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	<title>magzine &#187; #scuola</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Pre-iscrizioni scolastiche in aumento, classi in diminuzione</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Feb 2025 15:40:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ilenia Cavaliere]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[#iscrizioni]]></category>
		<category><![CDATA[#scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[Con la chiusura delle iscrizioni scolastiche per l&#8217;istruzione secondaria superiore nell’anno 2025, emergono i primi dati sulle scelte degli studenti italiani. I numeri però, segnalano anche dati negativi.  Il liceo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1080" height="1350" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/Untitled-design-5.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Untitled design-5" /></p><p><span style="font-weight: 400;">Con la chiusura delle iscrizioni scolastiche per l&#8217;istruzione secondaria superiore nell’anno 2025, emergono i primi dati sulle scelte degli studenti italiani. I numeri però, segnalano anche dati negativi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il liceo scientifico, ancora una volta, si conferma la scelta predominante con il 13,5%, superando nettamente il classico che invece si ferma al 5,3%. Cresce l&#8217;interesse per i percorsi innovativi, come il </span><b>4+2 </b><span style="font-weight: 400;">e il </span><b>liceo Made in Italy</b><span style="font-weight: 400;">, che sembrano rispondere alle esigenze di una formazione più legata al mondo produttivo. Un dato significativo riguarda l&#8217;aumento degli istituti tecnici e professionali sperimentali che adottano il modello 4+2. Lo scorso anno erano stati attivati 225 percorsi in 180 scuole, mentre quest&#8217;anno si registrano 628 percorsi in 396 istituti. «Un successo oltre ogni previsione», commentato il ministro dell&#8217;Istruzione Giuseppe Valditara, sottolineando che l&#8217;adesione delle scuole è aumentata del 120% rispetto all&#8217;anno precedente. Particolarmente significativa è la crescita dell&#8217;interesse nel Mezzogiorno, che &#8211; secondo il ministro &#8211; riflette un desiderio di modernizzazione e sviluppo economico.  </span></p>
<p><b>Se il quadro delle scelte scolastiche evidenzia alcune novità, un fenomeno più ampio incide sulle iscrizioni: la denatalità</b><span style="font-weight: 400;">. Massimiliano De Conca, segretario generale </span><b>Federazione Lavoratori della Conoscenza Cgil, </b>ci aiuta a capire come questo fenomeno stia influenzando il sistema scolastico<span style="font-weight: 400;">: «I dati ci dicono che in Lombardia si registra un calo costante delle iscrizioni negli ultimi tre-quattro anni, con una diminuzione media di 4mila-5mila studenti l&#8217;anno e un calo complessivo tra 8mila e 9mila alunni. La riduzione delle nascite sta influenzando in particolare le scuole dell&#8217;infanzia e le primarie, mentre la secondaria di secondo grado mantiene ancora numeri più stabili». Ma quali sono le conseguenze del calo demografico sulla scuola? «La risposta del Ministero all&#8217;abbassamento del numero di iscritti si traduce spesso nella chiusura di plessi e nell&#8217;accorpamento di istituti. Questo porta alla creazione di scuole sovrappopolate nei centri urbani, mentre le scuole delle aree periferiche e montane rischiano di scomparire, accelerando il processo di desertificazione delle aree interne. La riduzione delle autonomie scolastiche influisce direttamente sul personale: con meno scuole, diminuiscono le posizioni dirigenziali e amministrative, e il personale non docente subisce dei tagli» spiega De Conca. Anche il </span><b>corpo docente</b><span style="font-weight: 400;">, in particolare quello precario e di sostegno, risente di questa situazione, con un ricorso sempre maggiore ai contratti a tempo determinato per tamponare la carenza di stabilizzazione. Un altro effetto dell&#8217;accorpamento scolastico è quindi l&#8217;</span><b>aumento delle classi sovraffollate</b><span style="font-weight: 400;">: in Lombardia, la media attuale è di circa 20-21 alunni per classe ma i numeri sono destinati a crescere. Il segretario generale della Cgil spiega anche che «il numero di studenti con disabilità è in crescita. Questo pone una sfida importante nell&#8217;assicurare una </span><b>didattica personalizzata ed efficace»</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><b>Troppi indirizzi? La frammentazione dell&#8217;offerta formativa</b><span style="font-weight: 400;"> </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L&#8217;aumento degli indirizzi scolastici, con percorsi sempre più specializzati come il liceo</span><i><span style="font-weight: 400;"> Made in Italy</span></i><span style="font-weight: 400;"> e i corsi tecnici orientati a settori produttivi specifici, solleva &#8211; secondo De Conca &#8211; dubbi sulla</span><b> frammentazione del sapere</b><span style="font-weight: 400;">: Iil rischio è creare una scuola subordinata alle esigenze del mercato del lavoro, limitando la formazione critica degli studenti. Un altro tema dibattuto è la progressiva riduzione degli anni di scuola secondaria. L&#8217;introduzione del 4+2 e la sperimentazione di percorsi liceali quadriennali suggeriscono una tendenza a ridurre il tempo dedicato alla formazione scolastica. Questo pone interrogativi sulla qualità dell&#8217;istruzione e sull&#8217;effettiva spendibilità dei </span><b>titoli ottenuti che si collocano in una zona grigia del panorama educativo e lavorativo</b><span style="font-weight: 400;">», conclude De Conca. </span></p>
<p><br style="font-weight: 400;" /><br style="font-weight: 400;" /></p>
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		<title>Un sistema scolastico di cui fidarsi: le voci del PCTO</title>
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		<pubDate>Tue, 07 May 2024 17:48:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Bertolini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[#scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[pcto]]></category>

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		<description><![CDATA[Già dalla sua introduzione nel sistema didattico italiano, l’alternanza scuola lavoro è sempre stata un tema controverso nel dibattito pubblico. Mentre per alcuni si trattava di un progetto visionario che ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1001" height="563" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/04/ScuolaLavoro-images.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="ScuolaLavoro images" /></p><p><span style="font-weight: 400;">Già dalla sua introduzione nel sistema didattico italiano, l’</span><b>alternanza scuola lavoro</b><span style="font-weight: 400;"> è sempre stata un tema controverso nel dibattito pubblico. <mark class='mark mark-yellow'>Mentre per alcuni si trattava di un progetto visionario che avrebbe rivoluzionato l’approccio degli studenti al mondo professionale, per altri sembrava l’ennesima proposta per tamponare il persistente problema della disoccupazione giovanile</mark> &#8211; ma ripercorriamo l’evoluzione di questo sistema e facciamo un punto sulla situazione attuale. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’alternanza scuola lavoro è entrata in vigore nel 2005 </span><span style="font-weight: 400;">dopo essere stata introdotta </span><span style="font-weight: 400;">con la riforma Moratti nel 2003 ed è diventata obbligatoria solo nel 2015 tramite il decreto </span><i><span style="font-weight: 400;">La buona scuola</span></i><span style="font-weight: 400;">. <mark class='mark mark-yellow'>A partire dall&#8217;anno scolastico 2015/2016, il Ministero dell&#8217;Istruzione ha fissato un numero specifico di ore</mark>, sia </span><b>teoriche che pratiche</b><span style="font-weight: 400;">, <mark class='mark mark-yellow'>per favorire l&#8217;inserimento degli studenti nel contesto lavorativo.</mark> I licei sono stati indicati a coprire almeno </span><b>200 ore</b><span style="font-weight: 400;"> di alternanza, mentre per gli istituti tecnici e professionali la quota minima è stata fissata a </span><b>400 ore</b><span style="font-weight: 400;">, da svolgersi negli ultimi tre anni del percorso scolastico. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel 2018, con l&#8217;approvazione della legge 145, il progetto ha cambiato denominazione in </span><b>PCTO</b><span style="font-weight: 400;"> (Percorsi per le competenze trasversali e per l&#8217;orientamento), accompagnato da una </span><b>riduzione delle ore</b><span style="font-weight: 400;"> previste: </span><b>90</b><span style="font-weight: 400;"> ore per i licei, </span><b>150</b><span style="font-weight: 400;"> per i tecnici e </span><b>210</b><span style="font-weight: 400;"> per i professionali. Questa variazione ha influenzato anche la natura delle attività extracurriculari degli studenti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel quadro del PCTO, sono  invece </span><b>sei</b><span style="font-weight: 400;"> le ore destinate ai corsi sulla </span><b>sicurezza sul lavoro</b><span style="font-weight: 400;">, un tema che, soprattutto con l&#8217;introduzione dell&#8217;alternanza, ha aperto molte controversie. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nonostante le passate criticità, </span>oggi<span style="font-weight: 400;"> le attività svolte dagli studenti sembrano soddisfare le loro aspettative, come evidenziato da una ricerca condotta nel territorio di Milano, che ha coinvolto studenti e docenti di licei e istituti professionali, al fine di comprendere l&#8217;impatto e l’efficacia del “nuovo” sistema PCTO sui giovani e la loro carriera. </span></p>
