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	<title>magzine &#187; libertà</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>FDU a Milano: i diritti delle donne sono i diritti di tutti</title>
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		<pubDate>Sun, 07 May 2023 10:17:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Pellaco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Fatima Haidari]]></category>
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		<description><![CDATA[Diritti, ora. Il Festival dei Diritti Umani li ha invocati a gran voce attraverso incontri, film, mostre e contenuti e format pensati per gli studenti delle scuole superiori di Milano ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1508" height="862" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/Screen-Shot-2023-05-07-at-11.48.36.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Screen Shot 2023-05-07 at 11.48.36" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>Diritti, ora.</mark> Il <strong>Festival dei Diritti Umani</strong> li ha invocati a gran voce attraverso incontri, film, mostre e contenuti e format pensati per gli studenti delle scuole superiori di Milano e non solo. Dal 3 al 6 maggio la rassegna milanese ha alzato lo sguardo sui diritti con alcuni eventi in streaming sulla piattaforma <a href="https://www.festivaldirittiumani.stream/" target="_blank">festivaldirittiumani.stream</a> e in presenza, alla <em>Cineteca Milano MIC</em> e al <em>Memoriale della Shoah</em>. <mark class='mark mark-yellow'>I focus principali di questa ottava edizione sono stati tre: grandi crisi umanitarie, disuguaglianze crescenti e pericoli e pregi dell’intelligenza artificiale.</mark><br />
Il direttore del Festival <strong>Danilo De Biasio</strong> racconta come la scelta del Memoriale abbia un significato ben preciso: «Questo è un sacrario laico di cosa è stata la storia dei diritti umani nella loro violazione. Qui partivano i treni per Auschwitz, e quindi qui sono cominciate le peggiori ritorsioni contro le minoranze. Questo luogo ci insegna che i diritti non sono mai conquistati per sempre».<br />
Il Memoriale è un luogo simbolico in cui all’ingresso campeggia la scritta &#8220;indifferenza&#8221;, atteggiamento diffuso sui diritti calpestati che il Festival intende contrastare fin dalla sua nascita. <mark class='mark mark-yellow'>Il luogo è significativo quanto il titolo dell&#8217;edizione, &#8220;<strong>Rights Now</strong>&#8220;.</mark> Due parole che, come spiega De Biasio, rievocano il bisogno immediato di chiedere maggiori diritti: «Lo vediamo tutti i giorni: aumentano le disuguaglianze, c’è una crisi ecologica sconvolgente, ci sono le guerre che stanno scoppiando in molti luoghi del mondo. E allora è il momento di dire che c’è bisogno di più diritti per tutti, perché altrimenti sono privilegi, sapendo bene che lo fai in un momento in cui la politica premia esattamente l’opposto, ovvero la sottrazione dei diritti umani».</p>
<div id="attachment_66423" style="width: 1776px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/equità.jpeg"><img class="size-full wp-image-66423" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/equità.jpeg" alt="Foto: Leo Brogioni" width="1776" height="1184" /></a><p class="wp-caption-text">Foto: Leo Brogioni</p></div>
<p>Durante i quattro giorni del Festival si avvicendati speakers con tante cose da dire. Abbiamo raccolto le testimonianze di quattro donne impegnate nella difesa dei diritti umani. Perché i diritti delle donne sono i diritti di tutti.</p>
<h2>Pegah Moshir Pour</h2>
<p><mark class='mark mark-yellow'> «La libertà è ciò che sono oggi: è viaggiare, parlare, postare, stare con chi voglio, vestire come voglio. La libertà è tutto: è respirare, è non avere il timore di morire da un momento all’altro». </mark> Quando parla di diritti, gli occhi di <strong>Pegah Moshir Pour</strong> brillano. L’emozione le incrina appena la voce ma il tono torna subito fermo e deciso, rafforzato dalla consapevolezza di una donna che sa che la libertà non è cosa scontata.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Pegah è una giovane attivista per i diritti umani e digitali, come ama definirsi. L’attaccamento per il suo paese, l’Iran, che ha lasciato con i genitori da bambina, non attenua il senso di radicamento che prova per l’Italia, dove è cresciuta. Pegah è l’emblema di una generazione che non conosce confini e che ha fatto del web sia lo strumento di lotta nei confronti di governi autoritari sia la via per rivolgersi a un pubblico globale. </mark> Proprio attraverso i social network, l’attivista ha sempre cercato un canale diretto con le persone, per diffondere maggiore consapevolezza su questioni che l’hanno toccata da vicino. Dal tema della cittadinanza italiana alle discriminazioni di genere, fino al canto di rivolta e speranza di donne e uomini iraniani che da settembre stanno protestando contro un regime che soffoca ogni forma di libertà.</p>
<div id="attachment_66418" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/pegah.jpeg"><img class="wp-image-66418 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/pegah-300x200.jpeg" alt="Pegah Moshir Pour. Foto: Leo Brogioni" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Pegah Moshir Pour. Foto: Leo Brogioni</p></div>
