<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#" xmlns:ymaps="http://api.maps.yahoo.com/Maps/V2/AnnotatedMaps.xsd" >

<channel>
	<title>magzine &#187; Iran</title>
	<atom:link href="http://www.magzine.it/tag/iran/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.magzine.it</link>
	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
	<lastBuildDate>Fri, 17 Apr 2026 07:23:35 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
		<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
		<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=4.0.35</generator>
	<item>
		<title>L&#8217;arte in bilico di Shirin Neshat tra libertà e oppressione</title>
		<link>http://www.magzine.it/larte-in-bilico-di-shirin-neshat-tra-liberta-e-oppressione/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/larte-in-bilico-di-shirin-neshat-tra-liberta-e-oppressione/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 03 Apr 2025 14:40:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti delle donne]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Shirin Neshat]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=79609</guid>
		<description><![CDATA[Gelida, violenta, penetrante. Sono questi i tre aggettivi che meglio descrivono Body of evidence, la nuova mostra di Shirin Neshat inaugurata al PAC di Milano e curata da Diego Sileo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4032" height="3024" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_5826.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="IMG_5826" /></p><p><strong>Gelida, violenta, penetrante</strong>. Sono questi i tre aggettivi che meglio descrivono <em>Body of evidence</em>, la nuova mostra di <strong>Shirin Neshat</strong> inaugurata al<strong> PAC</strong> di Milano e curata da Diego Sileo e Beatrice Benedetti. <mark class='mark mark-yellow'>Artista di fama internazionale in bilico tra due mondi, Shirin nasce in Iran ma vive gran parte della sua vita negli Stati Uniti dove si trasferisce nel 1974 per studiare arte.</mark> Dopo la Rivoluzione islamica del 1979 &#8211; che ha visto l&#8217;ascesa dell&#8217;ayatollah Khomeini -, Shirin rimane a Los Angeles e decide di tornare in visita in Iran solo negli anni Novanta. Quando scende dall&#8217;aereo, però, non riconosce il Paese che le aveva dato i natali e da lì inizia a riflettere profondamente sulle trasformazioni avvenute nel corso degli anni in Medio Oriente. Così decide di concentrare le sue riflessioni e quindi anche la sua produzione artistica sia sul <mark class='mark mark-yellow'> rapporto tra religione islamica e femminismo &#8211; ponendo al centro della sua ricerca il ruolo della donna nella società islamica &#8211; sia sulla sua condizione di esule, in equilibrio tra due mondi.</mark></p>
<p>Lungo il percorso espositivo si percepisce con grande intensità<strong> lo squarcio emotivo e culturale dell&#8217;artista</strong> che ancora oggi vaga tra Oriente e Occidente, tra libertà e oppressione. La mostra non segue un ordine cronologico ma è suddivisa su base tematica e si dispiega attraverso i linguaggi e i media privilegiati dall&#8217;artista: la fotografia e il video.</p>
<p><strong>Cortometraggi</strong></p>
<p>Una volta attraversato il tendaggio scuro che separa l&#8217;ingresso del museo dalla prima sala dell&#8217;esposizione, un enorme schermo bianco sovrasta la sala immersa nel buio. In proiezione c&#8217;è <em>Fervor (2000)</em>: terzo e ultimo capitolo di una trilogia &#8211; di cui fanno parte anche<em> Turbulent(1998)</em> e <em>Rapture(1999) </em>-, il cortometraggio studia il <strong>rapporto tra i due sessi nella struttura sociale islamica</strong> attraverso i due protagonisti che, dopo essersi casualmente incontrati in un luogo isolato, si ritrovano in occasione di un evento pubblico a cui partecipano sia uomini che donne. Una volta preso posto nelle rispettive platee, i due ascoltano la narrazione di una parabola coranica &#8211; quella di Zolikha e Youssef &#8211; attraverso cui l&#8217;oratore mira a mettere in guardia i presenti dal <strong>peccato del desiderio</strong> e della tentazione. Gli uomini sono vesititi di bianco, le donne di nero.</p>
<p>Andando a ritroso nel tempo, subito a destra dopo la prima sala, in riproduzione ci sono gli altri due cortometraggi della trilogia. <mark class='mark mark-yellow'> In tutti e tre i casi, è evidente il contrasto duale delle immagini che caratterizzano le opere audiovisive dell&#8217;artista e che permettono allo spettatore di immergersi completamente nelle storie raccontante.</mark> Se nel caso di <em>Turbulent</em> l&#8217;obiettivo dell&#8217;artista è mettere al centro della narazione il <strong>divieto imposto alle donne di cantare in pubblico</strong> dopo il 1979, a causa della &#8220;carica erotica intollerabile&#8221; della voce femminile, in <em>Rapture,</em> invece, si vedono contrapposti due gruppi, uno maschile protetto in una fortezza affacciata sul mare, e uno femminile, immerso in uno spazio illimitato e desertico. Ancora una volta. i due sessi sono separati sia dai luoghi che dalle inquadrature, ma, osservando in serie la trilogia, si ha la sensazione che i gruppi siano sempre in grado di percepirsi e percepire i limiti rispettivi da non valicare.</p>
<p>Se attraverso la prima e la seconda sala i curatori hanno voluto spingere lo spettatore a riflettere sulla <strong>relazione tra uomo e donna nella terra d&#8217;origine dell&#8217;artista</strong>, la terza e la quarta sala invece analizzano<strong> la condizione di esule</strong> di Neshat. Con <em>Roja(2016)</em> ad esempio, l&#8217;artista ha voluto catapultare lo spettatore nelle sue inquiete fantasie. Il film infatti mostra un cortocircuito emotivo per cui sia nella cultura statunitense che in quella iraniana gli ambienti vissuti dalla protagonista pare abbiano la capacità di trasformarsi da rassicuranti ad inquietanti. Con <em>Land of Dreams(2019)</em> invece, &#8211; attraverso una storia distopica che vede come protagonista una giovane ragazza incaricata da una bizzarra istituzione di raccogliere i sogni delle persone che intervista &#8211; l&#8217;artista ha voluto spingere lo spettatore a riflettere sulla <strong>pericolosità di ideologie e pratiche politiche opressive</strong> che accomunano tutti gli esseri umani, in Iran come negli Stati Uniti.</p>
