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	<title>magzine &#187; Medio Oriente</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Arabia Saudita: il gigante del Golfo gioca come mediatore di pace</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Feb 2025 13:06:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Accordi di Abramo]]></category>
		<category><![CDATA[Arábia Saudita]]></category>
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		<description><![CDATA[Mohammed bin Salman, principe ereditario della casa reale saudita, ha inseguito una nuova ambizione: mediare una pace &#8211; che la comunità internazionale attende ormai da più di tre anni &#8211; ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3456" height="2304" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_3020.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="di Mirea D&#039;Alessandro, riproduzione riservata" /></p><p><strong>Mohammed bin Salman</strong>, principe ereditario della casa reale saudita, ha inseguito una nuova ambizione: <strong>mediare una pace</strong> &#8211; che la comunità internazionale attende ormai da più di tre anni &#8211; <strong>tra l’Ucraina</strong>, che in questo scenario sembra essere il portaborse del nuovo inquilino della White House, <strong>e il padrone di casa del Cremlino</strong>. E&#8217; stato proprio Trump a dichiarare di voler incontrare Putin &#8211; con cui ha tenuto diversi contatti telefonici &#8211; nella capitale saudita ma non ha specificato quando l’incontro tra i due dovrebbe avvenire. <mark class='mark mark-yellow'>Fungere da mediatore per MBS significherebbe riuscire a consolidare la sua posizione come leader globale.</mark></p>
<p>Intanto, il Segretario di Stato americano Marco Rubio arriva oggi in Arabia Saudita, prima dei colloqui previsti con i funzionari russi. Si prevede che prenderanno parte ai colloqui a Riad anche il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Waltz e l&#8217;inviato speciale Steve Witkoff. L’annuncio arriva alcune settimane dopo<strong> l’ambiziosa proposta</strong> avanzata &#8211; durante un colloquio telefonico &#8211; dal futuro re saudita al tycoon: <mark class='mark mark-yellow'>600 miliardi di dollari da investire da qui a quattro anni negli Stati Uniti in cambio di forniture miliari e l&#8217;autorizzazione a implementare un programma di energia nucleare.</mark> Su questo ultimo punto, gli Stati Uniti dovrebbero perseguire un&#8217;ampia partnership nucleare civile pubblico-privata con l&#8217;Arabia Saudita che potrebbe servire gli obiettivi commerciali ed energetici nucleari sauditi, nonché aiutare a rivitalizzare l&#8217;industria nucleare statunitense e ridurre la dipendenza americana dall&#8217;uranio arricchito russo, in linea con gli interessi di non proliferazione degli Stati Uniti. Questa partnership richiederebbe a Washington e Riyadh di negoziare un accordo bilaterale per la cooperazione nucleare civile (chiamato &#8220;accordo 123&#8243; dalla Sezione 123 dell&#8217;Atomic Energy Act statunitense), che consentirebbe a entità private e pubbliche americane e saudite di impegnarsi in un&#8217;ampia gamma di attività cooperative.</p>
<p>Durante la telefonata &#8211; si legge nel <a href="https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/2025/01/readout-of-president-donald-j-trump-call-with-crown-prince-mohammad-bin-salman/">comunicato</a> pubblicato dall’ufficio presidenziale -, non è stato menzionato lo stato ebraico, cui cui l’Arabia Saudita era molto vicina a normalizzare i rapporti economici e diplomatici &#8211; attraverso gli <strong>Accordi di Abramo</strong> &#8211; proprio prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. <mark class='mark mark-yellow'>Per Trump i tempi non sono ancora maturi per riprendere il processo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita: prima infatti è necessario fare in modo che i due cooperino per promuovere una stabilità in Medio Oriente.</mark> La pace, però, sarà definita sulla base di interessi economici strategici per l’Occidente, anche a scapito di chi &#8211; sul tavolo delle trattative &#8211; non avrà nulla da offrire di appetibile per il presidente nordamericano.</p>
<p>I <strong>dettagli</strong> in merito alla<strong> fonte di provenienza del denaro</strong> e ai <strong>settori su cui i sauditi punteranno</strong> per allocare i colossali investimenti, <strong>non sono ancora stati resi noti</strong>. Non è un segreto però, che la famiglia reale saudita &#8211; da quasi un decennio ormai &#8211; <mark class='mark mark-yellow'> stia cercando di diversificare la lussuosa ma rigida macchina economica del Paese che, al momento, dipende quasi esclusivamente dal <strong>petrolio</strong>.</mark> Tra gli investimenti di maggiore rilevanza, potrebbero essere prediletti quelli nel settore militare, soprattutto se considerata la necessità di implementare la propria sicurezza nella regione.</p>
<div id="attachment_78457" style="width: 392px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_0582.jpg"><img class=" wp-image-78457" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_0582-300x200.jpg" alt="Nel 1938 qui fu scoperto il primo pozzo petrolifero.  di Mirea D'Alessandro, riproduzione riservata " width="392" height="261" /></a><p class="wp-caption-text">Nel 1938 qui fu scoperto il primo pozzo petrolifero. (Mirea D&#8217;Alessandro, riproduzione riservata)</p></div>
<p><strong>Perchè è cosi importante diversificare l&#8217;assetto economico?</strong></p>
<p>Da più di due anni ormai, <mark class='mark mark-yellow'>i prezzi di vendita del petrolio &#8211; scesi dal 2022 a circa 80 dollari al barile &#8211; restano bassi</mark> e questo influisce notevolmente sulle entrate della famiglia reale. <strong>Il risultato?</strong> Il principe si trova oggi a dover affrontare <strong>forti deficit di bilancio</strong>. Nonostante ciò però, il Ministro dell&#8217;Economia saudita <strong>Faisal Alibrahim</strong> &#8211; rispondendo alle pressanti richieste dei paesi occidentali di abbassare ulteriormente il costo del petrolio &#8211; ha evidenziato al <em>World Economic Forum</em> di Davos &#8211; tenutosi lo scorso mese &#8211; che <mark class='mark mark-yellow'>l’obiettivo di Riad è concentrarsi sulla stabilità di lungo periodo del mercato petrolifero.</mark> In questo, <strong>i continui sforzi finanziari</strong> volti a realizzare l’ambizioso progetto saudita &#8211; la <a href="https://www.vision2030.gov.sa/en">Saudi Vision 2030</a> &#8211; <strong>non sempre hanno incontrato il favore della popolazione saudita</strong> che lamenta di non essere considerata nel processo di sviluppo &#8211; secondo molti invece incentrato sulla fornitura di servizi turistici extra lussuosi -. Per questo, dato che in Arabia Saudita &#8211; come in altre monarchie del Golfo &#8211; la famiglia reale è consapevole di dover garantire il benessere dei cittadini per evitare insurrezioni, il <a href="https://www.pif.gov.sa/en/">Fondo di Investimento Pubblico</a> &#8211; impegnato nella costruzione di diversi progetti infrastrutturali come <a href="https://qiddiya.com/"><em>Qiddiya</em></a>, <a href="https://www.roshn.sa/"><em>Roshin</em></a> e <a href="https://www.diriyah.sa/en"><em>Diriyah</em></a> (al momento l’unico inaugurato) &#8211; ha dichiarato che <mark class='mark mark-yellow'>aumenterà la spesa locale a 70 miliardi di dollari all’anno dal 2026.</mark></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Molti si domandano però come possa bin Salman rispettare la parola data all’inquilino della Casa Bianca, soprattutto considerato il peso economico che grava sulle sue spalle sia per la costruzione delle infrastrutture che ospiteranno nel 2034  la Coppa del Mondo FIFA sia per la realizzazione del grande progetto della Vision saudita  <a href="https://www.neom.com/en-us"><em>NEOM</em></a>. <strong>Non molti sanno che l&#8217;Arabia Saudita custodisce sconfinate riserve d&#8217;oro.</strong> Con una media di 264,79 tonnellate dal 2000 al 2024, le riserve &#8211; nel secondo trimestre del 2024 &#8211; <a href="https://tradingeconomics.com/saudi-arabia/gold-reserves">sono risultate pari a 323,07 tonnellate</a>. Questo non significa che il principe deciderà di sfruttarle per evitare di essere sopraffatto dai suoi stessi investimenti ma l&#8217;oro &#8211; il cui prezzo di mercato, contrariamnente al petrolio, è schizzato alle stelle &#8211; rappresenta un&#8217;importante strumento di scambio, qualora fosse necessario. Alla fine dello scorso anno la <strong>Banca Centrale Saudita</strong> (SAMA) ha pubblicanto il suo <a href="https://www.sama.gov.sa/en-US/EconomicReports/Financial%20Stability%20Report/Financial_Stability_Report_2024_EN.pdf">Financial Stability Report 2024</a> che ha evidenziato come <mark class='mark mark-yellow'> l&#8217;economia saudita si sia dimostrata resiliente nel 2023</mark>, sostenuta da un settore finanziario robusto, <mark class='mark mark-yellow'> nonostante le incertezze economiche globali.</mark> In particolare si legge: «Nel 2023, <strong>il settore bancario saudita è rimasto ben capitalizzato. </strong>Le banche mantengono una capacità di prestito sufficiente a sostenere lo sviluppo economico del Regno, poiché il credito bancario ha continuato a crescere nel 2023, trainato principalmente dal credito societario, che è aumentato del 13,2%».</p>
<p>Tra i personaggi sauditi da tenere in considerazione in questo lungo e costoso processo di sviluppo, c&#8217;è <strong>Talal Ibrahim Almaiman</strong>, amministratore delegato della <a href="https://kingdom.com.sa/vision">Kingdom Holding Tarla al-Maiman</a>, &#8211; società di investimenti fondata dal principe <strong>Alwaleed Bin Talal</strong> nel 1979 con sede a Riad -. Subito dopo l’elezione del nuovo presidente, Almaiman ha dichiarato all’emittente<em> Al Arabya</em> di voler investire su un’applicazione che ha una grande rilevanza strategica per gli Stati Uniti (<a href="https://worldpopulationreview.com/country-rankings/tiktok-users-by-country">soprattutto se considerato il numero di utenti giovanili iscritti di entrambe le nazionalità</a>):<strong> TikTok</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>La Kingdom Holding è la seconda maggiore azionista di <em>X</em></mark> &#8211; acquisita dall’imprenditore multimiliardario Elon Mask nel 2022 &#8211; <mark class='mark mark-yellow'>e ha investito 400 milioni di dollari in <em>xAI</em></mark> sempre di proprietà del magnate sudafricano che a sua volta ha mostrato interesse nell’acquisizione di <em>OpenAI</em> per l’elaborazione di un nuova e sofisticata intelligenza artificiale. Il portafoglio della KHTM  spazia dal settore finanziario a quello immobiliare, dal turismo all’intrattenimento, dalla tecnologia al settore petrolchimico. Tra i principali investimenti figurano: 21st Century Fox, JD.com, Amazon, Apple, Four Seasons Hotels &amp; Resorts, Rotana Group e Lebanese Broadcasting Corporation, Samba (Saudi American Bank) e Marvel Comics. Sulla pagina web della multinazionale si legge: «<mark class='mark mark-yellow'> Siamo una componente fondamentale dell&#8217;iniziativa Saudi Vision 2030 e implementiamo una nuova strategia economica che promuove un settore privato più efficiente, redditizio e dinamico.</mark> L’obiettivo e dare forma e stimolare un ambiente imprenditoriale più snello in tutto il Regno».</p>
<p>Un&#8217;ultima questione importante che interesserà anche i paesi del Golfo, riguarda poi l’imposizione dei <strong>dazi</strong> statunitensi. <strong>Tim Callen</strong> &#8211; ricercatore presso l’<em>Arab Gulf States Institute</em> di Washington &#8211; ha evidenziato che i dazi nell’unione doganale del CCG &#8211; <strong>Consiglio di cooperazione del Golfo</strong>, composto da sei membri &#8211; sono bassi e che, in termini di commercio, dai dati rilevati nell’ultimo anno, gli USA sono in surplus con i Paesi membri del CCG &#8211; le cui valute, va ricordato, sono ancorate al valore del dollaro, rispetto agli onerosi deficit di Paesi come Cina, Unione Europea, Canada e Messico.</p>
<p><strong>Mohammed bin Salman tra le grandi potenze</strong></p>
<p>Donald Trump e Mohammed bin Salman hanno ottimi rapporti personali sin dal primo mandato del presidente americano, che &#8211; poco dopo il suo insediamento &#8211; decise di fare il primo viaggio all’estero proprio in Arabia Saudita. L’implicazione del delfino saudita nell’omicidio del giornalista collaboratore del <em>Washington Post</em> <a href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2023/09/saudi-arabia-still-no-justice-for-state-sanctioned-murder-of-jamal-khashoggi-five-years-on/"><strong>Jamal Khashoggi</strong> </a>- che nel 2018 venne<strong> ucciso e fatto a pezzi all’interno del consolato saudita in Turchia</strong> &#8211; ha però rischiato di minare il rapporto tra i due. Sono passati anni dall&#8217;oscuro episodio, bin Salman è rimasto impunito e sembra che il dollaro abbia risanato tutte le ferite. Anche quelle più profonde.</p>
<p>Da non sottovalutare è anche il rapporto personale tra il principe saudita e Vladimir Putin con cui condivide l&#8217;essere uno dei Paesi maggiori esportatori di petrolio al mondo. <strong>L’Arabia Saudita</strong>, nonostante sia più vicina agli Stati Uniti,<strong> ha mantenuto una posizione di neutralità durante la guerra in Ucraina</strong> e non è membro della Corte Penale Internazionale. I sauditi e l’Ucraina hanno un nemico comune: l’Iran, che da anni fornisce droni Shahed e altre munizioni non solo alla Russia ma anche ad attori particolarmente scomodi per Riad, come gli Houthi yemeniti.</p>
<div id="attachment_78465" style="width: 406px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_1612-2.jpg"><img class=" wp-image-78465" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_1612-2-300x190.jpg" alt="Nei pressi di Tabuk, Arabia Saudita del nord (Mirea D'Alessandro, riproduzione riservata)" width="406" height="257" /></a><p class="wp-caption-text">Nei pressi di Tabuk, Arabia Saudita del nord (Mirea D&#8217;Alessandro, riproduzione riservata)</p></div>
<p><strong>Il regno del deserto</strong></p>
