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	<title>magzine &#187; ostaggi</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Saper negoziare salva vite: la delicata complessità della diplomazia</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Jan 2025 15:23:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cecilia Sala non crede al “sei libera” pronunciato dagli uomini dell’intelligence iraniana mentre la prelevano dalla sua cella di Evin la mattina dell’8 gennaio, dopo 21 giorni di detenzione: «Pensavo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="428" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Srour-Med.Orientale.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Srour-Med.Orientale" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'><strong>Cecilia Sala</strong> non crede al “sei libera” pronunciato dagli uomini dell’intelligence iraniana mentre la prelevano dalla sua cella di Evin la mattina dell’8 gennaio, dopo 21 giorni di detenzione: «Pensavo fossero i pasdaran e che mi stessero portando in una loro base militare, che non si fidassero del carcere ufficiale – racconta  –. Quando arrivo all’aeroporto militare e mi tolgono la benda vedo un primo volto “italianissimo”, poteva essere solo italiano, in un abito grigio, faccio il sorriso più bello della mia vita ed, effettivamente, poche ore dopo ero a Roma». Il volto “italianissimo” è <strong>Giovanni Caravelli, il vertice dell’AISE</strong>, Agenzia d’informazione per la sicurezza esterna.</mark> Dopo pochi giorni, <strong>il ministro della Giustizia italiano Carlo Nordio</strong> chiede la revoca dell’arresto di <strong>Mohammad Abedini Najafabadi</strong>, il cittadino iraniano residente in Svizzera, accusato di aver fornito illegalmente ai pasdaran iraniani tecnologie per la costruzione di droni utilizzati in attacchi terroristici: «Nessuno scambio, è stato liberato per motivi giuridici» afferma il Guardasigilli, ma sono in molti a dubitarne.</p>
<p style="font-weight: 400;">Da questa vicenda scaturiscono molti interrogativi su come funzionino le negoziazioni in situazioni del genere, quali siano le dinamiche che permettono di sciogliere matasse in cui si intrecciano gli interessi di vari attori, statali e non. Ma anche quale sia l’atteggiamento adottato dagli Stati quando si trovano a dover negoziare con strutture paramilitari o con regimi non democratici e fino a che punto siano disposti al dialogo. Non esiste alcuna teoria formale: si possono soltanto desumere alcune linee di tendenza, ripercorrendo la storia diplomatica dei vari Stati.</p>
<p style="font-weight: 400;">«Nella storia, la presa di ostaggi è spesso divenuta parte della politica di finanziamento di gruppi armati: in tal senso sono emblematiche le vicende del continente latino-americano e quelle del Nord-Africa a partire dall’inizio dell’insorgenza islamista-jihadista, con le grandi catture di turisti tedeschi e francesi che frequentavano le dune del Sahara», spiega <mark class='mark mark-yellow'><strong>Francesco Strazzari, professore ordinario di relazioni internazionali alla Scuola Universitaria Superiore Sant&#8217;Anna</strong>. </mark>Dal reiterarsi di questi episodi ci si è resi conto dell’esistenza di una vera e propria “industria dei rapimenti” che, attraverso i riscatti, finanziava le casse della nascente al-Qaeda. È così che nasce un dibattito molto acceso tra i Paesi “occidentali”, patria dei cittadini presi in ostaggio. <mark class='mark mark-yellow'>Da un lato <strong>gli Stati Uniti, l’Inghilterra e, in qualche misura, la Francia i</strong>niziano a dichiarare di non essere disposti a pagare, in modo tale da far venir meno la ragione dei rapimenti, dall’altro lato Stati come <strong>l’Italia o la Germania</strong> tengono un atteggiamento maggiormente incentrato sul salvataggio delle vite e per questo vengono accusati di complicità.