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	<title>magzine &#187; Mahsa Amini</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Donna, Vita, Libertà: il movimento delle donne curde che spaventa il regime iraniano</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jan 2025 12:43:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1200" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Woman_life_freedom_Richmondhill.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Woman_life_freedom_Richmondhill" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«Ci sono donne come la premio Nobel per la pace <strong>Narges Mohammadi</strong> che non possono essere toccate dal regime, perché ormai sono diventate figure internazionali; ma ce ne sono tante altre sconosciute che, semplicemente per aver cantato o ballato in strada, per non aver indossato il velo o per aver difeso i diritti umani, sono state arrestate e torturate: tra queste c’è <strong>Pakhshan Azizi</strong>». <strong>Rayhane Tabrizi è </strong>una delle attiviste più note dei dissidenti iraniani in Italia, fondatrice e presidente dell’<strong>associazione Manaà</strong></mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Pakhshan Azizi è un’assistente sociale curda di Mahbabad che ha dedicato la sua vita all’attivismo per i diritti umani, in particolare a favore delle minoranze vittime di quello che è stato poi proclamato un genocidio dello Stato islamico contro gli Yazidi. Ha lavorato nel Nord-Est della Siria e nel Kurdistan iracheno, aiutando i rifugiati, soprattutto donne e bambini, perseguitati o in fuga dallo Stato islamico. Proprio al suo ritorno dal Kurdistan iracheno, <mark class='mark mark-yellow'>nell’agosto 2023, è stata arrestata con l’accusa di <strong><em>baghi</em>,</strong> rivolta armata, ed è stata sottoposta a tortura per estorcerle delle dichiarazioni false. Nel 2024, dopo un lungo periodo di isolamento, è stata trasferita nella sezione femminile del carcere iraniano di Evin. Tra maggio e giugno dinnanzi a una Corte rivoluzionaria di Teheran si è svolto il processo a suo carico, che si è concluso con una sentenza di condanna a morte, confermata nelle scorse settimane dalla Corte suprema.</mark> Azizi si trova ora in balia dell’arbitrarietà del sistema giudiziario iraniano, dove non si può dare per scontato nessuno sviluppo: se, in generale, non si può negare a priori che un’esecuzione possa avvenire prima della ratifica da parte della Corte Suprema, non si può neppure escludere che quest’ultima decida di prendere in mano un caso, annullarne la condanna e rinviare il procedimento a un tribunale inferiore. Uno scenario del genere è probabile soprattutto in caso di forte mobilitazione sociale. Per questo <em><strong>Amnesty International</strong> </em>sta cercando di tenere alta l’attenzione sul caso, nel timore che il regime decida di procrastinare la pena capitale e procedere con l’esecuzione una volta calato il silenzio.</p>
<p style="font-weight: 400;">La storia di Pakhshan Azizi è quella di tante donne curde che, vivendo in un Paese a stragrande maggioranza sunnita come l’Iran, si trovano doppiamente discriminate: per il loro genere e per la loro appartenenza a una minoranza.</p>
<p style="font-weight: 400;">Da un lato, l’inferiore considerazione delle cittadine iraniane ha un valore specifico, la metà: le testimonianze delle donne valgono la metà di quelle degli uomini; le figlie ricevono la metà dell’eredità dei loro fratelli; il loro “prezzo del sangue” vale la metà.