<p>Quando nacque il regno, il sistema internazionale dovette fare i conti con crescenti tensioni che in Europa portarono alla seconda guerra mondiale. I decenni che seguirono, furono anni di <strong>grandi trasformazioni per la neonata Arabia Saudita</strong>, innescate dalla scoperta di ingenti risorse petrolifere nella parte orientale del Paese. <strong>Il regno nacque il 23 settembre del 1932</strong> e, nonostante non fosse comune che viaggiatori occidentali vi ci si recassero, già in quegli anni l’Arabia Saudita iniziò gradualmente ad aprire le sue porte al mondo. <mark class='mark mark-yellow'>Il sovrano che realizzò l&#8217;unificazione, Ibn Saud, capì che l’arma vincente per poter istituire un nuovo regno sarebbe stata ottenere un riconoscimento a livello internazionale.</mark> Così, sin dai primi anni del XX secolo, <strong>il re cercò di stabilire nuovi contatti</strong> con una serie di attori internazionali come Russia, Gran Bretagna e Stati Uniti e ci riuscì, <strong>nonostante non fosse pienamente consapevole delle ricchezze che il suo regno nascondeva nel sottosuolo</strong>.  Nel secolo breve furono diverse le questioni che coivolsero direttamente o indirettamente il Regno, basti pensare alla questione arabo israeliana &#8211; che ancora oggi trascina con sé il sangue di intere genereazioni &#8211; o alla forte instabilità politica che colpì l’Egitto, fino all’instabilità politica dello Yemen e al conflitto che vide fronteggiarsi Iran e Iraq, per non tacere la guerra in Afghanistan e l’invasione del Kuwait.</p>
<p>Oggi, più che mai,  l&#8217;Arabia Saudita è consapevole di essere crocevia tra popoli e culture, custode dei luoghi più sacri dell&#8217;Islam globale, potenza energetica e snodo essenziale nei rapporti grandi potenze, dagli Stati Uniti alla Russia. Se un tempo il regno si muoveva con prudenza nel panorama internazionale, oggi avanza con la piena consapevolezza del proprio peso nello scacchiere internazionale.</p>
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		<title>Saper negoziare salva vite: la delicata complessità della diplomazia</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Jan 2025 15:23:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
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		<description><![CDATA[Cecilia Sala non crede al “sei libera” pronunciato dagli uomini dell’intelligence iraniana mentre la prelevano dalla sua cella di Evin la mattina dell’8 gennaio, dopo 21 giorni di detenzione: «Pensavo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="428" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Srour-Med.Orientale.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Srour-Med.Orientale" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'><strong>Cecilia Sala</strong> non crede al “sei libera” pronunciato dagli uomini dell’intelligence iraniana mentre la prelevano dalla sua cella di Evin la mattina dell’8 gennaio, dopo 21 giorni di detenzione: «Pensavo fossero i pasdaran e che mi stessero portando in una loro base militare, che non si fidassero del carcere ufficiale – racconta  –. Quando arrivo all’aeroporto militare e mi tolgono la benda vedo un primo volto “italianissimo”, poteva essere solo italiano, in un abito grigio, faccio il sorriso più bello della mia vita ed, effettivamente, poche ore dopo ero a Roma». Il volto “italianissimo” è <strong>Giovanni Caravelli, il vertice dell’AISE</strong>, Agenzia d’informazione per la sicurezza esterna.</mark> Dopo pochi giorni, <strong>il ministro della Giustizia italiano Carlo Nordio</strong> chiede la revoca dell’arresto di <strong>Mohammad Abedini Najafabadi</strong>, il cittadino iraniano residente in Svizzera, accusato di aver fornito illegalmente ai pasdaran iraniani tecnologie per la costruzione di droni utilizzati in attacchi terroristici: «Nessuno scambio, è stato liberato per motivi giuridici» afferma il Guardasigilli, ma sono in molti a dubitarne.</p>
<p style="font-weight: 400;">Da questa vicenda scaturiscono molti interrogativi su come funzionino le negoziazioni in situazioni del genere, quali siano le dinamiche che permettono di sciogliere matasse in cui si intrecciano gli interessi di vari attori, statali e non. Ma anche quale sia l’atteggiamento adottato dagli Stati quando si trovano a dover negoziare con strutture paramilitari o con regimi non democratici e fino a che punto siano disposti al dialogo. Non esiste alcuna teoria formale: si possono soltanto desumere alcune linee di tendenza, ripercorrendo la storia diplomatica dei vari Stati.</p>
<p style="font-weight: 400;">«Nella storia, la presa di ostaggi è spesso divenuta parte della politica di finanziamento di gruppi armati: in tal senso sono emblematiche le vicende del continente latino-americano e quelle del Nord-Africa a partire dall’inizio dell’insorgenza islamista-jihadista, con le grandi catture di turisti tedeschi e francesi che frequentavano le dune del Sahara», spiega <mark class='mark mark-yellow'><strong>Francesco Strazzari, professore ordinario di relazioni internazionali alla Scuola Universitaria Superiore Sant&#8217;Anna</strong>. </mark>Dal reiterarsi di questi episodi ci si è resi conto dell’esistenza di una vera e propria “industria dei rapimenti” che, attraverso i riscatti, finanziava le casse della nascente al-Qaeda. È così che nasce un dibattito molto acceso tra i Paesi “occidentali”, patria dei cittadini presi in ostaggio. <mark class='mark mark-yellow'>Da un lato <strong>gli Stati Uniti, l’Inghilterra e, in qualche misura, la Francia i</strong>niziano a dichiarare di non essere disposti a pagare, in modo tale da far venir meno la ragione dei rapimenti, dall’altro lato Stati come <strong>l’Italia o la Germania</strong> tengono un atteggiamento maggiormente incentrato sul salvataggio delle vite e per questo vengono accusati di complicità.</mark> Le critiche sono poi inasprite dalla considerazione che ogni riscatto non arricchisce soltanto il gruppo, bensì una vasta rete che irrora tutta la nervatura sociale. Infatti, in queste regioni la maggioranza dei rapimenti non avveniva ad opera dei gruppi, ma mediante vari <strong><em>middlemen</em></strong>, uomini potenti che agivano come intermediari di messaggi e pagamenti e che si guadagnavano margini di impunità e una maggiore influenza politica, tanto da essere cooptati da un governo all&#8217;altro come figure di una certa levatura. <mark class='mark mark-yellow'>«Gli italiani hanno sempre, in qualche misura senza rivendicarlo, adottato una linea di dialogo che ha consentito loro di mantenere punti di ingresso nelle situazioni di conflitto con un atteggiamento che può essere definito, anche se in modo indebito, “pragmatico”</mark> &#8211; commenta il professore -. Proprio per questo motivo il nostro Paese è considerato anche dalla Russia come uno Stato amico, costretto a tenere una certa linea perché alleato degli Stati Uniti ma, comunque, abbastanza vicino». A favorire questa reputazione contribuisce anche la scelta dell’Italia di non porre mai alcun diktat nella negoziazione, a differenza di altri Paesi quali la Francia, che, ad esempio, acconsente al dialogo con i rapitori, a patto che non si richieda un’amnistia di prigionieri.</p>
<p style="font-weight: 400;">Questo atteggiamento più accondiscendente non ha però impedito che anche nella storia della diplomazia italiana si registrassero alcuni tragici insuccessi, non si è mai compreso se per mancanza di negoziazione oppure se per volontà dei rapitori di seguire una logica differente da quella della monetizzazione. Al riguardo, Strazzari menziona i casi di <strong>Fabrizio Quattrocchi</strong>, la guardia di sicurezza privata rapita e uccisa in Iraq nel 2004 dalle “Falangi verdi di Maometto”, e di <strong>Vittorio Arrigoni</strong>, l’attivista filopalestinese italiano sequestrato e ammazzato da un gruppo islamico salafita, nemico di Hamas e vicino ad al-Qaeda.</p>
<p style="font-weight: 400;">C’è poi un ulteriore aspetto da tenere in considerazione: la maggior malleabilità che il nostro Paese da sempre dimostra comporta anche un’apparenza di ambiguità e incoerenza. «Il nostro atteggiamento di dialogo situazionale ci rende più adatti a dialogare localmente ma, allo stesso tempo, ci fa apparire poco chiari nella nostra azione; la diplomazia si struttura caso per caso, non c’è linearità» è il commento di Stazzari. Le cause della buona riuscita di un’operazione sono quindi da ricercarsi nella contingenza dell’episodio. «Il caso Sala lo imputo a relazioni che si sono strutturate in tanti anni di buoni rapporti intrattenuti a livello apicale tra l’Iran e l’Italia, basti pensare agli incontri di papa Francesco con l’ayatollah Khamenei, alle visite dei politici iraniani riformisti nel nostro Paese: c’è una rete di grandi tradizioni tra il mondo persiano e il mondo di Roma – osserva –.  Stiamo comunque ragionando soltanto di percezioni diffuse che, però, hanno degli effetti: nel momento in cui l’ostaggio è italiano, scaturisce l’idea che allora si possa negoziare».</p>
<p style="font-weight: 400;">Tuttavia, ci sono sempre delle circostanze in cui ogni ragionamento salta. Tra questi, i rapimenti compiuti da quello che Strazzari definisce lo “<strong>Stato islamico puro</strong>”, con sede nel nuovo Califfato dello Sham: «un’entità, con contro-Stato, che non ha mai riconosciuto il protocollo di Ginevra e nemmeno che esista una qualsiasi norma a cui attenersi: l’Isis non agisce secondo la logica dell’“industria dei rapimenti”, non mira a ottenere riscatti per finanziarsi e, infatti, i suoi ostaggi tipicamente non vengono riconsegnati». <mark class='mark mark-yellow'>È il caso di <strong>James Foley</strong>, <strong>giornalista freelance americano</strong> che fu imprigionato dal regime libico per un mese e mezzo nel 2011 e poi, l’anno successivo, venne rapito in Siria dallo Stato Islamico: per lui non ci fu nessun ritorno a casa. Nel 2014 l’Isis pubblicò un video della sua decapitazione, rendendo così nota la morte del reporter.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">La complessità della materia diplomatica ne evidenzia la delicatezza, ma anche l’apparente contraddittorietà, spesso inspiegabile per gli attori esterni. Del resto, nelle trattative assumono un ruolo il più delle volte imprescindibile i servizi segreti, che tessono solidi intrecci e saldi legami necessari per la buona uscita delle operazioni. La loro azione si plasma di volta in volta alla situazione contingente, senza che vi sia alcuna procedura stabilita a priori a cui attenersi. Si tratta di un meccanismo operativo che <strong>Mario Caligiuri, uno dei massimi studiosi europei di intelligence a livello accademico e presidente</strong> <strong>della <em>Società Italiana di Intelligence</em></strong>, riassume efficacemente con queste parole: «Le operazioni dei servizi si creano di volta in volta, perché questi, proprio per definizione, non sono stabili – spiega –. Anche perché sono un braccio operativo del governo e si riferiscono esclusivamente all’esecutivo, al contrario delle forze di polizia, che invece dipendono dall’autorità giudiziaria».</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>L’efficienza delle operazioni di intelligence è inscindibilmente legata alla loro <strong>riservatezza,</strong> che diventa un assioma essenziale a cui attenersi per non comprometterne l’efficacia.</mark> «Nella gestione del dossier comunicativo occorre schermare queste questioni rispetto al grande pubblico, perché quando una notizia si diffonde, si brucia – commenta Strazzari –. Anche perché, quando una vicenda viene resa nota, subentrano aspetti come la coerenza di lungo termine dell’azione diplomatica statale, nonché la nascita di forme di reputazione che prescindono dai governi ma che comunque incidono sugli sviluppi delle vicende: come già detto, se un cittadino è italiano, subito sorge l’idea che una contrattazione sia allora possibile. La necessità del silenzio è poi ancor più comprensibile se si considera un ulteriore aspetto: il prezzo economico di un singolo ostaggio è tipicamente tollerabile dagli Stati, a patto che il suo pagamento non incentivi la creazione di un’industria dei rapimenti oppure il rafforzamento di organizzazioni militanti di miliziani con fama terrorista. In altri termini, spiega Francesco Strazzari, «il caso singolo, se segreto o semisegreto, non è problematico, ma lo diventa nel momento in cui si trasforma in un comportamento su vasta scala oppure quando tocca i nervi di una questione, come nella guerra al terrore».</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>In un terreno così poco lineare, le parole chiave sono più che mai <strong>prudenza</strong> e <strong>cautela</strong>: due valori che permettono di maneggiare equilibri di cristallo, al tempo stesso quasi invisibili e fragilissimi, che bisogna essere molti accorti a non infrangere.</mark></p>
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		<title>Pax trumpiana: partita a scacchi in Ucraina e Medio Oriente</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jan 2025 00:50:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono trascorsi poco più di sette giorni dal giuramento del nuovo Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump ma i riflettori restano puntati su di lui:il nuovo inquilino della Casa ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="6000" height="4000" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/pexels-felixmittermeier-957312.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="pexels-felixmittermeier-957312" /></p><p>Sono trascorsi poco più di sette giorni dal giuramento del nuovo Presidente degli Stati Uniti,<strong> Donald J. Trump</strong> ma i riflettori restano puntati su di lui:<mark class='mark mark-yellow'>il nuovo inquilino della Casa Bianca rispetterà le promesse fatte in campagna elettorale?</mark> Certo è, che poco dopo il suo insediamento, il tycoon è stato <strong>molto chiaro</strong> nel suo primo <strong>discorso internazionale</strong> tenuto giovedì in videoconferenza al <em>World Economic Forum</em> di Davos. «Il mio messaggio a tutte le imprese del mondo è semplice: <strong>venite a produrre in America</strong>, e noi vi faremo pagare <strong>le tasse più basse</strong> di qualsiasi altra nazione. In caso contrario, ne pagherete il prezzo» ha esordito, di fronte all’immensa platea. Da <strong>buon imprenditore</strong>, appare chiaro che l’obiettivo del presidente sia quello di incentivare la macchina economica interna del Paese, innalzando<strong> barriere protezionistiche</strong> con l’estero, qualora ritenuto necessario. Il suo programma, così come evidenziato nel discorso tenuto poco dopo il giuramento, è <mark class='mark mark-yellow'>mettere al primo posto il benessere del Paese per far sì che «dall’oscurità del suo predecessore &#8211; che ha duramente criticato &#8211; fiorisca una nuova età dell’oro».</mark></p>
