno del più recente dossier <em>In difesa</em> pubblicato da Terre des Hommes nell’anno 2022. Nonostante i dati rimangano allarmanti, <mark class='mark mark-yellow'>negli ultimi trent’anni sono stati fatti alcuni passi in avanti dal punto di vista legislativo, infatti «è stata fatta molta sensibilizzazione che ha portato alcuni paesi africani a vietare questa pratica. Purtroppo che la legge non sempre sia rispettata è un altro conto».</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Le mutilazioni non sono legate alla religione ma alla cultura. «Questo è uno dei pochi fenomeni dove la religione può aiutare tantissimo alla fuoriuscita della problematica» chiosa Ismail</span> Quindi, cosa si può fare affinché le MGF diminuiscano? <strong>Maryan Ismail</strong>, politica e docente di antropologia dell&#8217;immigrazione nata in Somalia, crede che sia fondamentale lavorare insieme agli uomini, insieme ai padri. <mark class='mark mark-yellow'>«Bisogna sensibilizzare la parte maschile spiegando la devastazione a cui va incontro la propria figlia, ma contemporaneamente lavorare sulla parte femminile perché sono le nonne paterne le depositarie della tradizione».</mark> Inoltre, al contrario di quello che erroneamente si pensa, le mutilazioni non sono legate alla religione ma alla cultura. «Quello delle mutilazioni genitali femminili è uno dei pochi fenomeni dove la religione può aiutare tantissimo alla fuoriuscita della problematica e può essere uno strumento utilizzabile nel dialogo con, e tra, le famiglie» chiosa Ismail.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Una delle mutilazioni genitali più frequenti e la più invalidante è l’<strong>infibulazione</strong>, chiamata anche circoncisione faraonica, tipica del Corno d’Africa.</mark> Questa tradizione consiste nella cucitura della vulva. In Italia esiste un servizio gratuito ma poco conosciuto che permette alle donne che l’hanno subita nel proprio paese d’origine di essere operate. Si tratta di un intervento chirurgico riparatore attraverso il quale si ricostruisce il corpo mutilato e viene svolto gratuitamente in tutti gli ospedali italiani a carico del servizio sanitario nazionale. Secondo una ricerca dell’Università Bicocca di Milano in Italia ci sono circa 88mila donne infibulate ma solo 2000 hanno fatto ricorso a questo intervento. <span class='quote quote-left header-font'>In Italia esiste un intervento chirurgico completamente gratis che le donne infibulate possono richiedere per tornare ad una condizione di normalità</span> Ismail tiene a precisare che bisogna sempre essere diffidenti verso i dati divulgati, spesso non sono veri. In particolar modo <mark class='mark mark-yellow'>«è fondamentale non spettacolarizzare il problema senza conoscerne gli impliciti culturali perché si rischia di ricadere nello stereotipo, nel pregiudizio creando un ostacolo nell’ostacolo».</mark></p>
<p>Nella famiglia di <strong>Igiaba Scego -</strong> scrittrice italiana di origine somala, e prossima alla pubblicazione di un nuovo romanzo per Bompiani, intitolato <em>Cassandra a Mogadiscio</em> &#8211; molte donne hanno subito modificazioni degli organi genitali. Secondo la Scego la chiave per combattere questa pratica è la comunicazione. C’è una scena nel film <em>Moolaadè</em> di Ousmane Sembène, uno dei più grandi registi del continente africano, dedicato a questo tema: «Nella scena si vede che chi vuole perpetuare la pratica brucia le radio. È emblematica perché fa capire tutto; la comunicazione è il sapere e il sapere è fondamentale per conoscere e cambiare». Infatti,<mark class='mark mark-yellow'>è proprio attraverso le radio, i programmi, i rappresentanti religiosi e le testimonianze di altre donne, sia dentro che fuori dalla famiglia, che si può contrastare il fenomeno delle MGF</mark>.</p>
<p>In Italia, secondo Scego, non c’è ignoranza sul tema ma si tratta più che altro di una non conoscenza, o falsa conoscenza, perché «molte persone tendono a pensare che le mutilazioni siano legate alla religione e puntano il dito. Al contrario, bisognerebbe non giudicare, mai, ma provare a capire».<mark class='mark mark-yellow'>Confrontarsi e intraprendere un cammino insieme alle donne che hanno subìto una modificazione degli organi genitali può essere fondamentale anche per far avvicinare queste donne all’intervento chirurgico riparatore. È importante per loro avere un sostegno psicologico, oltre che la presenza di operatori sanitari ben preparati</mark>. «Dimentichiamo, però, una cosa, ovvero che non tutte le donne mutilate sanno di aver subìto la pratica perché erano molto piccole o perché sono emigrate e hanno avuto molti altri problemi». Questi sono alcuni dei motivi per i quali sono ancora molto poche a sottoporsi all’intervento chirurgico in Europa.</p>