<p><b>Interessi ed obiettivi degli studenti</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Durante la nostra visita al liceo classico Tito Livio di Milano, abbiamo avuto la possibilità di parlare con due ragazzi. Il primo, Riccardo, frequenta il terzo anno e ha avuto recentemente, da programma scolastico, una prima esperienza lavorativa. Ci racconta che il suo compito è quello di dare ripetizione agli studenti della scuola media. <mark class='mark mark-yellow'>Nonostante questa attività sia lontana da quello che vorrebbe fare in futuro, ritiene che l’esperienza sia molto stimolante: «</span><span style="font-weight: 400;">Come studenti non pensiamo mai a come possono ragionare i professori, siamo sempre nell’ottica di coloro che devono imparare. Cambiare il punto di vista interfacciandosi con studenti più piccoli permette di metterti in gioco e scoprire delle caratteristiche che prima si ignoravano» conclude spiegando che il prossimo anno si concentrerà su un percorso legato all’ambito universitario per capire quale potrebbe essere la sua strada a breve termine.</mark></span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sofia, al quarto anno, ci spiega come il PCTO sia stato fondamentale per scegliere quale percorso intraprendere all’università: dopo una prima esperienza al Policlinico, quest’anno ha frequentato vari corsi di orientamento al Politecnico di Milano. Nella sua indecisione tra Medicina e Ingegneria ha prevalso quest’ultima e tenterà il test già nelle prossime settimane.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Abbiamo intercettato anche alcuni ragazzi dell’istituto Enrico Falck di Sesto San Giovanni durante i giorni del </span><i><span style="font-weight: 400;">Bit</span></i><span style="font-weight: 400;">, la Fiera del turismo a Milano. Jacopo, studente del quarto anno, è alla seconda esperienza di PCTO: in fiera è operatore di camera e microfoni insieme ai suoi compagni. Questa attività, così come la precedente alla radio della biblioteca Pertini, è stata molto utile e interessante. Tuttavia alcune attività, racconta, vanno troppo nello specifico: «Abbiamo iniziato un percorso di orientamento con la NABA, ma ci stanno indirizzando solo verso un corso. Se in questa accademia ci sono nove indirizzi e gli studenti sono più di 200, è normale che non a tutti interessi la stessa cosa» conclude. </span></p>
<p><b>Come si organizza un buon PCTO? La parola ai docenti </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>La soddisfazione, o meno, dei ragazzi nelle attività per l’orientamento è il risultato del lavoro dei docenti che si occupano dell’</span>aggancio<span style="font-weight: 400;"> tra lo studente stesso e l’ente di riferimento</mark>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma cosa c’è dietro queste attività? I desideri dei ragazzi vengono ascoltati?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Lo abbiamo chiesto a Samuel Marcone e Stefania Melani, rispettivamente docenti di filosofia e storia dell&#8217;arte del Liceo Classico Tito Livio, nonché referenti delle attività PCTO dell’istituto.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> «Il </span><i><span style="font-weight: 400;">percorso per le competenze trasversali e l’orientamento</span></i> <span style="font-weight: 400;">è un&#8217;occasione per i ragazzi per capire che percorso intraprendere. Noi insistiamo molto sulla questione della </span><i><span style="font-weight: 400;">trasversalità</span></i><span style="font-weight: 400;">, che è anche quella che si adatta meglio ad un liceo. La varietà delle esperienze che stiamo cercando di costruire in questi anni risponde a un&#8217;esigenza primaria che non è prettamente quella di indirizzare gli studenti nel mondo del lavoro, ma quella di far uscire i ragazzi dal liceo con uno sguardo sul mondo di 360°, che sia completo» spiega il professor Marcone. «Le nostre attività sono, da una parte, una finestra su una possibile attività lavorativa, come la professione medica o dell’avvocatura, dall’altra un vero e proprio orientamento nella scelta dell’università» aggiunge la docente Melani. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>La risposta alla nostra domanda è sì, i desideri dei ragazzi &#8211; dove possibile &#8211; vengono ascoltati.</mark> «Se ci sono eventuali richieste da parte degli studenti, facciamo di tutto per supportarli. Ad ogni modo, noi ci impegniamo fin dall’inizio per variegare il più possibile la nostra offerta: da quella con più carattere linguistico letterario &#8211; come il concorso di scrittura podcast o scrittura creativa &#8211; al settore del cinema, dove i ragazzi si avvicinano anche alla professione del critico cinematografico.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«Capita &#8211; prosegue la docente Melani &#8211; che ci siano richieste particolari da parte di qualche alunno che, in quel caso, ha già trovato la sua aspirazione. Chiaramente noi lo supportiamo, soprattutto nella stesura burocratica. Sono vari gli studenti che ci propongono i tirocini, magari in atelier di moda o in uno studio legale. Noi controlliamo che siano luoghi di lavoro sicuri e poi, se idonei, avviamo la procedura». </span></p>
<p><b>Gli enti PCTO</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Al </span><i><span style="font-weight: 400;">Bit</span></i><span style="font-weight: 400;">, la fiera del turismo a Milano, abbiamo incontrato l’intero team PCTO dell’Istituto Enrico Falck di Sesto San Giovanni: i ragazzi, i docenti responsabili e l’ente che accoglie gli studenti nel percorso lavorativo. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Abbiamo chiesto a </span><b>Daniele Urciuolo</b><span style="font-weight: 400;">, produttore cinematografico e organizzatore di festival di cinema, cosa significa &#8211; dall’altra parte &#8211; seguire i ragazzi in questo percorso e vederli crescere anche professionalmente.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«Con Alfiere Productions &#8211; che è la mia realtà cinematografica &#8211; ho dato vita a una collaborazione di PCTO con l&#8217;istituto superiore professionale Enrico Falck, indirizzo cinema e audiovisivo. Ci muoviamo su più progetti: oggi, ad esempio, siamo alla fiera del turismo, dove gli studenti del quarto superiore hanno realizzato video, interviste, foto e reportage dell&#8217;evento. È in programma anche la realizzazione di un film: alcuni ragazzi verranno sul set a fare un&#8217;esperienza come assistenti capo reparto. Il progetto più importante è però il festival Enrico Falck: ognuno di loro della classe avrà dei ruoli» spiega Urciuolo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dalla teoria in classe alla pratica in teatro: c&#8217;è chi si occuperà della selezione artistica delle opere, chi della logistica e chi della parte di comunicazione e chi del service. Sarà coperta anche l&#8217;accoglienza e <mark class='mark mark-yellow'>cercheremo di far fare a tutti i ragazzi, per il secondo anno consecutivo, un&#8217;esperienza pratica che non solo li formi ma che li faccia anche appassionare.</mark> Il tutto sotto la mia supervisione e anche con la collaborazione del corpo docenti della scuola» conclude il produttore cinematografico ente PCTO.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Quello che è emerso in questa indagine è un vero e proprio interesse da parte dei docenti di far mettere in gioco i propri alunni, influenzando così positivamente le scelte future degli studenti, sia nell&#8217;ambito accademico che professionale.</mark></span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In un settore in cui spesso si finisce «a fare le fotocopie» esiste anche chi prende per mano i ragazzi e li avvicina ancora di più alle proprie passioni o, meglio ancora, aiuta loro a scoprirle.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Stipendi differenziati per i docenti: la nuova proposta del ministro dell&#8217;Istruzione Valditara</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2023 18:06:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[#scuola]]></category>
		<category><![CDATA[autonomia differenziata]]></category>
		<category><![CDATA[istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[sindacati]]></category>
		<category><![CDATA[Valditara]]></category>

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		<description><![CDATA[Differenziare gli stipendi dei docenti su base regionale. In sostanza, significherebbe aumentare gli stipendi degli insegnanti che lavorano nelle città italiane il costo della vita è maggiore. In sintesi, soprattutto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="290" height="174" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/download1.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="download" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Differenziare gli stipendi dei docenti su base regionale. In sostanza, significherebbe aumentare gli stipendi degli insegnanti che lavorano nelle città italiane il costo della vita è maggiore. In sintesi, soprattutto nelle regioni del Nord Italia.</mark> È questa l’ultima proposta formulata dal ministro dell’Istruzione e del Merito, <strong>Giuseppe Valditara</strong>.</p>
<p style="font-weight: 400;">«Bisogna trovare nuove strade, anche sperimentali, di sinergia tra il sistema produttivo, la società civile e la scuola, per finanziare l’istruzione, oltre allo sforzo del governo» ha spiegato il capo del dicastero, nell’illustrare il progetto di ricorrere a finanziamenti privati al fine di ridurre la spesa pubblica. E, chiosa, è necessario «togliere l’istruzione e la ricerca dai vincoli di Maastricht», i quali individuerebbero gli Stati come principali responsabili dei sistemi di formazione: che alcuni fondi privati arrivino alle scuole non è una novità, ma vanno definite le modalità con cui distribuirli sull’intero territorio nazionale.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Secondo opposizione e sindacati la proposta del ministro dell&#8217;Istruzione di differenziare gli stipendi dei docenti su base regionale sarebbe una minaccia per l&#8217;unità nazionale: porterebbe a un aumento del divario Nord-Sud e a un abbandono delle politiche meridionalistiche.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>L’idea ha suscitato una reazione immediata e controversa: in disaccordo, oltre all’opposizione, è il mondo dei sindacati, preoccupati che la compromissione dell’unità nazionale del sistema dell’istruzione possa tradursi in un conseguente accrescimento delle disuguaglianze.</mark> Le diverse sigle leggono, infatti, nella proposta un incentivo all’abbandono di ogni politica meridionalistica e uno stimolo alla migrazione verso il Nord, che rischierebbe di desertificare, invece, il Sud del Paese. «Il ministero dovrebbe rinnovare i contratti con risorse adeguate all’inflazione reale: questo è il primo ragionamento da fare sulla questione – sostiene il Segretario generale di Cisl Scuola Milano Legnano Magenta, <strong>Massimiliano Sambruna</strong> –. Bisognerebbe poi ragionare sulle attività del territorio che potrebbero essere valorizzate. E quando parlo di territorio non mi riferisco soltanto alla diatriba Nord-Sud, ma anche alle differenziazioni che ci possono essere all’interno di una stessa regione: in Lombardia, per esempio, la situazione di Sondrio è diversa da quella della città metropolitana». In sintesi, bisognerebbe promuovere un sistema di istruzione governato dal Centro ma con garanzie di distribuzione di risorse adeguate al potere d’acquisto degli stipendi rispetto al costo della vita reale e con un occhio di riguardo alle esigenze delle singole realtà.</p>