<p>«Sono attivista da quando ho 15 anni perché ero senza cittadinanza italiana e ho iniziato a sensibilizzare le persone sul tema della cittadinanza – racconta Pegah –. Essendo donna e straniera ho vissuto tutti gli stereotipi e le discriminazioni. <mark class='mark mark-yellow'> Dal settembre scorso ho deciso di parlare dell’Iran in maniera più approfondita, perché vedevo che non c’era informazione, e l’unico posto in cui potevo comunicare erano proprio i social media. Ho iniziato a postare video e foto ogni giorno, facendo la cronaca dettagliata di quello che accadeva». </mark> Questo lavoro assiduo di diffusione di informazioni corrette ha portato Pegah ad avere un riconoscimento da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a portare la voce degli iraniani sul palco dell’Ariston nell’ultima edizione del Festival di Sanremo. L’intensità della lotta che stanno portando avanti gli iraniani è tutta raccolta nel gesto finale di Pegah, che si scioglie i capelli e dedica le sue parole alla libertà.</p>
<p>Con Pegah, i social diventano dei megafoni, canali diretti in grado di oltrepassare confini, sfidare regimi e censure, condividere le informazioni per costruire insieme le basi di una società democratica. «Anche il diritto digitale è un diritto umano, perché consente l’accesso a internet, all’informazione, alla condivisione. Nei Paesi dove c’è la censura, sappiamo cosa vuol dire non avere accesso a internet ma quando si vive in contesti democratici, non ci si pone il problema di come accedere a internet o comunicare con le persone».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> Proprio i social stanno avendo un ruolo importante nelle rivolte scoppiate in Iran a settembre a seguito della morte di Mahsa Amini, accusata dalla polizia religiosa di non indossare in maniera corretta l’hijab. Aveva 23 anni. </mark> L’ondata di proteste ha conquistato l’attenzione dei media occidentali ma secondo Pegah proprio questa attenzione è andata sempre più scemando ed è stata anche intaccata da ricostruzioni non sempre corrette.</p>
<p>«I media occidentali all’inizio, vedendo donne che bruciavano il velo e hanno portato l’attenzione sul velo – denuncia Pegah –. Ma non è una questione religiosa, anzi ci sono tante donne con il velo che manifestano. Se ne parlava molto in maniera sbagliata e molti islamofobi hanno cavalcato l’onda mediatica parlando dell’Iran come se fosse una liberazione dal velo. In realtà non è esattamente così».</p>
<p>Narrazioni false e imprecise hanno spinto Pegah e altri attivisti a prender parola, per riportare le testimonianze, le foto, i video provenienti dall’Iran: «Grazie ad altri attivisti nel mondo abbiamo aiutato i giornali che volevano ascoltarci a fornire una narrazione degli avvenimenti più corretta. Non è una guerra religiosa ma di potere e politica. La religione prevede la libera scelta della donna. Il regime non sta rispettando nemmeno la religione e questo gli iraniani lo sanno ma è importante parlarne. Se n’è parlato all’inizio di più, ora c’è troppo silenzio. Mi rendo conto che a distanza di tempo l’attenzione vada scemando, ma non possiamo permettere che il regime vinca».</p>
<p>Pegah continua ad essere la voce di storie e persone. La sua attività non conosce confini, proprio perché è consapevole che i diritti sono fragili e una volta conquistati non vanno dati per scontati. «Anche in Italia sul tema dei diritti c’è ancora tantissimo da fare. Se solo pensiamo ai diritti che le generazioni precedenti hanno conquistato e ora li stiamo mettendo in discussione come il diritto all’aborto che in Iran dal 1979 è stato il primo diritto ad esser tolto. <mark class='mark mark-yellow'> Non dobbiamo mettere in discussione i diritti che sono stati acquisiti, non è scontato che restino per sempre. C’è tanta strada da fare perché abbiamo dei retaggi culturali che ci portiamo avanti. In tutto il mondo non c’è una parità di genere nonostante abbiamo una parità numerica tra uomo e donna ma non è una parità riconosciuta nella società». </mark></p>
<p>L’attivismo di Pegah è lo specchio di una lotta 2.0, che viaggia instancabile sui social e sulla rete, in grado di raggiungere tutti, perché nessuno possa dire: io non sapevo.</p>
<h2>Fatima Haidari</h2>
<p><strong><span style="font-weight: 400;">“Se parlo da donna afghana, la libertà per una donna è poter andare a scuola, poter lavorare, poter essere la persona che scelgo di essere. Ma in Afghanistan, al momento, tutto questo è impossibile”. Metà capo coperto dal velo, le spille colorate che le fermano i capelli neri appena visibili, <strong>Fatima Haidari</strong> emana la consapevolezza di chi ha vissuto cose terribili. Ad agosto 2021, i talebani hanno conquistato Kabul e lei è stata costretta a venire in Italia e lasciare la sua famiglia e la sua carriera da guida turistica in Afghanistan, per poter continuare a vivere. Ha ricominciato la sua vita da zero qui a Milano: si è iscritta all’Università Bocconi, ha creato il suo gruppo di amici, e ha ripreso a fare i tour online, come una qualsiasi ventiquattrenne. Ma in lei rimane vivo il trauma, la preoccupazione di ciò che sta succedendo laggiù. “Non so se posso dire di rappresentare le donne afghane perché sto vivendo una vita normale, che in Afghanistan è difficile da immaginare. Alle donne è vietato andare a scuola, all’università e fare anche le cose più semplici che prescindono dall’essere donna, come andare al parco, in palestra. Non possono nemmeno uscire da sole”. Fatima alza la voce quando deve ricordarci l&#8217;amara verità: <mark class='mark mark-yellow'>“Per la vita a cui sono costrette, le donne non hanno diritti di base e dunque non sono considerate nemmeno esseri umani”.</mark></span></strong></p>