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dall’altro lato, la popolazione dei curdi è da sempre vittima di una forte politica repressiva da parte del regime, che ne teme le tendenze autonomistiche, se non separatiste. Nel Kurdistan iraniano, nel Nord-Ovest dello Stato, la resistenza contro il regime è forte, costante e accomuna tutte le età e classi sociali. <mark class='mark mark-yellow'>Ed è esplosa con la nascita di “<strong>Donna, Vita, Libertà</strong>”, il movimento di rivolta nato a seguito dell’uccisione di <strong>Mahsa (Jina) Amini</strong>, la giovane ragazza curda fermata dalla <em>Gasht-e Ershad</em>, la polizia morale, per aver indossato male il velo, poi ricoverata e morta dopo pochi giorni in ospedale</mark>. Un decesso che le autorità hanno giustificato adducendo presunte “patologie preesistenti”, smentite dalla famiglia, ma che ha scatenato la rabbia popolare: cittadini di ogni genere, età e classe sociale sono scesi in piazza a protestare contro l’autoritarismo del regime, al grido appunto, di “Donna, Vita, Libertà”, ossia “<strong><em>Zan, Zendegi, Azadi</em></strong>”, un antico slogan curdo.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Alla morte di Mahsa Amini cittadini di ogni genere, età e classe sociale sono scesi in piazza a protestare al grido di “Donna, Vita, Libertà”, “<strong><em>Zan, Zendegi, Azadi</em></strong>”</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Durante le proteste, le strade hanno iniziato brulicare di persone e ad essere scenari di atti di protesta emblematici e plateali: nell’aria il fumo dei foulard bruciati, a terra le ciocche dei capelli tagliate in segno di lutto per Mahsa Amini, tutt’intorno le immagini dei leader clericali sfregiate, le manifestanti in giro senza velo. Tutti i movimenti hanno partecipato alla contestazione e al movimento hanno aderito tutte le minoranze: è proprio la trasversalità di “Donna, Vita, Libertà” a spaventare così tanto il regime. «Ancora oggi le donne continuano a protestare in varie forme, ad esempio rifiutandosi di indossare il velo, che è diventato un po’ il simbolo della repressione &#8211; spiega Rayhane -. <mark class='mark mark-yellow'>Ma in realtà il velo è soltanto la punta dell’iceberg della totale mancanza di libertà che vige in uno Stato dittatoriale teocratico come l’Iran: non esistono le libertà di espressione, di stampa, di idee politiche, di potersi vestire come si vuole…»</mark>. La scelta di non portare l’hijab non è priva di rischi. «La sanzione più leggera è la multa, ma spesso vengono applicate punizioni più pesanti, come l’espulsione dalla scuola o dall’università, la perdita del posto di lavoro, il diniego di servizi sociali come l&#8217;accesso a un conto bancario o a cure ospedaliere, la carcerazione, fino alla pena di morte» racconta Tabrizi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>«Il velo è soltanto la punta dell’iceberg della totale mancanza di libertà che vige in l’Iran» spiega Rayhane Tabrizi</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Oltre agli aspetti repressivi, a preoccupare gli attivisti è anche la percezione estera della situazione iraniana, perché il presidente <strong>Masoud Pezeshkian</strong>, eletto nel luglio 2024, si è presentato come un riformista e il suo governo sta cercando di apparire agli altri Stati come maggiormente concessivo, nonostante la realtà dei fatti lo smentisca. «Sono quaranta, cinquant’anni che non cambia nulla, perché la repressione del regime continua a esistere e a essere forte. Ogni volta prima delle elezioni il clima è più disteso, per dare l’impressione di una maggior libertà, ma poi tutto torna come prima: le esecuzioni sono andate avanti e la discriminazione nei confronti delle minoranze è diventata ancor più aspra – commenta Rayhane -. <mark class='mark mark-yellow'>Il governo di Pezeshkian sta cercando di apparire più moderato, ma non è assolutamente vero, in realtà non c’è stata alcuna concessione di una maggiore libertà: l’intento è soltanto quello di ripulire la propria l’immagine attraverso la propaganda per evitare di essere sanzionati dalla comunità internazionale, perché in questo momento la Repubblica islamica è in ginocchio a livello economico e di risorse».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Nonostante il sistema iraniano possa apparire granitico e inscalfibile, le proteste continuano: il popolo e soprattutto i giovani stanno dimostrando di non essere più disposti a una tacita sottomissione alle regole del regime. Il sentimento popolare di rivolta è così forte che la Repubblica islamica risulta incapace di soffocarlo, anche qualora ci riuscisse, la volontà di ribellarsi tornerebbe inesorabilmente a galla.</p>