<p>Riprendono il tema dell&#8217;equilibrio in bilico tra due mondi  i cortometraggi <em>Passage(2001),</em> attraverso cui Shirin focalizza l&#8217;attenzione sul <strong>valore della morte, dei rituali ad essa connessi e della ciclicità dell&#8217;esistenza,</strong> e <em>Soliloquy(1999)</em>. In quest&#8217;ultimo, l&#8217;artista &#8211; protagonista del film &#8211; intraprende due viaggi paralleli: il primo in una città alle porte del deserto in Oriente, il secondo in una delle grandi metropoli occidentali. <mark class='mark mark-yellow'> In bilico tra due luoghi che conosce ma a cui non sente di appartenere &#8211; perché esclusa dal posto in cui vive nel presente ma tormentata dal posto che ha lasciato nel passato &#8211; si interroga sulla sua vera identità.</mark></p>
<p>Infine, ecco il cortometraggio più evocativo, violento, crudele. L&#8217;ultimo realizzato dall&#8217;artista:<em> The Fury(2023).</em> La video-installazione a doppio canale affronta il tema dello s<strong>fruttamento sessuale delle donne prigioniere politiche</strong> da parte del regime della Repubblica islamica in Iran. Con questo lavoro Shirin ha voluto denunciare i soprusi da parte della polizia iraniana nei confronti delle donne detenute, che subiscono torture e sono spesso vittime di stupro da parte dei loro carcerieri, esperienze che in diversi casi le hanno portate al suicidio anche una volta rilasciate. La protagonista del film è un&#8217;ex carcerata iraniana che, seppur in salvo negli Stati Uniti, continua a essere tormentata dagli abusi in una sorta di incubo in cui si mescolano tempi e luoghi. Le fotografie e le riprese sono state realizzate nella primavera del 2022, poco prima della morte di Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale a Teheran il 13 settembre con l&#8217;accusa di non aver indossato correttamente l&#8217;hijab e morta dopo aver subito violente percosse il 16 settembre.</p>
<p><strong>Serie fotografiche</strong></p>
<p><em>Women of Allah</em> è la serie fotografica più famosa dell&#8217;artista. Realizzata a seguito del suo primo viaggio in Iran dopo la rivoluzione, gli scatti &#8211; rigorosamente in bianco e nero &#8211; ritraggono una serie di donne velate. Le<strong> parti visibili del corpo</strong> femminile &#8211; viso, mani e piedi &#8211; <strong>sono ricoperte di segni calligrafici</strong> in lingua farsi vargati a mano con inchiostro nero sulla stampa fotografica. In alcuni degli scatti le donne sono ritratte con delle armi,  al tempo stesso simbolo di aggressione e reppresione, sottomisione e resistenza.</p>
<p>Basato sul poema epico persiano Shahnameh &#8211; composto dal poeta Ferdowsi -, nella seconda serie fotografica l&#8217;artista ritrae la gioventù iraniana dividendola in tre gruppi: <strong>masse, patrioti e malvagi</strong>.<em> The Book of kings</em> di Neshat nasce da una profonda riflessione legata alla nascita di Onda Verde, movimento di contestazione politica che ha preso vita a seguito delle proteste &#8211; represse nel sangue &#8211; scaturite dall&#8217;esito delle elezioni presidenziali del 2009 con la rielezione del conservatore Mahmud Ahmadinejad.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/larte-in-bilico-di-shirin-neshat-tra-liberta-e-oppressione/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Nasce “Onde&#8221;, il podcast targato Magzine &amp; Mondo e Missione sui giovani che cambiano il mondo</title>
		<link>http://www.magzine.it/nasce-onde-il-podcast-targato-magzine-mondo-e-missione-sui-giovani-che-cambiano-il-mondo/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/nasce-onde-il-podcast-targato-magzine-mondo-e-missione-sui-giovani-che-cambiano-il-mondo/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 20 Mar 2025 06:43:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Donne vita libertà]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Kurdistan]]></category>
		<category><![CDATA[Maysoon Majidi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=79321</guid>
		<description><![CDATA[È online la prima puntata di Onde. Giovani che cambiano il mondo, un podcast a cura di Mondo e Missione e Magzine, testata della Scuola di Giornalismo dell’Università Cattolica di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/Progetto-senza-titolo1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Progetto senza titolo(1)" /></p><p>È online la prima puntata di <em><strong>Onde. Giovani che cambiano il mondo</strong></em>, <a href="https://www.spreaker.com/podcast/onde-giovani-che-cambiano-il-mondo--6565501">un podcast a cura di<em> Mondo e Missione</em> e <em>Magzine</em></a>, testata della Scuola di Giornalismo dell’Università Cattolica di Milano. In <em>Onde</em> raccontiamo chi sono i giovani protagonisti della società civile mondiale: attivisti, scienziati, filosofi, imprenditori, meditori di pace. Tutti questi giovani credono e lottano per un futuro migliore. Con molti ideali ma, soprattutto, con l&#8217;ottimismo della volontà.</p>
<p>La protagonista della prima puntata è <strong>Maysoon Majidi, regista e attivista curdo-iraniana </strong>di 29 anni. Come il vento che sferza la superficie del mare e alimenta la tempesta, così Maysoon e i giovani della sua generazione hanno preso parte al <strong>movimento di protesta</strong> che, a ondate, negli ultimi anni ha <strong>destabilizzato l&#8217;Iran</strong>. Incarcerata nel suo Paese per aver difeso i propri diritti, è stata costretta a fuggire in cerca di una terra sicura. Nonostante la distanza, però, Maysoon non ha mai smesso di combattere per il suo popolo. E non avrebbe mai potuto immaginare cosa le sarebbe accaduto una volta sbarcata qui in Italia.</p>
<h3 style="text-align: center;"><a href="https://www.spreaker.com/episode/maysoon-majidi-dall-iran-all-italia-il-mio-sogno-di-liberta-di-simone-cesati-e-mirea-d-alessandro--64982657">Potete ascoltare la prima puntata e scoprire la sua storia su Spotify e sui canali Spreaker di Mondo e Missione e di Magzine.</a></h3>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/nasce-onde-il-podcast-targato-magzine-mondo-e-missione-sui-giovani-che-cambiano-il-mondo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Saper negoziare salva vite: la delicata complessità della diplomazia</title>
		<link>http://www.magzine.it/saper-negoziare-salva-vite-la-delicata-complessita-della-diplomazia/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/saper-negoziare-salva-vite-la-delicata-complessita-della-diplomazia/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 31 Jan 2025 15:23:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[diplomazia]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[negoziati]]></category>
		<category><![CDATA[negoziazione]]></category>
		<category><![CDATA[ostaggi]]></category>
		<category><![CDATA[politica internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[rapporti internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[riscatto]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=77606</guid>