<div id="attachment_66419" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/fatima.jpeg"><img class="wp-image-66419 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/fatima-300x198.jpeg" alt="Fatima Haidari. Foto: Leo Brogioni" width="300" height="198" /></a><p class="wp-caption-text">Fatima Haidari. Foto: Leo Brogioni</p></div>
<p><strong><span style="font-weight: 400;">C&#8217;è poi un altro dato. Di fronte alla guerra in Ucraina, il resto dei conflitti è passato in secondo piano e l’Afghanistan è scomparso dalle testate internazionali. “Se ne sono dimenticati. Io sto provando a dare il mio contributo, non importa quanto piccolo sia. Spero che le organizzazioni che salvaguardano i diritti umani, che all’inizio si erano mobilitate tanto, lo facciano ancora”. Consapevole della fortuna che ha avuto &#8211; di poter fuggire e trasferirsi in un Paese pacifico e libero -, Fatima sfrutta il palco del Festival dei diritti e i social media per raccontare quello che sta succedendo. <mark class='mark mark-yellow'>“Ci sono madri i cui mariti sono morti da soldati oppure a causa delle esplosioni che, non potendo lavorare, sono costrette a dover vendere i propri figli per procurarsi da mangiare e per salvare gli altri. Ci sono delle mie amiche che si augurano che nessun&#8217;altra donna, nessun’altra bambina nasca in Afghanistan perché è peggio dell’inferno.”</mark> Rimanere indifferente è impossibile. “Quale crisi può essere più urgente di questa dove una madre è costretta a vendere il proprio figlio per farne sopravvivere altri?” </span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/BVH9KwTe84g" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h2></h2>
<h2>Rula Jebreal</h2>
<p>Le donne che lavorano sotto regimi autoritari o in zone colpite dalla guerra sono la categoria più a rischio nel mondo del giornalismo in quanto vittime primarie della ricerca e della difesa della verità. È in nome di questo loro diritto violato che la giornalista e scrittrice <strong>Rula Jebreal</strong> ha preso parte all’incontro <strong><em>Rivolta: sostantivo femminile. Dialogo su un mondo inquieto</em></strong>, organizzato giovedì 5 maggio in occasione del Festival dei Diritti Umani al Memoriale della Shoah di Milano: «Difendo il loro diritto di fare giornalismo che in questo momento assomiglia ad un atto di resistenza, e di lavorare senza paura, perché questa professione non è un crimine». La Jebreal è in collegamento da Miami: là è mattino, a Milano quasi sera, ma l’universalità dei principi che la giornalista menziona colma il divario spazio-temporale. <mark class='mark mark-yellow'>«In un Paese civile la misura della sua civiltà e democrazia è la libertà di informazione e di opinione: quando questi principi sono minati, questo è il primo segnale di deriva autoritaria».</mark></p>
<p>A queste donne brutalizzate, attaccate, minacciate, Jebreal ha dedicato il suo ultimo libro,<em> Ribelli che stanno cambiando il mondo</em>: una raccolta di storie femminili che «resistono, credono e lottano» per portare luce nella tenebra fitta della corruzione e dell’ingiustizia. Tra loro c’è la giornalista indiana <strong>Rana Ayyub</strong> che, nonostante viva oggi nella paura dell’odio e della violenza per le sue indagini scomode sugli abusi del governo Modi, continua a lavorare per il <em>Washington Post</em> e altre reti americane, schierandosi per la verità. «Ammiro il suo coraggio, la sua tenacia, la sua resilienza», commenta l’autrice.</p>
<div id="attachment_66420" style="width: 1024px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/rula.jpeg"><img class="wp-image-66420 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/rula-1024x682.jpeg" alt="Rula Jebreal e Pegah Moshir Pour in dialogo con il direttore del festival Danilo De Biasio, durante l'incontro &quot;Rivolta: sostantivo femminile&quot;. Foto: Leo Brogioni" width="1024" height="682" /></a><p class="wp-caption-text">Rula Jebreal e Pegah Moshir Pour in dialogo con il direttore del festival Danilo De Biasio, durante l&#8217;incontro &#8220;Rivolta: sostantivo femminile&#8221;. Foto: Leo Brogioni</p></div>
