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	<title>magzine &#187; Patrick George Zaki</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Bologna in marcia per Zaky, rabbia tra gli studenti</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Feb 2020 12:23:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Domaschio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Il diritto non deve mai adeguarsi alla politica, ma è la politica che in ogni tempo deve adeguarsi al diritto.” Così direbbe Kant e così l’hanno pensata tutti i partecipanti ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/02/Screenshot-94.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Screenshot (94)" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>“Il diritto non deve mai adeguarsi alla politica, ma è la politica che in ogni tempo deve adeguarsi al diritto.”</mark> Così direbbe Kant e così l’hanno pensata tutti i partecipanti alla manifestazione che si è svolta ieri a Bologna per chiedere la liberazione di Patrick Zacky, studente che si era recato al Cairo per riabbracciare la famiglia e che si è trovato invece arrestato, con una serie di capi di accusa &#8211; reato di espressione, propaganda sovversiva sui social contro il regime, sostegno ai gruppi terroristici e rovesciamento del regime al potere &#8211; che fanno pensare ad una repressione della libertà di espressione da parte del governo di Al-Sisi, non nuovo ad arresti di giovani attivisti.</p>
<p>Era una Bologna furente, quella di ieri: una piazza corale, piena di bandiere, pronta a manifestare il forte dissenso a seguito della decisione presa dal tribunale del Cairo, lo scorso 15 febbraio, di non rilasciare Patrick Zacky. Le associazioni e gli studenti dell’università di Bologna si sono riuniti a piazza Maggiore; le organizzazioni studentesche e di ricercatori si sono indignate di fronte ad un nuovo sopruso commesso dall’Egitto. A questo proposito il rettore dell’Alma Mater Studiorum di Bologna, Francesco Ubertini, ha inviato personalmente la cittadinanza a partecipare al corteo che si è snodato dal Rettorato a piazza Maggiore.<mark class='mark mark-yellow'>La rossa Bologna &#8211; che ha espresso una forte presa di posizione per tenere alta l’attenzione collettiva sulla difesa dei diritti umani &#8211; si è fatta istituzione e ha mandato un chiaro messaggio al governo del Cairo, ieri più che mai.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Le richieste più significative sono state il ritiro dell’ambasciatore italiano dall’Egitto e l’interruzione di qualsiasi rapporto con il Cairo.</span> Richieste forti che confermano quanto questa opinione pubblica ritenga che un Paese democratico come l&#8217;Italia non possa trattare con uno stato sempre più simile a un regime. Bologna ha chiesto anche di dare la cittadinanza italiana a Zacky, in modo che l’Italia si possa costituire parte civile e interessata in un caso del genere.<mark class='mark mark-yellow'>Oltre 5mila persone hanno quindi rivendicato la libertà di espressione e l’importanza dei diritti civili, protestando contro le accuse che sono state rivolte allo studente: in particolare l&#8217;accusa di &#8220;<em>rovesciamento del regime al potere</em>” in Egitto è un reato simile al terrorismo. per il quale si rischia l’ergastolo.</mark> Questa, insieme alle altre accuse, secondo molti attivisti ieri in piazza a Bologna, suona come un <em>escamotage</em> da parte del Cairo per poter investigare più a lungo sull’operato di Patrick fuori dalla sua patria e per scavare a fondo sui suoi legami con Giulio Regeni e la sua famiglia.</p>
<p><em>Guarda la nostra intervista a Gaia Rossi, amica e compagna di corso di Zaky, e a Virginio Merola, sindaco di Bologna.</em></p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/nJKuS82sHlI" width="854" height="480" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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<p><mark class='mark mark-yellow'>Dalla manifestazione di Bologna traspare una grande rabbia da parte degli studenti, la si percepisce nell’aria. Dalla partenza da piazza Verdi la manifestazione si trasforma in protesta pacifica.</mark> I cori contro il regime egiziano, i colori accesi dei cartelloni e le scritte impresse sulla pelle di chi ha deciso addirittura di scrivere “Patrick libero” sulle palme delle proprie mani, l’odore aspro dei fumogeni, utilizzati per attirare l’attenzione sul grande striscione che svetta al centro del corteo, uno sventolante telone bianco che invita il governo, l’università e le imprese italiane a rompere “gli accordi con il regime di al-Sisi”.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Alla fine della manifestazione, quando il corteo è arrivato nell’immensa piazza Maggiore, cuore pulsante della città, hanno preso parola <strong>Anna Zanoli</strong>, <strong>Francesco Ubertini</strong> e <strong>Virginio Merola</strong>, rispettivamente presidentessa del consiglio studentesco, rettore dell’Università e sindaco di Bologna.</mark></p>