<p>Per la Somalia, Maryan Ismail è fiduciosa che possa essere lentamente debellata, anche se, nonostante la mutilazione sia vietata dallo Stato somalo, viene ancora praticata. Il motivo?  «Per le autorità locali, una guerra civile attiva da trent&#8217;anni anni è una scusa sufficientemente grossa &#8211; dice Ismail &#8211; per derubricare il problema, ritenerlo minoritario, non applicare la legge e non perseguire chi contravviene ad essa».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Off The Radar – dieci pezzi da non perdere #52</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Mar 2022 16:10:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Federica Farina]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Torna Off the Radar, la rubrica di Magzine dedicata ai migliori longform e reportage della settimana, con dieci pezzi tutti da scoprire. Ucraina e Yemen: Paesi molto diversi che stanno ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1170" height="780" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/03/Nella-foto-Somalia.-In-cima-a-una-cisterna-dacqua-un-uomo-aspetta-che-lacqua-venga-pompata-nella-borsa.-Fonte-Al-Jazeera.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Nella foto: Somalia. In cima a una cisterna, un uomo aspetta che l&#039;acqua venga pompata nella borsa. Fonte: Al Jazeera." /></p><p>Torna <strong>Off the Radar</strong>, la rubrica di Magzine dedicata ai migliori <strong>longform</strong> e <strong>reportage</strong> della settimana, con dieci pezzi tutti da scoprire. Ucraina e Yemen: Paesi molto diversi che stanno vivendo la stessa tragedia con conseguenze drammatiche. Allo stesso tempo, si riaccende la speranza: il ricongiungimento con un “nieto desaparecido” grazie alla perseveranza delle nonne argentine e la possibilità di un futuro più green grazie all’intraprendenza delle case automobilistiche cinesi. Sullo sfondo, la 94esima cerimonia degli Oscar che si terrà la notte tra domenica 27 e lunedì 28 marzo. Buona lettura!</p>
<p>Il reportage dei reporter della BBC Quentin Summerville e Darren Conway che a Kharkiv hanno raccolto le testimonianze di <strong>due militari russi</strong> impegnati nella guerra in Ucraina dal primo giorno dell’invasione. (<a href="https://www.bbc.com/news/world-europe-60860548" target="_blank">BBC</a>)</p>
<p>La guerra civile in <strong>Yemen</strong>, uno dei Paesi più poveri del Medio Oriente che secondo le Nazioni Unite vive ormai in una condizione di “emergenza cronica”, diventa sempre più violenta. Alle conseguenze dirette del conflitto si aggiungono <strong>fame</strong> e <strong>malattie</strong> che aggravano una delle <strong>crisi umanitarie</strong> peggiori del mondo. (<a href="https://www.bbc.com/news/world-middle-east-29319423" target="_blank">BBC</a>)</p>
<p>Dal 1976 al 1983, durante la dittatura di Jorge Rafael Videla, l&#8217;<strong>Argentina</strong> registrò migliaia di casi di <strong>desaparecidos</strong>. Le Abuelas (“nonne”) de Plaza de Mayo da allora lottano per ritrovare i figli scomparsi e questa settimana è stato ritrovato Ignacio Montoya Carlotto, nipote della presidente del movimento<strong> Estela De Carlotto</strong>. (<a href="https://elpais.com/espana/2022-03-22/estela-de-carlotto-presidenta-de-abuelas-de-plaza-de-mayo-por-la-noche-lloro-durante-el-dia-peleo.html" target="_blank">El País</a>)</p>
<p>Mercoledì 23 marzo è morta <strong>Madeleine Albright</strong>, prima segretaria di Stato statunitense ad aver incontrato <strong>Vladimir Putin</strong> subito dopo la sua ascesa al Governo russo nel 2000. (<a href="https://www.newyorker.com/news/postscript/madeleine-albright-was-the-first-most-powerful-woman-in-us-history" target="_blank">The New Yorker</a>)</p>