<p><mark class='mark mark-yellow'>L’esistenza di un Festival dei Diritti Umani è più che mai necessaria e urgente oggi e non solo in Paesi autoritari ma anche nel più democratico Occidente.</mark> «Anche qui ci sono molti colleghi giornalisti che vivono sotto scorta, minacciati di continuo dai politici. Per la prima volta nella storia italiana provo grande preoccupazione per l’impatto sulla tenuta democratica della propaganda filo-russa: ci sono persone che a rete unificata continuano a rendersi veicolo di disinformazione e teorie complottiste». Non è un mistero che per Jebreal l’Italia si attesta ancora ad un livello molto arretrato in materia di diritti dell&#8217;informazione ma la guerra inaugurata da <strong>Putin</strong>, per la giornalista, è non solo un attacco territoriale all’Ucraina ma un assalto morale all&#8217;Occidente. <mark class='mark mark-yellow'>L’esportazione di una dittatura inizia con le parole, prima che con le armi e infetta la società in modalità lente e capillari. Il veleno delle parole è un contagio che si diffonde in fretta e che fomenta la miccia dell’odio</mark>: «Basti pensare, per esempio, al terrorista neo-nazista <strong>Luca Traini</strong>, le cui parole sono state citate come modello edificante in numerose altre occasioni: l’attentatore che nel 2018 ha ucciso cinquantacinque musulmani intenti a pregare nella Christ Church, in Nuova Zelanda, ha redatto un manifesto in cui si appellava proprio a Traini, oltre che a <strong>Donald Trump</strong>, citato come difensore della razza bianca».</p>
<p>Bisogna dunque stare all&#8217;erta: <mark class='mark mark-yellow'>«Quando si inizia a identificare le persone in base a chi siamo noi e a chi sono loro, quelli di razza diversa, si ricade nella retorica propria dei regimi nazisti degli anni Trenta: tutti i crimini di odio e i genocidi sono iniziati con le parole e temo purtroppo che queste non siano soltanto una manifestazione verbale, ma nascondano al suo interno molto altro».</mark><br />
<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/K0XQAI40aos" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h2>Sofiia Babakova</h2>
<p>C’è poi chi difende la propria libertà di vivere in pace ripartendo da zero, ma difende anche quella di coloro che restano, nonostante l’infuriare della guerra. <strong>Sofiia Babakova</strong> è una ragazza ucraina di 18 anni. Partita da Kharkiv, è arrivata a Milano poco dopo l’invasione della Russia. I suoi progetti di ragazza, neanche maggiorenne, sono cambiati improvvisamente il 24 febbraio 2022. <mark class='mark mark-yellow'>«La Sofiia che viveva a Kharkiv poteva fare piani a lungo termine – racconta –, sapeva cosa voleva fare in futuro. Per la Sofiia che oggi vive in Italia, invece, è più difficile capire quale sarà il suo futuro».</mark></p>
<p>In Ucraina ha lasciato la nonna, che non se l’è sentita di abbandonare la terra dove è nata ed è sempre vissuta, e gli amici: «Alcuni studiano all’università, altri hanno già trovato lavoro e capisco quanto sia difficile abbandonare le proprie vite». Lei invece ha provato a ripartire dal nostro Paese. «Abbiamo impiegato quattro giorni per arrivare: prima abbiamo lasciato l’Ucraina, poi siamo entrati in Polonia e, dopo un giorno e una notte di viaggio, siamo arrivati in Italia».</p>
<p>Adesso Sofiia studia al liceo turistico Bertarelli-Ferraris e si sente grata di aver trovato in Italia tante persone che hanno voluto accoglierla con affetto. «Nei primi giorni tutti volevano aiutarmi, per esempio chiedendo se avessi bisogno di cibo, di vestiti oppure di supporto psicologico». Poi, con il passare del tempo, sono sorte nuove esigenze come la scuola e i corsi per studiare una nuova lingua. «Durante i primi giorni ho parlato solo inglese. Adesso mi sento più italiana rispetto a un anno fa: inizio a parlare un po’ la lingua e inizio a capire meglio come funzionano le cose in Italia». Essere riuscita a inserirsi nel migliore dei modi tra i suoi coetanei è stato decisivo, ma anche essere ospite di una famiglia l’ha aiutata molto. «Le prime parole che ho imparato sono state i comandi da dare al cane – ride –. &#8220;Seduto, dai la zampa!&#8221;».</p>
<p>Quando le chiediamo se in futuro ha intenzione di tornare a casa, le si illuminano gli occhi. <mark class='mark mark-yellow'>«Penso di sì, però voglio finire studiare qui in Italia. Poi vorrei tornare in Ucraina per aiutare il mio Paese a rialzarsi, perché quando finirà la guerra ci sarà da lavorare molto».</mark><br />
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		<title>Sessant&#8217;anni dalla morte di Sylvia Plath: una poetessa poliedrica</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Feb 2023 17:28:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lavinia Beni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Diari]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Sylvia Plath]]></category>

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		<description><![CDATA[“Sylvia scavava sempre più a fondo dentro se stessa. Voleva la verità e si metteva faccia a faccia anche con i suoi pensieri più torbidi, più bui. Ma era proprio ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="650" height="417" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/La-Capanna-del-Silenzio.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: La Campana del Silenzio" /></p><p>“Sylvia scavava sempre più a fondo dentro se stessa. Voleva la verità e si metteva faccia a faccia anche con i suoi pensieri più torbidi, più bui. Ma era proprio quella la parte più vera: la parte più scomoda. E lei voleva continuare a scavare e a far emergere la verità, bella o brutta che fosse”. Approfondire dentro il proprio sé, secondo <strong>Donatella Marcatajo</strong>, giovane pittrice e traduttrice, è stata un’azione fondamentale che caratterizza la natura di Sylvia Plath. Ogni volta si accede a uno strato sempre più profondo e si conosce qualcosa di nuovo. Forse è per questo che in lei convivevano mille sfaccettature ed <mark class='mark mark-yellow'>è bene non cercare di ingabbiarla in determinate etichette, come “la poetessa suicida” o la “poetessa depressa”.