<p style="font-weight: 400;">La diversità è insita, poi, nella quotidianità dell’attività lavorativa in sé e nei conseguenti modelli pedagogici richiesti dalle famiglie. <mark class='mark mark-yellow'>Un costo della vita più elevato implica la necessità per le famiglie di lavorare a tempo pieno per far fronte alle spese mensili e, quindi, occorrerebbero sistemi scolastici cerenti.</mark> «Questo è un aspetto che potrebbe determinare differenti retribuzioni all’interno del contratto collettivo nazionale, anche senza ricorrere all’autonomia differenziata o alla “contrattazione integrativa di secondo livello” – prosegue Sambruna –. Se a Milano la necessità del tempo pieno è più accentuata e comporta l’organizzazione in turni del personale, in altre aree lombarde non è così ampia: anche senza l’implementazione di risorse aggiuntive da parte della singola regione, una differenziazione degli stipendi potrebbe essere riconosciuta all’interno dello stesso contratto collettivo nazionale».</p>
<p style="font-weight: 400;">«Il tema è delicato e non di facile risoluzione – conclude Sambruna –. Se il Ministero fosse in grado di garantire stipendi adeguati basandosi su regole certe, sicuramente il sistema potrebbe funzionare. Ma se non riesce a garantire già ciò che dovrebbe allora è chiaro che una riflessione diventa necessaria».</p>
<p style="font-weight: 400;">
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		<title>Sciopero della scuola: docenti e personale ATA uniti</title>
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		<pubDate>Mon, 30 May 2022 17:39:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Miniutti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero]]></category>
		<category><![CDATA[sindacati]]></category>

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		<description><![CDATA[Pensare che il problema del precariato degli insegnanti riguardi solamente il corpo docenti è miope. Certamente è un problema occupazionale, ma spesso ci si dimentica delle deficienze didattiche provocate dall’instabilità ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="800" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/scuola_sciopero.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: La Notizia" /></p><p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Pensare che il problema del precariato degli insegnanti riguardi solamente il corpo docenti è miope</mark>. Certamente è un problema occupazionale, ma spesso ci si dimentica delle deficienze didattiche provocate dall’instabilità lavorativa. Ne consegue un peggioramento della qualità dell’istruzione, vale a dire una formazione non adeguata delle nuove generazioni e, quindi, una futura classe lavorativa non sufficientemente preparata. È un circolo vizioso che va fermato. </span><span style="font-weight: 400;">Lo sciopero di oggi riguarda tutto il personale scolastico, dai professori al corpo ATA: è la prima volta che le due categorie uniscono le forze per protestare assieme. La motivazione del picchetto risiede principalmente nel duro nodo del rinnovo contrattuale di tutti i lavoratori del mondo scolastico, oltre alle modalità di reclutamento e formazione dei docenti. Stando ai </span><a href="https://dati.istruzione.it/espscu/index.html?area=anagScu" target="_blank"><span style="font-weight: 400;">dati MIUR del 2020/21</span></a><span style="font-weight: 400;">, <mark class='mark mark-yellow'>circa il 22% dei contratti del personale scolastico &#8211; docenti e ATA &#8211; è a tempo determinato: 242.733 su un totale di 1.137.575</mark>.</span></p>
<div id="attachment_57724" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/Schermata-2022-05-30-alle-17.01.17.png"><img class="wp-image-57724 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/Schermata-2022-05-30-alle-17.01.17-1024x824.png" alt="Docenti con contratto a tempo determinato" width="1024" height="824" /></a><p class="wp-caption-text">Docenti con contratto a tempo determinato</p></div>
<div id="attachment_57723" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/Schermata-2022-05-30-alle-17.01.32.png"><img class="wp-image-57723 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/Schermata-2022-05-30-alle-17.01.32-1024x824.png" alt="Personale ATA con contratto a tempo determinato" width="1024" height="824" /></a><p class="wp-caption-text">Personale ATA con contratto a tempo determinato</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>L&#8217;ultimo concorso è stato un fallimento con modalità modificate all&#8217;ultimo. Inoltre, la nuova abilitazione arriverebbe durante il percorso universitario, penalizzando chi svolge già la professione.</span>Una delle polemiche che si protrae da più tempo è quella del reclutamento. Parliamo di una problematica che lega neolaureati e aspiranti insegnanti ai docenti precari che negli ultimi anni hanno tentato di mantenere in piedi un sistema scolastico sempre più a corto di personale. L’ultimo concorso, iniziato con un anno di ritardo e ancora in pieno svolgimento, si è rivelato fallimentare per molti partecipanti: <mark class='mark mark-yellow'>modalità dello scritto modificate all’ultimo momento e disposizioni diverse a seconda della sede</mark>. L’obiettivo dichiarato della nuova legge è quello di uniformare ancora di più le procedure concorsuali, rendendole annuali e aperte solamente a docenti abilitati. </span>Ma come si consegue l’abilitazione che fino ad oggi si conquistava superando il concorso? È qui che si scatena la principale polemica: <mark class='mark mark-yellow'>l’abilitazione arriverebbe durante il percorso universitario, acquisendo 60 cfu tra esami e tirocini e svolgendo una prova conclusiva</mark>. Se per i laureandi il problema è relativo, la situazione cambia per <mark class='mark mark-yellow'>i precari senza abilitazione che si ritroverebbero a dover integrare ulteriori esami a spese proprie. Persino coloro che insegnano da più di tre anni, pur avendo l’accesso diretto al concorso, in seguito dovrebbero acquisire 30 crediti universitari e svolgere la prova di abilitazione per passare di ruolo</mark>.</p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Un iter lunghissimo e complicato che, secondo la categoria dei docenti, non porterebbe neppure alcun miglioramento a livello di selezione</mark>, in quanto la prova scritta concorsuale rimarrebbe, almeno fino al 2024, a risposta multipla. Proprio la preparazione degli insegnanti è un altro tema caldo: la legge 36/22 istituisce la <mark class='mark mark-yellow'>Scuola alta di formazione</mark> che si occuperà di stabilire i vari corsi formativi, oltre che accreditare e verificare le strutture che dovranno erogare i corsi, per garantirne la massima qualità. La pianificazione su base triennale riguarderà corsi per progettare la didattica con strumenti e metodi formativi. I sindacati protestano e lo definiscono un taglio all’autonomia degli istituti e al ruolo del collegio dei docenti, in favore dell’ennesima piattaforma che va ad affiancarsi alle altre come INDIRE e INVALSI.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tra l’altro i percorsi, che saranno svolti fuori dall’orario lavorativo verranno retribuiti solo se comportano un ampliamento dell’offerta didattica, mentre potranno portare ad un incentivo salariale se valutati positivamente. <mark class='mark mark-yellow'>Un incentivo salariale che però riguarderà il 40% dei docenti in questione: ma come verranno scelti coloro che riceveranno l&#8217;incentivo? E con quali fondi verranno pagati?</mark> Ecco un altro punto chiave dello sciopero: i tagli. I soldi per la formazione, e soprattutto per gli incentivi salariali, deriverebbero dal taglio di circa 10mila unità, un paradosso per un settore che ha cattedre vacanti e precari da stabilizzare.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La Scuola, che fa parte delle riforme del PNRR, si occuperà anche dei percorsi di formazione di dirigenti e personale Ausiliario, Tecnico e Amministrativo. Ed è qui l’ultima grande battaglia sindacale che riguarda la categoria che, al pari degli insegnanti, è fondamentale nell’ecosistema scolastico. Perché si è visto proprio con lo sciopero, senza ATA, la scuola non apre. Infatti, <mark class='mark mark-yellow'>la richiesta è quella di maggiori assunzioni tra le fila del personale scolastico</mark>: collaboratori, tecnici di laboratorio, segretari e assistenti amministrativi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>La stabilizzazione del precariato e la formazione degli insegnanti devono essere parte dello stesso progetto per garantire una didattica migliore</span>Però, non tutti sono d’accordo con le motivazioni dello sciopero. Infatti, </span><a href="https://www.rainews.it/articoli/2022/05/scuola--sciopero-nazionale-sindacati-compatti-misure-inaccettabili-393b53de-952a-455d-a68c-b6a5121b331b.html" target="_blank"><span style="font-weight: 400;">secondo Cristina Costarelli</span></a><span style="font-weight: 400;"> (Anp Lazio), “Il ritornello è il solito: stabilizzare i precari, non considerando per nulla il diritto degli alunni ad avere insegnanti migliori, più preparati, più aggiornati”. L’osservazione è corretta, ma le due cose sono strettamente intrecciate. Infatti, il precariato rende meno efficaci i percorsi di formazione degli insegnanti, i quali acquisiscono competenze senza però avere la certezza di poterle mettere in pratica: questa instabilità influisce inevitabilmente sulla qualità della didattica. Dunque, <mark class='mark mark-yellow'>tutti ci perdono: i docenti, gli studenti e anche lo Stato stesso</mark>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il PNRR non può essere l’ennesima occasione sprecata o un’ulteriore promessa mancata. <mark class='mark mark-yellow'>La necessità è quella di investire sia sugli insegnanti che sui giovani. O, meglio ancora, sugli insegnanti giovani</mark>.</span></p>
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		<title>Pavia, a scuola tra difficoltà tecnologiche e psicologiche</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2021 05:06:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Domaschio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[#scuola]]></category>
		<category><![CDATA[DAD]]></category>
		<category><![CDATA[didattica a distanza]]></category>
		<category><![CDATA[pavia]]></category>