<p>Tra i candidati all’<strong>Oscar</strong> come miglior film internazionale compare per la prima volta una pellicola proveniente dal <strong>Bhutan</strong>, un piccolo regno buddista nella regione orientale dell’Himalaya. Il film si intitola <em>Lunana: Il viaggio alla fine del mondo </em>e il suo regista, <strong>Pawo Choyning Dorji</strong>, racconta il suo arrivo a Los Angeles in compagnia della sua famiglia. (<a href="https://apnews.com/article/oscars-entertainment-arts-and-entertainment-los-angeles-hollywood-0ed40e596da3d55fe429683e83d9e1a2" target="_blank">AP News</a>)</p>
<p>Se le principali case automobilistiche occidentali non credono nel mercato delle batterie sostituibili per i <strong>veicoli elettrici</strong>, in <strong>Cina</strong> sembrano pensarla diversamente. Quattro società, con il sostegno del Governo, hanno annunciato che realizzeranno entro il 2025 un totale di <strong>24mila stazioni</strong> di scambio dove sarà possibile ricaricare velocemente i propri veicoli elettrici sostituendo direttamente la batteria. (<a href="https://www.reuters.com/business/autos-transportation/inside-chinas-electric-drive-swappable-car-batteries-2022-03-24/" target="_blank">Reuters</a>)</p>
<p>Un somalo su quattro deve fare i conti con la carestia causata dalla peggior <strong>siccità</strong> registrata negli ultimi 40 anni. Ad acuire le difficoltà si aggiunge la guerra in Ucraina: da Odessa l’anno scorso è partito , infatti, il 53% del cibo destinato al World Food Programme operante in <strong>Somalia</strong>. (<a href="https://www.aljazeera.com/amp/gallery/2022/3/24/photos-drought-in-somalia-worsened-by-funding-gap-ukraine-war" target="_blank">Al Jazeera</a>)</p>
<p><strong>Záhony</strong> è uno dei tanti Paesi ungheresi confinanti con l’Ucraina, ma è l’unico raggiungibile in treno. Dopo la Polonia, qui è arrivato il più alto numero di <strong>profughi</strong> dall’inizio della guerra, nonostante le dure politiche anti-immigrazione del Primo Ministro Viktor Orbán. (<a href="https://www.internazionale.it/reportage/noemi-la-barbera/2022/03/23/amp/ungheria-profughi-ucraina" target="_blank">Internazionale</a>)</p>
<p>Tra gli effetti negativi che la guerra in Ucraina sta causando ci sono l&#8217;impennata dei <strong>prezzi alimentari</strong> e la <strong>carenza di cibo</strong>, che potrebbero innescare un&#8217;ondata di instabilità nel mondo. (<a href="https://www.nationalgeographic.com/environment/article/war-in-ukraine-could-plunge-world-into-food-shortages" target="_blank">National Geographic</a>)</p>
<p>Un viaggio nelle terre canadesi dei <strong>guardiani nativi</strong> della BC, la <strong>British Columbia Coast</strong>, tra salvataggi, catture e salvaguardia del territorio. (<a href="https://www.internazionale.it/reportage/jimmy-thomson/2022/03/26/canada-prime-nazioni-guardacoste" target="_blank">Internazionale</a>)</p>
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		<title>Mutilazioni genitali, l&#8217;ombra del Covid pesa sulla giornata internazionale</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2021 11:41:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Barbieri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;ombra del Covid-19 si allunga sulla lotta contro le mutilazioni genitali femminili di cui il prossimo 6 febbraio si ricorda la giornata internazionale. Perché la dispersione scolastica causata dalla pandemia ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1100" height="715" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Mutilazioni-genitali-femminili.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Mutilazioni-genitali-femminili" /></p><p>L&#8217;ombra del Covid-19 si allunga sulla lotta contro le mutilazioni genitali femminili di cui il prossimo 6 febbraio si ricorda la giornata internazionale. Perché la dispersione scolastica causata dalla pandemia sta confinando troppe bambine a casa, e minaccia i risultati finora raggiunti nella lotta per porre fine alle FGM. Già il rapporto di UNFPA del 2020, prevedeva, a causa delle limitazioni relative all’attuale pandemia,  una <strong>riduzione di 1/3 dei progressi verso la fine delle FGM entro il 2030, obiettivo che le organizzazioni internazionali si erano poste qualche anno fa. </strong>Inoltre, per le interruzioni di molti programmi di prevenzione, nel prossimo decennio potrebbero verificarsi <strong>circa due milioni di casi di FGM che sarebbero stati altrimenti evitati</strong>.</p>