</mark> Donatella, che ha tradotto in italiano un libro sulla Plath, scritto da Dave Haslam e intitolato <em>La Mia Seconda Casa – Sylvia Plath a Parigi</em>, scardina gli stereotipi che gravano su di lei: <mark class='mark mark-yellow'>“Lei non era solo quello. È innegabile la depressione e il suicidio, ma lei era molto di più”. Oggi sono sessant’anni che la Plath è scomparsa: era l’11 febbraio del 1963</mark> quando Sylvia decise di togliersi la vita, infilando la testa nel forno della cucina, dopo aver sigillato la stanza dei suoi bambini con cura. Muore per avvelenamento da gas, a soli trent’anni, un mese dopo aver pubblicato il suo romanzo che l’ha resa celebre: <em>La campana di vetro</em>. Anche <strong>Antonella Anedda</strong>, poetessa e saggista italiana, spiega che è bene andare oltre il suo trascorso: “Troppo spesso si confonde l’opera con la sua autobiografia”. L’Anedda ci tiene a descriverla attraverso le espressioni di Amelia Rosselli, poetessa e traduttrice dei testi di Sylvia Plath, anch’essa morta suicida lo stesso giorno della Plath: l’11 febbraio 1996. “Mi piace ricordarla con le parole di Rosselli. Lei diceva che la forza di una poesia va letta a prescindere da quello che è stato il destino della sua autrice”.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>“<em>Sylvia scavava sempre più a fondo dentro se stessa. Voleva la verità e si metteva faccia a faccia anche con i suoi pensieri più torbidi, più bui. Ma era proprio quella la parte più vera: la parte più scomoda. E lei voleva continuare a scavare e a far emergere la verità, bella o brutta che fosse</em>”. Donatella Marcatajo racconta la poetessa.</span></p>
<p>L’esistenza di Sylvia è stata piena. Nata a Boston il 27 ottobre 1932, spesso aveva avuto un rapporto ambivalente con ciò che la circondava: con la madre Aurelia e con la sua stessa identità di mamma. <mark class='mark mark-yellow'>Un sentimento ambivalente anche nella relazione con i figli e con la sessualità. In lotta con le convenzioni dell’epoca, secondo cui la donna americana degli anni Cinquanta doveva essere una perfetta casalinga e moglie.</mark> Nella sua opera autobiografica <em>Diari</em> scrive: “Ma anche le donne hanno delle voglie. Perché devono essere relegate al ruolo di depositarie delle emozioni, custodi dei bambini, nutrici dell’anima, del corpo e dell’orgoglio dell’uomo?”. Donatella sta scrivendo una tesi proprio sul rapporto che la Plath aveva con la gravidanza e la maternità: “Lei amava molto i suoi figli. Dentro di lei, però, c’era un conflitto. Quel conflitto nato dalle forzature sociali, amplificato dal tradimento e dall’abbandono del marito Ted Hughes”.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Dai <em>Diari</em> della Plath: “<em>Ma anche le donne hanno delle voglie. Perché devono essere relegate al ruolo di depositarie delle emozioni, custodi dei bambini, nutrici dell’anima, del corpo e dell’orgoglio dell’uomo?</em>”.</span></p>
<p>Anche il matrimonio con Ted è complesso. Racconta Donatella: “Le cose andavano molto bene tra loro due fino alla nascita della prima figlia. Un amore anche anticonvenzionale per l’epoca: si dividevano i compiti e la giornata per occuparsi dei figli e della scrittura”. Ted Hughes è stato uno scrittore e un poeta famoso. Entrambi nutrivano stima intellettuale e letterale nei confronti dell’altro. “Poi è avvenuto il tradimento, poco dopo la nascita del secondo bambino”. <mark class='mark mark-yellow'>Tuttavia, nonostante la stima artistica che Ted aveva nei confronti della moglie, il marito decise di rendere pubbliche le sue opere censurando le parti che non gli piacevano.</mark> “Da un certo punto di vista è stato Ted che ha diffuso la sua opera, però l’ha rimaneggiata. Ha toccato la sua ultima raccolta di poesie – <em>Ariel</em> – che lei aveva già terminato. Sylvia era pronta per la stampa. Poi è morta e Ted ha inserito dei poemi che lei aveva scritto nell’ultimo periodo prima di suicidarsi. Ha stravolto tutto il concept che aveva dato Sylvia ed è come se l’avesse fatta passare per la poetessa suicida”. L’ultima poesia della raccolta <em>Ariel</em>, infatti, è “Orlo” o “Limite” (ci sono diverse traduzioni del titolo), pezzo che lei ha scritto proprio quando si trovava al limite dei suoi giorni.</p>
<div id="attachment_62805" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><img class="size-medium wp-image-62805" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/ilLibraio.it_-300x164.jpeg" alt="Fonte: ilLibraio.it" width="300" height="164" /><p class="wp-caption-text">Fonte: ilLibraio.it</p></div>
<p>Anche nei <em>Diari</em> si vede l’operazione di Ted: “Sembra che abbia cercato di imbavagliarla anche lì, soprattutto quando parla della sua libertà sessuale e dei rapporti che aveva intrattenuto con gli altri ragazzi prima di lui”.</p>