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		<title>Iran: una rivoluzione fatta di nomi, volti, storie</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2023 10:43:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Iran protest]]></category>
		<category><![CDATA[Mahsa Amini]]></category>

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		<description><![CDATA[Quattro impiccagioni “ufficiali”, oltre cinquecento morti negli scontri di strada, ventisei condanne alla pena capitale, estendibile ad un centinaio di altri potenziali destinatari. Sono numeri spaventosi che riassumono l’andamento delle ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="822" height="537" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/iran-3-copia.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="iran 3 copia" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Quattro impiccagioni “ufficiali”, oltre cinquecento morti negli scontri di strada, ventisei condanne alla pena capitale, estendibile ad un centinaio di altri potenziali destinatari. Sono numeri spaventosi che riassumono l’andamento delle proteste che da ormai quasi quattro mesi scuotono le strade dell’<strong>Iran</strong>.</mark> Cifre che vanno prese e moltiplicate per il fattore ignoto che la disinformazione e i frequenti blocchi alla rete non permettono di conoscere, lasciando soltanto immaginare un esito numerico ben più elevato. Anche se «questa rivoluzione iraniana non vuole riportare soltanto i numeri, ma dare soprattutto un nome e un volto alle storie, ad ogni storia». A parlare è <a href="https://www.instagram.com/pegah_moshirpour/"><strong>Pegah Moshir Pour</strong></a>, giovane attivista iraniana che, come ama presentarsi lei stessa, è “nata tra i racconti del <em>Libro dei Re</em> e cresciuta tra i versi de <em>La Divina Commedia</em>”. «Solo raccontando le storie e facendo nomi e cognomi è possibile dire anche quello che il regime cerca di nascondere e aiutare le famiglie di chi viene arrestato a tutelarsi dall’interno».</p>
<div id="attachment_61550" style="width: 400px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/pegah-moshir-pour.jpeg"><img class="size-full wp-image-61550" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/pegah-moshir-pour.jpeg" alt="L'attivista iraniana Pegah Moshir Pour." width="400" height="400" /></a><p class="wp-caption-text">L&#8217;attivista iraniana Pegah Moshir Pour.</p></div>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>La pena di morte è l’arma di cui il governo teocratico di <strong>Teheran</strong> si sta servendo per punire, spaventare e silenziare la popolazione che esercita il proprio diritto di manifestare, attuando una serie di processi farsa a porte chiuse e senza tutela legale e di “assassini di Stato”, come li ha definiti l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani,<strong> Volker Türk</strong>.</mark> Le vittime della repressione di cui si ha notizia, però, rappresentano soltanto una parte di quelle effettive, perché molte delle famiglie coinvolte, minacciate dallo Stato, non parlano. «Noi sappiamo di quattro condanne a morte, ma in realtà questo è il numero che l&#8217;esecutivo vuole che si sappia – prosegue Pegah –. Nelle regioni del <strong>Baluchistan</strong>, <strong>Kurdistan</strong>, <strong>Khuzestan</strong>, per esempio, è in atto un vero e proprio genocidio: le minoranze etniche in Iran sono oggetto di persecuzione dal 1979, quando è nata la Repubblica islamica. La televisione però non ne parla, neanche quella occidentale, ma le persone dovrebbero rendersi conto della portata limitata dell’informazione e conoscere una verità che, se non fosse per gli attivisti in loco, rischia di rimanere nell’oscurità».