<p>Delle migliaia di studenti presenti, tuttavia, solo una parte si avvicina al piccolo palco, posto non di fronte alla basilica di San Petronio ma lateralmente alla piazza, di fianco al Palazzo Comunale. Altri, invece, restano al grande striscione bianco, anima del corteo. I portatori del grande striscione bianco si fermano proprio al centro della piazza, raggruppando quasi la metà dei partecipanti alla marcia, che non smettono mai di intonare il coro più ricorrente e sentito durante la manifestazione: “Basta accordi con l’Egitto!”.</p>
<p>È nello spirito di Bologna, d’altronde, mobilitare una massa così impressionante di studenti nonostante i pochissimi giorni di preavviso.<mark class='mark mark-yellow'>Dalle parole del sindaco Merola, poi, traspare anche un altro insegnamento che si può trarre dal passato bolognese, ovvero che “non si sconfigge il terrorismo negando libertà di parola e diritti umani”.</mark> Il primo cittadino ricorda che “gli studenti di Bologna sono cittadini bolognesi”, provocando nella folla uno scrosciare d’applausi. Questa è l’anima dell’Alma Mater, della più antica università d’Europa, ribadita anche dal rettore Francesco Ubertini: “Patrick è nostro cittadino, nostro studente e nostro compagno. Qui non è racchiusa una dichiarazione identitaria, ma piuttosto la volontà di difendere l’idea di una identità interculturale”, che da sempre appartiene alla città.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>La volontà di lottare per ottenere giustizia per Patrick è tanta e non fa alcuna differenza la sua nazionalità: Bologna lo ha adottato e chiede a gran voce che ritorni.</span> Manca molto anche a <strong>Giada Rossi</strong>, sua amica e compagna di studi, che condivide l’indignazione degli altri studenti bolognesi che compongono il corteo. Dice: “Continueremo a spingere perché l’Egitto sia inserito nella lista di Paesi non sicuri e affinché l’ambasciatore italiano in Egitto venga richiamato per consultazioni”.<mark class='mark mark-yellow'>Nelle sue parole si compone un pensiero strutturato, basato però su un sentimento molto semplice e condiviso: la libertà di parola, di studio, di libera opinione sono valori a cui il mondo universitario e la società civile tutta non possono e non hanno alcuna intenzione di rinunciare.</mark></p>
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		<title>&#8220;Minnena&#8221;, il libro che dà voce al mondo accademico</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Feb 2020 15:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Domaschio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Se prima il massimo rischio per gli studiosi era l’espulsione dal Paese, ora i tempi sono cambiati». Così afferma Lorenzo Casini, professore di Lingua e Letteratura Araba dell’Università di Messina, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="503" height="365" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/02/mnena.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="mnena" /></p><p>«Se prima il massimo rischio per gli studiosi era l’espulsione dal Paese, ora i tempi sono cambiati». Così afferma <strong>Lorenzo Casini</strong>, professore di Lingua e Letteratura Araba dell’Università di Messina, riferendosi agli arresti e alle torture subite da numerosi ricercatori in regimi non democratici. Non si tratta, infatti, solo dei casi più mediaticamente noti di Regeni ed ora di Patrick George Zaki, o dei ricercatori arrestati in Iran, «i due francesi Roland Marchal e Fariba Adelkah», come ricorda <strong>Daniela Melfa</strong>, docente di storia e istituzioni dell’Africa all’università di Catania. Il problema, invece, è molto più esteso e va ben oltre i casi isolati: «Sono centinaia – rammenta Casini &#8211; gli attivisti per i diritti umani che in Egitto sono spariti o sono stati arrestati senza processo».