<p>I <em>Diari </em>contengono tutti i pensieri della Plath. Raccontano anche della sua depressione e ad un certo punto si trasformano in una sorta di diario terapeutico, momento che coincide con la sua psicoterapia. <mark class='mark mark-yellow'>Sylvia aveva già provato a suicidarsi. “Il suo gesto mi è sembrato sempre stridente con il periodo storico della sua vita che stava vivendo. Le volte che aveva tentato di morire combaciano con momenti specifici: quando aveva già superato delle fasi cupe e aveva varie porte aperte.</mark> Nel 1953 era una studentessa modello, tante l’avrebbero invidiata. Aveva raggiunto l’apice della sua carriera. Forse era proprio questo il problema: forse non riusciva a reggere l’apice, le aspettative e il successo. Nonostante lei avesse combattuto per tutta la sua vita per ottenere quell’apice”. Donatella Marcatajo crede che anche quando è riuscita a togliersi la vita il momento più cupo era già passato. “Stava vivendo un periodo di rivalsa, un nuovo inizio. Aveva appena concluso <em>Ariel</em>, raccolta in cui credeva molto, tanto da appellarla come l’opera che l’avrebbe fatta conoscere al mondo. Anche con Ted, secondo alcune testimonianze, il rapporto si era riappacificato e lui voleva tornare con lei”.</p>
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<div id="attachment_62807" style="width: 225px" class="wp-caption aligncenter"><img class="wp-image-62807 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/IMG_7105-225x300.jpg" alt="Fonte: Lavinia Beni" width="225" height="300" /><p class="wp-caption-text">Fonte: Lavinia Beni</p></div>
<p>Dal punto di vista letterario ci ha lasciato una grande eredità. Secondo la poetessa Antonella Anedda: “Il suo lavoro è stato anche ironico e scardinante sul linguaggio”. Una riscrittura della scrittura, un continuo processo creativo. “Scriveva in un modo celebrale”, Donatella si sente vicina alla Plath anche per come elaborava la realtà e ci tiene a liberarla da un’ulteriore etichetta che le è stata assegnata, quella della poetessa confessionale: “Secondo il mio parere e anche il parere di alcuni critici, <mark class='mark mark-yellow'>lei è qualcosa di unico e non fa parte strettamente della poesia confessionale. Paragonandola ad Anne Sexton o a Robert Lowell (i due esponenti principali del movimento) lei non scrive la poesia di getto, come fanno loro.</mark> Il suo modo di scrivere è studiato, c’è una forte simbologia dietro e non è facile capirla alla prima lettura. Lavorava e rielaborava continuamente le sue poesie”.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>”<em>È importante ricordare Sylvia Plath. Spesso, coloro che incappano in lei lo fanno perché trovano una forma di conforto nelle sue parole. Si sentono compresi e riescono a superare i momenti bui della vita</em>”. Donatella Marcatajo spiega perché è importante divulgare la sua opera.</span></p>
<p>È importante ricordare e divulgare l’opera di Sylvia Plath. “Spesso, tutti coloro che si avvicinano ai testi di Sylvia lo fanno perché trovano una forma di conforto nelle sue parole; si sentono compresi. Anche io mi sono sentita così, in un periodo buio della mia vita. Lei mi ha aiutato molto. Perciò penso che sia importante parlare della sua letteratura, così le persone possono ritrovarsi nei suoi discorsi. È anche un modo per uscire dall’oscurità. Ecco uno dei motivi per cui tengo a diffonderla qui in Italia”. Donatella ha aperto tre anni fa una pagina Instagram (“Sylvia Plath Italy”). L’altro sogno della traduttrice e pittrice è che Sylvia venga liberata dalle gabbie-etichette che le sono state cucite addosso. <mark class='mark mark-yellow'>La Plath era molto di più e “più la si rilegge, più si scava dentro di lei (come lei stessa faceva) e più si riesce a intravedere quel suo piccolo angolo che aveva a che fare con la sua personalità” che era poliedrica e tendeva alla libertà e all’autodeterminazione.</mark></p>
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<div id="attachment_62808" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><img class="wp-image-62808 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/IMG_7103-1024x768.jpg" alt="Fonte: Lavinia Beni" width="1024" height="768" /><p class="wp-caption-text">Fonte: Lavinia Beni</p></div>
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		<title>Quando il cinema si fa denuncia: le rivoluzioni arabe sul grande schermo</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2021 05:47:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando la Storia tocca il maxi schermo dei cinema, i registi occidentali la lasciano incarnare nelle vicende di singoli individui che puntano a narrare eventi molto più grandi. Siamo sommersi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="680" height="382" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/Nadir-Boumouch.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Nadir Boumouch" /></p><p><strong>Quando la Storia tocca il maxi schermo dei cinema, i registi occidentali la lasciano incarnare nelle vicende di singoli individui che puntano a narrare eventi molto più grandi</strong>. Siamo sommersi di film americani ed europei sull’Olocausto o sulle rivoluzioni del Settecento, ma riviviamo questi snodi del passato attraverso personaggi in cui ci immedesimiamo.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Non è questa la scelta compiuta dai registi nordafricani e mediorientali che hanno voluto raccontare al mondo che cosa sono state e che significato hanno avuto per le popolazioni locali le rivoluzioni arabe di dieci anni fa. I film confezionati in Paesi come la Tunisia, il Marocco, l’Egitto, la Siria hanno genesi contorte che rappresentano da sole la difficoltà di vivere in luoghi in cui la libertà era considerata un’utopia.