</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Una delle principali motivazioni addotte dal regime per giustificare e legittimare le condanne consisterebbe nella volontà di punire i rivoltosi, colpevoli – come dimostrato da una collezione di prove fittizie raccolte ad hoc – dell’uccisione di un <em><strong>basij</strong></em>. Il termine fa riferimento a un brutale corpo paramilitare attivo nel Paese in tutti i casi considerati sensibili per il regime. Il modello di reclutamento e&#8217; volontario.</mark> I membri sono ragazzi, donne e uomini indistintamente. Gli stessi che, incaricati della repressione, per le strade ammazzano chi protesta a colpi di spari e manganellate. <span class='quote quote-left header-font'>«Nella logica del regime se viene ammazzato un basij la sua morte corrisponde a quella di venti o trenta civili. I ragazzi sono pienamente coscienti di ciò a cui vanno incontro, ma lo fanno lo stesso, mossi dalla convinzione che &#8220;se non possono realizzarsi in questo posto, sono comunque condannati a morire&#8221;» spiega l&#8217;attivista Pegah Moshir Pour.</span> «C’è uno slogan usato dai giovani protagonisti della rivoluzione che recita: “Se ne uccidi uno, ce ne sono mille dietro”. Nella logica governativa, infatti, se viene ammazzato un basij la sua morte corrisponde a quella di venti o trenta civili – spiega l’attivista –. I ragazzi sono pienamente coscienti di ciò a cui vanno incontro, ma scelgono comunque di assumersi il rischio mossi dalla convinzione che “se non possono realizzarsi in questo posto, sono comunque condannati a morire”».</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Nel Paese la situazione interna è sempre più drammatica: l’inflazione si attesta a livelli storici, il valore della moneta iraniana è pressoché nullo, la soglia di povertà elevatissima &#8211; sono più di 20 milioni le famiglie che non riescono ad arrivare ai primi 5/10 giorni del mese.</mark> «Oltre alla carne, alle uova e altri prodotti alimentari, non si riescono ad acquistare neanche i medicinali: per esempio è sempre più complicato comprare le pillole per il diabete. È un’emergenza umana, che è necessario far conoscere nella sua realtà, nonostante la tv nazionale dica tutt’altro». <mark class='mark mark-yellow'>«L’<strong>Unione Europea</strong> ha un grande ruolo: interrompere ogni rapporto commerciale o diplomatico con l’Iran, riconoscere come illegittima la Repubblica islamica e dare tempo alla popolazione di formare dei partiti democratici senza impedimenti.</mark> Solo così è possibile assestare i giusti colpi al regime e impedire al popolo di tornare indietro, perché regredire equivale ad auto-condannarsi».</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>In Iran la situazione interna è drammatica: tra inflazione a livelli storici, valore della moneta pressoché nullo, soglia di povertà elevatissima, persecuzioni etniche e religiose. L&#8217;appello degli attivisti: «È un&#8217;emergenza umana e dobbiamo farla conoscere».</span></p>
<p style="font-weight: 400;">L’appello degli attivisti volge alla mobilitazione delle coscienze, che può rivelarsi fondamentale, per incoraggiare e sostenere chi protesta, tutelare i soggetti nel mirino dello Stato e sollecitare un intervento da parte delle organizzazioni mondiali governative. «Può sembrare strano che un hashtag possa influenzare l’esito di una rivoluzione, soprattutto in <strong>Italia</strong> dove non è pratica così comune, eppure si tratta di uno strumento potentissimo» afferma Pegah, rivelando l’arma principale della battaglia che combatte in nome della giustizia e della democrazia, cercando di portare in tendenza espressioni come <strong>#Iranprotest</strong> o <strong>#StopexecutioninIran</strong>.</p>