<p>Le ragazze rischiano dunque più di prima di essere abbandonate a se stesse in un rito di passaggio obbligato e private di una parte del loro corpo. Con <b>mutilazioni genitali femminili</b> (FGM) si intende la rimozione parziale o totale dei genitali esterni, o la lesione di essi, senza motivazioni terapeutiche. Si va dalla più invasiva, l’infibulazione, che recide o sutura parzialmente le grandi labbra, fino alle più lievi, se così si può dire, come la compressione della clitoride e delle piccole labbra, incisioni, raschiature e cauterizzazioni. Si calcola che oggi circa <b>200 milioni di donne e bambine</b> vivono con queste mutilazioni (<b>4,1 milioni nel 2020</b>).</p>
<p>In Liberia, uno dei cinque stati africani dove questo rito è ancora legale, la tradizione viene appoggiata anche dal governo, attraverso delle strutture predisposte a preparare le ragazze a quello che viene considerato lo step fondamentale per passare dall’infanzia all’età adulta.<span class="Apple-converted-space"> Proprio questa realtà così unica nell&#8217;Africa sub-sahariana è raccontata dal documentario di <b>Emanuela Zuccalà </b>che viene trasmesso oggi pomeriggio in un evento online nel cinema virtuale di Distribuzioni dal Basso, in occasione del prossimo 6 febbraio, Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili.<span class="Apple-converted-space"> Il documentario si intitola </span></span><a href="http://www.magzine.it/wp-admin/%20https://vimeo.com/428722320"><b><i>La scuola nella foresta</i></b></a> .</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Still02.jpg"><img class="alignnone  wp-image-50072" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Still02-300x240.jpg" alt="Still02" width="493" height="394" /></a></p>
<p>Emanuela racconta una storia sconvolgente fra organizzazioni segrete di sole donne, riti nella foresta, ricatto politico: “Loro la chiamano scuola, ma in realtà vengono gestite da una vera e propria società segreta, chiamata <b>Sande</b>. Sono dei recinti fatti da foglie di palma in mezzo alla foresta e per arrivarci bisogna fare almeno 5 ore di viaggio in jeep dal villaggio più vicino &#8211; spiega la documentarista -. Le bambine entrano e si comincia con il rito di iniziazione, ovvero il taglio del clitoride, che viene praticato dalla grande sacerdotessa, <b>Zoe</b>. Hanno varie età, <b>dai 3 ai 18 anni</b>, e passano lì dentro da pochi mesi fino a massimo 3 anni e imparano quella che da noi si chiama &#8216;economia domestica&#8217;. Sono progettate per diventare future mogli e madri, imparano le danze tradizionali e un galateo che fa parte della loro tradizione. Le bambine non imparano a leggere e scrivere e ne consegue l’abbandono della scuola tradizionale e l’analfabetismo. Quando escono spesso non voglio tornare a istruirsi perché vengono considerate pronte per il matrimonio”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>L’infibulazione è una tradizione antichissima che risale all’<b>epoca faraonica e pre-islamica</b>, è trasversale e non ha origini religiose. La mutilazione viene considerate una sigillo di verginità per la donna, che annulla il suo organo del piacere sessuale in modo che sia sottomessa e si trasformi in una compagna fedele. Ogni gruppo etnico ammanta successivamente questa atto da un significato differente. In generale, se la donna ha gli organi genitali esterni viene considerata impura, non troverà mai marito e sarà quindi fuori dal contesto sociale. In tante culture africane quando la donna si sposa, è il marito che dà la dote alla famiglia, una forma di sostentamento per tutti.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Still01.jpg"><img class="alignnone  wp-image-50070" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Still01-300x240.jpg" alt="Still01" width="465" height="372" /></a></p>
<p>“Sono i genitori stessi che desiderano mandarle in queste scuole perché per loro è un prestigio sociale &#8211; sottolinea la regista &#8211; altrimenti vengono emarginate. I genitori pagano e si indebitano subito, considerando che la popolazione liberiana vive nella povertà. Le ragazze che rifiutano il rito formano un loro gruppo, dove si proteggono a vicenda in quanto sono minacciate dalla società Sande come oppositrici. Le bambine che provano a scappare invece vengono recuperate, riportate all’interno e sottoposte a punizioni corporali”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>L’organizzazione Onu ha fatto <a href="https://www.unfpa.org/sites/default/files/pub-pdf/UNFPA_PUB_2020_EN_State_of_World_Population.pdf">il punto nel 2020</a> sul <b>diritto alla salute sessuale e riproduttiva femminile</b> in tutto il mondo e i dati rimangono ancora rilevanti: la percentuale di chi tra i 15 ai 49 anni ha subito la mutilazione varia da circa l’1% in <b>Camerun</b> e <b>Uganda</b>, al 87% in <b>Gibuti</b>, <b>Egitto</b>, <b>Guinea</b> e <b>Mali</b>. Non mancano casi in <b>Iraq</b>, <b>Yemen</b> e in alcuni Paesi asiatici come l’<b>Indonesia</b>, dove il dato si attesta intorno al 49%.