</mark> Ciò che colpisce guardando queste opere – in alcuni casi si parla di registi alla primissima esperienza – è il modo in cui le proteste dilagate tra la metà di dicembre 2010 e il corso del 2011 si somigliano tutte, a prescindere dal luogo in cui sono avvenute. <strong>In prima linea ci sono sempre studenti – per lo più universitari, ma non solo – che richiamano i propri genitori e nonni alla rivolta contro i regimi che li hanno oppressi per decenni</strong>. Negli scontri lanciano pietre contro la polizia o verso i membri dell’esercito, si assiepano contro i palazzi del potere in un coro di “Dimettiti!”, “Vattene!”, “Vogliamo indietro la nostra dignità!”. <strong>Combattono nella consapevolezza di poter essere uccisi dai proiettili delle forze repressive, ma non cedono mai di fronte alla paura della morte</strong>. È il loro modo di denunciare al mondo l’ingiustizia e la corruzione di cui certi regimi sono capaci. <mark class='mark mark-yellow'>Da Rabat a Manama, passando per Il Cairo, Damasco, Amman e Sana’a, tutti chiedono tre cose: libertà, giustizia, dignità.</mark> Sono le parole con cui i manifestanti hanno trovato la forza di ribellarsi all’oppressione coltivando il sogno di una società finalmente uguale per tutti, con la democrazia come unica forma di governo possibile.</p>
<p>A dieci anni da questi eventi,<strong><em> Magzine</em> ha scelto tre film rappresentativi di altrettanti modi di narrare le rivoluzioni arabe</strong>.</p>
<p>Il primo è <strong><em>Karama has no walls</em></strong>, della regista scozzese-yemenita <strong>Sara Ishaq</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Il documentario realizzato si concentra sulle proteste pacifiche e sulle successive repressioni violente che hanno sconquassato Sana’a, capitale dello Yemen.</mark> I 26 minuti del film si dipanano entro una doppia cornice che <strong>racconta quanto accaduto durante il Venerdì della Dignità</strong> (18 marzo 2011, giorno di massima protesta contro il regime trentennale di Ali Abdullah Saleh con 57 morti – di cui 23 bambini – e oltre 200 feriti) così come vissuto da due famiglie residenti a Sana’a. A loro si aggiungono i racconti di Nasr e Khaled, due giovani cameramen. Sono questi i protagonisti del documentario: grazie alle testimonianze raccolte e all’inserimento di alcune riprese realizzate proprio da Nasr e Khaled, <strong>la regista sottolinea l’importanza che il concetto di dignità ha rivestito per la popolazione yemenita. Il titolo stesso del film ne è una prova: <mark class='mark mark-yellow'><em>karama</em> significa dignità e il riferimento ai muri non è casuale. Durante le proteste a Sana’a, è stata costruita una barriera per separare in due tronconi i manifestanti. Quel muro sorto nel bel mezzo della strada, però, è diventato il simbolo ultimo della repressione ed è stato attaccato dalle persone in protesta fino a essere abbattuto</strong>.</mark> Sara Ishaq, cresciuta e rimasta in Yemen fino all’età di 17 anni prima di trasferirsi in Scozia, racconta da regista la città della sua infanzia attraverso i filmati di altri giovani registi, chiudendo l’opera con alcune precisazioni che impreziosiscono ancor di più il documentario: i due cameramen sono rimasti gravemente feriti nel corso delle successive proteste, ma questo non ha impedito loro di tornare dietro la telecamera una volta guariti. <strong>La lotta per la libertà in Yemen prosegue, così come non si arrendono tutti coloro che filmano ciò che accade per poterlo poi sottoporre agli occhi del resto del mondo</strong>. <mark class='mark mark-yellow'><em>Karama has no walls</em> è diventato un film simbolo della cinematografia dedicata alle rivoluzioni arabe e ha ottenuto i riconoscimenti della critica internazionale. Il più prestigioso è stato l’approdo alla cerimonia di premiazione degli Oscar nel 2014, dove l’opera è stata candidata nella categoria Miglior cortometraggio documentario.</mark> Sara Ishaq non ha vinto la statuetta, ma il messaggio della sua opera è comunque arrivato forte e chiaro anche in Occidente.</p>
<p>Il secondo film è <strong><em>The Uprising</em></strong> dell’inglese Peter <strong>Snowdon</strong>. A differenza di quanto fatto da Sara Ishaq, <mark class='mark mark-yellow'>il regista non si concentra su un solo Paese, ma sulle rivolte scoppiate in sei Stati diversi: Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, Siria e Yemen.</mark> Fin dall’inizio è evidente che l’opera sia frutto del lavoro di un occidentale, perché l’unico espediente narrativo che permette di raccogliere in un unico contenitore gli eventi dei Paesi interessati è una scritta, impressa al centro dello schermo, che specifica lo scorrere del tempo. Lo spettatore può leggere indicazioni come “Sette giorni fa”, “Sei giorni fa”, fino ad arrivare a “Ieri” e “Oggi”. <strong>Il documentario deriva da una sapiente e complessa opera di ricerca che il regista ha compiuto attraverso i social network, in particolare YouTube</strong>. I filmati utilizzati sono infatti stati caricati sulla piattaforma dai civili dei vari Paesi, in una profonda e veritiera rappresentazione di ciò che sono state le rivoluzioni e di come le persone le hanno vissute. <strong>Si tratta