<p>«Da questo punto di vista, il <strong>protezionismo</strong> e l’<strong>imposizione di dazi</strong> da parte dell’amministrazione Trump, devono essere considerati in chiave di una strategica “<strong>pressione negoziale</strong>”. Il nuovo presidente, infatti, vuole <mark class='mark mark-yellow'>riequilibrare la bilancia commerciale degli Stati Uniti</mark>», evidenzia <strong>Davide Borsani</strong>, docente di Relazioni Internazionali dell’<em>Università Cattolica del Sacro Cuore</em> di Milano. Questa è la ragione principale per cui, tra i temi in primo piano presentati a Davos, oltre alle relazioni commerciali con Europa e Cina, di grande importanza sono la <strong>nuova soglia di spesa</strong> per la difesa della NATO &#8211; che propone per tutti i Paesi di <strong>aumentare il tasso</strong> da destinare all’Alleanza dal 2 al 5% del PIL &#8211; e il <strong>consolidamento di nuove partnership</strong> strategiche, come è il caso dell’<strong>Arabia Saudita</strong> di Mohammad Bin Salman.</p>
<p>Tra i temi che scaldano l’opinione pubblica mondiale e che &#8211; dopo anni di investimenti in difesa e aiuti umanitari &#8211; iniziano però a gravare irrimediabilmente soprattutto sulle spalle delle potenze occidentali (e non solo), <mark class='mark mark-yellow'> sono di grande rilevanza per il nuovo presidente i due conflitti in corso, in <strong>Ucraina</strong> e <strong>Medio Oriente</strong>.</mark> Sono di tale importanza, da farne il perno su cui si è sviluppata parte della folcloristica campagna elettorale di Donald Trump.</p>
<p>A Davos, il primo cittadino americano è, infatti, tornato a parlare del suo omologo russo che ha nuovamente invitato al dialogo: «<mark class='mark mark-yellow'>La guerra tra Russia e Ucraina finirebbe immediatamente se il prezzo del petrolio scendesse</mark>» ha affermato, sostenendo che l’<strong>elevato guadagno energetico</strong> permettera&#8217; al Cremlino di <strong>proseguire le operazioni</strong> militari e ha insistito: «L’Ucraina è pronta a fare un accordo». Dall&#8217;altro lato, inaspettatamente la risposta di Vladimir Putin non si è fatta attendere: «<strong>La guerra non dipende dal prezzo del petrolio</strong> ma è causata da una<strong> minaccia alla sicurezza nazionale</strong> della Federazione Russa che i Paesi occidentali rifiutano di vedere». E ha proseguito: «Faremmo meglio a incontrarci e ad avere una conversazione realista su tutte le questioni di comune interesse per gli Usa e per la Russia».</p>
<p>Nel quadro euroasiatico, «<strong>l&#8217;accellerazione dei colloqui</strong> nelle ultime settimane sta a significare che gli Stati Uniti hanno iniziato a<strong> mettere più pressione</strong> su entrambi gli attori. O, quantomento, sicuramente sull&#8217;Ucraina» sostiene Borsani. Il problema, però, in questo contesto, sono le condizioni sul terreno. «<mark class='mark mark-yellow'>L&#8217;Ucraina vuole entrare a far parte della<strong> NATO </strong> ma la posizione russa a riguardo non è negoziabile. Anche gli Stati Uniti hanno grandissime perplessità, perciò questo obiettivo al momento è irrealizzabile</mark>». Borsani tiene inoltre a sottolineare che <strong>non bisogna sopravvalutare l&#8217;influenza</strong> negoziale complessiva <strong>degli Stati Uniti</strong> sull&#8217;intero conflitto perchè ci sono tanti altri attori che operano in Ucraina o a sostengo di una delle due parti. Alla luce di questo, il punto su cui Putin e Zelensky devono confrontarsi è: «<mark class='mark mark-yellow'>sediamoci al tavolo ma sulla base di cosa trattiamo? </mark> L&#8217;obiettivo &#8211; prosegue Borsani &#8211; è <strong>cercare un compromesso</strong> affinchè nessuna delle due parti imponga una capitolazione sull&#8217;altra. Sicuramente in termini economici ma anche militari, <mark class='mark mark-yellow'>l&#8217;attore più avvantaggiato in questo scenario è la Russia</mark> rispetto all&#8217;Ucraina che ha invece bisogno di grande supporto da parte degli alleati occidentali ma ci sono delle linee rosse invalicabili che entrambe le parti non sono disposte a varcare». <mark class='mark mark-yellow'>Ad oggi, ci troviamo in una fase in cui le prospettive sono sicuramente più rosee quantomento per una possibile tregua.</mark> «La differenza che però sussiste tra tregua e pace è sostanziale: il primo caso prevede una sospensione dei combattimenti, il secondo caso invece prevede l&#8217;elaborazione di un accordo di più lungo periodo che per resistere deve soddisfare tutte le parti».</p>
<p>Scendendo più a Sud, oltre le sponde del Mar Mediterraneo, l&#8217;approccio utilizzato dall&#8217;inquilino della Casa Bianca per risolvere <strong>la questione mediorientale</strong> è ben diverso. Considerata sia<strong> l&#8217;operatività sul campo di Israele</strong> &#8211; soprattutto in Cisgiordania con <em>Iron Wall,</em> nonostante la tregua stipulata la scorsa settimana &#8211; che i provvedimenti del <strong>Trump 1</strong> &#8211; dove tra l&#8217;altro Gerusalemme è stata riconosciuta come capitale di Israele &#8211; , <mark class='mark mark-yellow'>&#8220;è lecito pensare che a Tel Aviv si guardi a Washington con l&#8217;idea che la nuova amministrazione sia disposta a tollerare più fughe in avanti da parte di Israele rispetto a quella precedente&#8221;</mark>, evidenzia Borsani. Con questo, però, non bisogna commettere l&#8217;errore di credere che i rapporti tra Israele e Stati Uniti siano sempre stati lineari. Anche in questo caso, infatti, scegliere di considerare<strong> una chiave di lettura semplicistica</strong> e riassuntiva del conflitto arabo- israeliano, <strong>potrebbe indurci in errore</strong>.</p>
<p>La vera questione è <mark class='mark mark-yellow'>«che gli Stati Uniti hanno interesse nel sostenere Israele perchè lo ritengono un bastione democratico in un&#8217;area particolarmente a rischio di squilibri. Di fatto, Tel Aviv è il pilastro della politica estera americana in Medio Oriente».</mark> Questa è la dinamica che spiega la ragione che si nasconde dietro l&#8217;ultima dichiarazione &#8211; rilasciata durante la notte in una conferenza stampa a bordo dell&#8217;<em>Air Force One</em> &#8211; proprio del presidente degli Stati Uniti e che si lega alle richieste, presentate dai coloni israeliani, in merito alla gestione<em> post-conflict</em> dell&#8217;enclave palestinese: <mark class='mark mark-yellow'>«Gaza al momento è un sito di demolizione e la gente sta morendo. La mia proposta è finanziare la costruzione di nuove abitazioni &#8211; temporanee o a lungo termine &#8211; in Egitto e Giordania</mark> in modo che i palestinesi possano vivere li&#8217; in pace. Alla fine, si tratta di un milione e mezzo di persone. Dobbiamo ripulire tutto: quel luogo ha un grande potenziale». In relazione alle ultime parole del Presidente &#8211; che non lasciano spazio ad interpretazioni -, l&#8217;emittente americana Cnn ha citato le parole di un&#8217;analista ospite del canale israeliano Channel 12,<strong> Amit Segal</strong>, secondo cui le sue parole non sono una semplice esternazione ma fanno parte di &#8220;un piano più ampio che appare coordinato con Israele&#8221;.</p>
<p>Dall&#8217;altro lato, Egitto e Giordania &#8211; così come l&#8217;Autorità Nazionale Palestinese e Hamas &#8211; hanno respinto fermamemente la proposta di un trasferimento forzato del popolo palestinese. «Mettiamo in guardia dallo <strong>sfruttare la catastrofica situazione umanitaria di Gaza</strong>, causata dal genocidio commesso dall&#8217;occupazione. Chiediamo un&#8217;azione rapida per rispondere alle diverse esigenze dei residenti di Gaza e per accelerare gli sforzi di accoglienza, soccorso e ricostruzione», ha cosi&#8217; reagito l&#8217;ufficio stampa del governo di Gaza.</p>
<p>Sin dalle prime mosse sulla scacchiera, appare chiaro che <mark class='mark mark-yellow'>l&#8217;obiettivo del nuovo Presidente sia quello di porre fine ai conflitti in corso, cercando di trovare un compromesso tra le parti. O, quanto meno, tra le parti che contano</mark>: ovvero quelle che il tycoon ritiene abbiano qualcosa da offire sia in termini economici che strategici. <strong>In fondo, è un fatto ben noto, le prime mosse di una partita a scacchi possono essere tra le più importanti.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ahmadreza Djalali e il limbo dei condannati a morte in Medio Oriente</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jan 2025 19:50:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da più di tremila giorni gli occhi di Ahmadreza Djalali non vedono altro che le pareti del braccio della morte di Evin. Dopo il suo arresto nel 2016, con l’accusa ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="500" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Ahmadreza-Djalali-Twitter-amnesty207-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ahmadreza-Djalali-Twitter-amnesty207-2" /></p><p style="font-weight: 400;">Da più di tremila giorni gli occhi di <strong>Ahmadreza Djalali</strong> non vedono altro che le pareti del braccio della morte di Evin. Dopo il suo arresto nel <strong>2016,</strong> con l’accusa di spionaggio, e la sua successiva condanna a morte, poi divenuta definitiva, da nove anni lo scienziato svedese-iraniano vive in un vero e proprio limbo, in cui ogni giornata è uguale alla precedente ma, allo stesso tempo, potrebbe essere l’ultima. Nessun “domani” può esser dato per scontato. La logorante e sempre identica attesa di ogni giorno è scandita dalle vicende altrui. Tra queste, c&#8217;è anche la liberazione nel giugno del 2024 di altri due cittadini svedesi, un funzionario dell’Unione Europea e un cittadino comune in condizioni di salute precarie. Un traguardo ottenuto in un negoziato che perfettamente si colloca nella cosiddetta “politica degli ostaggi” iraniana: Stoccolma ha barattato la loro liberazione con il rimpatrio in Iran di Hamid Nouri, condannato in via definitiva all’ergastolo per crimini contro l’umanità, per aver partecipato attivamente al massacro delle prigioni del 1988. <mark class='mark mark-yellow'>Ma, in quest&#8217;occasione, il ritorno di Ahmadreza non è stato richiesto, tanto che <strong><em>Amnesty International</em> </strong>ha iniziato a parlarne come “<strong>l’ostaggio dimenticato</strong>”.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Un destino che appare ancor più incomprensibile se si considera con quanti Stati si sia intrecciata la vita del ricercatore prima della sua detenzione. Ha lavorato al <strong>Karolinska Institute di Solma</strong>, ottenendo il passaporto svedese, alle università belga <strong>Vrije Universiteit Brussel</strong> e all’<strong>Università Cattolica di Lovanio</strong>, nonché all’<strong>Università del Piemonte Orientale a Novara</strong>, dove ha sviluppato il suo programma di dottorato. Nel frattempo, ha collaborato con diversi centri accademici iraniani, israeliani, sauditi e statunitensi. Ma nessun Paese pare adoperarsi e interessarsi realmente alla sua sorte, neppure quelli europei, benché in questi anni siano riusciti a negoziare e ottenere la liberazione di altri ostaggi da parte di Teheran. Solo <em>Amnesty International</em> continua a tenere alta l’attenzione sul caso per evitare che cali il silenzio, un complice prezioso per procedere con l’esecuzione. Dal canto loro, il governo italiano e quello belga si sono sempre celati dietro la giustificazione che, trattandosi di un cittadino naturalizzato svedese, è Stoccolma a dover guidare i negoziati. Al contempo, il Paese scandinavo lo ha omesso dalle sue richieste, durante le ultime trattative di nemmeno un anno fa. Intanto, continua a mancare una politica comune europea: esistono soltanto delle pressioni congiunte, ma poi ogni Stato agisce in maniera indipendente e per conto proprio, con maggiore o minore forza negoziale. Un atteggiamento così lavativo non ha delle motivazioni ufficiali, ma è ipotizzabile che sia una scelta prudenziale dettata proprio dall’accusa rivolta nei confronti di Djalali: spionaggio per conto di Israele. Un’imputazione che appare per lo più una vendetta: <mark class='mark mark-yellow'>nel 2016 il ricercatore è stato invitato in Iran con il pretesto di un incontro tra scienziati e, una volta approdato nel suo Paese d’origine, gli è stato proposto di diventare un collaboratore del governo iraniano per captare segreti da Tel Aviv. Al suo rifiuto, l’accusa gli si è ritorta contro: è stato etichettato come una spia di Israele.</mark> Ed è proprio questo elemento a rendere particolarmente delicata la questione: l’associazione delle parole “spia” ed “Israele” induce spesso ad assumere un atteggiamento di maggior cautela. «Se cominciamo a dare retta a queste farneticazioni giudiziarie iraniane e, nella logica dello scambio, non chiediamo ciò che dovrebbe essere chiesto, è una partita a perdere – commenta <mark class='mark mark-yellow'><strong>Riccardo Noury, portavoce di <em>Amnesty International Italia</em></strong> -. Il risultato è che Ahmadreza ora è in cattive condizioni di salute, non incontra la famiglia da 9 anni, vede, per loro fortuna, lo sottolineo mille volte, uscire dall&#8217;Iran altri ostaggi come la giornalista italiana Cecilia Sala, l’attivista iraniana-tedesca Navid Taghi (<em>tornata in Germania il 12 gennaio dopo quattro anni di detenzione, mark</em>) <strong>e lui si chiede perché io no. E anche noi ci chiediamo perché lui no</strong>».