		<description><![CDATA[Cecilia Sala non crede al “sei libera” pronunciato dagli uomini dell’intelligence iraniana mentre la prelevano dalla sua cella di Evin la mattina dell’8 gennaio, dopo 21 giorni di detenzione: «Pensavo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="428" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Srour-Med.Orientale.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Srour-Med.Orientale" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'><strong>Cecilia Sala</strong> non crede al “sei libera” pronunciato dagli uomini dell’intelligence iraniana mentre la prelevano dalla sua cella di Evin la mattina dell’8 gennaio, dopo 21 giorni di detenzione: «Pensavo fossero i pasdaran e che mi stessero portando in una loro base militare, che non si fidassero del carcere ufficiale – racconta  –. Quando arrivo all’aeroporto militare e mi tolgono la benda vedo un primo volto “italianissimo”, poteva essere solo italiano, in un abito grigio, faccio il sorriso più bello della mia vita ed, effettivamente, poche ore dopo ero a Roma». Il volto “italianissimo” è <strong>Giovanni Caravelli, il vertice dell’AISE</strong>, Agenzia d’informazione per la sicurezza esterna.</mark> Dopo pochi giorni, <strong>il ministro della Giustizia italiano Carlo Nordio</strong> chiede la revoca dell’arresto di <strong>Mohammad Abedini Najafabadi</strong>, il cittadino iraniano residente in Svizzera, accusato di aver fornito illegalmente ai pasdaran iraniani tecnologie per la costruzione di droni utilizzati in attacchi terroristici: «Nessuno scambio, è stato liberato per motivi giuridici» afferma il Guardasigilli, ma sono in molti a dubitarne.</p>
<p style="font-weight: 400;">Da questa vicenda scaturiscono molti interrogativi su come funzionino le negoziazioni in situazioni del genere, quali siano le dinamiche che permettono di sciogliere matasse in cui si intrecciano gli interessi di vari attori, statali e non. Ma anche quale sia l’atteggiamento adottato dagli Stati quando si trovano a dover negoziare con strutture paramilitari o con regimi non democratici e fino a che punto siano disposti al dialogo. Non esiste alcuna teoria formale: si possono soltanto desumere alcune linee di tendenza, ripercorrendo la storia diplomatica dei vari Stati.</p>
<p style="font-weight: 400;">«Nella storia, la presa di ostaggi è spesso divenuta parte della politica di finanziamento di gruppi armati: in tal senso sono emblematiche le vicende del continente latino-americano e quelle del Nord-Africa a partire dall’inizio dell’insorgenza islamista-jihadista, con le grandi catture di turisti tedeschi e francesi che frequentavano le dune del Sahara», spiega <mark class='mark mark-yellow'><strong>Francesco Strazzari, professore ordinario di relazioni internazionali alla Scuola Universitaria Superiore Sant&#8217;Anna</strong>. </mark>Dal reiterarsi di questi episodi ci si è resi conto dell’esistenza di una vera e propria “industria dei rapimenti” che, attraverso i riscatti, finanziava le casse della nascente al-Qaeda. È così che nasce un dibattito molto acceso tra i Paesi “occidentali”, patria dei cittadini presi in ostaggio. <mark class='mark mark-yellow'>Da un lato <strong>gli Stati Uniti, l’Inghilterra e, in qualche misura, la Francia i</strong>niziano a dichiarare di non essere disposti a pagare, in modo tale da far venir meno la ragione dei rapimenti, dall’altro lato Stati come <strong>l’Italia o la Germania</strong> tengono un atteggiamento maggiormente incentrato sul salvataggio delle vite e per questo vengono accusati di complicità.</mark> Le critiche sono poi inasprite dalla considerazione che ogni riscatto non arricchisce soltanto il gruppo, bensì una vasta rete che irrora tutta la nervatura sociale. Infatti, in queste regioni la maggioranza dei rapimenti non avveniva ad opera dei gruppi, ma mediante vari <strong><em>middlemen</em></strong>, uomini potenti che agivano come intermediari di messaggi e pagamenti e che si guadagnavano margini di impunità e una maggiore influenza politica, tanto da essere cooptati da un governo all&#8217;altro come figure di una certa levatura. <mark class='mark mark-yellow'>«Gli italiani hanno sempre, in qualche misura senza rivendicarlo, adottato una linea di dialogo che ha consentito loro di mantenere punti di ingresso nelle situazioni di conflitto con un atteggiamento che può essere definito, anche se in modo indebito, “pragmatico”</mark> &#8211; commenta il professore -. Proprio per questo motivo il nostro Paese è considerato anche dalla Russia come uno Stato amico, costretto a tenere una certa linea perché alleato degli Stati Uniti ma, comunque, abbastanza vicino». A favorire questa reputazione contribuisce anche la scelta dell’Italia di non porre mai alcun diktat nella negoziazione, a differenza di altri Paesi quali la Francia, che, ad esempio, acconsente al dialogo con i rapitori, a patto che non si richieda un’amnistia di prigionieri.</p>
<p style="font-weight: 400;">Questo atteggiamento più accondiscendente non ha però impedito che anche nella storia della diplomazia italiana si registrassero alcuni tragici insuccessi, non si è mai compreso se per mancanza di negoziazione oppure se per volontà dei rapitori di seguire una logica differente da quella della monetizzazione. Al riguardo, Strazzari menziona i casi di <strong>Fabrizio Quattrocchi</strong>, la guardia di sicurezza privata rapita e uccisa in Iraq nel 2004 dalle “Falangi verdi di Maometto”, e di <strong>Vittorio Arrigoni</strong>, l’attivista filopalestinese italiano sequestrato e ammazzato da un gruppo islamico salafita, nemico di Hamas e vicino ad al-Qaeda.</p>
<p style="font-weight: 400;">C’è poi un ulteriore aspetto da tenere in considerazione: la maggior malleabilità che il nostro Paese da sempre dimostra comporta anche un’apparenza di ambiguità e incoerenza. «Il nostro atteggiamento di dialogo situazionale ci rende più adatti a dialogare localmente ma, allo stesso tempo, ci fa apparire poco chiari nella nostra azione; la diplomazia si struttura caso per caso, non c’è linearità» è il commento di Stazzari. Le cause della buona riuscita di un’operazione sono quindi da ricercarsi nella contingenza dell’episodio. «Il caso Sala lo imputo a relazioni che si sono strutturate in tanti anni di buoni rapporti intrattenuti a livello apicale tra l’Iran e l’Italia, basti pensare agli incontri di papa Francesco con l’ayatollah Khamenei, alle visite dei politici iraniani riformisti nel nostro Paese: c’è una rete di grandi tradizioni tra il mondo persiano e il mondo di Roma – osserva –.  Stiamo comunque ragionando soltanto di percezioni diffuse che, però, hanno degli effetti: nel momento in cui l’ostaggio è italiano, scaturisce l’idea che allora si possa negoziare».</p>