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Un dato interessante è ricordare il cambiamento avvenuto in uno dei Paesi dove il tasso di incremento della mutilazione è sempre stato attestato al 90%: il <b>Sudan</b>. “Nove bambine su dieci erano sottoposte alla mutilazione. Per i sudanesi è un’usanza che viene tramandata da famiglia a famiglia &#8211; racconta la giornalista <b>Antonella Napoli </b>-, è un rito che viene celebrato e ci si ritrova a casa per farlo, quindi in situazioni non igienico-sanitarie ideali. Sono donne anziane che lo praticano e le bambine vengono vestite a festa, con abiti bianchi prima di essere sottoposte con la forza all’intervento”. Dal <b>22 aprile 2020</b> il consiglio dei ministri ha vietato la pratica della mutilazione e chi cerca di praticarla all&#8217;interno di un istituto medico o altrove rischia tre anni di reclusione e una multa. Uno sforzo decennale che cerca di abbattere un fenomeno che si insinua nella visione sociale già compromessa, come ricorda sempre l’africanista: “La donna in Sudan è sempre stata considerata subordinata all’uomo, una figura con diritti nulli. Per esempio non poteva viaggiare senza un componente maschio della famiglia e aveva molte restrizioni anche nell’abbigliamento; rischiava anche 40 frustrate per aver indossato dei pantaloni o un abbigliamento non consono alla tradizione”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Per quanto riguarda l’Europa, in <b>Inghilterra</b> e <b>Galles</b> a partire dal 2015 si pensa che 137.000 ragazze siano state sottoposte a mutilazioni genitali femminili e guardando in particolare all’Italia, un’indagine dell’<b>Università Milano Bicocca</b> ha sottolineato come sia presente il fenomeno con <b>85-90 mila donne che hanno subito la mutilazione</b>, di cui 5-7 mila minorenni, con <b>Nigeria</b> ed <b>Egitto</b> come maggiori tributarie. Oggi <b>a rischio sono circa 5 mila</b>.</p>
<p>La giornalista <b>Stefania Ragusa</b> ci ha parlato della sua esperienza del rito nel nostro Paese: “Anche qui ci sono casi di bambini che vengono ‘operate’. Nonostante la legge presente in Italia dal 2006, molte volte la mutilazione viene operata in casa clandestinamente e la cultura rimane, con dei soggetti che si incaricano di farlo. Per loro è meno rischioso se l’operazione viene fatta nel loro paese perché possono essere meno intercettati. Le migrazioni hanno intensificato ancora di più il fenomeno, vista anche la grande comunità somala presente in Italia”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ma non solo: il <b>Coronavirus</b> ha accentuato ancora di più l’incremento delle dinamiche e ha bloccato gli interventi per far rispettare la legge. In un momento di emergenza, legato al confinamento, tutto diventa ancora più problematico: le scuole sono chiuse e le opere degli attivisti si sono spostate altrove. Ovunque rimane il problema anche dello stigma sociale affibbiato alle donne che non si sono volute sottoporre alla mutilazione. Vengono allontanate e questo è un tratto che non si può cambiare a livello legislativo, ma a livello culturale. Per di più le ragazze si trovano a perdere le loro famiglie a causa della loro ribellione e <b>l’infibulazione si trasforma in un’arma a doppio taglio</b>, che non lascia scampo alla socialità delle persone.</p>
<p><em>(qui il link alla proiezione del documentario &#8220;La scuola nella foresta&#8221; di Emanuela Zuccalà, in programma per oggi giovedì 4 febbraio: <a href="https://www.openddb.it/film/la-scuola-nella-foresta/">https://www.openddb.it/film/la-scuola-nella-foresta/</a>)</em></p>
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		<title>Somalia: la pandemia nel sistema sanitario più debole al mondo</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2020 08:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Broglio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#Covid]]></category>