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Ahmadreza vede uscire dall&#8217;Iran altri ostaggi e si chiede perché a lui non sia concessa la stessa fortuna. E anche noi ci chiediamo perché», commenta Riccardo Noury, portavoce di <em>Amnesty International Italia.</em></span></p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>E il caso Djalali non è isolato, in un Paese come l’Iran dove le esecuzioni capitali sfiorano, se non addirittura superano, il migliaio all’anno: «Nel 2024 le Nazioni Unite ne hanno contate 904, ma secondo <em>Iran Human Rights</em> erano già 954 alla Vigilia di Natale. Basti pensare che dall’inizio del 2025 hanno già superato le 50» spiega Noury</mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma nel mondo ci sono anche altri Paesi dove il numero delle esecuzioni continua ad aumentare. <mark class='mark mark-yellow'>Tra questi, l’<strong>Arabia Saudita</strong> che, con una media di un’uccisione capitale al giorno, nel 2024 ha registrato il suo massimo storico e ha superato la cifra già record dell’anno precedente: sono state più di 350 le persone uccise in adempimento a una condanna, molte delle quali sono cittadini stranieri che spesso non hanno accesso agli atti in una lingua comprensibile, né tanto meno a un avvocato o a un interprete, come evidenzia <em>Amnesty.</em></mark> Tra i fattori che hanno contribuito all’aumento di pene capitali si colloca il drastico cambiamento delle <strong>politiche antidroga</strong>, come spiega Noury: «Si può dire che l&#8217;unica forma di contrasto è mettere a morte persone che poi risultano come sempre essere dei consumatori o dei piccoli spacciatori». Della tematica, però, se ne parla poco, complici la politica di repressione portata avanti dai sauditi, nonché i numerosi interessi economici implicati. <mark class='mark mark-yellow'>Da un lato, come spiega il portavoce di <em>Amnesty,</em> «vige il silenzio, perché tutti i difensori dei diritti umani sono in carcere e chiunque provi, anche solo tramite social, a sollevare una critica o a sostenere una causa subisce condanne a decenni di prigione». Dall’altro lato, il mondo dello sport continua a guardare altrove e ad affidare a Riad lo svolgimento di competizioni internazionali: basti pensare alla Supercoppa italiana, per arrivare sino ai Mondiali del 2034</mark>. «Sono molto lontani i tempi in cui si metteva in discussione la decisione di giocare la Supercoppa italiana nel Paese il cui leader è stato accusato di aver ordinato l’assassinio all’estero del giornalista dissidente Jamal Khashoggi» nota Noury.</p>
<p style="font-weight: 400;">Oltre all’incremento numerico, ci sono anche altri comuni denominatori che connotano le esecuzioni capitali di entrambi i Paesi. La maggior parte delle condanne è correlata allo <strong>spaccio o traffico di droga o a omicidi</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Con riferimento alle uccisioni occorre però precisare che, soprattutto quando le autrici del delitto sono le donne, spesso queste avvengono in contesti di maltrattamenti e violenze, in cui l’assassinio del marito viene percepito come l’unica estrema soluzione per porre fine alle continue sofferenze subite; lo stesso discorso molte volte vale anche per gli omicidi dei datori di lavoro.</mark> Ma, proprio quando il sollievo appare raggiunto, spesso la responsabile è condannata a morte: «Lo Stato dapprima si dimostra incapace di proteggere le donne e poi, nel momento in cui loro reagiscono nell’unico modo rimasto a disposizione, decide di togliere loro la vita, impiccandole» commenta Noury. Una situazione che appare paradossale e senza via di fuga, come se l’esistenza di una donna maltrattata dovesse necessariamente snodarsi in un bivio: da una parte una vita di sottomissione agli abusi, dall’altra la pena capitale. Nessuna terza via, nessuno scampo. Una storia senza nessuna possibilità di lieto fine, destinata a una trama violenta oppure a uno strappo aggressivo delle ultime pagine.</p>
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		<title>Siria: forti speranze e fragili equilibri dopo la caduta del regime degli Assad</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Dec 2024 15:03:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Tamberi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una speranza per il futuro «Quella sera sono rimasto sveglio per quasi tutta la notte. Sono andato a dormire alle 4 del mattino per la stanchezza». Boutros ricorda così la ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1400" height="787" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/12/3bdb808bbed2e8b8fc9f8b6414c60defe1f13c67-88571369.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="3bdb808bbed2e8b8fc9f8b6414c60defe1f13c67-88571369" /></p><h2>Una speranza per il futuro</h2>
<p><span style="font-weight: 400;">«Quella sera sono rimasto sveglio per quasi tutta la notte. Sono andato a dormire alle 4 del mattino per la stanchezza». Boutros ricorda così la notte in cui il presidente della Siria <strong>Bashar al-Asad</strong> si è dato alla fuga davanti all’avanzata delle milizie jihadiste di <strong>Hayat Tahrir al-Sham</strong> (Hts) verso Damasco. «Quando sono andato a dormire, il governo di Asad non era ancora caduto. Un’ora dopo è suonato il mio cellulare: era mio cugino dall’Olanda che mi urlava &#8220;Boutros, è caduto! Quel cane è caduto!”».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Boutros ha 27 anni, e viene da Latakia, anche se è originario di Qunaya, un villaggio situato nella regione di Idlib, nel Nord del Paese, la stessa regione sotto il controllo della milizia Hayat Tahir al-Sham dal 2017. Tre anni fa, si è trasferito a Milano per studiare regia e, da allora, non è mai riuscito a tornare. È sempre rimasto in contatto, però, con amici e familiari a casa: «<mark class='mark mark-yellow'>Da un lato tutti sono contenti e festeggiano. In tutta la Siria hanno tirato giù le statue di <strong>Hafiz al-Asad</strong> (padre di Bashar ed ex presidente della Siria, </span><i><span style="font-weight: 400;">ndr</span></i><span style="font-weight: 400;">), e le hanno trascinate per strada. Dall’altro, però, c’è anche molta preoccupazione, perché la situazione è caotica e instabile.</mark> Scappando, Bashar al-Assad non ha lasciato il governo a nessuno, e anche l’esercito e le forze dell’ordine sono fuggiti lasciando incustodite le proprie sedi. Prima che entrassero nelle città gli eserciti ribelli, diverse persone sono entrate in questi posti, mettendoli a fuoco, oppure rubando pistole e armi. Per questo motivo la situazione è un po’ fuori controllo».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nonostante l’attualità sia molto caotica per la Siria, l’inquietudine è solo per la situazione immediata. Se, invece, si cerca di immaginare il futuro del Paese, si delinea uno scenario di speranza: «<mark class='mark mark-yellow'>Sotto il regime di Assad, c&#8217;erano tante persone condannate senza processo con l’accusa di aver parlato male del governo.</mark> Si è scoperto dell’esistenza di tante carceri di cui nessuno era a conoscenza e i cui prigionieri – provenienti da Siria, Libano, Iraq e Palestina – adesso sono in libertà e sono tornati dalle loro famiglie. […] Gli eserciti ribelli ci stanno dicendo che in futuro non sarà più così, che il Paese sarà libero. Dichiarano che rispetteranno il popolo siriano a prescindere dalla loro religione: non importa se cristiano, sunnita, sciita, alawita o druso, <strong>la Siria sarà dei siriani</strong>. Ovviamente non possiamo giudicare troppo velocemente né il governo provvisorio né il suo modo di operare. Il regime precedente ci ha però lasciato un Paese distrutto e casse vuote. È giusto dare a questi miliziani una possibilità per vedere cosa possono fare».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A proposito di religione, c&#8217;è da sottolineare l’approccio differente tra quello del leader di Hts al-Jolani e l’ormai ex presidente Assad. L’esercito ribelle, nonostante si origini da gruppi come l-Qaida e Isis, promette di governare il Paese laicamente, rispettando tutti i gruppi religiosi presenti sul territorio, ponendosi in discontinuità rispetto ad Assad: «Ci sono alcune comunità religiose in Siria che sostenevano Assad, come i cristiani e gli alawiti. Assad ha sfruttato questa diversità per generare il conflitto all’interno della popolazione siriana e per incutere timore. <mark class='mark mark-yellow'>“Se io me ne vado, vi uccideranno”: questo era il suo ricatto.</mark> Ma quando è fuggito, tutti questi gruppi si sono sentiti traditi e delusi, perché il loro presidente li ha abbandonati senza pronunciare neanche una parola».</span></p>
<h2>Tra equilibri fragili e nuovi scenari</h2>
<p><span style="font-weight: 400;">Al tripudio di gran parte della popolazione per la caduta del regime si affiancano i dubbi degli attori regionali su quale sarà il destino del Paese, in particolare su quale forma assumerà il nuovo governo e come questo cambio di regime influenzerà i fragili equilibri regionali, già messi alla prova dal <strong>conflitto israelo-palestinese</strong>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fedele alleata dell’Iran, la Siria è stata un attore fondamentale della cosiddetta “mezzaluna sciita” e ha goduto dell’appoggio di Teheran durante la guerra civile. Il supporto era arrivato anche dal partito armato libanese <strong>Hezbollah</strong>, stretto alleato della Repubblica islamica. Storico è anche il legame che il regime siriano ha costruito con la Russia, risalente all’epoca sovietica e rappresentato concretamente dalla presenza in territorio siriano della base navale di Tartus, simbolo della presenza di Mosca in Medio Oriente.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La caduta del regime e la fuga di Assad a Mosca hanno rotto questi equilibri che già da tempo stavano scricchiolando sotto il peso degli eventi internazionali. Mentre le risorse del Cremlino erano sempre più concentrate sul conflitto in Ucraina, l’entrata delle forze israeliane in Libano ha messo a dura prova le capacità belliche di Hezbollah, che si ritrova ora privata di un regime alleato e il cui territorio garantiva un corridoio di rifornimenti provenienti dall’Iran e basi di appoggio: «<mark class='mark mark-yellow'>Hezbollah ha un problema senza precedenti. &#8211; spiega <strong>Lorenzo Trombetta</strong>, giornalista e autore del libro </span><i><span style="font-weight: 400;">Siria: dagli Ottomani agli Asad: e oltre</span></i><span style="font-weight: 400;"> -. Bisognerà capire come i recenti sviluppi influenzeranno il suo potere all’interno del Libano.</mark> Il 9 gennaio prossimo si terranno le elezioni presidenziali e bisognerà capire se l’organizzazione cercherà di mantenere un profilo dominante o se sarà costretta a venire a più miti consigli».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nonostante la comune avversione verso Teheran, non sembra che i recenti sviluppi abbiano incoraggiato un riavvicinamento tra Israele e Damasco. Dal 1967 lo stato ebraico occupa le alture del Golan, tutt’ora considerate territorio siriano, da cui deriva il nome di battaglia scelto dal leader di Hts </span><span style="font-weight: 400;">Aḥmad Ḥusayn al-Shara</span><span style="font-weight: 400;">ʿa</span><span style="font-weight: 400;">: <strong>Abu Mohammed al-Jolani</strong>, che letteralmente significa “proveniente dal Golan”. Una posizione strategica che Israele non intende lasciare, anzi. Dopo l’entrata dei ribelli nella capitale, le forze di Tel Aviv hanno occupato altre porzioni di territorio, “una mossa temporanea motivata da ragioni di sicurezza”, ha commentato il ministro degli Esteri israeliano <strong>Gideon Saar</strong>, ma che ha subito ricevuto una netta condanna da parte della comunità internazionale. Oltre a questo da non sottovalutare è l’impatto dei 480 raid effettuati dalle forze israeliane contro siti militari siriani, condotti, a detta dei vertici militari, “per evitare che finissero nelle mani di elementi terroristici”. Tra gli obiettivi ci sono 15 navi, diversi siti di produzione di armi e batterie antiaeree.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se da un lato la situazione ha indebolito i vecchi alleati di Damasco, dall’altro potrebbe favorire la posizione di un altro attore: la <strong>Turchia</strong>. «<mark class='mark mark-yellow'>L’influenza di Ankara non è nuova nella storia della Siria. Basti pensare ai secoli di dominio ottomano nella regione</mark> &#8211; spiega ancora Lorenzo Trombetta -. Bisogna capire come la Turchia negozierà le sue acquisizioni territoriali nel Nord-Ovest. Probabilmente verranno avviati dei negoziati con la Russia per permettere a Mosca di mantenere le sue basi nel Mediterraneo in cambio di una maggiore influenza geostrategica». L&#8217;influenza turca potrebbe giocare un ruolo cruciale nella sorte della <strong>popolazione curda</strong> che Ankara vorrebbe vedere confinata ad Est del fiume Eufrate: «Ora bisognerà vedere quali accordi verranno stretti tra Stati Uniti e Turchia sulla questione. Per ora ad Est dell’Eufrate i curdi sembrano poter mantenere le loro posizioni nel Nord-Est, dove costituiscono la maggior parte della popolazione. Nelle altre zone, a popolazione mista, quando i curdi non riusciranno più a cooptare le popolazioni arabe locali, queste potrebbero essere a loro volta cooptate da altre fazioni».</span></p>
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		<title>Nella Siria libera dagli Assad si festeggia e si fugge dalle prigioni-orrore</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Dec 2024 16:02:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Assad]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Hayat Tharir al Sham]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[siria]]></category>