</mark> Le critiche sono poi inasprite dalla considerazione che ogni riscatto non arricchisce soltanto il gruppo, bensì una vasta rete che irrora tutta la nervatura sociale. Infatti, in queste regioni la maggioranza dei rapimenti non avveniva ad opera dei gruppi, ma mediante vari <strong><em>middlemen</em></strong>, uomini potenti che agivano come intermediari di messaggi e pagamenti e che si guadagnavano margini di impunità e una maggiore influenza politica, tanto da essere cooptati da un governo all&#8217;altro come figure di una certa levatura. <mark class='mark mark-yellow'>«Gli italiani hanno sempre, in qualche misura senza rivendicarlo, adottato una linea di dialogo che ha consentito loro di mantenere punti di ingresso nelle situazioni di conflitto con un atteggiamento che può essere definito, anche se in modo indebito, “pragmatico”</mark> &#8211; commenta il professore -. Proprio per questo motivo il nostro Paese è considerato anche dalla Russia come uno Stato amico, costretto a tenere una certa linea perché alleato degli Stati Uniti ma, comunque, abbastanza vicino». A favorire questa reputazione contribuisce anche la scelta dell’Italia di non porre mai alcun diktat nella negoziazione, a differenza di altri Paesi quali la Francia, che, ad esempio, acconsente al dialogo con i rapitori, a patto che non si richieda un’amnistia di prigionieri.</p>
<p style="font-weight: 400;">Questo atteggiamento più accondiscendente non ha però impedito che anche nella storia della diplomazia italiana si registrassero alcuni tragici insuccessi, non si è mai compreso se per mancanza di negoziazione oppure se per volontà dei rapitori di seguire una logica differente da quella della monetizzazione. Al riguardo, Strazzari menziona i casi di <strong>Fabrizio Quattrocchi</strong>, la guardia di sicurezza privata rapita e uccisa in Iraq nel 2004 dalle “Falangi verdi di Maometto”, e di <strong>Vittorio Arrigoni</strong>, l’attivista filopalestinese italiano sequestrato e ammazzato da un gruppo islamico salafita, nemico di Hamas e vicino ad al-Qaeda.</p>
<p style="font-weight: 400;">C’è poi un ulteriore aspetto da tenere in considerazione: la maggior malleabilità che il nostro Paese da sempre dimostra comporta anche un’apparenza di ambiguità e incoerenza. «Il nostro atteggiamento di dialogo situazionale ci rende più adatti a dialogare localmente ma, allo stesso tempo, ci fa apparire poco chiari nella nostra azione; la diplomazia si struttura caso per caso, non c’è linearità» è il commento di Stazzari. Le cause della buona riuscita di un’operazione sono quindi da ricercarsi nella contingenza dell’episodio. «Il caso Sala lo imputo a relazioni che si sono strutturate in tanti anni di buoni rapporti intrattenuti a livello apicale tra l’Iran e l’Italia, basti pensare agli incontri di papa Francesco con l’ayatollah Khamenei, alle visite dei politici iraniani riformisti nel nostro Paese: c’è una rete di grandi tradizioni tra il mondo persiano e il mondo di Roma – osserva –.  Stiamo comunque ragionando soltanto di percezioni diffuse che, però, hanno degli effetti: nel momento in cui l’ostaggio è italiano, scaturisce l’idea che allora si possa negoziare».</p>
<p style="font-weight: 400;">Tuttavia, ci sono sempre delle circostanze in cui ogni ragionamento salta. Tra questi, i rapimenti compiuti da quello che Strazzari definisce lo “<strong>Stato islamico puro</strong>”, con sede nel nuovo Califfato dello Sham: «un’entità, con contro-Stato, che non ha mai riconosciuto il protocollo di Ginevra e nemmeno che esista una qualsiasi norma a cui attenersi: l’Isis non agisce secondo la logica dell’“industria dei rapimenti”, non mira a ottenere riscatti per finanziarsi e, infatti, i suoi ostaggi tipicamente non vengono riconsegnati». <mark class='mark mark-yellow'>È il caso di <strong>James Foley</strong>, <strong>giornalista freelance americano</strong> che fu imprigionato dal regime libico per un mese e mezzo nel 2011 e poi, l’anno successivo, venne rapito in Siria dallo Stato Islamico: per lui non ci fu nessun ritorno a casa. Nel 2014 l’Isis pubblicò un video della sua decapitazione, rendendo così nota la morte del reporter.