<p style="font-weight: 400;">Tuttavia, ci sono sempre delle circostanze in cui ogni ragionamento salta. Tra questi, i rapimenti compiuti da quello che Strazzari definisce lo “<strong>Stato islamico puro</strong>”, con sede nel nuovo Califfato dello Sham: «un’entità, con contro-Stato, che non ha mai riconosciuto il protocollo di Ginevra e nemmeno che esista una qualsiasi norma a cui attenersi: l’Isis non agisce secondo la logica dell’“industria dei rapimenti”, non mira a ottenere riscatti per finanziarsi e, infatti, i suoi ostaggi tipicamente non vengono riconsegnati». <mark class='mark mark-yellow'>È il caso di <strong>James Foley</strong>, <strong>giornalista freelance americano</strong> che fu imprigionato dal regime libico per un mese e mezzo nel 2011 e poi, l’anno successivo, venne rapito in Siria dallo Stato Islamico: per lui non ci fu nessun ritorno a casa. Nel 2014 l’Isis pubblicò un video della sua decapitazione, rendendo così nota la morte del reporter.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">La complessità della materia diplomatica ne evidenzia la delicatezza, ma anche l’apparente contraddittorietà, spesso inspiegabile per gli attori esterni. Del resto, nelle trattative assumono un ruolo il più delle volte imprescindibile i servizi segreti, che tessono solidi intrecci e saldi legami necessari per la buona uscita delle operazioni. La loro azione si plasma di volta in volta alla situazione contingente, senza che vi sia alcuna procedura stabilita a priori a cui attenersi. Si tratta di un meccanismo operativo che <strong>Mario Caligiuri, uno dei massimi studiosi europei di intelligence a livello accademico e presidente</strong> <strong>della <em>Società Italiana di Intelligence</em></strong>, riassume efficacemente con queste parole: «Le operazioni dei servizi si creano di volta in volta, perché questi, proprio per definizione, non sono stabili – spiega –. Anche perché sono un braccio operativo del governo e si riferiscono esclusivamente all’esecutivo, al contrario delle forze di polizia, che invece dipendono dall’autorità giudiziaria».</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>L’efficienza delle operazioni di intelligence è inscindibilmente legata alla loro <strong>riservatezza,</strong> che diventa un assioma essenziale a cui attenersi per non comprometterne l’efficacia.</mark> «Nella gestione del dossier comunicativo occorre schermare queste questioni rispetto al grande pubblico, perché quando una notizia si diffonde, si brucia – commenta Strazzari –. Anche perché, quando una vicenda viene resa nota, subentrano aspetti come la coerenza di lungo termine dell’azione diplomatica statale, nonché la nascita di forme di reputazione che prescindono dai governi ma che comunque incidono sugli sviluppi delle vicende: come già detto, se un cittadino è italiano, subito sorge l’idea che una contrattazione sia allora possibile. La necessità del silenzio è poi ancor più comprensibile se si considera un ulteriore aspetto: il prezzo economico di un singolo ostaggio è tipicamente tollerabile dagli Stati, a patto che il suo pagamento non incentivi la creazione di un’industria dei rapimenti oppure il rafforzamento di organizzazioni militanti di miliziani con fama terrorista. In altri termini, spiega Francesco Strazzari, «il caso singolo, se segreto o semisegreto, non è problematico, ma lo diventa nel momento in cui si trasforma in un comportamento su vasta scala oppure quando tocca i nervi di una questione, come nella guerra al terrore».</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>In un terreno così poco lineare, le parole chiave sono più che mai <strong>prudenza</strong> e <strong>cautela</strong>: due valori che permettono di maneggiare equilibri di cristallo, al tempo stesso quasi invisibili e fragilissimi, che bisogna essere molti accorti a non infrangere.</mark></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/saper-negoziare-salva-vite-la-delicata-complessita-della-diplomazia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Donna, Vita, Libertà: il movimento delle donne curde che spaventa il regime iraniano</title>
		<link>http://www.magzine.it/donna-vita-liberta-il-movimento-delle-donne-curde-che-spaventa-il-regime-iraniano/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/donna-vita-liberta-il-movimento-delle-donne-curde-che-spaventa-il-regime-iraniano/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 23 Jan 2025 12:43:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[donna vita libertà]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Mahsa Amini]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[pezeshkian]]></category>
		<category><![CDATA[proteste]]></category>
		<category><![CDATA[repubblica islamica]]></category>
		<category><![CDATA[storie]]></category>
		<category><![CDATA[velo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=77335</guid>
		<description><![CDATA[«Ci sono donne come la premio Nobel per la pace Narges Mohammadi che non possono essere toccate dal regime, perché ormai sono diventate figure internazionali; ma ce ne sono tante ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1200" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Woman_life_freedom_Richmondhill.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Woman_life_freedom_Richmondhill" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«Ci sono donne come la premio Nobel per la pace <strong>Narges Mohammadi</strong> che non possono essere toccate dal regime, perché ormai sono diventate figure internazionali; ma ce ne sono tante altre sconosciute che, semplicemente per aver cantato o ballato in strada, per non aver indossato il velo o per aver difeso i diritti umani, sono state arrestate e torturate: tra queste c’è <strong>Pakhshan Azizi</strong>». <strong>Rayhane Tabrizi è </strong>una delle attiviste più note dei dissidenti iraniani in Italia, fondatrice e presidente dell’<strong>associazione Manaà</strong></mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Pakhshan Azizi è un’assistente sociale curda di Mahbabad che ha dedicato la sua vita all’attivismo per i diritti umani, in particolare a favore delle minoranze vittime di quello che è stato poi proclamato un genocidio dello Stato islamico contro gli Yazidi. Ha lavorato nel Nord-Est della Siria e nel Kurdistan iracheno, aiutando i rifugiati, soprattutto donne e bambini, perseguitati o in fuga dallo Stato islamico. Proprio al suo ritorno dal Kurdistan iracheno, <mark class='mark mark-yellow'>nell’agosto 2023, è stata arrestata con l’accusa di <strong><em>baghi</em>,</strong> rivolta armata, ed è stata sottoposta a tortura per estorcerle delle dichiarazioni false. Nel 2024, dopo un lungo periodo di isolamento, è stata trasferita nella sezione femminile del carcere iraniano di Evin. Tra maggio e giugno dinnanzi a una Corte rivoluzionaria di Teheran si è svolto il processo a suo carico, che si è concluso con una sentenza di condanna a morte, confermata nelle scorse settimane dalla Corte suprema.