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		<description><![CDATA[«Con la caduta di Assad, stiamo scrivendo una nuova storia nella regione. Quanti siriani sono sfollati in tutto il mondo? Quante persone vivevano in tende? Quante sono annegate in mare? ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="683" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/12/siria-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="La Presse" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>«Con la caduta di Assad, stiamo scrivendo una nuova storia nella regione. Quanti siriani sono sfollati in tutto il mondo? Quante persone vivevano in tende? Quante sono annegate in mare? Questa vittoria è per tutti i siriani».</mark> Con queste parole <strong>Abu Mohammed al-Jawlani</strong>, <a href="https://www.aljazeera.com/news/2024/12/8/taking-syria-the-oppositions-battles-shown-in-11-maps-for-11-days">leader del movimento che in una settimana ha rovesciato l&#8217;instabile equilibrio del paese</a>, domenica pomeriggio formalizza la <strong>conquista della Siria</strong> nel suo primo discorso pubblico pronunciato nella <strong>moschea degli Omayyadi</strong>, simbolo di <strong>Damasco</strong>.</p>
<p>L’8 dicembre in Siria il sole è sorto da poche ore quando le forze sunnite anti governative guidate da <em>Hayat Tahrir al Sham</em> entrano nella capitale del paese. Il presidente <strong>Bashar Al Assad</strong> fugge facendo perdere le sue tracce per alcune ore. Il segnale dell&#8217;ultimo volo in partenza da Damasco &#8211; nella notte tra sabato e domenica &#8211; scompare poco dopo il decollo verso la costa siriana, in prossimità di <strong>Tartus</strong> dove si trova la base navale russa. Domenica mattina un aereo decolla dalla base militare del Cremlino di <strong>Latakia</strong> in direzione di Mosca. Poco dopo la conquista della capitale, il ministero degli Esteri russo rilascia una dichiarazione affermando che <strong>al-Assad si è dimesso</strong>, ha lasciato la Siria e raggiunto Mosca, ordinando una <strong>transizione pacifica del potere</strong>. Poche ore dopo, si apprende da una nota del Cremlino che <strong>l&#8217;asilo politico</strong> all&#8217;ex presidente è stato deciso da <strong>Vladimir Putin</strong>.</p>
<p>Le forze anti governative siriane dichiarano vittoria alla televisione di Stato, promettendo di istituire un governo di transizione dopo la caduta del regime di al Assad. Secondo quanto riferito dalla stessa organizzazione, <mark class='mark mark-yellow'>l’obiettivo è fare in modo di istituire un governo moderato che amministri il paese per il bene dei siriani.</mark> «Un organo di governo gestito dall’opposizione siriana guiderà <strong>un periodo di transizione di 18 mesi</strong>, inclusi sei mesi per redigere una nuova costituzione<strong> in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite</strong>». Questa la dichiarazione di <strong>Hadi al-Bahra</strong> &#8211; presidente della Coalizione nazionale siriana, un’alleanza di gruppi di opposizione formatasi in esilio dopo la rivolta del 2011 &#8211; a <em>Middle East Eye</em> a seguito della conferenza del<em> Doha Forum</em> poche ore dopo l’ingresso degli uomini di al-Jawlani a Damasco. <mark class='mark mark-yellow'> «Ogni transizione politica dopo la caduta del presidente Bashar al-Assad deve includere l&#8217;accertamento delle responsabilità nei confronti di coloro che sono responsabili dei crimini commessi sotto il suo governo»</mark> afferma <strong>Volker Turk</strong>, il responsabile delle Nazioni Unite per i diritti umani.</p>
<blockquote class="instagram-media" style="background: #FFF; border: 0; border-radius: 3px; box-shadow: 0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width: 540px; min-width: 326px; padding: 0; width: calc(100% - 2px);" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/reel/DDRxm4PPN1u/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14">
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</a></p>
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<p><script src="//www.instagram.com/embed.js" async=""></script>Nel frattempo esponenti di HTS (<em>Hayat Tahrir al Sham</em>) si dirigono verso il <em>Four Season</em> Hotel di Damasco e prelevano pacificamente il primo ministro siriano <strong>Mohammed Ghazi al-Jalali</strong> per portarlo al cospetto del capo dell’organizzazione<em> al-Jawlani</em> che &#8211; secondo quanto riportato da <em>AFP</em> (Agence France Press, la principale agenzia di stampa francese) &#8211;  raggiunge la città solo nel primo pomeriggio. Dopo l&#8217;incontro tra i due,  <mark class='mark mark-yellow'> l&#8217;incarico del governo di transizione viene così affidato a <strong>Muhammad al Bashir</strong>.</mark> </p>
<p>Le<strong> forze di opposizione</strong>, ora al potere, iniziano a diffondersi pacificamente in ogni angolo del paese,<strong> prendendo il controllo di aeroporti e basi militari e svuotando</strong> pacificamente <strong>le prigioni</strong> di<em> Sednaya</em> &#8211; soprannominata dai siriani e dalle organizzazioni umanitarie <strong>“il mattatoio umano”</strong> &#8211; <em>Qaboun</em> e<em> Adra</em>. In particolare, ​i <strong>Caschi Bianchi</strong> &#8211; il Servizio Civile Siriano &#8211; poco dopo l’ingresso delle forze di HTS a <em>Sednaya</em>, inviano<strong> cinque squadre specializzate</strong> per perquisire le camere sotterranee dello stabile, situata nella sezione nota come <strong>“Ala rossa”</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Già dalle prime ore di domenica, i soccorritori riscontrano difficoltà ad aprire le celle di isolamento e iniziano a <a href="https://cijaonline.org/who-we-are/nawaf-obaid">cercare gli ingegneri tedeschi che hanno collaudato il sistema per Assad che prevede il blocco dell’impianto di areazione</a> qualora qualcuno provi a forzare il sistema di sicurezza delle celle dall’esterno, privando i detenuti di aria respirabile in pochi minuti.</mark> Secondo<strong> Rami Abdurrahman</strong> dell&#8217;Osservatorio siriano per i diritti umani, decine di migliaia di detenuti sono stati liberati nel corso della giornata.  <script src="//www.instagram.com/embed.js" async=""></script></p>
<blockquote class="instagram-media" style="background: #FFF; border: 0; border-radius: 3px; box-shadow: 0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width: 540px; min-width: 326px; padding: 0; width: calc(100% - 2px);" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/reel/DDUCHUyuBuB/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14">
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<p style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; line-height: 17px; margin-bottom: 0; margin-top: 8px; overflow: hidden; padding: 8px 0 7px; text-align: center; text-overflow: ellipsis; white-space: nowrap;"><a style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; font-style: normal; font-weight: normal; line-height: 17px; text-decoration: none;" href="https://www.instagram.com/reel/DDUCHUyuBuB/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" target="_blank">Un post condiviso da Middle East Eye (@middleeasteye)</a></p>
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<p><script src="//www.instagram.com/embed.js" async=""></script>«<strong>La fuga dalle prigioni? Penso che liberare indistintamente tutti i prigionieri sia un rischio.</strong> È il sintomo di una situazione totalmente fuori controllo. Dopo le prime ore di entusiasmo generale, ora c’è molta paura tra i civili per quello che verrà dopo». Amara, nome di fantasia, riferisce a <em>Magzine</em> di essere ancora incredula su quello che sta accadendo nel suo paese da dieci giorni a questa parte. Lei è scappata dalla Siria nel 2011, all’inizio delle primavere arabe, ma ha mantenuto un forte legame con la sua terra d’origine. <strong>Tutta la sua famiglia ancora oggi vive a Damasco.</strong> I militanti del gruppo di opposizione all’inizio del colpo di Stato hanno promesso di non utilizzare violenza, le strade di Damasco sono un letto di bossoli e munizioni di colpi esplosi in aria ma nessun è ferito. L’euforia delle prime ore lascia il posto a un senso di smarrimento: «Non sappiamo cosa accadrà ora, non posso dichiararmi né ottimista ma neanche pessimista. Quando ho visitato la mia famiglia la scorsa estate non mi sarei mai aspettata ciò che sarebbe accaduto». <mark class='mark mark-yellow'>Amara non si capacita di come in soli dieci giorni sia stato sovvertito un regime che durava da più di vent’anni.</mark> «Dopo 13 anni di soprusi alle libertà individuali e con una gestione economica che ha portato lo Stato al collasso, le persone sono stanche. Io sono un medico e mi sono specializzata in chirurgia in un ospedale di Damasco ma le condizioni lavorative erano insostenibili». A detta di Amara, i cittadini di Damasco in questo momento rimangono nelle proprie case, così come stanno facendo i suoi familiari:<mark class='mark mark-yellow'>«Noi siamo cristiani e ciò che ci è stato detto è che rispetteranno tutte le minoranze. Sarà vero? Sicuramente c’è molta speranza, ma quello che spaventa è la totale disorganizzazione.</mark> Le dogane non esistono più e questo potrebbe essere un buon segnale per tutte quelle persone che stanno decidendo di ritornare in Siria dopo essere scappate in Libano e in Turchia. <mark class='mark mark-yellow'>Il regime di Assad è caduto definitivamente e siamo contenti di questo, ma la vera rivoluzione sarebbe stata farlo cadere in modo civile. Non vogliamo che arrivi un altro gruppo di persone che mineranno le libertà personali e le opinioni politiche dei singoli cittadini.</mark> Questa sarebbe l’ennesima sconfitta». Nel frattempo Amara ci racconta di sperare di poter riabbracciare un suo caro amico oppositore politico di Assad che ha vissuto gli ultimi 12 anni in carcere. Attende fiduciosa notizie su di lui, sperando che faccia parte di coloro che sono stati liberati dalle durissime carceri di Damasco nelle ultime ore. Intanto, centinaia di immagini e video iniziano a circolare sul web: mostrano <strong>auto cariche di rifugiati siriani</strong> che cercano di entrare nel Paese<strong> dalla Giordania e dalla Turchia</strong>&#8220;, ora che la paura del regime di al-Assad è svanita&#8221;, mentre<strong> le forze di al-Jawlani incontrano i leader cattolici</strong> rappresentati dal cardinale<strong> Mario Zenari</strong>, nunzio apostolico a Damasco e <mark class='mark mark-yellow'>assicurano il rispetto per le confessioni religiose e per i cristiani.</mark></p>
<blockquote class="instagram-media" style="background: #FFF; border: 0; border-radius: 3px; box-shadow: 0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width: 540px; min-width: 326px; padding: 0; width: calc(100% - 2px);" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/p/DDVeZNKuC6Y/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14">
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<p>Per molti anni<em> Hayat Tahrir al Sham</em> ha governato e amministrato diversi territori nel<strong> governatorato di Idlib</strong>, al confine con la Turchia. In una settimana hanno avanzato senza incontrare una vera resistenza e, una volta raggiunta la capitale, si sono messi in contatto con il primo ministro per avviare una transizione politica verso una “nuova” Siria. Domenica mattina, i primi giornalisti che raggiungono la capitale riferiscono di non aver trovato traffico. La gente è ancora preoccupata per ciò che succederà e i negozi sono chiusi. Quelli che sono per strada festeggiano, dicendo che questo è un giorno storico per il paese. Ogni volta che vedono una telecamera o un giornalista, si avvicinano e dicono: &#8220;Per favore, filmateci mentre festeggiamo, mentre cantiamo”. Per evitare che<strong> l’assenza di un’unica forza militare si trasformi in un espediente che trascini la popolazione nel caos</strong>, il comando militare delle forze di opposizione &#8211; dopo aver preso il controllo del palazzo presidenziale preso d’assalto dai civili &#8211; pubblica una <em>nota</em> in cui scrive: <mark class='mark mark-yellow'>«dobbiamo unirci e cooperare per presentare la migliore immagine della nostra rivoluzione e del nostro popolo».</mark> Rivolgendosi poi a potenziali gruppi sovversivi prosegue: «Da questo momento, nella capitale vigerà <strong>il coprifuoco dalle 16.00 alle 5.00</strong>. Inoltre è severamente <strong>vietato sparare proiettili in aria in qualsiasi circostanza</strong>, poiché ciò provoca il panico tra i civili e mette in pericolo la vita di innocenti. <strong>È vietato manomettere le istituzioni</strong> e le proprietà pubbliche, poiché sono di legittima proprietà del popolo. È nostro dovere proteggerle e preservarle e contribuire al loro sviluppo. Infine<strong> è vietato invadere o danneggiare in qualsiasi forma qualsiasi proprietà privata</strong>».  <strong>Fouad Ruheiha</strong> originario di<strong> Latakia</strong> &#8211;  principale città portuale della Siria &#8211; dice a <em>Magzine</em> che «La regione è stata una roccaforte per la famiglia Assad perchè la sua popolazione è a maggioranza alawita &#8211; minoranza a cui appartiene l&#8217;ex presidente -.  Quest’area è stata liberata velocemnte e senza spargimenti di sangue. Circolano molti video in cui i cittadini di Latakia <strong>festeggiano nelle piazze e tirano giù le numerose statue di Hafez al Assad, padre di Bashar.</strong> Non nego che li ho un po’ invidiati. <strong>Avrei partecipato ai festeggiamenti molto volentieri</strong> e ora sto pianificato di tornare».  Nella sua provincia si trovano due basi militari del Cremlino, quella di Hmeimim e quella di Tartus. Fouad vive a Roma da 44 anni e, pur essendo nato in Siria, è figlio di un esule siriano costretto a vivere fuori dal regime di Hafiz Al Assad, padre di Bashar. Lavora come<strong> interprete simultaneista</strong> e, oltre ad operare nell&#8217;ambito della cooperazione internazionale, si occupa sia anche di conferenze commerciali e istituzionali. «Ho lavorato anche come volontario con delegazioni della società civile siriana, irachena, libanese e palestinese. I miei parenti hanno condiviso con gioia i festeggiamenti per la fine del regime. Anche se, a dire la verità,<strong> c’è preoccupazione perché le forze protagoniste di questa escalation non hanno una storia di affezione verso una democrazia pluralista.</strong> Per adesso ciò che emerge è uno spirito di collaborazione che ci fa ben sperare per il prossimo futuro. Ad Aleppo ad esempio ci sono dei gruppi <em>Telegram</em> in cui vengono diffuse notizie sulla riorganizzazione post Assad<strong>».</strong> E conclude: «Tutti in Siria conoscono  le divergenze tra l’SNA (Esercito nazionale siriano), sostenuto dalla Turchia, e l’SDF (Forze democratiche siriane) a maggioranza curda &#8211; sostenute dagli Stati Uniti &#8211; espressione del partito turco PKK».</p>