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">La complessità della materia diplomatica ne evidenzia la delicatezza, ma anche l’apparente contraddittorietà, spesso inspiegabile per gli attori esterni. Del resto, nelle trattative assumono un ruolo il più delle volte imprescindibile i servizi segreti, che tessono solidi intrecci e saldi legami necessari per la buona uscita delle operazioni. La loro azione si plasma di volta in volta alla situazione contingente, senza che vi sia alcuna procedura stabilita a priori a cui attenersi. Si tratta di un meccanismo operativo che <strong>Mario Caligiuri, uno dei massimi studiosi europei di intelligence a livello accademico e presidente</strong> <strong>della <em>Società Italiana di Intelligence</em></strong>, riassume efficacemente con queste parole: «Le operazioni dei servizi si creano di volta in volta, perché questi, proprio per definizione, non sono stabili – spiega –. Anche perché sono un braccio operativo del governo e si riferiscono esclusivamente all’esecutivo, al contrario delle forze di polizia, che invece dipendono dall’autorità giudiziaria».</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>L’efficienza delle operazioni di intelligence è inscindibilmente legata alla loro <strong>riservatezza,</strong> che diventa un assioma essenziale a cui attenersi per non comprometterne l’efficacia.</mark> «Nella gestione del dossier comunicativo occorre schermare queste questioni rispetto al grande pubblico, perché quando una notizia si diffonde, si brucia – commenta Strazzari –. Anche perché, quando una vicenda viene resa nota, subentrano aspetti come la coerenza di lungo termine dell’azione diplomatica statale, nonché la nascita di forme di reputazione che prescindono dai governi ma che comunque incidono sugli sviluppi delle vicende: come già detto, se un cittadino è italiano, subito sorge l’idea che una contrattazione sia allora possibile. La necessità del silenzio è poi ancor più comprensibile se si considera un ulteriore aspetto: il prezzo economico di un singolo ostaggio è tipicamente tollerabile dagli Stati, a patto che il suo pagamento non incentivi la creazione di un’industria dei rapimenti oppure il rafforzamento di organizzazioni militanti di miliziani con fama terrorista. In altri termini, spiega Francesco Strazzari, «il caso singolo, se segreto o semisegreto, non è problematico, ma lo diventa nel momento in cui si trasforma in un comportamento su vasta scala oppure quando tocca i nervi di una questione, come nella guerra al terrore».</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>In un terreno così poco lineare, le parole chiave sono più che mai <strong>prudenza</strong> e <strong>cautela</strong>: due valori che permettono di maneggiare equilibri di cristallo, al tempo stesso quasi invisibili e fragilissimi, che bisogna essere molti accorti a non infrangere.</mark></p>
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		<title>Ahmadreza Djalali e il limbo dei condannati a morte in Medio Oriente</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jan 2025 19:50:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="500" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Ahmadreza-Djalali-Twitter-amnesty207-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ahmadreza-Djalali-Twitter-amnesty207-2" /></p><p style="font-weight: 400;">Da più di tremila giorni gli occhi di <strong>Ahmadreza Djalali</strong> non vedono altro che le pareti del braccio della morte di Evin. Dopo il suo arresto nel <strong>2016,</strong> con l’accusa di spionaggio, e la sua successiva condanna a morte, poi divenuta definitiva, da nove anni lo scienziato svedese-iraniano vive in un vero e proprio limbo, in cui ogni giornata è uguale alla precedente ma, allo stesso tempo, potrebbe essere l’ultima. Nessun “domani” può esser dato per scontato. La logorante e sempre identica attesa di ogni giorno è scandita