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Lorenzo Casini e Daniela Melfa, al di là dei ruoli accademici, sono anche due curatori di <em>Minnena</em>, il libro, edito da Mesogea, che raccoglie opinioni e testimonianze di numerosi esponenti dell’ambiente accademico, pronti a raccontare questa nuova, drammatica fase per il mondo intellettuale.</mark> Come spiega <strong>Maria Elena Paniconi</strong>, una delle autrici del libro e ricercatrice di Lingua e letteratura Araba all’Università di Macerata, «<em>Minnena</em> è nato per volontà dei ricercatori che si sono formati in Egitto e che hanno visto il Paese cambiare in peggio. Alcuni hanno voluto raccontare la loro ricerca sui sindacati indipendenti nell’Egitto del presidente al-Sisi, ricerca alla quale lavorava anche Regeni. Il nostro obiettivo era di narrare l’Egitto che abbiamo conosciuto e la ricerca che vi abbiamo svolto, esattamente con la stessa dedizione con cui Giulio svolgeva il suo lavoro e con cui lo svolge Patrick».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Lorenzo Casini: «Se prima il massimo rischio per gli studiosi era l’espulsione dal Paese, ora i tempi sono cambiati»</span></p>
<p>Come illustrano i curatori,<mark class='mark mark-yellow'>il libro, che conta tre capitoli divisi per area tematica, e ben dieci autori, ha anche l’obiettivo di portare fuori dalle università la consapevolezza delle nuove difficoltà che gli studiosi devono affrontare.</mark> In particolare, sottolinea Lorenzo Casini, «è stata una scelta azzeccata quella di Mesogea di pubblicare il libro in un’edizione pratica e tascabile, accessibile e comoda per tutti».</p>
<p>Se qualche anno fa tra le associazioni di studiosi e gli atenei c’era meno preparazione ad affrontare questo tipo di scenari, la risposta del mondo universitario all’arresto di Zaki non s’è fatta attendere:<mark class='mark mark-yellow'>l’Asai, Associazione di Studi Africani in Italia, e SeSaMO, la Società per gli studi del Medio Oriente, hanno prontamente pubblicato un comunicato congiunto, chiedendo con forza la liberazione di Zaki ed il suo rientro in Italia.</mark>A questo si aggiunge la decisione del Consiglio degli Studenti dell’Università di Bologna di indire una manifestazione per Zaki, che sia un forte messaggio di vicinanza ma anche di presa di coscienza da parte del mondo studentesco. Oltre alla mobilitazione delle associazioni e degli universitari, però, «hanno avuto un grande peso anche le parole di Francesco Ubertini, rettore dell’Università di Bologna, che ha sollecitato l’Europa ad intervenire», spiega Lorenzo Casini.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Il libro ha l’obiettivo di fare conoscere i pericoli che gli studiosi devono affrontare, dopo la vicenda Regeni</span></p>
<p>Non bisogna dimenticare, infatti, che Patrick Zaki non è un cittadino europeo, ma egiziano. Tuttavia, sottolineano Melfa e Casini, non è una questione di nazionalità dell’arrestato, bensì di mancato rispetto dei diritti umani.  <mark class='mark mark-yellow'>Se è vero che l’Europa è guidata da determinati princìpi, infatti, è lecito aspettarsi che pretenda il rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo da parte dei propri partner commerciali e geopolitici.</mark> In questo senso, rimarca Casini, è fondamentale la presa di posizione del presidente del parlamento europeo David Sassoli, in quanto, secondo il curatore, «negli ultimi anni come Stato italiano abbiamo perso rilevanza da un punto di vista geopolitico, ma come Europa possiamo fare la differenza».</p>
<p>La posizione del mondo accademico, insomma, sembra chiara: episodi come l’arresto di Zaki sono già stati numerosi ed è bene prendere coscienza del problema ed affrontarlo innanzitutto con una rivoluzione culturale.<mark class='mark mark-yellow'>Ciò che deve cambiare, prima di tutto, è il concetto di interesse nazionale. Come spiega Gianni del Panta, coautore di <em>Minnena</em> e ricercatore al dipartimento di Scienze sociali, politiche e cognitive dell’Università di Siena, «con interesse nazionale si possono intendere due cose: la difesa di profitti ed interessi economici, oppure tutelare i cittadini e chi ha vissuto e operato nel nostro paese come Patrick».</mark> Finché non verrà data priorità alla seconda accezione del termine, sarà difficile ottenere un cambio di comportamento da parte dell’Egitto e dei regimi che, ad oggi, perseverano nel violare i diritti dei ricercatori.</p>
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