<blockquote class="instagram-media" style="background: #FFF; border: 0; border-radius: 3px; box-shadow: 0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width: 540px; min-width: 326px; padding: 0; width: calc(100% - 2px);" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/reel/DDTxR5-qEBu/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14">
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<p><script src="//www.instagram.com/embed.js" async=""></script></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Nel frattempo dalle alture del Golan, lo <strong>stato ebraico</strong> osserva gli sviluppi come un falco.</mark> Il primo ministro <strong>Netanyahu</strong> ordina ai membri del suo partito, il Likud, di non commentare quanto accade pubblicamente. Già prima della caduta di Damasco &#8211; come riportato dal portavoce delle <em>IDF</em>, <strong>Herzi Halevi</strong> &#8211; l’esercito israeliano ha iniziato a penetrare oltre il Golan e ha minacciato di colpire a vista chiunque si fosse avvicinato al confine. Secondo quanto riportato dal quotidiano <em>Maariv</em>, <mark class='mark mark-yellow'>per la prima volta dal 1974 i carri armati israeliani hanno attraversato la barriera di confine con il territorio siriano e continuano ad avanzare nella zona cuscinetto.</mark> Netanyahu afferma che <strong>l’accordo di demarcazione con la Siria è crollato a causa del ritiro delle truppe siriane</strong> di Assad.<strong> Amir Ohana</strong>, portavoce della <em>Knesset</em> israeliana su <em>X</em>: «Quello che sta succedendo in Siria è positivo perché indebolisce l’Iran, il più grande nemico di Israele.<mark class='mark mark-yellow'>Lo stato ebraico sta portando avanti delle operazioni in Siria, alcune delle quali sono pubbliche, altre è meglio che restino segrete».</mark> I vertici israeliani discutono sulla necessità di bombardare luoghi strategici per evitare che cadano nelle mani di alcuni gruppi armati ostili. Nel primo pomeriggio, fonti locali testimoniano che a Dmasco<strong> il palazzo adibito al rilascio dei passaporti</strong> e altre strutture militari, sono state bombardate. E ancora, sempre fonti locali riferiscono che anche l’aeroporto militare di Mezzeh è stato soggetto a pesanti bombardamenti. Secondo quanto riportato da <em>Time of Israel</em>, decine di aerei dell&#8217;aviazione israeliana entrano nello spazio aereo siriano per colpire numerosi obiettivi in ​​tutto il Paese per <strong>distruggere &#8220;armi strategiche&#8221;</strong>. Inoltre, a causa di combattimenti nell&#8217;area di confine con lo stato ebraico, il portavoce militare israeliano dell&#8217;IDF<strong> Avichay Adraee</strong> attraverso <em>X</em> invita già in mattinata i civili siriani di <em>Qfaniya, Quneitra, Al Hamidiyah</em> e <em>Qahtaini </em>di rimanere in casa per la loro sicurezza. Sempre <em>Time of Israel</em> rivela inoltre che <mark class='mark mark-yellow'>da mesi lo stato ebraico sta costruendo una barriera al confine con lo stato siriano &#8211; che assomiglia ad una trincea e che è stata chiamata “New East” &#8211; per impedire l’attraversamento dei veicoli.</mark></p>
<blockquote class="twitter-tweet" data-media-max-width="560"><p><a href="https://twitter.com/hashtag/%D8%B9%D8%A7%D8%AC%D9%84?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#عاجل</a> فرقة الجولان 210 تنفذ أعمالًا دفاعية على الحدود نظرًا لتقييم الوضع وفي ضوء رفع الجاهزية على جبهة هضبة الجولان على مدار الساعات الأربع والعشرين الماضية تنتشر قوات جيش الدفاع برًا وجوًا حيث تقوم قوات لواء الجولان (474) على الحدود في مهام جمع المعلومات وحماية مواطني… <a href="https://t.co/oL2Z4tzeAy">pic.twitter.com/oL2Z4tzeAy</a> — افيخاي ادرعي (@AvichayAdraee) <a href="https://twitter.com/AvichayAdraee/status/1865805994716217638?ref_src=twsrc%5Etfw">December 8, 2024</a></p></blockquote>
<p><script src="https://platform.twitter.com/widgets.js" async="" charset="utf-8"></script></p>
<p>Così in poche ore <strong>l’esercito dello stato ebraico occupa la zona cuscinetto istituita nel 1974</strong> e poi revoca la zona militare chiusa imposta nelle aree di Merom Golan-Ein Zivan e Buq&#8217;ata-Khirbet Ein Hura. Il ministro degli esteri afferma però che<strong> lo spiegamento di truppe in territorio siriano è una misura &#8220;limitata e temporanea&#8221;</strong> volta a garantire la sicurezza di Israele durante la confusione seguita alla caduta di al-Assad.</p>
<p>Le reazioni della comunità internazionale non si fanno attendere. Al <em>Doha Forum</em>, il ministro di Stato del <strong>Qatar</strong> <em>Mohammed bin Abdulaziz al-Khulaifi</em> afferma che il suo Paese sosterrà pienamente il processo politico previsto dalla risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: <mark class='mark mark-yellow'>«Il conflitto è tra il regime siriano e i siriani stessi, non tra la Siria e altri paesi. Pertanto, sosteniamo pienamente qualsiasi percorso che fornisca soluzioni per tali questioni».</mark> Ad Istanbul, città che ospita il maggior numero di rifugiati siriani, migliaia di persone sono scese in strada per festeggiare, da quando è stata diffusa la notizia della caduta di Damasco. Coloro che hanno familiari e immobili in Siria, iniziano ad organizzare i preparativi per tornare finalmente a casa. Nel frattempo sempre durante il <em>Doha Forum</em>, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan afferma che il suo Paese vuole contribuire a “garantire la sicurezza” in Siria. «<strong>La Turchia</strong> &#8211; scrive in un post su <em>X</em> &#8211; <strong>è pronta ad assumersi la responsabilità di tutto ciò che è necessario per curare le ferite della Siria e garantire l&#8217;unità, l&#8217;integrità e la sicurezza</strong>». La posizione di Ankara è da considerare in relazione alla presenza nel nord della Siria di organizzazioni a maggioranza curda, considerate da Erdogan una grave minaccia per il paese. E ancora, <strong>Geir Pedersen</strong> &#8211; inviato delle Nazioni Unite in Siria &#8211; afferma di essere pronto «a sostenere il popolo siriano nel suo cammino verso un futuro stabile e inclusivo». In una dichiarazione pubblicata dal suo ufficio, <mark class='mark mark-yellow'>esorta i siriani a «dare priorità al dialogo, all’unità e al rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani mentre cercano di ricostruire la loro società.</mark> Che il popolo siriano sia messo in grado di iniziare a tracciare un nuovo percorso per soddisfare le proprie aspirazioni».</p>
<p>E inifine, intorno alle sette di domenica sera, anche il presidente uscente degli Stati Uniti<strong> Joe Biden</strong>, si esprime in diretta nazionale sulla questione e definisce il momento come <mark class='mark mark-yellow'>un’opportunità storica per il popolo della Siria.</mark> Si dichiara favorevole a dare supporto al paese affinchè nasca una <strong>&#8220;Siria indipendente e sovrana&#8221;</strong> con una sua costituzione e un nuovo governo determinato dal popolo siriano.  Nel suo discorso &#8211; durato poco più di 10 minuti &#8211; afferma che gli Stati Uniti nel corso delle ore precedenti hanno condotto decine di attacchi aerei di precisione in Siria &#8211; supportando le operazioni israeliane &#8211; prendendo di mira ciò che rimane dei campi dello Stato Islamico. Dall’altro lato, il neo eletto <strong>Donald Trump</strong> rimarca il fatto che l’esercito americano ha ancora 9000 unità attive nel paese e sui social twitta un categorico “<em>This is not our fight”</em>. Mentre il consigliere per la sicurezza nazionale<strong> Jake Sullivan</strong> elimina l’ipotesi di un intervento armato nella guerra civile siriana. «Gli Stati Uniti &#8211; dice Sullivan &#8211; continueranno ad agire nella misura necessaria per impedire allo Stato Islamico di sfruttare l’opportunità della guerra civile per riaffermarsi». Su richiesta della Russia, <strong>lunedì pomeriggio il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà</strong> per discutere degli sviluppi in Siria mentre l&#8217;Iran apre una linea di comunicazione diretta con la leadership sunnita siriana, nel tentativo &#8211; riporta <em>Middle East Eye</em> &#8211; di &#8220;impedire una traiettoria ostile&#8221; tra i due paesi. Mentre la Banca centrale siriana conferma di restare operativa e che i depositi dei cittadini sono intatti e al sicuro.</p>
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		<title>Mandato d&#8217;arresto per Netanyahu, Gallant e Deif. La CPI: &#8220;Condizioni calcolate per distruggere una parte dei civili di Gaza&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Nov 2024 22:13:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Corte Penale Internazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;È stato emesso all&#8217;unanimità un mandato d&#8217;arresto nei confronti del Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dell&#8217;ex ministro della Difesa israeliana Yoav Gallant e di Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri, comunemente noto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="630" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/11/Progetto-senza-titolo.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Mandati di arresto corte penale internazionale 21 nov 2024" /></p><p>&#8220;<span class="ILfuVd" lang="it"><span class="hgKElc">È </span></span>stato emesso all&#8217;unanimità un <strong>mandato d&#8217;arresto</strong> nei confronti del Primo ministro israeliano <strong>Benjamin Netanyahu</strong>, dell&#8217;ex ministro della Difesa israeliana<strong> Yoav Gallant</strong> e di<strong> Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri</strong>, comunemente noto come Deif&#8221; e capo dell&#8217;ala militare di Hamas. Cosi&#8217; si legge in una<a href="https://www.icc-cpi.int/news/situation-state-palestine-icc-pre-trial-chamber-i-rejects-state-israels-challenges"><strong> nota </strong>pubblicata sul sito web</a> della<strong> Corte penale internazionale</strong>. L&#8217;<strong>accusa</strong> è di aver commesso &#8220;<strong>crimini contro l&#8217;umanità</strong> e <strong>crimini di guerra</strong> sul territorio dello <strong>Stato di Israele</strong> il 7 ottobre 2023 &#8211; nel caso di Deif &#8211; e dello <strong>Stato di Palestina</strong> almeno dall&#8217;8 ottobre 2023 al 20 maggio 2024&#8243;. <mark class='mark mark-yellow'><span class="ILfuVd" lang="it"><span class="hgKElc">È</span></span> la prima volta nella storia che i giudici della CPI emettono mandati d&#8217;arresto anche nei confronti di esponenti politici &#8211; in questo caso di particolare rilievo &#8211; che hanno solidi legami con i governi occidentali.</mark> <span class="ILfuVd" lang="it"><span class="hgKElc">É</span></span> doveroso sottolineare che oltre a Deif &#8211; ritenuto direttamente <strong>responsabile del massacro</strong> del 7 ottobre 2023 -, la Procura aveva richiesto anche <strong>l&#8217;arresto</strong> di altri due esponenti di Hamas &#8211; <strong>Ismail Haniyeh </strong>e<strong> Yahya Sinwar</strong> &#8211; ma, essendo stata confermata la morte di entrambi, le accuse sono state ritirate.</p>
<p>In base al diritto Internazionale, sono <strong>124 gli Stati che hanno aderito alla CPI: </strong>ciò significa che, se i tre soggetti contro cui è stato emesso il mandato dovessero <strong>entrare</strong> in uno di questi Paesi, <strong>verrebbero immediatamente arrestati. </strong>Tuttavia, è doveroso evidenziare come la Corte non abbia un organo sovrastatale predisposto all&#8217;effettiva applicazione del mandato, quindi <strong>l&#8217;attuazione della sentenza</strong> spetta sempre e comunque agli Stati singoli e sovrani. In quest&#8217;ottica, infatti, si spiegherebbe perchè lo scorso settembre, la <strong>Mongolia</strong> abbia accolto a braccia aperte il presidente russo <strong>Vladimir Putin</strong> &#8211; su cui pende un mandato d&#8217;arresto internazionale &#8211; nonostante il Paese abbia aderito allo <em>Statuto di Roma, </em>documento fondativo della CPI.<em><br />
</em></p>
<p><strong>Christian Elia</strong>, giornalista che si occupa di <strong>Medio Oriente</strong> da molti anni, e coautore<a href="https://dig-awards.org/news/jaccuse-il-video-della-lectio-di-francesca-albanese-e-christian-elia-a-dig-2024/"> del volume </a><em><a href="https://dig-awards.org/news/jaccuse-il-video-della-lectio-di-francesca-albanese-e-christian-elia-a-dig-2024/">J&#8217;Accuse</a>, </em>a scritto a quattro mani con la<em> Special Rapporteur</em> delle Nazioni Unite sulla questione palestinese<strong> Francesca Albanese -</strong><em>,</em> commenta per <em>Magzine</em>  la decisione della Cortw: <mark class='mark mark-yellow'>&#8220;La Corte si è espressa di fronte all&#8217;evidenza e alle prove di cio&#8217; che sta accadendo. Questo apre uno scenario estremamente interessante.</mark> Fino ad ora, infatti, sono stati emessi mandati nei confronti solo di un certo tipo di leader &#8211; anche alleati di Paesi occidentali, certo &#8211; ma sempre quando questi erano &#8211; più o meno &#8211; in uno stato di declino politico. In questo caso, invece, parliamo di un primo ministro in carica ed è un avvenimento storico&#8221;. Elia, parlando <strong>dell&#8217;importanza della sentenza,</strong> ha inoltre evidenziato come &#8220;da qui ad un tempo indeterminato il<strong> primo Ministro</strong> di Israele <strong>non potrà più recarsi fisicamente</strong> in tutti i Paesi occidentali, e questo un grave danno&#8221; <strong>diplomatico</strong> per Tel Aviv.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La richiesta dei mandati era stata presentata lo scorso maggio dal procuratore capo della Corte, <strong>Karim Khan.</strong></mark> Poco dopo averla depositata, sulla base delle indagini sino a quel momento condotte, lo Stato di Israele ha presentato una serie di<strong> ricorsi</strong> con l&#8217;intento di farla ritirare. Sulla base dell&#8217;<strong>articolo 19.2</strong> dello Statuto ha cercato di opporsi all&#8217;indagine del procuratore, evidenziando come<strong> lo Stato ebraico non avesse mai firmato lo Statuto di Roma</strong> e per questa ragione i membri della Corte <strong>non avrebbero avuto la competenza giuridica per indagare</strong> e perseguire crimini commessi da parte di cittadini con nazionalità israeliana. Rispondendo al tentativo di bloccare sul nascere l&#8217;indagine, la Corte ha risposto però che <mark class='mark mark-yellow'>&#8220;<strong>non è necessario</strong> che uno Stato <strong>abbia firmato</strong> o ratificato lo Statuto per evitare che vengano avviate indagini ai fini di accertare la commissione di crimini di guerra o di crimini contro l&#8217;umanità.</mark>Inoltre, in questo particolare caso, la Corte può esercitare la sua funzione sulla base della <strong>giurisdizione territoriale</strong> della <strong>Palestina</strong>&#8220;.</p>