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		<description><![CDATA[“Nessuno ci pensa: se i genitori lavorano, come fa un bambino di sei anni a seguire le lezioni online senza nessun aiuto”? Questo si chiede Jennifer, madre di Enrico, iscritto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="6611" height="4412" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/DAD-pv.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="DAD pv" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>“Nessuno ci pensa: se i genitori lavorano, come fa un bambino di sei anni a seguire le lezioni online senza nessun aiuto”?</mark> Questo si chiede Jennifer, madre di Enrico, iscritto alla scuola elementare Carducci di Pavia, che, come ogni altro istituto lombardo, ha temporaneamente sospeso la presenza di tutti gli alunni, compresi quelli iscritti al primo anno di primaria. Quando si parla di didattica online, infatti, è facile immaginare come un ragazzo delle superiori possa facilmente adattarsi alle lezioni da remoto, ma cosa ne è dei bambini che hanno appena iniziato il percorso scolastico?</p>
<p>“Da lunedì ad oggi ho sempre lavorato di mattina, ed anche mia mamma – spiega Jennifer –, <mark class='mark mark-yellow'>quindi ho dovuto chiedere a mio fratello di darmi una mano a seguire mio figlio. Mio fratello però ha 17 anni, e ha anche lui le lezioni online, e quindi ha seguito un po’ le sue e un po’quelle di Enrico”.</mark> Non una soluzione ideale, che ha portato Jennifer a temere che suo figlio resti indietro rispetto ad altri bambini che approderanno a breve in seconda elementare: “Pensa ad una maestra che deve seguire venti alunni da remoto – riflette Jennifer -, se già due bambini non hanno capito qualcosa e vogliono fare delle domande la situazione diventa ingestibile”. La preoccupazione insomma è tanta, ed il caso di Enrico è solo un esempio di quello che migliaia di genitori nella sola Lombardia sono chiamati ad affrontare. Per tanti che grazie allo <em>smart working</em> riescono a seguire costantemente i figli più piccoli alle prese con la didattica online, ce ne sono altrettanti che non hanno questa possibilità, dovendo comunque lavorare fuori casa.</p>
<p>Chi sicuramente in questo momento a Pavia ha una visione d’insieme è Federica, madre di tre figli ed insegnante in un istituto professionale, nel quale i ragazzi stanno ancora frequentando diverse lezioni pratiche in presenza. “Il mio punto di vista è anche quello d’insegnante delle superiori – racconta Federica &#8211; e noi di classi in quarantena ne abbiamo. <mark class='mark mark-yellow'>Lunedì quindi non credo riapriranno le scuole, non è realistico dire che la chiusura è solo fino al 14. Se va bene torniamo a metà aprile”. </mark> Con un figlio alle medie, uno alle elementari ed una bambina all’ultimo anno d’asilo, poi, Federica ospita sotto lo stesso tetto quasi ogni sfaccettatura della sospensione della frequenza scolastica: “mio marito in questo periodo è in <em>smart working</em>, e si chiude a lavorare in camera da letto. Sandro e Mario si ritagliano i loro angolini in cucina per seguire le lezioni, rispettivamente di seconda media e quarta elementare. La loro sorellina un po’ fa le attività che le lascio io da fare e un po’segue e ascolta quello che fanno gli altri due”.</p>
<p>Nonostante per i tre fratelli stia procedendo tutto senza intoppi, l’insofferenza c’è ed è innegabile: “Sandro è quello che patisce di più la didattica a distanza – spiega Federica -, in questi periodi esce poco di casa e si abbruttisce. Anche Elisa ha bisogno di uscire, e quando posso la porto subito a passeggiare. Mario tutto sommato è quello che vive un po’meglio la situazione. <mark class='mark mark-yellow'>Sicuramente però è pesante per loro a livello psicologico”.</mark></p>
<p>Un dato da non sottovalutare nell’attuale situazione, poi, è il cosiddetto <em>digital divide, </em>ovvero la possibilità o meno che ogni famiglia ha di potersi permettere uno o più computer. <mark class='mark mark-yellow'>A un anno di distanza dall’inizio della pandemia e delle chiusure, sono ancora diverse le associazioni sul territorio di Pavia che raccolgono computer usati per poi cederli o darli in comodato d’uso alle famiglie che ne hanno bisogno. È una questione che nessun bonus e nessuna politica nazionale ha ancora risolto, e anche in una città piccola come Pavia è facile incappare in esperienze legate a questo problema.</mark> “Avevo preso in prestito un computer – spiega Jennifer &#8211; che ho dovuto però restituire subito.  Me ne hanno dato un altro che però era molto vecchio e lento, non adatto alle videolezioni. Quindi facevo seguire a mio figlio le lezioni da cellulare, però Hendrik fa fatica, lo schermo di un telefono è piccolo, e non si riesce a vedere sullo schermo la lavagna e quello che scrive la maestra”. Alla fine, il compromesso a cui è arrivata Jennifer è stato quello di comprare un tablet, per permettere a Enrico di seguire le lezioni. Alcune famiglie, però, non riescono nemmeno ad arrivare a soluzioni di fortuna come queste, come racconta Federica, che in questi giorni è riuscita a procurarsi un portatile da dare ad una famiglia che frequenta il suo stesso oratorio: “loro hanno due figli, di cui una bambina che ora frequenta la prima elementare. Gli serviva assolutamente un secondo computer, se no uno dei bambini restava tagliato fuori dalla didattica a distanza”. Criticità di questo tipo, sostiene Federica, sono anche dovute ad una scarsa attenzione da parte degli istituti scolastici: <mark class='mark mark-yellow'>“le scuole spesso hanno gestito questo genere di situazioni emettendo circolari che davano la possibilità di mettersi in lista per un computer, ma bastava mancare questa comunicazione e l’opportunità andava persa. Purtroppo, c’è poca attenzione per i singoli casi, quando basterebbe alzare il telefono e chiamare le famiglie”.</mark></p>
<p>I segni di un disagio legato alla didattica a distanza, insomma, sono presenti ed immediatamente tangibili. E se probabilmente la si può considerare un male necessario, è altrettanto importante sapere quali sono le difficoltà ad essa legate, siano queste ultime di natura pratica, tecnologica o psicologica.</p>
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		<title>Mutilazioni genitali, l&#8217;ombra del Covid pesa sulla giornata internazionale</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2021 11:41:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Barbieri]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;ombra del Covid-19 si allunga sulla lotta contro le mutilazioni genitali femminili di cui il prossimo 6 febbraio si ricorda la giornata internazionale. Perché la dispersione scolastica causata dalla pandemia ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1100" height="715" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Mutilazioni-genitali-femminili.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Mutilazioni-genitali-femminili" /></p><p>L&#8217;ombra del Covid-19 si allunga sulla lotta contro le mutilazioni genitali femminili di cui il prossimo 6 febbraio si ricorda la giornata internazionale. Perché la dispersione scolastica causata dalla pandemia sta confinando troppe bambine a casa, e minaccia i risultati finora raggiunti nella lotta per porre fine alle FGM. Già il rapporto di UNFPA del 2020, prevedeva, a causa delle limitazioni relative all’attuale pandemia,  una <strong>riduzione di 1/3 dei progressi verso la fine delle FGM entro il 2030, obiettivo che le organizzazioni internazionali si erano poste qualche anno fa. </strong>Inoltre, per le interruzioni di molti programmi di prevenzione, nel prossimo decennio potrebbero verificarsi <strong>circa due milioni di casi di FGM che sarebbero stati altrimenti evitati</strong>.</p>
<p>Le ragazze rischiano dunque più di prima di essere abbandonate a se stesse in un rito di passaggio obbligato e private di una parte del loro corpo. Con <b>mutilazioni genitali femminili</b> (FGM) si intende la rimozione parziale o totale dei genitali esterni, o la lesione di essi, senza motivazioni terapeutiche. Si va dalla più invasiva, l’infibulazione, che recide o sutura parzialmente le grandi labbra, fino alle più lievi, se così si può dire, come la compressione della clitoride e delle piccole labbra, incisioni, raschiature e cauterizzazioni. Si calcola che oggi circa <b>200 milioni di donne e bambine</b> vivono con queste mutilazioni (<b>4,1 milioni nel 2020</b>).</p>
<p>In Liberia, uno dei cinque stati africani dove questo rito è ancora legale, la tradizione viene appoggiata anche dal governo, attraverso delle strutture predisposte a preparare le ragazze a quello che viene considerato lo step fondamentale per passare dall’infanzia all’età adulta.<span class="Apple-converted-space"> Proprio questa realtà così unica nell&#8217;Africa sub-sahariana è raccontata dal documentario di <b>Emanuela Zuccalà </b>che viene trasmesso oggi pomeriggio in un evento online nel cinema virtuale di Distribuzioni dal Basso, in occasione del prossimo 6 febbraio, Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili.<span class="Apple-converted-space"> Il documentario si intitola </span></span><a href="http://www.magzine.it/wp-admin/%20https://vimeo.com/428722320"><b><i>La scuola nella foresta</i></b></a> .</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Still02.jpg"><img class="alignnone  wp-image-50072" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Still02-300x240.jpg" alt="Still02" width="493" height="394" /></a></p>
<p>Emanuela racconta una storia sconvolgente fra organizzazioni segrete di sole donne, riti nella foresta, ricatto politico: “Loro la chiamano scuola, ma in realtà vengono gestite da una vera e propria società segreta, chiamata <b>Sande</b>. Sono dei recinti fatti da foglie di palma in mezzo alla foresta e per arrivarci bisogna fare almeno 5 ore di viaggio in jeep dal villaggio più vicino &#8211; spiega la documentarista -. Le bambine entrano e si comincia con il rito di iniziazione, ovvero il taglio del clitoride, che viene praticato dalla grande sacerdotessa, <b>Zoe</b>. Hanno varie età, <b>dai 3 ai 18 anni</b>, e passano lì dentro da pochi mesi fino a massimo 3 anni e imparano quella che da noi si chiama &#8216;economia domestica&#8217;. Sono progettate per diventare future mogli e madri, imparano le danze tradizionali e un galateo che fa parte della loro tradizione. Le bambine non imparano a leggere e scrivere e ne consegue l’abbandono della scuola tradizionale e l’analfabetismo. Quando escono spesso non voglio tornare a istruirsi perché vengono considerate pronte per il matrimonio”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>L’infibulazione è una tradizione antichissima che risale all’<b>epoca faraonica e pre-islamica</b>, è trasversale e non ha origini religiose. La mutilazione viene considerate una sigillo di verginità per la donna, che annulla il suo organo del piacere sessuale in modo che sia sottomessa e si trasformi in una compagna fedele. Ogni gruppo etnico ammanta successivamente questa atto da un significato differente. In generale, se la donna ha gli organi genitali esterni viene considerata impura, non troverà mai marito e sarà quindi fuori dal contesto sociale. In tante culture africane quando la donna si sposa, è il marito che dà la dote alla famiglia, una forma di sostentamento per tutti.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Still01.jpg"><img class="alignnone  wp-image-50070" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Still01-300x240.jpg" alt="Still01" width="465" height="372" /></a></p>