<p style="font-weight: 400;">È difficile comprendere quali siano le motivazioni, i principi, le speranze che muovono dei ragazzi di vent’anni a persistere nell’inseguimento della propria causa, anche quando agli obiettivi sperati si sostituiscono ulteriori restrizioni e il prezzo costa come la propria vita. La spiegazione è nelle strofe di una <a href="https://www.youtube.com/watch?v=SmHpGpcADbI">canzone</a>, quella che <strong>Shervin Hajipour</strong> ha composto, nei primi giorni dallo scoppio delle proteste, raccogliendo i tweet della campagna “<em>per cosa sto manifestand</em>o”. <mark class='mark mark-yellow'>Le persone scendono in strada in nome della libertà, perché non ce l’hanno. Scendono in strada in nome di tanti “per”, che risuonano sulle note della canzone di Shervin: “Per la libertà di ballare per strada; per la paura di baciare; per mia sorella, tua sorella, le nostre sorelle; per il cambiamento delle menti marce; per il desiderio di una vita normale; per il bambino che raccoglie i rifiuti e i suoi sogni; per l’economia corrotta, l’aria inquinata, gli alberi appassiti di via ValiArs; per il pianto ininterrotto, per un volto sorridente, per il senso della pace; per gli studenti, il futuro, gli intellettuali imprigionati. Per il sole che sorge dopo lunghe notti.”</mark></p>
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		<title>Iran, la rivoluzione contro il silenzio</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2022 13:13:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Arcai]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Mahsa Amini]]></category>

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		<description><![CDATA[A due mesi dall’inizio della rivolta iraniana una corte di Tehran ha sentenziato le prime due condanne a morte per due manifestanti. Entrambi sono accusati di aver preso parte alle ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="664" height="498" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/teheran.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Proteste Iran" /></p><p>A due mesi dall’inizio della rivolta iraniana una corte di <strong>Tehran</strong> ha sentenziato le prime due condanne a morte per due manifestanti. Entrambi sono accusati di aver preso parte alle proteste innescate dalla morte di <strong>Mahsa Amini</strong>, ritenuta colpevole di non tenere il velo in modo adeguato.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> La giovane generazione che anima le piazze è determinata perché &#8220;non ha nulla da perdere, né speranze&#8221;, spiega un&#8217;attivista. E se il popolo iraniano non può gridare giustizia, la comunità internazionale deve fare conoscere la loro realtà </span></p>
<p>I manifestanti &#8211; fa sapere la magistratura iraniana &#8211; sono accusati del reato più grave della Repubblica Islamica, il moharebeh, l’offesa a Dio e allo Stato. Loro potrebbero essere i primi di una lunga serie: dei 14-15mila arrestati sono almeno venti i ragazzi che rischiano la pena capitale. “Nel paese è stato tolto l’accesso a Internet: non possiamo sapere se i numeri che ci dicono siano veri: sicuro non sono meno, ma potrebbero essere di più&#8221; sottolinea a <em>magzine.it</em> <strong>Moje</strong>, un’attivista iraniana.</p>
<p><strong>Rivoluzione 2.0</strong><br />
Ed è proprio dal ciuffo di capelli e dal velo che il popolo iraniano ha iniziato a scontrarsi contro la dittatura: “Questa presa di posizione non si può definire come una semplice protesta, questa è una Rivoluzione 2.0”, dice a <em>magzine.it</em> <strong>Tiziana Ciavardini</strong>, giornalista ed esperta di Iran. <mark class='mark mark-yellow'> Una rivoluzione in evoluzione che è scoppiata proprio da lì, dal taglio repentino di una ciocca di capelli e dal bruciare un simbolo: il velo. Un messaggio forte e chiaro per il governo iraniano e per il Presidente Raisi. </mark> Il governo cerca di contenere l’ondata di rivoluzione, ma niente può davanti alla volontà di cambiamento. La volontà profonda è però iniziata molto tempo fa: non a caso l’ultimo gesto di rivoluzione è stato dare alle fiamme la casa museo di Ruḥollāh Khomeini, simbolo per l’Iran della promessa non mantenuta di maggiore libertà. Ora però la rivoluzione per essere 2.0 ha dovuto reinventarsi, prima con l’aggiunta delle università e professori di ogni ordine e grado alle manifestazioni. Poi con il trend lanciato sui social: lo “schiaffo al turbante dei religiosi”. Questo per tenere alta l’attenzione, senza arrendersi. <mark class='mark mark-yellow'> “Dobbiamo ringraziare le persone che manifestano, certamente, ma