</mark> Azizi si trova ora in balia dell’arbitrarietà del sistema giudiziario iraniano, dove non si può dare per scontato nessuno sviluppo: se, in generale, non si può negare a priori che un’esecuzione possa avvenire prima della ratifica da parte della Corte Suprema, non si può neppure escludere che quest’ultima decida di prendere in mano un caso, annullarne la condanna e rinviare il procedimento a un tribunale inferiore. Uno scenario del genere è probabile soprattutto in caso di forte mobilitazione sociale. Per questo <em><strong>Amnesty International</strong> </em>sta cercando di tenere alta l’attenzione sul caso, nel timore che il regime decida di procrastinare la pena capitale e procedere con l’esecuzione una volta calato il silenzio.</p>
<p style="font-weight: 400;">La storia di Pakhshan Azizi è quella di tante donne curde che, vivendo in un Paese a stragrande maggioranza sunnita come l’Iran, si trovano doppiamente discriminate: per il loro genere e per la loro appartenenza a una minoranza.</p>
<p style="font-weight: 400;">Da un lato, l’inferiore considerazione delle cittadine iraniane ha un valore specifico, la metà: le testimonianze delle donne valgono la metà di quelle degli uomini; le figlie ricevono la metà dell’eredità dei loro fratelli; il loro “prezzo del sangue” vale la metà.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dall’altro lato, la popolazione dei curdi è da sempre vittima di una forte politica repressiva da parte del regime, che ne teme le tendenze autonomistiche, se non separatiste. Nel Kurdistan iraniano, nel Nord-Ovest dello Stato, la resistenza contro il regime è forte, costante e accomuna tutte le età e classi sociali. <mark class='mark mark-yellow'>Ed è esplosa con la nascita di “<strong>Donna, Vita, Libertà</strong>”, il movimento di rivolta nato a seguito dell’uccisione di <strong>Mahsa (Jina) Amini</strong>, la giovane ragazza curda fermata dalla <em>Gasht-e Ershad</em>, la polizia morale, per aver indossato male il velo, poi ricoverata e morta dopo pochi giorni in ospedale</mark>. Un decesso che le autorità hanno giustificato adducendo presunte “patologie preesistenti”, smentite dalla famiglia, ma che ha scatenato la rabbia popolare: cittadini di ogni genere, età e classe sociale sono scesi in piazza a protestare contro l’autoritarismo del regime, al grido appunto, di “Donna, Vita, Libertà”, ossia “<strong><em>Zan, Zendegi, Azadi</em></strong>”, un antico slogan curdo.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Alla morte di Mahsa Amini cittadini di ogni genere, età e classe sociale sono scesi in piazza a protestare al grido di “Donna, Vita, Libertà”, “<strong><em>Zan, Zendegi, Azadi</em></strong>”</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Durante le proteste, le strade hanno iniziato brulicare di persone e ad essere scenari di atti di protesta emblematici e plateali: nell’aria il fumo dei foulard bruciati, a terra le ciocche dei capelli tagliate in segno di lutto per Mahsa Amini, tutt’intorno le immagini dei leader clericali sfregiate, le manifestanti in giro senza velo. Tutti i movimenti hanno partecipato alla contestazione e al movimento hanno aderito tutte le minoranze: è proprio la trasversalità di “Donna, Vita, Libertà” a spaventare così tanto il regime. «Ancora oggi le donne continuano a protestare in varie forme, ad esempio rifiutandosi di indossare il velo, che è diventato un po’ il simbolo della repressione &#8211; spiega Rayhane -. <mark class='mark mark-yellow'>Ma in realtà il velo è soltanto la punta dell’iceberg della totale mancanza di libertà che vige in uno Stato dittatoriale teocratico come l’Iran: non esistono le libertà di espressione, di stampa, di idee politiche, di potersi vestire come si vuole…»</mark>. La scelta di non portare l’hijab non è priva di rischi. «La sanzione più leggera è la multa, ma spesso vengono applicate punizioni più pesanti, come l’espulsione dalla scuola o dall’università, la perdita del posto di lavoro, il diniego di servizi sociali come l&#8217;accesso a un conto bancario o a cure ospedaliere, la carcerazione, fino alla pena di morte» racconta Tabrizi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>«Il velo è soltanto la punta dell’iceberg della totale mancanza di libertà che vige in l’Iran» spiega Rayhane Tabrizi</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Oltre agli aspetti repressivi, a preoccupare gli attivisti è anche la percezione estera della situazione iraniana, perché il presidente <strong>Masoud Pezeshkian</strong>, eletto nel luglio 2024, si è presentato come un riformista e il suo governo sta cercando di apparire agli altri Stati come maggiormente concessivo, nonostante la realtà dei fatti lo smentisca. «Sono quaranta, cinquant’anni che non cambia nulla, perché la repressione del regime continua a esistere e a essere forte. Ogni volta prima delle elezioni il clima è più disteso, per dare l’impressione di una maggior libertà, ma poi tutto torna come prima: le esecuzioni sono andate avanti e la discriminazione nei confronti delle minoranze è diventata ancor più aspra – commenta Rayhane -. <mark class='mark mark-yellow'>Il governo di Pezeshkian sta cercando di apparire più moderato, ma non è assolutamente vero, in realtà non c’è stata alcuna concessione di una maggiore libertà: l’intento è soltanto quello di ripulire la propria l’immagine attraverso la propaganda per evitare di essere sanzionati dalla comunità internazionale, perché in questo momento la Repubblica islamica è in ginocchio a livello economico e di risorse».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Nonostante il sistema iraniano possa apparire granitico e inscalfibile, le proteste continuano: il popolo e soprattutto i giovani stanno dimostrando di non essere più disposti a una tacita sottomissione alle regole del regime. Il sentimento popolare di rivolta è così forte che la Repubblica islamica risulta incapace di soffocarlo, anche qualora ci riuscisse, la volontà di ribellarsi tornerebbe inesorabilmente a galla.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/donna-vita-liberta-il-movimento-delle-donne-curde-che-spaventa-il-regime-iraniano/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Ahmadreza Djalali e il limbo dei condannati a morte in Medio Oriente</title>