a tutti gli effetti di una grande collezione di testimonianze di <em>citizen journalism</em>, che ha coperto i principali momenti delle rivolte</strong>. Un po’ come accaduto a <em>Karama has no walls</em>, anche <em>The Uprising</em> ha ricevuto l’attenzione e il plauso della critica internazionale, trovando spazio per le proiezioni non solo in festival cinematografici come quelli di Torino ed Edimburgo, ma anche in musei, tra cui Palazzo Grassi a Venezia e il Museo d’Arte moderna di New York. Guardando il documentario, però, si percepisce il distacco emotivo dell’autore rispetto ai fatti e questo rende meno coinvolgente la visione anche per lo spettatore. <strong>La forza del film sta nelle testimonianze di chi ha manifestato o è stato suo malgrado travolto dalla violenza repressiva. È emblematica una sequenza dedicata a un giovane yemenita che parla dell’attacco subito dalla sua casa</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>“Ci hanno bombardato il tetto. Guardate cosa hanno fatto. Che sarebbe successo se mi fosse crollato tutto in testa? Al Qaeda vive forse tra i miei capelli? No. Allora che cosa ho fatto? Io manifesto con le parole e voi rispondete con i proiettili? Lo sapete che sono le tasse della gente ad averli comprati? Le persone lavorano duramente e pagano queste armi così che voi le usiate per difenderci da forze esterne, non per combattere contro il vostro stesso popolo”.</mark></p>
<p>Il terzo film è <strong><em>My Makhzen &amp; Me </em></strong>di <strong>Nadir Bouhmouch</strong>. Dei tre documentari è probabilmente quello che resta impresso con più facilità nella mente di chi guarda. <mark class='mark mark-yellow'>Ambientato in Marocco nell’estate del 2011, l’opera si apre con la spiegazione del significato di <em>Makhzen</em>, termine che si riferisce alle <em>élite</em> a cui appartengono i membri del governo,</mark> il sovrano Mohammed VI, uomini d&#8217;affari e ricchi proprietari terrieri, gli alti ufficiali dell&#8217;esercito e i membri del servizio di sicurezza. Il regista confeziona un film completamente diverso dai due precedenti. <strong>Egli stesso torna in patria dopo anni di studio negli Stati Uniti e una volta giunto in Marocco prende parte alla rivoluzione, affiancando dei coetanei che come lui sono i protagonisti del film</strong>. Si narra la nascita del <strong>Movimento del 20 febbraio</strong>, una vera e propria chiamata alla rivoluzione che i giovani marocchini hanno diffuso attraverso i social network, portando migliaia di persone a sfilare non solo nelle strade della capitale Rabat, ma in tutto il Paese. Le sequenze di cui si compone il film sono state originariamente caricate dal regista su YouTube, ma a seguito delle pressioni esercitate dalla polizia e delle suppliche dei propri genitori, Nadir Bouhmouch le ha rimosse dalla piattaforma video e le ha montate assieme, dando vita al documentario. <strong>La sua opera è circolata in Marocco solo attraverso proiezioni clandestine</strong>; quando il regista ha tentato di presentarla ai festival nazionali del cinema, le autorità hanno minacciato la chiusura definitiva di questo tipo di attività. <strong>Il film è in bianco e nero. Si tratta di una scelta stilistica precisa, che rappresenta l’ennesima forma di rottura contro la monarchia che vige in Marocco</strong>. Come spiega Nadir Bouhmouch nel <em>voice over</em> che accompagna in alcuni momenti lo scorrere delle scene, <mark class='mark mark-yellow'>uno degli slogan adottati dal governo per incentivare il turismo è “Marocco, una terra di colori”. “Vedendo lo stato in cui verte la mia nazione, mi trovo in totale disaccordo”, spiega il regista. Pian piano quindi il colore scema ed è sostituito da una scala di grigi che simboleggia la povertà e l’oppressione della popolazione.</mark> Il coinvolgimento di Bouhmouch è totale: è protagonista, primo testimone della rivoluzione, autore delle riprese. Proprio per questo anche lo spettatore è coinvolto nell’azione. Ci si dimentica di star guardando un film, perché chi osserva viene scagliato direttamente nel cuore della rivoluzione, in mezzo ai manifestanti e tra i proiettili vaganti sparati dall’esercito.</p>
<p><em><strong>Karama has no walls</strong></em><strong>, <em>The Uprising</em> e <em>My Makhzen &amp; Me</em> sono solo alcuni dei numerosi esempi del cinema nordafricano e mediorientale al servizio dell’informazione</strong>. Sono opere da guardare con attenzione e in silenzio, capaci di suscitare più di un interrogativo allo spettatore occidentale. Il paragone tra la forza di combattere a causa della disperazione e l’indolenza dei paesi europei, assopiti nella loro tranquillità quotidiana, nasce spontaneo. Viene da chiedersi se in Europa – e in Italia nello specifico – le persone siano ancora in grado di scendere compatte in piazza per il bene comune e non solo per tutelare ciascuno i propri interessi. In questo senso, forse, <mark class='mark mark-yellow'>le rivoluzioni dal basso portate avanti in Africa e Medio Oriente potrebbero essere d’esempio per aprire una profonda riflessione su ciò che sono oggi le società occidentali, chiuse nel proprio egoismo e incapaci di capire la portata epocale di eventi accaduti sull’altra riva del Mediterraneo.</mark></p>
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