<p>“Sono i genitori stessi che desiderano mandarle in queste scuole perché per loro è un prestigio sociale &#8211; sottolinea la regista &#8211; altrimenti vengono emarginate. I genitori pagano e si indebitano subito, considerando che la popolazione liberiana vive nella povertà. Le ragazze che rifiutano il rito formano un loro gruppo, dove si proteggono a vicenda in quanto sono minacciate dalla società Sande come oppositrici. Le bambine che provano a scappare invece vengono recuperate, riportate all’interno e sottoposte a punizioni corporali”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>L’organizzazione Onu ha fatto <a href="https://www.unfpa.org/sites/default/files/pub-pdf/UNFPA_PUB_2020_EN_State_of_World_Population.pdf">il punto nel 2020</a> sul <b>diritto alla salute sessuale e riproduttiva femminile</b> in tutto il mondo e i dati rimangono ancora rilevanti: la percentuale di chi tra i 15 ai 49 anni ha subito la mutilazione varia da circa l’1% in <b>Camerun</b> e <b>Uganda</b>, al 87% in <b>Gibuti</b>, <b>Egitto</b>, <b>Guinea</b> e <b>Mali</b>. Non mancano casi in <b>Iraq</b>, <b>Yemen</b> e in alcuni Paesi asiatici come l’<b>Indonesia</b>, dove il dato si attesta intorno al 49%.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Un dato interessante è ricordare il cambiamento avvenuto in uno dei Paesi dove il tasso di incremento della mutilazione è sempre stato attestato al 90%: il <b>Sudan</b>. “Nove bambine su dieci erano sottoposte alla mutilazione. Per i sudanesi è un’usanza che viene tramandata da famiglia a famiglia &#8211; racconta la giornalista <b>Antonella Napoli </b>-, è un rito che viene celebrato e ci si ritrova a casa per farlo, quindi in situazioni non igienico-sanitarie ideali. Sono donne anziane che lo praticano e le bambine vengono vestite a festa, con abiti bianchi prima di essere sottoposte con la forza all’intervento”. Dal <b>22 aprile 2020</b> il consiglio dei ministri ha vietato la pratica della mutilazione e chi cerca di praticarla all&#8217;interno di un istituto medico o altrove rischia tre anni di reclusione e una multa. Uno sforzo decennale che cerca di abbattere un fenomeno che si insinua nella visione sociale già compromessa, come ricorda sempre l’africanista: “La donna in Sudan è sempre stata considerata subordinata all’uomo, una figura con diritti nulli. Per esempio non poteva viaggiare senza un componente maschio della famiglia e aveva molte restrizioni anche nell’abbigliamento; rischiava anche 40 frustrate per aver indossato dei pantaloni o un abbigliamento non consono alla tradizione”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Per quanto riguarda l’Europa, in <b>Inghilterra</b> e <b>Galles</b> a partire dal 2015 si pensa che 137.000 ragazze siano state sottoposte a mutilazioni genitali femminili e guardando in particolare all’Italia, un’indagine dell’<b>Università Milano Bicocca</b> ha sottolineato come sia presente il fenomeno con <b>85-90 mila donne che hanno subito la mutilazione</b>, di cui 5-7 mila minorenni, con <b>Nigeria</b> ed <b>Egitto</b> come maggiori tributarie. Oggi <b>a rischio sono circa 5 mila</b>.</p>
<p>La giornalista <b>Stefania Ragusa</b> ci ha parlato della sua esperienza del rito nel nostro Paese: “Anche qui ci sono casi di bambini che vengono ‘operate’. Nonostante la legge presente in Italia dal 2006, molte volte la mutilazione viene operata in casa clandestinamente e la cultura rimane, con dei soggetti che si incaricano di farlo. Per loro è meno rischioso se l’operazione viene fatta nel loro paese perché possono essere meno intercettati. Le migrazioni hanno intensificato ancora di più il fenomeno, vista anche la grande comunità somala presente in Italia”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ma non solo: il <b>Coronavirus</b> ha accentuato ancora di più l’incremento delle dinamiche e ha bloccato gli interventi per far rispettare la legge. In un momento di emergenza, legato al confinamento, tutto diventa ancora più problematico: le scuole sono chiuse e le opere degli attivisti si sono spostate altrove. Ovunque rimane il problema anche dello stigma sociale affibbiato alle donne che non si sono volute sottoporre alla mutilazione. Vengono allontanate e questo è un tratto che non si può cambiare a livello legislativo, ma a livello culturale. Per di più le ragazze si trovano a perdere le loro famiglie a causa della loro ribellione e <b>l’infibulazione si trasforma in un’arma a doppio taglio</b>, che non lascia scampo alla socialità delle persone.</p>
<p><em>(qui il link alla proiezione del documentario &#8220;La scuola nella foresta&#8221; di Emanuela Zuccalà, in programma per oggi giovedì 4 febbraio: <a href="https://www.openddb.it/film/la-scuola-nella-foresta/">https://www.openddb.it/film/la-scuola-nella-foresta/</a>)</em></p>
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		<title>Stop alla scuola in Lombardia, i liceali tornano a casa</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Oct 2020 09:04:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<description><![CDATA[18 ottobre 2020: il nuovo decreto del presidente del Consiglio dei ministri sancisce la necessità, per le scuole superiori di secondo grado, di modulare di più gli ingressi degli studenti, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1707" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/Studenti-in-aula-con-mascherina.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Studenti in aula con mascherina" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>18 ottobre 2020: il nuovo decreto del presidente del Consiglio dei ministri sancisce la necessità, per le scuole superiori di secondo grado, di modulare di più gli ingressi degli studenti,</mark> iniziando le lezioni non prima delle nove del mattino. Viene anche consigliata l’attuazione di turni pomeridiani per scaglionare la popolazione studentesca e decongestionare gli assembramenti sui mezzi pubblici.</p>
<p><strong>A soli tre giorni dall’emanazione di questo provvedimento, in Lombardia il governatore Attilio Fontana cambia le carte in tavola e con un’ordinanza annuncia lo stop alla didattica in presenza nei licei e negli istituti tecnico-professionali</strong>.</p>
<p><strong>Si scatena la rivolta</strong>. I sindaci delle principali province – a partire dal primo cittadino di Milano, Giuseppe Sala – si scagliano contro la nuova normativa e per i tre giorni successivi provano a far cambiare idea al vertice della regione. <mark class='mark mark-yellow'>Il risultato della settimana di protesta – che ha visto protagonista non solo il mondo della scuola, ma anche quello della ristorazione e dello spettacolo – è l’ennesimo decreto nazionale, firmato la mattina del 25 ottobre dal premier Giuseppe Conte: <strong>da lunedì 26 ottobre gli istituti superiori dovranno erogare almeno il 75% della didattica in versione telematica</strong>. Con una postilla non da poco: starà alle singole regioni decidere se aumentare o meno questa quota.</mark> La Lombardia ha già la sua risposta.</p>
<p>Non è la prima volta che la scuola viene bistrattata così. Già prima della pandemia quello scolastico era un universo tenuto poco in considerazione, con tagli continui e personale sfiduciato, ma ora <mark class='mark mark-yellow'>la situazione è esplosiva e le tensioni sono alimentate dal perenne clima di incertezza causato in parte dall’emergenza sanitaria, in parte dalla non-risposta delle istituzioni.</mark> Lo testimoniano le parole dei <strong>professori Giorgio Galanti</strong> e <strong>Domenico Squillace</strong>, <strong>presidi rispettivamente del liceo classico “Tito Livio” e dello scientifico “Alessandro Volta” di Milano</strong>. Commentando il decreto dello scorso 18 ottobre, Galanti si è detto “indignato” a proposito degli ingressi dalle nove, pensati per alleggerire il carico di studenti sul trasporto pubblico e riproposti anche nel Dpcm di domenica 25: «Noi siamo in un contesto metropolitano ad alta densità abitativa e dalle otto alle nove – lo sa chiunque abbia vissuto anche per poco tempo a Milano – i mezzi pubblici raggiungono la massima densità. Chiedere ai ragazzi di utilizzarli proprio in quella fascia oraria mi sembra una cosa insensata». Dello stesso avviso è anche il collega Squillace, che aggiunge: «<mark class='mark mark-yellow'><strong>C’è questa illusione che, tenendo i ragazzi delle scuole superiori a casa, si fermino i dati del contagio. Mi sembra un credere alle favole</strong>.</mark> La scuola non è generatrice di infezione, ma piuttosto raccoglie i contagi che i ragazzi prendono in giro. Pensare di lasciarli a casa con la speranza che ciò inverta o appiattisca la curva dei contagi è un’illusione, un provvedimento preso solo per dimostrare di star facendo qualcosa. E dato che la scuola è un interlocutore più semplice di altri, le ripercussioni si hanno poi su presidi, docenti e studenti. <mark class='mark mark-yellow'><strong>Condannare per il secondo anno una generazione di ragazzi alla didattica a distanza sarebbe un disastro per la formazione di tutti</strong></mark>».</p>
<p><strong>Entrambi i presidi, seppur contrari all’idea del ritorno alla didattica online, saranno costretti ad adeguarsi all’ordinanza emanata dalla regione Lombardia, ma il loro pensiero non cambia</strong>. «<mark class='mark mark-yellow'>Sono un pedagogista esperto in pedagogia del corpo – afferma il prof. Galanti – e per tutta la vita ho approfondito quanto l’apprendimento passa anche attraverso la fisicità, oltre che tramite l’immagine da video</mark>». Le lezioni in aula dovrebbero quindi restare fondamentali, tanto è vero che, continua il preside, «Abbiamo un piano per la didattica integrata che è stato pensato, redatto e attuato tenendo conto dell’alternanza tra distanza e presenza, cercando di cogliere il meglio di entrambe le componenti. Inoltre lo abbiamo fondato su due elementi essenziali: la non divisione del gruppo classe e la presenza garantita a giorni alterni. <strong>Non abbiamo voluto smembrare le classi perché crediamo nella forza del mantenimento dell’equità del gruppo, che deve vivere la stessa situazione mentre sta imparando</strong>». Con la ripartenza a pieno regime della didattica online, però, il rischio è vanificare gran parte del lavoro effettuato durante l’estate per permettere ai ragazzi di frequentare in sede. A peggiorare tutto, dice il prof. Galanti, «è la consapevolezza che non si tratta solo di un momento di resistenza che è superato, ma di una prospettiva che angoscia studenti, docenti e presidi».</p>