più di tutti dobbiamo ringraziare chi fa i video degli attacchi contro la folla e li pubblica in rete, consapevole che poi verrà segnalato dalle autorità allo stato”, puntualizza Ciavardini. </mark> Poi prosegue: “Il popolo iraniano non può urlare, non può gridare giustizia. Noi abbiamo il dovere di far conoscere la loro realtà”. Alla domanda di quale video le fosse rimasto più impresso non ha dubbi: un diciassettenne che mentre stava passeggiando con i suoi coetanei viene colpito da un proiettile in pieno volto. Poi il sangue a terra, le urla e il corpo, sopra un carretto, coperto con un cartello pubblicitario. “La famiglia per riavere la salma dovrà spendere dei soldi e il funerale dovrà essere fatto in fretta e furia. In Iran non devono esserci sospetti; di questo non se ne deve parlare”, denuncia. Anche a Moje sono rimasti impressi negli occhi le immagini delle repressioni dei manifestanti: “nei video si vede che la polizia spara all’altezza della faccia delle persone”, con l’intenzione di uccidere.</p>
<p><strong>Silenzio</strong><br />
Davanti a una comunità internazionale che spesso davanti alle grida dei manifestanti sceglie il silenzio, la Germania del cancelliere Scholz sceglie una linea dura contro l’Iran e richiama i connazionali in terra tedesca. Il Premier francese Macron incontra attivisti e senza parlare dà un chiaro segno, “che sia poi in solidarietà del popolo o contro l’Iran in quanto paese ricco, è tutto da vedere” commenta Tiziana Ciavardini.<br />
Dall’Italia però ancora nessun messaggio di solidarietà. “Prima si poteva capire il silenzio, ma ora, con la scarcerazione di Alessia Piperno, la blogger arrestata e detenuta nel carcere di Evin, ci si aspetta una presa di posizione forte.”, conclude. Ma ancora niente di tutto questo. Solo una telefonata del Ministro degli Esteri Iraniano Amirabdollahian al suo omologo italiano Tajani; il focus si limita allo scambio commerciale e culturale tra i due paesi.<br />
<mark class='mark mark-yellow'> Il silenzio della comunità internazionale è sottolineato anche da Moje, che spiega che “tutti i paesi dovrebbero fare pressione perché il governo iraniano si sente libero di compiere qualsiasi tipi di crimine contro i manifestanti”. </mark> La polizia morale – spiega l’attivista &#8211; in Iran è stata protagonista di brutali repressioni riprese in diversi video, e può continuare ad agire indisturbata solo se i paesi occidentali non prendono posizione.<br />
La straordinarietà di queste proteste, secondo Moje, sta nella determinazione di chi scende in piazza a non fermarsi davanti a nulla, nemmeno davanti alle prime condanne a morte dei manifestanti. “Questa è una rivoluzione, non stiamo chiedendo al governo di migliorare la nostra condizione. Tutti gli uomini del regime devono andare via, è questo quello che vogliamo”. La legge, prosegue Moje, “si basa e si fa forte della religione, quindi non è modificabile”.<br />
Chi manifesta, però, è determinato a ribaltare il regime, spiega l&#8217;attivista. Si tratta di “una generazione di giovanissimi, che non ha alcuna speranza di poter vivere una vita migliore sotto questo regime”. Per questo le ragazze e i ragazzi che scendono in piazza sono pronti a rischiare la vita, “l’unica cosa che gli iraniani hanno da perdere”. Sanno che chiedere la tutela dei diritti umani fondamentali può costare caro. Ecco perché si sta diffondendo una nuova pratica: girare un video testamento prima di andare a manifestare. <mark class='mark mark-yellow'> “Prima di scendere in piazza i ragazzi e le ragazze registrano un filmato dicendo che quello potrebbe essere l’ultimo giorno della loro vita, ma che sono felici di sacrificarsi per la libertà”, argomenta Moje. </mark> Alle manifestazioni partecipano anche gli uomini, tiene a precisare: “Stiamo parlando di tutto il popolo”, uniti contro un governo per cui l’uccisione di Mahsa Amini è solo l’ultimo episodio di repressione. “Tutto questo è arrivato alla cronaca come un fatto straordinario, ma in Iran è la normalità”.</p>
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