dalle vicende altrui. Tra queste, c&#8217;è anche la liberazione nel giugno del 2024 di altri due cittadini svedesi, un funzionario dell’Unione Europea e un cittadino comune in condizioni di salute precarie. Un traguardo ottenuto in un negoziato che perfettamente si colloca nella cosiddetta “politica degli ostaggi” iraniana: Stoccolma ha barattato la loro liberazione con il rimpatrio in Iran di Hamid Nouri, condannato in via definitiva all’ergastolo per crimini contro l’umanità, per aver partecipato attivamente al massacro delle prigioni del 1988. <mark class='mark mark-yellow'>Ma, in quest&#8217;occasione, il ritorno di Ahmadreza non è stato richiesto, tanto che <strong><em>Amnesty International</em> </strong>ha iniziato a parlarne come “<strong>l’ostaggio dimenticato</strong>”.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Un destino che appare ancor più incomprensibile se si considera con quanti Stati si sia intrecciata la vita del ricercatore prima della sua detenzione. Ha lavorato al <strong>Karolinska Institute di Solma</strong>, ottenendo il passaporto svedese, alle università belga <strong>Vrije Universiteit Brussel</strong> e all’<strong>Università Cattolica di Lovanio</strong>, nonché all’<strong>Università del Piemonte Orientale a Novara</strong>, dove ha sviluppato il suo programma di dottorato. Nel frattempo, ha collaborato con diversi centri accademici iraniani, israeliani, sauditi e statunitensi. Ma nessun Paese pare adoperarsi e interessarsi realmente alla sua sorte, neppure quelli europei, benché in questi anni siano riusciti a negoziare e ottenere la liberazione di altri ostaggi da parte di Teheran. Solo <em>Amnesty International</em> continua a tenere alta l’attenzione sul caso per evitare che cali il silenzio, un complice prezioso per procedere con l’esecuzione. Dal canto loro, il governo italiano e quello belga si sono sempre celati dietro la giustificazione che, trattandosi di un cittadino naturalizzato svedese, è Stoccolma a dover guidare i negoziati. Al contempo, il Paese scandinavo lo ha omesso dalle sue richieste, durante le ultime trattative di nemmeno un anno fa. Intanto, continua a mancare una politica comune europea: esistono soltanto delle pressioni congiunte, ma poi ogni Stato agisce in maniera indipendente e per conto proprio, con maggiore o minore forza negoziale. Un atteggiamento così lavativo non ha delle motivazioni ufficiali, ma è ipotizzabile che sia una scelta prudenziale dettata proprio dall’accusa rivolta nei confronti di Djalali: spionaggio per conto di Israele. Un’imputazione che appare per lo più una vendetta: <mark class='mark mark-yellow'>nel 2016 il ricercatore è stato invitato in Iran con il pretesto di un incontro tra scienziati e, una volta approdato nel suo Paese d’origine, gli è stato proposto di diventare un collaboratore del governo iraniano per captare segreti da Tel Aviv. Al suo rifiuto, l’accusa gli si è ritorta contro: è stato etichettato come una spia di Israele.</mark> Ed è proprio questo elemento a rendere particolarmente delicata la questione: l’associazione delle parole “spia” ed “Israele” induce spesso ad assumere un atteggiamento di maggior cautela. «Se cominciamo a dare retta a queste farneticazioni giudiziarie iraniane e, nella logica dello scambio, non chiediamo ciò che dovrebbe essere chiesto, è una partita a perdere – commenta <mark class='mark mark-yellow'><strong>Riccardo Noury, portavoce di <em>Amnesty International Italia</em></strong> -. Il risultato è che Ahmadreza ora è in cattive condizioni di salute, non incontra la famiglia da 9 anni, vede, per loro fortuna, lo sottolineo mille volte, uscire dall&#8217;Iran altri ostaggi come la giornalista italiana Cecilia Sala, l’attivista iraniana-tedesca Navid Taghi (<em>tornata in Germania il 12 gennaio dopo quattro anni di detenzione, mark</em>) <strong>e lui si chiede perché io no. E anche noi ci chiediamo perché lui no</strong>».