		<category><![CDATA[Dr. Abdiaziz Ali Mohamed]]></category>
		<category><![CDATA[IOM]]></category>
		<category><![CDATA[Somalia]]></category>

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		<description><![CDATA[«Come puoi chiedere a queste persone di lavarsi le mani e di mantenere la distanza se non hanno acqua corrente e se vivono da sfollati?». È racchiusa in poche parole ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="960" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/ok.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="ok" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>«Come puoi chiedere a queste persone di lavarsi le mani e di mantenere la distanza se non hanno acqua corrente e se vivono da sfollati?».</mark> È racchiusa in poche parole la descrizione di ciò che è la pandemia in Somalia. A pronunciarle è il <strong>dottor Abdiaziz Ali Mohamed</strong>, membro della task force che il governo ha formato per combattere la diffusione del Covid nello stato africano.</p>
<p>L&#8217;intervista con il dottor Abdiaziz inizia in modo inaspettato. Il contatto mi viene fornito dall&#8217;<strong>Organizzazione Internazionale delle Migrazioni</strong> con cui il medico collabora dal 2017. Lo chiamo. Pochi squilli e poi un semplice «Hello» dall&#8217;altro lato del telefono. Gli spiego in inglese chi sono, che sto frequentando una scuola di giornalismo a Milano e che vorrei intervistarlo. «Buongiorno», risponde in italiano. Scopro con sorpresa che ha studiato medicina in Italia e che, dunque, parla perfettamente la lingua. <mark class='mark mark-yellow'>Il dottor Abdiaziz è uno dei tre infettivologi presenti in tutta la Somalia. Tre soli medici esperti in malattie infettive per quindici milioni di abitanti.</mark> «Io sono il più <em>frontline</em>, essendo stato direttore del De Martino Hospital», mi spiega. All&#8217;inizio della pandemia, il governo aveva stabilito che il <strong>Giacomo De Martino Hospital</strong> diventasse il centro Covid per tutto il Paese. Una struttura sanitaria costruita ai tempi del colonialismo italiano e ristrutturata nel 2014 grazie all&#8217;Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo.</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/561_rbq4Iuk" width="647" height="364" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>«Qualche mese fa mi sono ammalato. Il 25 marzo sono venuto a Londra, ma tra quindici giorni tornerò in Somalia. Lavorare lì era estremamente difficile», precisa. <mark class='mark mark-yellow'>La situazione nel Paese si sta aggravando, ma il motivo non è solo la pandemia.</mark> A causa della <em>Gu rainy season</em>, la stagione delle piogge, 400mila persone si sono dovute spostare in campi profughi. Il numero totale delle <em>internally displaced persons</em>, gli sfollati, è di 2.6 milioni. Oltre a ciò l&#8217;invasione delle locuste, che stanno divorando raccolti e determinando seri problemi di scorte alimentari. E poi c&#8217;è il Coronavirus, la cui pericolosità non viene percepita dalla popolazione. «Il problema principale in Somalia è che le persone non hanno coscienza del fatto che non si tratti di un semplice virus influenzale. Quando noi medici cerchiamo di chiarire loro perché sia diverso e mortale, ci dicono che non importa, che hanno contratto tantissimi altri virus nella loro vita». <mark class='mark mark-yellow'>La chiave sta nella carenza: di igiene, di cibo, di acqua e di educazione. «Il 30% della popolazione somala ha un medio-alto livello di scolarizzazione, comprende ciò che viene detto e si salva. Il restante 70% ha un livello di educazione basso o inesistente. E rendere la popolazione consapevole è complesso».</mark></p>
<p>Il tentativo di spiegare cosa sia il Coronavirus &#8211; e, in tempi ordinari, tutte le altre malattie &#8211; si scontra con la realtà di ogni giorno.  «Vicino all&#8217;università della Somalia c&#8217;è un campo di sfollati. Sono stato con loro quasi un&#8217;ora per far comprendere perché sia importante tutelare la propria salute in questa situazione di emergenza», racconta. «Al termine della conversazione, <mark class='mark mark-yellow'>un uomo mi ha detto: “io ho due scelte: uscire e morire di Coronavirus o stare in casa e far morire di fame me e i miei figli“. Viveva in una tenda piccolissima con i sette bambini e la moglie».</mark> La mancanza di cibo impone alle persone di uscire. E la paura di non avere abbastanza provviste supera il timore del contagio. «Il punto è che i giovani non hanno mai smesso di lavorare, sono molto esposti e diventano così veicolo di contagio per gli anziani. La fortuna è che l&#8217;80% della popolazione somala ha meno di quarant&#8217;anni».</p>