<p>Considerata la delicatezza del caso, i giudici hanno tenuto a spiegare pubblicamente la decisione per evitare ogni equivoco possibile. Si legge nella nota: &#8220;La Corte ha ritenuto che vi siano <strong>fondati motivi</strong> per ritenere che gli abitanti di Gaza<strong> siano stati privati</strong> di<strong> beni indispensabili</strong> alla loro<strong> sopravvivenza,</strong> compresi cibo, acqua, medicine e forniture mediche, nonché carburante ed elettricità. Si ritiene per questo che Netanyahu e Gallant abbiano<strong> ostacolato consapevolmente</strong> gli aiuti umanitari in<strong> violazione del diritto internazionale</strong> umanitario&#8221;.</p>
<p><span class="ILfuVd" lang="it"><span class="hgKElc">I giudici hanno </span></span>altresì evidenziato che<strong> le accuse sono basate</strong> su una serie di<strong> prove </strong>- al momento catalogate come &#8220;segrete&#8221; &#8211; fornite da sopravvisuti, testimoni oculari, a cui si aggiungono materiale video autenticato, foto e audio, immagini satellitari.<mark class='mark mark-yellow'>&#8220;Nessuna chiara necessità militare o altra giustificazione ai sensi del diritto internazionale umanitario può essere identificata per le restrizioni di accesso alle operazioni di soccorso umanitario. </mark> La Corte ha scoperto, infatti, che ci sono motivi ragionevoli per ritenere che la mancanza di forniture di base per la sopravvivenza <strong>abbia creato condizioni di vita calcolate</strong> per provocare la distruzione di una parte della popolazione civile a Gaza&#8221;, hanno concluso i giudici.</p>
<p>Questo <em>modus operandi</em> lo si evince anche attraverso &#8220;l&#8217;imposizione di un assedio totale sulla Striscia&#8221; ha riferito Khan , che ha concluso, evidenziando l&#8217;importanza dell&#8217;equità nell&#8217;applicazione della legge internazionale: &#8220;Se non dimostriamo la nostra volontà di <strong>applicare la legge allo stesso modo</strong>, creeremo le condizioni per il <strong>suo crollo</strong>. Così allenteremo i restanti legami che ci tengono insieme&#8221;.</p>
<p>La<strong> risposta</strong> dello Stato ebraico non si è fatta attendere. “La decisione<strong> antisemita</strong> della Corte penale internazionale equivale al<strong> moderno processo Dreyfus</strong>, e finirà così. Israele respinge con disgusto le azioni e le accuse assurde e false contro di esso da parte della Corte Penale Internazionale, che è un organismo politico parziale e discriminatorio”, ha pubblicamente<strong> dichiarato</strong> il primo ministro Netanyahu. Elia, sulla base di quanto scritto in <em>J&#8217;Accuse,</em> ha commentato il riferimento storico fatto dal ministro e ha evidenziato come <strong>la strategia</strong> di riportare alla luce fatti storici, strumentalizzandoli, sia parte della strategia comunicativa di Israele sin dalla sua nascita: &#8220;Sono più di trenta anni che le istituzioni israeliane<strong> tentano di sovrapporre l&#8217;antisemitismo alla legittima critica</strong> e denuncia di eventuali <strong>crimini di guerra</strong> contro l&#8217;umanità commessi dallo Stato ebraico. <mark class='mark mark-yellow'>In questo caso, <strong>spacciare per antisemitismo</strong> quella che è una mera azione legale di fronte a <strong>evidenti</strong> crimini di guerra documentati, non fa altro che agitare<strong> il vero spettro di quell&#8217;antisemitismo</strong></mark> &#8211; per intenderci, quello vero e non quello fomentato strumentalmente &#8211; che purtoppo ancora oggi esiste e che danneggia tutti quegli ebrei che, in giro per il mondo, sono costretti a pagare le conseguenze di uno dei capitoli più oscuri della storia moderna&#8221;.</p>
<p>In questo scenario, i <strong>media mainstream</strong> hanno contribuito spesso a fare il gioco dello stato ebraico. &#8220;Banalmente &#8211; prosegue<strong> Elia &#8211; </strong>non rispettando il principio della <strong>promulgazione di informazioni</strong> sulla base del <strong>pluralismo delle fonti.</strong><mark class='mark mark-yellow'>Per esempio, l&#8217;<strong>esercito israeliano</strong> &#8211; dal 7 ottobre &#8211;  è diventato non solo l&#8217;unica fonte citata in molti casi ma addirittura è stata identificata come <strong>&#8220;fonte verificata&#8221;</strong>. </mark> A questo punto mi chiedo come possiamo verificare ciò che riportano le IDF se non è permesso ai giornalisti occidentali di accedere ai territori della Striscia di Gaza&#8221;.</p>
<p>Dal 7 ottobre 2023, la <strong>controffensiva di Israele</strong> ha ucciso <strong>44mila palestinesi:</strong> la maggioranza di essi &#8211; riporta <a href="https://www.ohchr.org/en/press-releases/2024/11/un-special-committee-finds-israels-warfare-methods-gaza-consistent-genocide"> l&#8217;ultimo rapporto di 154 pagine delle Nazioni Unite</a> &#8211;  e&#8217; costituita da <strong>donne e bambini</strong>, secondo le autorità sanitarie che operano all’interno del territorio assediato. Circa il 90% dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza è stato costretto a lasciare le proprie case.</p>
<p>Il caso alla Corte Penale Internazionale è <strong>separato</strong> dalla <a href="https://www.magzine.it/la-corte-internazionale-di-giustizia-si-e-espressa-contro-israele-il-caso-non-puo-essere-archiviato/">battaglia legale intrapresa dal<strong> Sud Africa</strong> presso la <strong>Corte Internazionale di Giustizia</strong> contro lo Stato di Israele, accusato di star commettendo <strong>un genocidio</strong></a> ai danni della popolazione palestinese. Gli avvocati di Israele, che negano ancora oggi ogni accusa, hanno sostenuto in tribunale che la guerra a Gaza è una guerra di legittima difesa.</p>
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		<title>Operazione iraniana &#8220;HONEST PROMISE&#8221;: ATTACCO O SPETTACOLO?</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Apr 2024 07:58:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marco Castellini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
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		<description><![CDATA[Nella notte di sabato 13 aprile delle strisce luminose hanno attraversato i cieli del Medio Oriente. Si trattava di una forza composta da circa 300 tra missili e droni, lanciati ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="992" height="558" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/04/tel-aviv.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="tel aviv" /></p><p>Nella notte di sabato 13 aprile delle strisce luminose hanno attraversato i cieli del Medio Oriente. Si trattava di una forza composta da circa 300 tra missili e droni, lanciati dall’Iran e diretti verso il territorio israeliano. Il nome dell’operazione era <em>Honest promise</em>, e non è stato scelto a caso. <a href="https://twitter.com/khamenei_ir/status/1777947450365395025">Dal suo account di X,</a> l’Ayatollah Khamenei aveva dichiarato che il “malvagio regime sionista” sarebbe stato punito.</p>
<p><strong>L’attacco iraniano contro Israele</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>L’attacco di Teheran ha tenuto il Medio Oriente col fiato sospeso, sebbene si sia rivelato alquanto inefficace sul piano pratico</mark>. Il 99% dei velivoli è stato abbattuto prima che potesse raggiungere gli obiettivi dal sistema di intercettazione <em>Iron Dome</em>, con l’aiuto di aerei statunitensi, britannici e francesi e l&#8217;appoggio locale di Egitto e Giordania. Subito dopo la missione permanente all’Onu della Repubblica islamica ha rilasciato <a href="https://twitter.com/Iran_UN/status/1779269993043022053">una comunicazione </a>secondo cui la questione poteva dirsi conclusa, ma che in caso di un altro “errore” da parte del “regime israeliano” la reazione sarà molto più severa.</p>
<p><strong>Perché l’Iran ha attaccato</strong></p>
<p style="text-align: left;"><mark class='mark mark-yellow'>Se ufficialmente l’azione è stata compiuta in rappresaglia al raid che il primo aprile aveva colpito il consolato della Repubblica islamica in Siria, esso va inserito nel contesto della guerra non ufficiale tra l’Iran e Israele, che perdura ormai da anni sia sul territorio siriano, fin dai primi anni della guerra civile, che su quello iraniano</mark>. Lo stato ebraico, infatti, si è reso responsabile di numerosi attacchi contro <a href="https://www.agi.it/estero/news/2020-11-14/raid-omicidi-mirati-guerra-segreta-israele-10286572/">obiettivi strategici in territorio iraniano</a>, <a href="https://amwaj.media/media-monitor/state-media-in-iran-hail-attack-on-israel-amid-crackdown-over-questions-raised">di omicidi mirati contro personalità di spicco del regime </a>e <a href="https://www.timesofisrael.com/mossad-killed-irans-top-nuke-scientist-with-remote-operated-machine-gun-nyt/">scienziati che lavoravano al programma nucleare</a>: «Non si è trattato soltanto di una ritorsione per il raid sul consolato quanto un modo per far capire a Israele che la pazienza strategica era finita e scoraggiarlo dal continuare questo genere di azioni», afferma Luciana Borsatti, giornalista e scrittrice esperta dell’Iran, autrice del libro &#8220;L&#8217;Iran al tempo delle donne&#8221; (Castelvecchi): «Ma sorprendere è stato proprio la portata di questo attacco diretto. Finora Teheran aveva evitato di attaccare direttamente Israele, preferendo invece fornire supporto alle milizie sciite di Hezbollah in Libano e agli Houthi in Yemen, oltre che ad Hamas, sebbene questa sia un’organizzazione sunnita».</p>
<p><strong>Cosa cambierà dopo questo attacco?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>È difficile dire quali saranno gli effetti di questa azione. Dal governo israeliano si parla di una rappresaglia contro Teheran, mentre gli Stati Uniti hanno fatto appello per una de-escalation prima che la situazione possa degenerare</mark>. L’attacco iraniano, infatti, per quanto massiccio, è stato respinto in breve tempo, e <a href="https://asia.nikkei.com/Spotlight/Iran-tensions/U.S.-denies-Iran-gave-72-hours-notice-of-attack-on-Israel">pare che i governi vicini, tra cui gli alleati degli Stati Uniti, siano stati avvertiti con un anticipo di 72 ore, affermazione comunque smentita parzialmente da Washington. </a>Ciò ha fatto pensare più a un’operazione dimostrativa piuttosto che a un reale intento di colpire il nemico giurato. Secondo Luciana Borsatti, «la decisione è stata presa dopo lunghe discussioni interne, e sarebbe stata resa necessaria dal fatto che un attacco ad una sede diplomatica non poteva non avere risposta. D’altro canto l’Iran non ha interesse a scatenare una guerra contro Israele perché ciò vorrebbe dire dover combattere anche gli Stati Uniti e i loro alleati, un conflitto da cui l’Iran uscirebbe sconfitto».</p>
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		<title>La fotografia di Nicole Tung, testimone ad Istanbul</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2022 16:54:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[Nicole Tung è una delle fotoreporter più esperte di Medio Oriente, di cui da anni esplora le vittime e le conseguenze delle guerre. Dal 2011, in particolare, si è occupata ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1066" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/foto-nicole-tung-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="foto nicole tung 1" /></p><p style="font-weight: 400;"><strong>Nicole Tung</strong> è una delle fotoreporter più esperte di Medio Oriente, di cui da anni esplora le vittime e le conseguenze delle guerre. Dal 2011, in particolare, si è occupata di <strong>Siria</strong> e dal 2012 risiede ad <strong>Istanbul</strong>. La sua voce, reduce da un’esperienza che le ha permesso di vedere, conoscere, capire in prima persona questi due Paesi, è guida sapiente per una rilettura delle dinamiche dell’attentato che lo scorso 13 novembre ha colpito il cuore della città turca.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>In quanto cittadina di Istanbul, come descriverebbe il clima che si respira tra le varie etnie che vivono in città?</strong></p>