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Ahmadreza vede uscire dall&#8217;Iran altri ostaggi e si chiede perché a lui non sia concessa la stessa fortuna. E anche noi ci chiediamo perché», commenta Riccardo Noury, portavoce di <em>Amnesty International Italia.</em></span></p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>E il caso Djalali non è isolato, in un Paese come l’Iran dove le esecuzioni capitali sfiorano, se non addirittura superano, il migliaio all’anno: «Nel 2024 le Nazioni Unite ne hanno contate 904, ma secondo <em>Iran Human Rights</em> erano già 954 alla Vigilia di Natale. Basti pensare che dall’inizio del 2025 hanno già superato le 50» spiega Noury</mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma nel mondo ci sono anche altri Paesi dove il numero delle esecuzioni continua ad aumentare. <mark class='mark mark-yellow'>Tra questi, l’<strong>Arabia Saudita</strong> che, con una media di un’uccisione capitale al giorno, nel 2024 ha registrato il suo massimo storico e ha superato la cifra già record dell’anno precedente: sono state più di 350 le persone uccise in adempimento a una condanna, molte delle quali sono cittadini stranieri che spesso non hanno accesso agli atti in una lingua comprensibile, né tanto meno a un avvocato o a un interprete, come evidenzia <em>Amnesty.</em></mark> Tra i fattori che hanno contribuito all’aumento di pene capitali si colloca il drastico cambiamento delle <strong>politiche antidroga</strong>, come spiega Noury: «Si può dire che l&#8217;unica forma di contrasto è mettere a morte persone che poi risultano come sempre essere dei consumatori o dei piccoli spacciatori». Della tematica, però, se ne parla poco, complici la politica di repressione portata avanti dai sauditi, nonché i numerosi interessi economici implicati. <mark class='mark mark-yellow'>Da un lato, come spiega il portavoce di <em>Amnesty,</em> «vige il silenzio, perché tutti i difensori dei diritti umani sono in carcere e chiunque provi, anche solo tramite social, a sollevare una critica o a sostenere una causa subisce condanne a decenni di prigione». Dall’altro lato, il mondo dello sport continua a guardare altrove e ad affidare a Riad lo svolgimento di competizioni internazionali: basti pensare alla Supercoppa italiana, per arrivare sino ai Mondiali del 2034</mark>. «Sono molto lontani i tempi in cui si metteva in discussione la decisione di giocare la Supercoppa italiana nel Paese il cui leader è stato accusato di aver ordinato l’assassinio all’estero del giornalista dissidente Jamal Khashoggi» nota Noury.</p>
<p style="font-weight: 400;">Oltre all’incremento numerico, ci sono anche altri comuni denominatori che connotano le esecuzioni capitali di entrambi i Paesi. La maggior parte delle condanne è correlata allo <strong>spaccio o traffico di droga o a omicidi</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Con riferimento alle uccisioni occorre però precisare che, soprattutto quando le autrici del delitto sono le donne, spesso queste avvengono in contesti di maltrattamenti e violenze, in cui l’assassinio del marito viene percepito come l’unica estrema soluzione per porre fine alle continue sofferenze subite; lo stesso discorso molte volte vale anche per gli omicidi dei datori di lavoro.</mark> Ma, proprio quando il sollievo appare raggiunto, spesso la responsabile è condannata a morte: «Lo Stato dapprima si dimostra incapace di proteggere le donne e poi, nel momento in cui loro reagiscono nell’unico modo rimasto a disposizione, decide di togliere loro la vita, impiccandole» commenta Noury. Una situazione che appare paradossale e senza via di fuga, come se l’esistenza di una donna maltrattata dovesse necessariamente snodarsi in un bivio: da una parte una vita di sottomissione agli abusi, dall’altra la pena capitale. Nessuna terza via, nessuno scampo. Una storia senza nessuna possibilità di lieto fine, destinata a una trama violenta oppure a uno strappo aggressivo delle ultime pagine.</p>
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