<p><strong>Anche il prof. Domenico Squillace scuote la testa quando sente parlare di lezioni a distanza</strong>. «<mark class='mark mark-yellow'><strong>La scuola è una cosa che si fa in presenza. Non voglio fare il romantico, ma educazione e formazione passano dal confronto tra docenti e studenti che si guardano negli occhi</strong>.</mark> Inoltre la didattica nelle opportune sedi fisiche è uguale per tutti, perché garantisce al miglior livello possibile il dettato costituzionale che afferma che i meritevoli hanno diritto ad arrivare ai livelli più alti dell’istruzione. Con la didattica a distanza questo non è possibile, perché se uno studente, pur essendo volenteroso, si trova a vivere in una casa dove non ha la possibilità di isolarsi anche solo per cinque minuti per poter concentrarsi e studiare, mancando magari anche di strumenti di ultima generazione come tablet, cellulari, pc o una buona connessione a Internet, allora resta indietro in maniera spaventosa. <mark class='mark mark-yellow'><strong>Non amo la didattica a distanza proprio per questo: perché è classista. Va bene, cioè, per quei ragazzi che se la sarebbero cavata anche frequentando in presenza, mentre è devastante per i più fragili</strong></mark>».</p>
<p><strong>Un commento è rivolto anche alla possibilità di tenere aperta la scuola di pomeriggio</strong>: «Mi piacerebbe capire di cosa parliamo quando si usa l’espressione “turno pomeridiano” nel 2020 – si domanda Squillace –. Se lo scopo è decongestionare i mezzi di trasporto, non ne vedo il senso. Se faccio entrare gli studenti alle 14 per farli uscire alle 19, escono nel momento di maggior picco di traffico sui mezzi, perché il ritorno dei lavoratori a casa inizia intorno alle 17 e finisce verso le 20. <strong>Spostare al pomeriggio gli ingressi significa decongestionare parzialmente i mezzi al mattino, ma sposta i problemi in un’altra fascia oraria</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Se si vuole evitare che i ragazzi affollino i mezzi in questi due momenti della giornata, sarebbe necessario un approccio differente: farli entrare a scuola alle 10.30, per esempio, e permettere loro di uscire alle 15.30. Sono due momenti di calma piatta, stando a quanto dicono i funzionari dell’Atm.</mark> Certo, questa è una soluzione che potrebbe funzionare bene in una città metropolitana come Milano; in provincia però sarebbe diverso, perché gli autobus che collegano le varie cittadine non passano a tutte le ore. Perciò <mark class='mark mark-yellow'><strong>occorre ridisegnare completamente il sistema dei trasporti</strong></mark>». Anche il preside Galanti rileva le stesse incoerenze, ma specifica due concetti validi per tutte le scuole d’Italia: «Non sono contrario all’idea in sé, anche se sappiamo benissimo come l’apprendimento alla mattina funzioni diversamente rispetto a quello pomeridiano. Una scelta del genere deve essere sostenuta in tutti i modi dal ministero e dall’amministrazione tutta, altrimenti <strong>le scuole non possono reggere da sole una rivoluzione organizzativa come quella di andare avanti fino alle 18-19 del pomeriggio con le lezioni. </strong><mark class='mark mark-yellow'><strong>Si creerebbe anche un problema sindacale, perché lo status di lavoratori dei docenti è importante e va tutelato: non si può pensare di tenerli a disposizione da mattina a sera</strong></mark>».</p>
<p>La scelta di chiudere le scuole superiori di secondo grado continua a far discutere, soprattutto alla luce della percentuale dei ragazzi contagiati sul totale dei positivi nel nostro Paese. Che i numeri siano abbastanza contenuti lo dimostrano anche i casi registrati nei due licei milanesi: «A oggi la nostra struttura – spiega il preside Squillace – ha circa venti contagiati e diciotto classi a casa su un totale di 1200 studenti. Siamo perciò abbastanza sicuri – e con noi anche l’Ats, altrimenti ci avrebbe costretti alla chiusura già da tempo – di essere riusciti a circoscrivere i casi positivi, perché non c’è stata diffusione del virus in queste classi». Contagi che, specifica, provengono dall’esterno delle mura scolastiche, principalmente dai luoghi in cui i ragazzi praticano regolarmente sport di contatto – ora sospesi dai decreti nazionali – come calcio, pallavolo, basket e pallanuoto. Al “Tito Livio” per il momento la situazione è ancora più tranquilla, con il prof. Galanti che dichiara di avere «sei classi su quarantuno in quarantena perché in ciascuna è risultato positivo o un ragazzo o un insegnante. Abbiamo prima messo in isolamento fiduciario e poi l’Ats l’ha trasformato in quarantena».</p>
<p>In tutto ciò, <strong>che cosa pensano gli studenti del ritorno alla didattica a distanza?</strong></p>
<p><strong>Nonostante siano molto comuni la stanchezza e lo sconforto per una situazione che non sembra accennare a migliorare, non mancano testimonianze di ragazzi pronti a gesti di responsabilità</strong>. Fuori dal “Tito Livio” una ragazza ci dice di preferire le lezioni erogate in presenza, «mark]ma visto che adesso la situazione è abbastanza grave, mi fa piacere tornare a distanza per aiutare me e la mia famiglia a evitare un possibile contagio[/mark] che può avvenire tanto a scuola quanto sui mezzi pubblici». Una compagna di classe si avvicina e concorda: «Anch’io preferisco la presenza, ma sperimentando l’online durante il lockdown avevo trovato il mio ritmo di studio e non mi trovavo eccessivamente male. <mark class='mark mark-yellow'>Ora come ora credo che sarebbe conveniente tornare alla didattica a distanza per evitare di entrare a contatto con positivi a scuola e con altri che saranno asintomatici. Soprattutto per noi del liceo coreutico nelle aule di danza è molto, molto difficile riuscire a mantenere le distanze, è quasi impossibile</mark>». Più in là un ragazzo con il vocabolario di latino sotto il braccio annuisce: «In lockdown ho trovato fattibile la didattica online e <mark class='mark mark-yellow'>se oggettivamente farci stare a casa giovasse al sistema dei trasporti pubblici, tornare a distanza sarebbe un sacrificio non insostenibile</mark>». <strong>Sono invece tutti categoricamente contrari alla turnazione pomeridiana</strong> e reputano inutile entrare alle nove per gli stessi motivi già evidenziati dai presidi: se la scuola riaprisse con questo orario, i ragazzi sarebbero costretti a usare metro, autobus e tram proprio nel momento di maggior traffico. «Da quest’anno vengo in bicicletta proprio per evitare i mezzi pubblici – racconta un altro studente –. È una nuova abitudine che mi piace e mi permette di fare movimento. Ora come ora non mi sentirei tranquillo a salire su un treno della metropolitana, che è sempre piena di gente».</p>
<p>A parlare sono tutti studenti dell’ultimo anno e <strong>non possiamo fare a meno di chiedere se si sentono meno preparati in vista dell’esame di maturità</strong>. La prima a rispondere è una ragazza che aspira a ingegneria dopo il liceo classico: «<mark class='mark mark-yellow'>Abbiamo un grande vuoto rispetto al secondo quadrimestre dello scorso anno. In più, avendo fatto sempre lezione a distanza, abbiamo perso un po’ di dimestichezza nella traduzione. Quindi sì, sono preoccupata</mark>: vorrei che il governo dicesse fin da ora come sarà il nostro esame, se sarà come quello di luglio o se sarà diverso, e che non si aspetti l’ultimo minuto per comunicarcelo». Un amico al suo fianco cerca di essere più ottimista: «È tutto un grosso punto interrogativo, ma <mark class='mark mark-yellow'>possiamo prepararci in modo adeguato anche con la didattica a distanza. Sono sicuro che la nostra preparazione sarà corrispondente alla difficoltà dell’esame</mark>». Sulla stessa scia si inserisce una studentessa del liceo coreutico: «Probabilmente la nostra maturità sarà simile a quella appena passata, tenendo conto del fatto che con la didattica a distanza si fa molta fatica a seguire tutto il programma». Altre due ragazze intervengono sullo stesso tema: «Nemmeno noi siamo molto tranquille, però <mark class='mark mark-yellow'>siamo ancora al primo quadrimestre e abbiamo la speranza che tutto si stabilizzi</mark>».</p>
<p><strong>Quali sono gli aspetti della scuola pre pandemia di cui sentono più la mancanza?</strong> «<mark class='mark mark-yellow'>Avere un contatto tra noi studenti</mark> – dice convinta un’altra studentessa –. Siamo all’ultimo anno, siamo responsabili, portiamo sempre la mascherina». <mark class='mark mark-yellow'>Un ragazzo invece racconta che sente nostalgia della «serenità di andare in giro per i corridoi durante l’intervallo. Ho un fratello più piccolo al primo anno e mentre siamo a scuola non posso vederlo; se la pandemia non ci fosse stata, avrei potuto raggiungerlo a ricreazione e salutarlo. Manca la spensieratezza che non ci è concessa per tutte le attenzioni che dobbiamo prestare a noi stessi e agli altri</mark>». Una compagna la butta sul ridere: «Mi manca respirare»; poi aggiunge: «Rivorrei il contatto con le amiche e la naturalezza di gesti e movimenti». Qualcun’altra riflette a voce alta: «<mark class='mark mark-yellow'>A volte sento che le persone si guardano l’un l’altra con sospetto, come a dire “Non so cosa stai facendo, cosa fai quando esci” ed è veramente brutto, perché non aiuta affatto l’inclusione in classe.</mark> Mi manca lo stare insieme tranquillamente e il non pensare due volte a compiere qualsiasi azione».</p>
<p>Di fronte a dati incoraggianti e all’atteggiamento di diffusa responsabilità mostrato dai ragazzi, <strong>fa sorridere con amarezza il fatto che </strong><mark class='mark mark-yellow'><strong>sia il Dpcm sia l’ordinanza regionale lombarda concedano il massimo della presenza agli studenti delle scuole medie, che secondo il preside Giorgio Galanti sono «la fascia più a rischio, perché appena usciti di classe i ragazzi calano le mascherine e si avvicinano gli uni agli altri</strong></mark>, immersi nella loro bolla pre adolescenziale». Eppure per il momento sono gli allievi delle superiori a fermarsi e a tornare a casa, condannati ancora una volta a quell’alienante didattica online contro cui continuano a battersi la ministra dell’Istruzione, i sindaci e i presidi. Tutti si augurano che da qui a un mese i dati dei contagi rallentino e si stabilizzino su cifre più gestibili, ma intanto, come nel gioco dell’oca, la scuola finisce di nuovo su una casella di stop, in attesa di avere maggior fortuna al prossimo turno e sperando che le istituzioni la smettano di lanciare in aria i dadi per prendere delle decisioni.</p>