		<link>http://www.magzine.it/ahmadreza-djalali-e-il-limbo-dei-condannati-a-morte-in-medio-oriente/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/ahmadreza-djalali-e-il-limbo-dei-condannati-a-morte-in-medio-oriente/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 20 Jan 2025 19:50:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[ahmadreza djalali]]></category>
		<category><![CDATA[Amnesty]]></category>
		<category><![CDATA[Amnesty international]]></category>
		<category><![CDATA[arabia]]></category>
		<category><![CDATA[Arábia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[condanna a morte]]></category>
		<category><![CDATA[condanne a morte]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Evin]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[nuory]]></category>
		<category><![CDATA[ostaggi]]></category>
		<category><![CDATA[pena capitale]]></category>
		<category><![CDATA[prigioni]]></category>
		<category><![CDATA[prigionieri]]></category>
		<category><![CDATA[sauditi]]></category>
		<category><![CDATA[storie]]></category>
		<category><![CDATA[Stories]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=77218</guid>
		<description><![CDATA[Da più di tremila giorni gli occhi di Ahmadreza Djalali non vedono altro che le pareti del braccio della morte di Evin. Dopo il suo arresto nel 2016, con l’accusa ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="500" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Ahmadreza-Djalali-Twitter-amnesty207-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ahmadreza-Djalali-Twitter-amnesty207-2" /></p><p style="font-weight: 400;">Da più di tremila giorni gli occhi di <strong>Ahmadreza Djalali</strong> non vedono altro che le pareti del braccio della morte di Evin. Dopo il suo arresto nel <strong>2016,</strong> con l’accusa di spionaggio, e la sua successiva condanna a morte, poi divenuta definitiva, da nove anni lo scienziato svedese-iraniano vive in un vero e proprio limbo, in cui ogni giornata è uguale alla precedente ma, allo stesso tempo, potrebbe essere l’ultima. Nessun “domani” può esser dato per scontato. La logorante e sempre identica attesa di ogni giorno è scandita dalle vicende altrui. Tra queste, c&#8217;è anche la liberazione nel giugno del 2024 di altri due cittadini svedesi, un funzionario dell’Unione Europea e un cittadino comune in condizioni di salute precarie. Un traguardo ottenuto in un negoziato che perfettamente si colloca nella cosiddetta “politica degli ostaggi” iraniana: Stoccolma ha barattato la loro liberazione con il rimpatrio in Iran di Hamid Nouri, condannato in via definitiva all’ergastolo per crimini contro l’umanità, per aver partecipato attivamente al massacro delle prigioni del 1988. <mark class='mark mark-yellow'>Ma, in quest&#8217;occasione, il ritorno di Ahmadreza non è stato richiesto, tanto che <strong><em>Amnesty International</em> </strong>ha iniziato a parlarne come “<strong>l’ostaggio dimenticato</strong>”.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Un destino che appare ancor più incomprensibile se si considera con quanti Stati si sia intrecciata la vita del ricercatore prima della sua detenzione. Ha lavorato al <strong>Karolinska Institute di Solma</strong>, ottenendo il passaporto svedese, alle università belga <strong>Vrije Universiteit Brussel</strong> e all’<strong>Università Cattolica di Lovanio</strong>, nonché all’<strong>Università del Piemonte Orientale a Novara</strong>, dove ha sviluppato il suo programma di dottorato. Nel frattempo, ha collaborato con diversi centri accademici iraniani, israeliani, sauditi e statunitensi. Ma nessun Paese pare adoperarsi e interessarsi realmente alla sua sorte, neppure quelli europei, benché in questi anni siano riusciti a negoziare e ottenere la liberazione di altri ostaggi da parte di Teheran. Solo <em>Amnesty International</em> continua a tenere alta l’attenzione sul caso per evitare che cali il silenzio, un complice prezioso per procedere con l’esecuzione. Dal canto loro, il governo italiano e quello belga si sono sempre celati dietro la giustificazione che, trattandosi di un cittadino naturalizzato svedese, è Stoccolma a dover guidare i negoziati. Al contempo, il Paese scandinavo lo ha omesso dalle sue richieste, durante le ultime trattative di nemmeno un anno fa. Intanto, continua a mancare una politica comune europea: esistono soltanto delle pressioni congiunte, ma poi ogni Stato agisce in maniera indipendente e per conto proprio, con maggiore o minore forza negoziale. Un atteggiamento così lavativo non ha delle motivazioni ufficiali, ma è ipotizzabile che sia una scelta prudenziale dettata proprio dall’accusa rivolta nei confronti di Djalali: spionaggio per conto di Israele. Un’imputazione che appare per lo più una vendetta: <mark class='mark mark-yellow'>nel 2016 il ricercatore è stato invitato in Iran con il pretesto di un incontro tra scienziati e, una volta approdato nel suo Paese d’origine, gli è stato proposto di diventare un collaboratore del governo iraniano per captare segreti da Tel Aviv. Al suo rifiuto, l’accusa gli si è ritorta contro: è stato etichettato come una spia di Israele.</mark> Ed è proprio questo elemento a rendere particolarmente delicata la questione: l’associazione delle parole “spia” ed “Israele” induce spesso ad assumere un atteggiamento di maggior cautela. «Se cominciamo a dare retta a queste farneticazioni giudiziarie iraniane e, nella logica dello scambio, non chiediamo ciò che dovrebbe essere chiesto, è una partita a perdere – commenta <mark class='mark mark-yellow'><strong>Riccardo Noury, portavoce di <em>Amnesty International Italia</em></strong> -. Il risultato è che Ahmadreza ora è in cattive condizioni di salute, non incontra la famiglia da 9 anni, vede, per loro fortuna, lo sottolineo mille volte, uscire dall&#8217;Iran altri ostaggi come la giornalista italiana Cecilia Sala, l’attivista iraniana-tedesca Navid Taghi (<em>tornata in Germania il 12 gennaio dopo quattro anni di detenzione, mark</em>) <strong>e lui si chiede perché io no. E anche noi ci chiediamo perché lui no</strong>».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Ahmadreza vede uscire dall&#8217;Iran altri ostaggi e si chiede perché a lui non sia concessa la stessa fortuna. E anche noi ci chiediamo perché», commenta Riccardo Noury, portavoce di <em>Amnesty International Italia.