<div id="attachment_45875" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-12-alle-2.22.02-AM.png"><img class="wp-image-45875 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-12-alle-2.22.02-AM-300x243.png" alt="Schermata 2020-06-12 alle 2.22.02 AM" width="300" height="243" /></a><p class="wp-caption-text">Il dott. Abdiaziz Ali Mohamed collabora con IOM dal 2017 (credits: <a href="http://https://www.iom.int/donate/campaigns/somalia-responds" target="_blank">www.iom.int/donate/campaigns/somalia-responds</a>)</p></div>
<p>La capitale della Somalia, Mogadiscio, è stata tra le prime città a essere colpite. I pazienti curati sono stati molti. Ma per il dottore molti sono anche i problemi. «Il primo è che raggiungere l&#8217;ospedale non è semplice perché tante persone non hanno denaro a sufficienza per un automobile e i trasporti pubblici praticamente non esistono in Somalia. Il secondo è che non abbiamo idea di quale sia la situazione nelle zone del Paese in cui non ci sono strutture sanitarie e dunque nessun dato è disponibile. <mark class='mark mark-yellow'>Il numero dei morti riportato dal ministero della Sanità è di 85 persone, ma non abbiamo una visione completa del numero di decessi e contagi per Covid in Somalia</mark>». Altra questione di drammatica rilevanza è il fatto che manchino dispositivi e strumenti per la terapia intensiva. Chi si ammala e manifesta sintomi gravi è destinato a morire. «Per ora, fortunatamente, solo l&#8217;1% dei casi ha avuto problemi seri dal punto di vista respiratorio. <mark class='mark mark-yellow'>Mancano però i respiratori, i macchinari di ventilazione meccanica. Noi facciamo il possibile per salvare vite. Ma se un paziente necessita della terapia intensiva muore sotto ai miei occhi e tra le mie braccia.</mark> Abbiamo chiesto al governo di fornirci quanto necessario. Ci promettono che arriveranno. Ma quando ciò accadrà, i contagi si saranno ridotti a Mogadiscio e l&#8217;epidemia si sarà diffusa in altre zone della Somalia».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Non può esistere quarantena in un Paese collocato al 194esimo posto su 195 nel <a href="http://https://www.ghsindex.org/country/somalia/" target="_blank">Global Health Security Index</a>, scala di valutazione della sicurezza sanitaria degli Stati.</mark> Attuare il distanziamento sociale è impossibile. Lavarsi le mani ancora di più. L&#8217;unica soluzione per il dottor Abdiaziz è dare dei suggerimenti alla popolazione, pur consapevole dei limiti oggettivi esistenti. «Noi medici, attraverso la radio, la televisione, delle vignette e delle attività di sensibilizzazione in strada, spieghiamo quali siano le regole da mantenere: lavarsi le mani, attuare il distanziamento sociale, non uscire di casa se si hanno sintomi. Ma serve a poco. E capisco il dramma della loro quotidianità: queste persone devono già affrontare ogni giorno, in condizioni normali, una vita durissima».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> Nel sorriso amaro a tutto schermo del dottor Abdiaziz c&#8217;è la risposta a una domanda in realtà retorica: come fare dunque in modo che siano rispettate le norme anti contagio da parte di una popolazione che vive in condizioni di estrema fragilità?</mark> La verità è che per ora non esistono soluzioni, ma solo flebili proposte che potrebbero migliorare la situazione. «Il governo dovrebbe dare mascherine, guanti e igienizzanti a tutti», suggerisce, consapevole che i fondi a disposizione non bastino. «Abbiamo sollecitato i leader politici, militari, religiosi e delle tribù ad andare in radio e in televisione per comunicare alla popolazione quali dovrebbero essere le regole da seguire. Il loro intervento potrebbe essere utile. Sono figure seguite. E ritenute molto più importanti dei medici».</p>
<h5>*immagine di copertina: <a href="http://https://www.facebook.com/iomsomalia/" target="_blank">IOM Somalia</a></h5>
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