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		<title>Quell&#8217;asilo non s&#8217;ha da fare</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2020 17:06:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annarosa Laureti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[#scuola]]></category>
		<category><![CDATA[asilo nido]]></category>

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		<description><![CDATA[C’era una volta Asteroide B612, un pianeta lontano sulle cui terre, vergini e inesplorate, nessun virus aveva ancora seminato terrore. Accogliente e colorato attendeva di essere calpestato da piccoli passi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1599" height="1200" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/09/0377a9fb-29d0-4a23-bd7d-a4b7f0afb4b4.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="0377a9fb-29d0-4a23-bd7d-a4b7f0afb4b4" /></p><p>C’era una volta <em>Asteroide B612</em>, un pianeta lontano sulle cui terre, vergini e inesplorate, nessun virus aveva ancora seminato terrore. Accogliente e colorato attendeva di essere calpestato da piccoli passi svelti, ma su di esso pendeva lo spettro di un enorme mostro a cinque teste chiamato burocrazia, che tentava, in ogni modo, di ritardarne la scoperta.</p>
<p>Se pensate di star leggendo una bizzarra versione de <em>Il Piccolo Principe</em> vi sbagliate. La storia narrata, infatti, non è quella di Antoine de Saint-Exupéry, ma di Sofia e del suo micro nido d’infanzia il cui avvio non è potuto coincidere con il suono della campanella nazionale.</p>
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<p>Ventiquattro anni e una laurea in Scienze dell’Educazione all&#8217;Università degli Studi di Macerata, <mark class='mark mark-yellow'> Sofia è una di quelle ragazze che ha deciso di affrontare di petto il mercato del lavoro, creandosi da sé un posto, aprendo una propria attività. </mark> Una scelta che appare per certi versi singolare, ma quasi obbligata, in un’era come quella del Covid, piena di norme sanitarie da rispettare e, soprattutto, per nulla benevola nei confronti dei più giovani in cerca di occupazione.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> «Dopo la laurea e il tirocinio non ho mai trovato lavoro né nelle strutture private né nelle cooperative. E allora mi sono detta “Sai cosa?! Inizio in piccolo, lavorando da sola e con pochi bambini”» </span></p>
<p>Seguendo gli studi fatti e la sua grande passione (e predisposizione) per i più piccoli, risalente sin alla tenera età – «Già quando frequentavo le elementari mi prendevo cura del bambino di un anno di alcuni amici di famiglia» racconta – Sofia ha trascorso questa ultima estate cercando di dare forma al proprio progetto. «Dopo la laurea e il tirocinio non ho mai trovato lavoro né nelle strutture private – che molto spesso hanno uno stretto giro di personale per via dei rapporti con i tirocinanti – né nelle cooperative, che però non mi allettavano più di tanto. E allora mi sono detta “Sai cosa?! Inizio in piccolo, lavorando da sola e con pochi bambini”».</p>
<p>L’idea iniziale era quella di dar vita ad un asilo domiciliare all&#8217;interno di un locale di famiglia, ma poi si è optato, in corso d’opera, per l’apertura di un vero e proprio micro nido d’infanzia, pensando anche alla possibilità di riuscire, un domani, ad allargarsi e quindi ad ospitare un numero maggiore dei sette bambini previsti e consentiti al momento.  <mark class='mark mark-yellow'> Quello che però può sembrare un semplice cambio di programma, per Sofia si è rivelato essere una vera e propria avventura, tra uffici comunali, catasto, cambi di locazione e sorprese dell’ultimo minuto, dovute anche al fatto che «in Italia – spiega – non esiste una regolamentazione unica e precisa relativa a questo ambito. Non c’è nulla da poter consultare ben bene prima di partire». </mark></p>
<p>Tra le tante regole da seguire – nazionali e regionali – c’è, per Sofia, anche il divieto di utilizzare più del 15% della metratura del locale prescelto per il nido, a causa della posizione di quest’ultimo in una zona industriale, e in aggiunta l’obbligo di rivolgersi ad un ristorante per il servizio mensa offerto. «All&#8217;inizio mi avevano detto che avrei potuto tranquillamente cucinare da me. Ho allestito quindi tutta la cucina con forno, frigorifero, fornelli e tutto il resto necessario, quando poi ho scoperto che dal 2003, se non sei un nido domiciliare, ciò non si può fare. Dovrei affidarmi ad una cuoca, anche se dovessi avere solo bambini inferiori all&#8217;età di un anno. Devo rivolgermi a un servizio catering per tre, al massimo cinque bambini, e questo significa nuovi costi da affrontare e, ovviamente, da richiedere anche alle famiglie. Tra le altre cose mi sono recata anche da una dietologa, per farmi fare una dieta apposita, ma dovrò consegnare la stessa a chi di dovere». Un onere in più per chi comincia in piccolo mosso dall&#8217;amore per il proprio lavoro. «Devo ringraziare i miei genitori e i miei nonni» ammette Sofia. «Mi hanno aiutato un sacco e sono stata fortunata ad avere un locale già a disposizione. Se fossi dovuta andare in affitto da qualche parte tutto ciò sarebbe stato impossibile. Per aprire in affitto devi entrare per forza in società con qualcuno perché da sola, e con soli sette bambini, non riuscirai mai a coprire i costi e le spese».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> Le restrizioni dovute al Covid-19, invece, non sono molto rigide, sebbene il rapporto educatrice-infanti sia sceso da uno a sette a uno a cinque. </mark> «La mia – ammette Sofia – è un’operazione un po’ rischiosa, dato il periodo in cui ci troviamo.  Posso tenere bambini da tre mesi a tre anni e per quest’età non è necessario per loro indossare la mascherina. Sarebbe proprio impossibile. Se uno di loro si ammala dovrà rimanere a casa e con i genitori bisognerà mantenere la distanza di sicurezza, oltre che seguire tutte quelle regole alle quali ci siamo abituati».</p>
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<p><span class='quote quote-left header-font'> «Sono dell’idea che se un bambino non è interessato a quello che voglio fargli fare io, non occorre forzalo. Il bambino da me sarà molto libero nella scelta di ciò che vuole fare, sempre sotto il mio sguardo vigile e il mio controllo» </span></p>
<p>Nel frattempo, le porte dell’Asteroide B612 continuano ad essere chiuse ancora per un po’, aspettando i controlli finali dei servizi sociali comunali e creando una piccola lista d’attesa tra alcune famiglie locali. Al loro interno, invece, rimangono ben protette le stanze colorate e decorate con frasi e immagini tratte da una delle favole più amate dai più piccoli. <mark class='mark mark-yellow'> «Il nome dell’asilo l’ho scelto insieme ad una bambina a cui faccio da babysitter. Quando aveva 9 anni, abbiamo visto il film <em>Il Piccolo Principe</em>, e letto il libro. La storia ci è piaciuta tantissimo e ci siamo appassionate a tal punto che quando è arrivato il momento di scegliere un nome, la scelta finale non poteva essere altrimenti». </mark> «Tutto il nido poi – continua Sofia &#8211; lo ho impostato sullo stile montessoriano». L’arredamento, dai lettini ai tavoli per il pranzo – realizzati dal padre falegname e restauratore – sono ad altezza bambino, così come i giochi in legno e in materiali riciclati. «I bambini devono essere il più indipendenti e liberi possibile, ovviamente entro certi limiti. Organizzerò alcune attività da fare ma sono dell’idea che se un bambino non è interessato a quello che voglio fargli fare io, non occorre forzalo. Il bambino da me sarà molto libero nella scelta di ciò che vuole fare, sempre sotto il mio sguardo vigile e il mio controllo».</p>
<p>Nonostante la leggera ansia che «da un momento all&#8217;altro possa arrivare un&#8217;altra sorpresa capace di bloccare nuovamente l’apertura», l’entusiasmo e la passione di Sofia non si scalfiscono, aspettando finalmente di accogliere nel proprio pianeta, cinque piccoli principi da accudire con tanto amore.</p>
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		<title>Collaboratori scolastici, come il Covid ha cambiato la nostra vita</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2020 12:11:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Federica Magistro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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		<category><![CDATA[#Covid]]></category>
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		<description><![CDATA[L’istituto comprensivo XXV Aprile di Cormano (in provincia di Milano) ha riaperto i cancelli lunedì 14 settembre 2020, più silenziosamente del solito, come gran parte delle scuole in tutto il ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="470" height="313" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/09/AdobeStock_157356890-e1540807091556.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="AdobeStock_157356890-e1540807091556" /></p><p>L’istituto comprensivo <strong>XXV Aprile di Cormano</strong> (in provincia di Milano) ha riaperto i cancelli lunedì 14 settembre 2020, più silenziosamente del solito, come gran parte delle scuole in tutto il Paese. All’ora dell’intervallo, sulla via Molinazzo, non si sono sentiti schiamazzi provenire dal giardino della scuola primaria; il Coronavirus si è portato via questa piacevole consuetudine lasciando, in cambio, un’atmosfera tranquilla, dettata da nuove regole da rispettare.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>D’ora in poi i collaboratori scolastici avranno un ruolo centrale nell’assicurarsi in prima persona che le linee guida per l’emergenza Covid-19 vengano seguite alla lettera, senza eccezioni. Un movimento meccanico, come in una catena di montaggio, li vede distribuire mascherine, igienizzare mani e misurare la temperatura corporea ai bambini al cancello d’entrata</mark>. Il loro compito non si arresta però con l’inizio delle lezioni: ciascuno, dalla propria postazione, controlla, vigile, che nessun bambino esca dall’aula inosservato. Anche andare ai servizi è diventato un lavoro macchinoso: i turni sono ben scaglionati, classe per classe, e una volta tornati in aula, il locale viene sanificato da cima a fondo. «Non mi sono ancora fermata da stamattina alle 7:00, non abbiamo tregua», confessa <strong>Maria Spadafora</strong>, una delle collaboratrici scolastiche dell’istituto, mentre mi accompagna per un breve giro tra i corridoi del plesso. Poi aggiunge: «Per noi il lavoro è triplicato, ma lo facciamo ben volentieri». I turni, infatti, sono serrati. Per un totale di 971 alunni nell’intero istituto comprensivo cormanese &#8211; di cui circa 300 nella sede di via Molinazzo &#8211; i collaboratori di diritto sono circa 17. La preside, <strong>Nunzia Galdi</strong>, ha infatti fatto richiesta per avere organico aggiuntivo, detto organico Covid, necessario per coprire le entrate e uscite dei due istituti scolastici che sono raddoppiate per motivi di sicurezza, ma ancora non si sa quando arriverà.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Per i collaboratori scolastici, la scuola è iniziata a maggio: igienizzazione totale dei locali e responsabilità triplicate</span></p>