</em></span></p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>E il caso Djalali non è isolato, in un Paese come l’Iran dove le esecuzioni capitali sfiorano, se non addirittura superano, il migliaio all’anno: «Nel 2024 le Nazioni Unite ne hanno contate 904, ma secondo <em>Iran Human Rights</em> erano già 954 alla Vigilia di Natale. Basti pensare che dall’inizio del 2025 hanno già superato le 50» spiega Noury</mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma nel mondo ci sono anche altri Paesi dove il numero delle esecuzioni continua ad aumentare. <mark class='mark mark-yellow'>Tra questi, l’<strong>Arabia Saudita</strong> che, con una media di un’uccisione capitale al giorno, nel 2024 ha registrato il suo massimo storico e ha superato la cifra già record dell’anno precedente: sono state più di 350 le persone uccise in adempimento a una condanna, molte delle quali sono cittadini stranieri che spesso non hanno accesso agli atti in una lingua comprensibile, né tanto meno a un avvocato o a un interprete, come evidenzia <em>Amnesty.</em></mark> Tra i fattori che hanno contribuito all’aumento di pene capitali si colloca il drastico cambiamento delle <strong>politiche antidroga</strong>, come spiega Noury: «Si può dire che l&#8217;unica forma di contrasto è mettere a morte persone che poi risultano come sempre essere dei consumatori o dei piccoli spacciatori». Della tematica, però, se ne parla poco, complici la politica di repressione portata avanti dai sauditi, nonché i numerosi interessi economici implicati. <mark class='mark mark-yellow'>Da un lato, come spiega il portavoce di <em>Amnesty,</em> «vige il silenzio, perché tutti i difensori dei diritti umani sono in carcere e chiunque provi, anche solo tramite social, a sollevare una critica o a sostenere una causa subisce condanne a decenni di prigione». Dall’altro lato, il mondo dello sport continua a guardare altrove e ad affidare a Riad lo svolgimento di competizioni internazionali: basti pensare alla Supercoppa italiana, per arrivare sino ai Mondiali del 2034</mark>. «Sono molto lontani i tempi in cui si metteva in discussione la decisione di giocare la Supercoppa italiana nel Paese il cui leader è stato accusato di aver ordinato l’assassinio all’estero del giornalista dissidente Jamal Khashoggi» nota Noury.</p>
<p style="font-weight: 400;">Oltre all’incremento numerico, ci sono anche altri comuni denominatori che connotano le esecuzioni capitali di entrambi i Paesi. La maggior parte delle condanne è correlata allo <strong>spaccio o traffico di droga o a omicidi</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Con riferimento alle uccisioni occorre però precisare che, soprattutto quando le autrici del delitto sono le donne, spesso queste avvengono in contesti di maltrattamenti e violenze, in cui l’assassinio del marito viene percepito come l’unica estrema soluzione per porre fine alle continue sofferenze subite; lo stesso discorso molte volte vale anche per gli omicidi dei datori di lavoro.</mark> Ma, proprio quando il sollievo appare raggiunto, spesso la responsabile è condannata a morte: «Lo Stato dapprima si dimostra incapace di proteggere le donne e poi, nel momento in cui loro reagiscono nell’unico modo rimasto a disposizione, decide di togliere loro la vita, impiccandole» commenta Noury. Una situazione che appare paradossale e senza via di fuga, come se l’esistenza di una donna maltrattata dovesse necessariamente snodarsi in un bivio: da una parte una vita di sottomissione agli abusi, dall’altra la pena capitale. Nessuna terza via, nessuno scampo. Una storia senza nessuna possibilità di lieto fine, destinata a una trama violenta oppure a uno strappo aggressivo delle ultime pagine.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/ahmadreza-djalali-e-il-limbo-dei-condannati-a-morte-in-medio-oriente/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>CECILIA SALA è LIBERA: SCIOLTO IL NODO TRA ITALIA, IRAN E USA</title>
		<link>http://www.magzine.it/cecilia-sala-e-libera-sciolto-il-nodo-tra-italia-iran-e-usa/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/cecilia-sala-e-libera-sciolto-il-nodo-tra-italia-iran-e-usa/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 09 Jan 2025 17:23:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Abedini]]></category>
		<category><![CDATA[carcere di evin]]></category>
		<category><![CDATA[Cecilia Sala]]></category>
		<category><![CDATA[diplomazia]]></category>
		<category><![CDATA[estradizione]]></category>
		<category><![CDATA[Evin]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[meloni]]></category>
		<category><![CDATA[sala]]></category>
		<category><![CDATA[Teheran]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=76826</guid>
		<description><![CDATA[«Ho la fotografia più bella della mia vita, il cuore pieno di gratitudine, in testa quelli che alzando lo sguardo non possono ancora vedere il cielo. Non ho mai pensato, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1000" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/SALA.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Cecilia Sala" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«Ho la fotografia più bella della mia vita, il cuore pieno di gratitudine, in testa quelli che alzando lo sguardo non possono ancora vedere il cielo. Non ho mai pensato, in questi 21 giorni, che sarei stata a casa oggi. Grazie»</mark>. Con questa didascalia <strong>Cecilia Sala</strong> pubblica su Instagram uno scatto che la ritrae abbracciata al suo compagno, il giornalista <strong>Daniele Raineri</strong>, che per primo l’ha accolta al suo atterraggio a Ciampino. A parte queste parole, nessun’altra dichiarazione ufficiale, se non l’audio “Ciao, sono tornata” a <em>Chora Media</em>, poi inserito nella puntata del giorno del suo podcast quotidiano, <em>Stories</em>, che nell’attesa del ritorno della reporter è stato preso in mano dal direttore Mario Calabresi,Francesca Milano e Simone Pieranni con il sottotitolo <em>Aspettando Cecilia. </em>In serata, è poi uscita la sua prima intervista, concessa al suo direttore, Mario Calabresi.</p>