<p>Vivo in Turchia dal 2012. In quell’anno sono arrivati molti profughi dalla Siria e dall’Afghanistan e i turchi sono stati molto accoglienti nei loro confronti. Almeno fino a quando l’economia non è entrata in crisi. Ovviamente la pandemia ha peggiorato le cose. <mark class='mark mark-yellow'>Molte persone non erano in grado di portare cibo a tavola nelle proprie case e la loro rabbia si è sfogata soprattutto verso gli stranieri e, quindi, i profughi. Adesso ci sono molti problemi con la Siria, perché i turchi pensano che i siriani stiano rubando loro il lavoro. Non è così, ma ormai è il luogo comune, uno stereotipo.</mark> Parlando genericamente, i turchi sono molto accoglienti e aperti, anche perché la Turchia è sempre stato un Paese crocevia nel mondo. Molti diplomatici e scrittori sono soliti venire ad Istanbul per lavoro e socialità: questa è sempre stata storicamente una città molto variegata.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Qual è il ruolo della fotografia di fronte a eventi come quello che una settimana fa ha scosso le vie di Istanbul?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Penso che il primo filmato diffuso dell’attentato di domenica sia stato girato con il cellulare di chi si trovava lì a fare shopping. Soltanto dopo l’attacco abbiamo potuto vedere le immagini dei fotografi professionisti. Nella nostra epoca, il fatto che ciascuno possegga un proprio smartphone ci mette nella condizione di vedere immediatamente l’impatto di ciò che accade. Ma questo non significa necessariamente averne una migliore comprensione. <mark class='mark mark-yellow'>Spetta al foto-giornalista dare un significato al contesto, in questo caso dell’attentato. Il ruolo del foto-giornalismo è proprio questo: contestualizzare, dare profondità alla testimonianza. Permettere alle persone di capire più a fondo quello che sta succedendo.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>&#8220;Il ruolo del fotogiornalismo è contestualizzare, dare profondità alla testimonianza. Permettere alle persone di capire più a fondo quello che sta succedendo&#8221;.</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Il caso degli attentati terroristici, poi, paradigmatico: la polizia è molto veloce a chiudere l’area per motivi di sicurezza, quindi diventa difficile accedervi e vedere direttamente le conseguenze dell’accaduto. <mark class='mark mark-yellow'>Viale Istiklal si trova ad appena cento metri da dove vivo io; quaranta minuti dopo l’esplosione mi sono recata sul posto ma anche con un tesserino da giornalista non potevi avvicinarti, né vedere niente in più rispetto ai passanti.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Qual è la differenza tra eventi simili e la guerra, da un punto di vista foto-giornalistico? E come si pone lei, nel ruolo di fotoreporter, di fronte ai conflitti?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Si tratta di situazioni molto diverse. Quando devi coprire un evento di guerra, sai che c’è un conflitto in corso. In qualche modo è come se “ti aspettassi l’inaspettabile”. Lavori su storie, il che non significa semplicemente andare lì e scattare fotografie. <mark class='mark mark-yellow'>Bisogna costruire una narrativa attraverso le immagini.</mark> <mark class='mark mark-yellow'>Quando lavoro il mio primo interesse è per la popolazione civile.</mark> Ogni volta che vado in <a title="Siria" href="http://www.nicoletung.com/syria-war-on-civilians">Siria</a>, per esempio, (e per me non importa se si tratti di curdi o arabi), le persone che soffrono di più sono i civili e i bambini, che ora non hanno niente se non la guerra.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>&#8220;In Siria le persone che soffrono di più sono civili e bambini. Ogni volta che ritorno, le loro condizioni di vita e povertà sono sempre peggiori: non c&#8217;è lavoro, non c&#8217;è denaro per ricostruire, c&#8217;è un&#8217;economia molto piccola.&#8221;</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Ogni volta che ritorno, le loro condizioni di vita e povertà sono sempre peggiori. In queste situazioni non c’è lavoro, non c’è denaro per ricostruire, c’è un’economia molto povera. Quindi sì, possiamo anche iniziare a parlare di cambiamento climatico, risorse idriche, diritti delle donne, ma lì la gente non può neanche vivere e nutrirsi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/foto-nicole-tung-2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-60110" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/foto-nicole-tung-2.jpg" alt="foto nicole tung 2" width="1600" height="1066" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Le autorità del governo turco hanno indicato responsabile dell’attentato di domenica la milizia curda del PKK e quella dei curdi siriani dell’YPG, che ha con la prima stretti legami. Poi ha portato avanti una operazione militare. Lei ha lavorato a lungo in Siria, ha conosciuto dal vivo le condizioni di vita del popolo. Quali sono i rapporti tra i due Paesi?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">È una situazione molto complicata dal punto di vista geopolitico. Il Nord della Siria è vicino ad arabi e curdi: l’ovest è guidato da una fazione araba, di cui molte persone non condividono i legami politici con la Turchia; l’Est, invece, è guidato dall’amministrazione curda, accusata dai turchi di rapporti con il PKK. Cosa che effettivamente ha. <mark class='mark mark-yellow'>Il conflitto con la Turchia va avanti dagli anni Ottanta e spesso è stato utilizzato da quest’ultima come pretesto per impossessarsi del controllo di alcune aree della Siria Nord-orientale e dell’approvvigionamento idrico del fiume Eufrate. Penso che, in ogni guerra, ognuna delle due parti abbia la rogna. Anche in questa guerra, nessuna delle due ha ragione, a causa del modo in cui è condotta: l’uno contro l’altro, e tutti sempre contro i civili.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>(Immagini copyright Nicole Tung, pubblicate per gentile concessione dell&#8217;autrice)</em></p>
<p style="font-weight: 400;">
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		<title>Pellicole dal Medio Oriente, per capire davvero il 2011</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2021 06:23:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Cozzaglio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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		<category><![CDATA[FESCAAAL]]></category>
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		<category><![CDATA[rivoluzioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Medio Oriente ha diversi nomi: uno più tecnico (Asia occidentale) e uno dai tratti più esotici (Vicino Oriente). Quest’ultimo termine solitamente è meno utilizzato, ma pone l’accento sulla vicinanza ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1367" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/48329014862_289ca025c5_k.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="48329014862_289ca025c5_k" /></p><p>Il Medio Oriente ha diversi nomi: uno più tecnico (<em>Asia occidentale</em>) e uno dai tratti più esotici (<em>Vicino Oriente</em>). Quest’ultimo termine solitamente è meno utilizzato, ma pone l’accento sulla vicinanza che molti Paesi hanno con il Mediterraneo e quindi con il suo centro geografico, l’Italia. Il problema è che spesso i racconti su questa regione del globo scadono in ricostruzioni semplicistiche o basate su stereotipi. <mark class='mark mark-yellow'>Le narrazioni più efficaci sono quelle proposte in prodotti cinematografici realizzati da registi del posto liberi da uno &#8220;stile occidentale&#8221;, una qualità fondamentale in particolare in occasione di eventi rilevanti come le rivoluzioni del 2011.</mark></p>
<p><strong>Alessandra Speciale</strong> è la direttrice artistica del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina (<strong>FESCAAAL</strong>) di Milano che da 30 anni cerca di essere un ponte tra culture e occasione di confronto su temi e registri stilistici non intercettati dai media italiani.</p>
<p><strong>Quali sono gli elementi distintivi del festival? Quale tipo di narrazione si vuole fare delle varie aree geografiche coinvolte e in particolare del Medio Oriente?</strong></p>
<p>Il FESCAAAL è a tutt’oggi l’unico festival in Italia sul cinema dei 3 continenti: Africa, Asia e America Latina e per sua stessa natura è principalmente rivolto ad opere internazionali, anche se da più di dieci anni rivolge la sua attenzione anche al cinema italiano, con una sezione competitiva dedicata a film di registi italiani girati in Africa, Asia e America Latina o su temi relativi all’Italia multiculturale. La zebra prismatica, immagine iconica del festival, assurge a simbolo di una società in continuo cambiamento e sintetizza la vocazione di apertura e ricerca del FESCAAAL che da 30 anni porta a Milano e in Italia la vivace scena artistica e culturale dei 3 continenti, con un’attenzione particolare al cinema di qualità e alle nuove generazioni. <mark class='mark mark-yellow'>Da sempre i principi fondanti del nostro festival sono stati quelli di promuovere e diffondere una nuova rappresentazione e un nuovo racconto, esprimere insofferenza ai cliché, ribaltare le prospettive e mostrare rigore etico nelle scelte in campo cinematografico e culturale.</mark> Nel 2011 abbiamo inaugurato una sezione speciale di approfondimento intitolata “<strong>Mondo Arabo</strong>”, durata tre anni, che aveva l’ambizione di mostrare la produzione creativa audiovisiva che nasceva dagli sconvolgimenti socio-politici che stavano avvenendo nella regione.</p>
<p>Allo scoppio delle rivoluzioni, molti film erano realizzati “a caldo”, segnati da modalità di ripresa specifiche: presa diretta e inquadrature molto ravvicinate di scene di repressione o di rivolta. <mark class='mark mark-yellow'>Ma dopo due anni il posizionamento dei registi era mutato. Prima di tutto perché il momento storico non è più lo stesso: ci sono state elezioni politiche che hanno portato i Fratelli Musulmani al potere sia in Tunisia che in Egitto. E poi, i registi hanno ritrovato la “distanza” che è per loro necessaria una volta che il momento di sommossa è passato. L’atteggiamento riflessivo ha ripreso il suo posto, così come la preoccupazione di costruire film secondo precisi procedimenti formali.</mark> Il caso di <em>Crop</em> di <strong>Marouan Omara</strong> e <strong>Johanna Domke</strong> è particolarmente significativo nel contenuto come nella forma. La lettura degli avvenimenti politici contemporanei è realizzata attraverso un’analisi storica che torna indietro fino al tempo dei faraoni. Questa prospettiva temporale appare come una rivincita che il regista si prende sull’impatto violento dell’evento presente. Questo fatto è ancora più rilevante in quanto sottolinea come l’entusiasmo rivoluzionario faccia parte del passato: il disincanto favorisce la presa di distanza. In secondo luogo, il reflusso dell’ardore conduce ad un ritorno alla rappresentazione: il film è una riflessione sia sulla realtà politica sia sulla sua rappresentazione in immagini.</p>
<p><strong>Nonostante le differenti ambientazioni e i vari temi del Vicino Oriente, ci sono dei punti in comune tra i vari film? Se sì, quali?</strong></p>
<p>E’ difficile generalizzare perché il Medio Oriente comprende anche l’Iran che è un paese con un’industria cinematografica molto avanzata. Rimanendo nell’ambito dei paesi arabi, nelle opere dei registi si riscontrano alcuni temi ricorrenti: la realtà politica e sociale sempre presente, le questioni dell’identità e dello spazio, le migrazioni e i conflitti, la questione femminile, il conflitto tra tradizione e modernità. Il registro è quasi sempre realistico, ma negli ultimi anni si levano voci più originali e personali. Si privilegiano ad esempio il documentario e le forme di confine tra quest’ultimo e la finzione, si rifugge l’approccio più didattico dei pionieri e si risente di un’influenza post moderna nella contaminazione, nella decostruzione della narrazione e nella citazione ironica dei generi ma senza gusto per l’artificio. Conservano sincerità perché hanno un materiale visivo inedito da mostrarci: la vita che pulsa, la realtà drammatica e disperata, ma anche quella dinamica e innovativa di storie inedite.</p>
<p><strong>In ogni opera è possibile cogliere qualcosa di personale relativo al regista o alle persone rappresentate (diverse sensibilità a temi specifici, la propria storia…)?</strong></p>
<p>Molti registi esordienti si ispirano al proprio vissuto personale, soprattutto nella realizzazione di documentari spesso girati addirittura all’interno delle proprie famiglie. Uno dei temi più ricorrenti degli ultimi anni è il conflitto generazionale, la rivolta dei più giovani contro le imposizioni e in particolare il conformismo della società musulmana. <mark class='mark mark-yellow'>Sono molto interessanti anche le voci femminili: registe che, attraverso il loro talento, stanno contribuendo al cambiamento sociale e culturale nel loro paese affrontando questioni urgenti e rilevanti sulla realtà delle donne. Stanno anche introducendo approcci originali, nuovi linguaggi, elementi di rottura e percorsi inediti di rappresentazione della donna sugli schermi.</mark></p>
<p><strong>I film presentati al festival sembrano parlare non di uno, ma di tanti “Medio Orienti”, come tante tessere uniche e speciali di un mosaico molto complesso. Cosa può cogliere lo spettatore da questa complessità?</strong></p>
<p>La cosa più importante che può cogliere è il punto di vista che non è filtrato da un media occidentale ma viene direttamente da chi conosce e vive quotidianamente la realtà rappresentata.</p>
<p><strong>L’anniversario delle rivolte del 2011 costituisce un evento estremamente complesso da riprodurre sullo schermo. Quale rappresentazione ne è stata data tra i vari prodotti presentati al festival e come questa visione si differenzia da quella a noi nota tramite i media occidentali?</strong></p>
<p>La rappresentazione delle rivoluzioni è mutata negli anni: dalle prime immagini quasi da reportage del 2011 i registi si è passati a forme più sofisticate e meditate di raccontare l’esperienza rivoluzionaria fino ad arrivare ai film della post rivoluzione, in particolare in Egitto o in Siria che esprimono l’amarezza per qualcosa di mancato. Le rivoluzioni hanno dato nei primi anni un grande impulso alla creatività e anche alla denuncia del passati: l’improvvisa libertà di espressione ha svelato i cadaveri nell’armadio degli ex dittatori e per anni si sono visti film di denuncia dei loro crimini. C’è stata poi quasi un’inflazione del genere “film sulla rivoluzione” e gli stessi festival cinematografici hanno cominciato a rifiutarli a meno che non presentassero elementi di originalità. Dopo le sezioni Mondo Arabo dedicate nel 2011, 2012 e 2013 anche noi del FESCAAAL abbiamo privilegiato film che mettessero in rilievo le istanze del periodo post rivoluzionario, la minaccia salafita o che volgessero uno sguardo libero da censure sul passato.</p>
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