<p>La scuola che ricordiamo con nostalgia è ben diversa da quella di oggi: il divieto di usare il gesso, per ragioni igieniche, ha obbligato gli istituti a rimodernarsi, installando le lavagne interattive multimediali (LIM) che da tempo minacciavano di sostituire la tradizionale lavagna in ardesia. Alle 10:30, al suono della campanella dell’intervallo, ciascuno deve consumare la merenda rimanendo al proprio banco e giocando con i propri giochi personali portati da casa. Tutte misure rigide, ma necessarie per evitare contagi all’interno dell’istituto, che porterebbero alla quarantena obbligata di classi intere come è già successo per 39 classi in Lombardia. A tal proposito, all’interno dell’istituto comprensivo XXV Aprile, sono state istituite due aule Covid ad hoc, dove le maestre nominate referenti Covid, hanno il compito di dare un primo soccorso ai bambini, prima di chiamare un genitore e il medico, nel caso presentassero alcuni sintomi.</p>
<p>«Il periodo di preparazione è stato duro &#8211; afferma <strong>Antonia Stilo</strong>, altra collaboratrice scolastica dell’istituto -. In realtà, per noi, la scuola ha avuto inizio a maggio. È stato un vero e proprio lavoro di squadra, capitanato dalla preside, ma che ha coinvolto tutti noi, dai bidelli, ai segretari. Abbiamo igienizzato gli spazi, svuotato gli armadi, riposto le segnaletiche su pavimenti e muri e infine rivisto il distanziamento tra i banchi e nelle aule che, se non abbastanza ampie, hanno preso il posto dei laboratori. Ricordo la preoccupazione, lo scorso venerdì 11 settembre, di non terminare il lavoro in tempo, con la speranza che tutto andasse come previsto». E così è stato. «Il primo giorno di scuola si è rivelato un successo &#8211; confessa <strong>Anna Vocale</strong>, collaboratrice scolastica -. I bambini erano gioiosi, lo si leggeva nei loro occhi e per noi è stato lo stesso. Era come se tutto il lavoro svolto per loro venisse finalmente ripagato».</p>
<p>Inevitabilmente, anche i rapporti tra Anna, Antonia e Maria con i “loro bambini” &#8211; come li definiscono più volte durante il nostro colloquio &#8211; sono cambiati. Anna, commossa, racconta: «C’era un momento, particolarmente intimo, in cui si creava una forte sintonia tra di noi, ovvero quando i bimbi non si sentivano bene e venivano a misurare la febbre. Li potevamo prendere sulle ginocchia e coccolare come dei figli, loro in cambio ci confidavano le loro insicurezze e preoccupazioni. Noi li consolavamo e rassicuravamo e loro, giorni dopo, tornavano per aggiornarci: “Bidella, la nonna sta bene! Avevi ragione!” La loro spontaneità ti apre il cuore». Antonia, invece, che quest’anno dovrà gestire il primo piano dell’istituto, ha confidato di essere corsa, una volta terminato il suo turno del primo giorno, dai bambini di seconda con cui l’anno scorso aveva stretto un legame speciale. Infine, Maria ha ammesso:<mark class='mark mark-yellow'>«Il contatto con i bambini è molto importante e ci manca tanto. Ma ancora più importante è poter essere tornati a scuola. Dopo mesi a casa, si respira un clima diverso di maggiore collaborazione collettiva: dalla preside ai segretari, dalle bidelle agli insegnanti, dagli alunni ai genitori. Lavoriamo tutti insieme per recuperare il tempo perso</mark>».</p>
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		<title>Studenti ansiosi e stressati, arriva lo psicologo tra i banchi</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2020 11:55:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Davide Cavalleri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono diversi i nervi scoperti della nostra società che questa pandemia e, in particolare, i mesi di quarantena hanno toccato con maggiore o minore intensità. Abbiamo scoperto – ma forse ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="650" height="350" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/09/scuola-plastica.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="scuola-plastica" /></p><p>Sono diversi i nervi scoperti della nostra società che questa pandemia e, in particolare, i mesi di quarantena hanno toccato con maggiore o minore intensità. <strong>Abbiamo scoperto – ma forse già lo sapevamo ― che i nostri giovani hanno sovente bisogno di un sostegno psicologico che li aiuti e li supporti in quella delicata fase della crescita che è l’adolescenza</strong>: sono stati numerosi i casi di bambini e ragazzi lasciati soli a se stessi e che, complice la lontananza da coetanei e docenti, hanno faticato a reggere l’urto della solitudine. Ci siamo resi conto – ma forse già lo sapevamo ― che abbiamo oberato gli insegnanti di compiti, come quello del sostegno psicologico, che non gli competono e per i quali rischiano di trovarsi privi di strumenti.</p>
<p><strong>C’era bisogno di una pandemia per farci aprire gli occhi e sbatterci di fronte alla realtà che ci restituisce degli adolescenti spesso in tremende difficoltà e inermi di fronte a grossi temi come l’affettività e le relazioni?</strong> C’era bisogno di una pandemia per farci rendere conto che abbiamo tergiversato troppo di fronte alle fragilità di alcuni giovani? Ci risponde <mark class='mark mark-yellow'>David Lazzari, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi</mark>, uno dei grandi promotori dell’accordo tra governo e sindacati del 6 agosto scorso per dotare gli istituti scolastici di competenze psicologiche: «Recentemente ho pubblicato un libro dal titolo “La psiche tra salute e malattia” edito da Edra in cui evidenzio, riportandone i dati, come <mark class='mark mark-yellow'>una fetta importante di giovani in età adolescenziale palesa problemi di varia natura: non solo difficoltà di apprendimento ma anche legati alle sfere comportamentali ed emozionali. Ora, non vi è alcun dubbio che la pandemia abbia acceso i riflettori sulle fragilità nell’età dello sviluppo</mark>, un’età che contribuisce enormemente alla formazione dell’adulto; un’età che lascia tracce».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Otto genitori italiani su dieci dichiarano all&#8217;Onu che i loro figli soffrono di problemi di concentrazione mentre lo “stressometro” dell’istituto Piepoli per l’Ordine degli psicologi annuncia che il 34% della popolazione presenta un livello di stress &#8220;elevato”. Da qui la necessità di un sostegno concreto e capace sia per studenti e genitori</span></p>
<p>Anche l’indagine Onu sulla popolazione italiana del 13 aprile scorso rivela queste difficoltà: otto genitori su dieci dichiarano infatti che i loro figli soffrono di problemi di concentrazione. Inoltre, l’ultima rilevazione dello “stressometro” dell’istituto Piepoli per l’Ordine degli psicologi presenta il <strong>34% della popolazione italiana con un livello di “stress elevato”. Insomma, in questo post-lockdown è rientrato a scuola un ampio numero di studenti stressati e ansiosi</strong> che necessitano di un aiuto concreto e capace: «In questo momento bisogna lavorare sulla dimensione sociale, sulla dimensione del gruppo – commenta Lazzari. È necessario lavorare sull’importanza delle regole che non devono essere imposte, calate dall’alto ma condivise e introiettate da tutti. <mark class='mark mark-yellow'>Credo che il ruolo dello psicologo scolastico sia quello di essere un facilitatore di processi e di relazioni. Insomma, una figura che funga da consulente all’intera organizzazione scolastica, non solo agli studenti che rimangono comunque i soggetti privilegiati del nostro lavoro».</mark><br />
Decisivo, come ricorda Lazzari, anche il ruolo dei genitori che non devono aggiungere ansie e preoccupazioni ai ragazzi ma «favorirne la tranquillità nell’esternare le paure e i dubbi di questa fase; aiutarli ad esprimerli e, da ultimo, non aver timore a rivolgersi ad un esperto».</p>
<p>Dello stesso parere è anche <mark class='mark mark-yellow'>Francesco Capoferri, psicologo di 34 anni specializzato nella diagnosi e nel trattamento dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento</mark>, competenza che gli permette di collaborare intensamente con le scuole. <strong>«Il dibattito pubblico sul benessere psicologico degli studenti e del personale scolastico riemerge ciclicamente al presentarsi di eventi critici</strong>: come quando si verifica il suicidio di un adolescente, o vengono messi in luce degli abusi fisici e psicologici da parte di insegnanti nei confronti degli alunni. Si tratta di situazioni emergenziali e in quanto tali sono accomunate dalla percezione di un pericolo incombente. <mark class='mark mark-yellow'>Questo stato di cose credo alimenti da un lato l’idea che il contributo dello psicologo sia qualcosa di superfluo e poco incisivo, dall’altro che l’intervento dello psicologo debba essere circoscritto a problemi che hanno il carattere dell’urgenza e risolutivo in poche semplici mosse».</mark></p>
<p>Un contributo che, ormai è evidente, in questo momento rischia di non essere più sufficiente: «Il lockdown è stato vissuto da una parte della società come un’imposizione autoritaria e non come un’azione collaborativa per la tutela della salute – chiosa Capoferri. Lo stress e l’ansia degli insegnanti, del personale scolastico, dei bambini e delle loro famiglie sono alimentati anche dalla polarizzazione e dalle divisioni che abbiamo vissuto in questi mesi. <mark class='mark mark-yellow'>Gli insegnanti devono essere supportati con tutte le risorse possibili. È necessario affiancarsi a loro nell’elaborazione di nuove strategie comunicative, educative e didattiche: è evidente che, in questi termini, il loro lavoro è mutato e ha assunto nuove forme».</mark> Ecco perché è urgente attuare il protocollo del 6 agosto e dotare in tempi rapidi gli istituti scolastici di psicologi e figure di riferimento: «La domanda di interventi psicologici è elevata e proviene sia dalla scuola sia dalle famiglie – conclude Capoferri. Viceversa, le possibilità attuali di inserimento e di intervento all’interno del contesto scolastico sono, ahimè, ancora limitate e insufficienti».</p>
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