<p style="font-weight: 400;">È un ritorno a sorpresa quello della giornalista italiana, arrestata in Iran il 19 dicembre e detenuta per tre settimane nel carcere di <strong>Evin,</strong> a <strong>Teheran,</strong> la prigione iraniana nota per essere luogo di detenzione di oppositori politici, giornalisti e cittadini stranieri, nonché per le condizioni disumane a cui sono sottoposti i reclusi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ad attendere il suo arrivo, oltre al compagno e ai genitori, <strong>Elisabetta Vernoni</strong> e <strong>Roberto Sala</strong>, che sono stati destinatari del secondo abbraccio della reporter, c’erano i direttori delle testate per cui lavora, <strong>Mario Calabresi</strong> di <em>Chora Media </em>e <strong>Claudio Cerasa</strong> de <em>Il Foglio, </em>e varie rappresentanze politiche: il sindaco di Roma <strong>Roberto Gualtieri</strong>, il ministro degli Esteri <strong>Antonio Tajani</strong> e la presidente del Consiglio <strong>Giorgia Meloni</strong>, con cui Sala scambia qualche battuta, che nelle ore successive vengono rimpallate su tutti i media. Proprio Meloni da ieri è diventata la seconda protagonista della vicenda: quando la notizia arriva in parlamento, la standing ovation è unanime, e nel corso delle ore successive sono molte le voci delle opposizioni a congratularsi con la premier per il risultato raggiunto. In serata, arrivano anche i complimenti del Capo di Stato <strong>Sergio Mattarella</strong>. Dopo un inizio che aveva lasciato presagire un&#8217;evoluzione più lunga e intricata, la liberazione di Sala viene percepita come una vittoria dell’attività diplomatica del governo italiano in una vicenda dove erano e continuano a essere intrecciati diversi e delicati interessi internazionali.</p>
<p style="font-weight: 400;">È il <strong>27 dicembre</strong> quando la Farnesina rende nota la notizia dell’incarcerazione dalla reporter, avvenuta ormai più di una settimana prima. All’inizio le motivazioni sono nebulose, considerato il possesso di visto e il prossimo rientro della giornalista, ma del resto lo rimangono anche con il passare dei giorni, quando il <strong>30 dicembre</strong> viene formulato il capo di imputazione di “violazione della legge della Repubblica islamica”. <mark class='mark mark-yellow'>Già dal giorno successivo, la vicenda appare sempre più intrecciata a quella di <strong>Mohammad Abedini Najafabadi,</strong> cittadino iraniano residente in Svizzera, arrestato il 16 dicembre a Malpensa con l’accusa di aver fornito illegalmente ai pasdaran iraniani tecnologie per la costruzione di droni poi utilizzati in attacchi terroristici, compreso quello avvenuto il 28 gennaio 2024 in Giordania, dove sono rimasti uccisi tre militari americani</mark>. Al momento Abedini, dopo una breve permanenza nel carcere di Busto Arsizio e qualche giorno speso in quello di massima sicurezza di Rossano Calabro, si trova nella struttura milanese di Opera. Un trasferimento dettato da ragioni di opportunità: oltre ad essere scomodo da raggiungere per l’avvocato e la famiglia, residente in Svizzera, è preferibile che l’ingegnere di un Paese sciita non sia detenuto in una prigione come quella calabrese, dove sono rinchiuse decine di persone accusate di terrorismo islamico di matrice sunnita e soggetti mafiosi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Subito dopo la diffusione della notizia, sale la preoccupazione per le condizioni di Sala. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani rassicura: «Cecilia è in buone condizioni di salute e si trova in una cella singola». Ma già il 1° gennaio arriva la smentita, con una telefonata della giornalista al compagno e alla famiglia che descrive una situazione che può essere definita di <mark class='mark mark-yellow'>“<strong>tortura bianca</strong>”: è in una cella di isolamento completamente priva di qualsiasi arredamento, con un faro puntato addosso tutto il giorno, costretta a dormire sul pavimento con soltanto due coperte a disposizione.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Il terreno appare sempre più scivoloso: il giorno successivo la Procura Generale di Milano nega i domiciliari ad Abedini e, nelle stesse ore, il governo convoca un vertice, a cui partecipano anche i <strong>Ministri di Esteri e Giustizia</strong>, nonché il <strong>Sottosegretario Alfredo Mantovano</strong>, autorità delegata alla sicurezza della Repubblica, e i servizi segreti per l’estero, l’<strong>Aise.</strong> Dopo la riunione, la presidente del Consiglio chiama i genitori della giornalista, che dal giorno successivo iniziano a chiedere discrezione e che sul caso cali il silenzio stampa, per non incrinare una situazione delicata.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il momento della vera svolta avviene il <strong>4 gennaio</strong>, con la visita di Meloni nella residenza di <strong>Trump</strong> a Mar-a-Lago, in Florida, dove è presente anche <strong>Elon Musk</strong>. Una partecipazione, quella del milionario, di cui si è discusso molto nei giorni successivi per l’ipotesi di un presunto accordo tra la sua società Starlink e il governo italiano per la fornitura di servizi di sicurezza per le telecomunicazioni per un miliardo e mezzo di euro. Tuttavia, proprio Musk ora sembra aver avuto un ruolo decisivo nella liberazione del giornalista, secondo quanto ricostruito dal giornale online <em>Il Post. </em>Al punto che Musk avrebbe ricevuto la gratitudine della madre dalla reporter tramite il , suo portavoce in Italia Andrea Stroppa.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il <strong>6 gennaio</strong> inizia una prima apparente distensione: il ministro degli Esteri iraniano, dopo aver chiesto nei giorni precedenti la liberazione del cittadino iraniano, smentisce qualsiasi collegamento tra le due vicende. Intanto, a Palazzo San Macuto il sottosegretario Mantovano riferisce per due ore sul caso al <strong>Copasir,</strong> il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica: una riunione serratissima, da cui emergono pochissime indiscrezioni.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’indomani le condizioni di detenzione migliorano: Sala viene spostata in una stanza più ampia, con una compagna, e dai carcerieri le viene consegnato il libro <em>Kafka sulla spiaggia </em>dello scrittore giapponese. Haruki Murakami. In una telefonata, lo racconta al compagno, e lo invita a procurarselo anche lui: «Così lo leggiamo insieme, a distanza».</p>
<p style="font-weight: 400;">Passa un’altra giornata e l’<strong>8 gennaio</strong> viene diffusa la notizia della liberazione, mentre Cecilia è già stata imbarcata su un volo diretto a Ciampino.</p>
<p style="font-weight: 400;">Si corona così con un successo la lunga attività di negoziazione tra incudine e martello portata avanti dall’esecutivo italiano. Ci si inizia a chiedere quale sia il prezzo del suo rilascio. Ad alimentare l’idea che si tratti di uno scambio di prigionieri, soltanto differito per non farlo apparire come tale, c’è una notizia battuta dall’Ansa di un vertice con il ministro della Giustizia Nordio, che dà per certa la liberazione dell’iraniano, smentita poco dopo. Sull&#8217;ipotesi di un baratto di detenuti interviene anche Meloni, durante la Conferenza stampa del <strong>9 gennaio</strong>: «Per quello che riguarda Abedini il caso è al vaglio del ministero della Giustizia, bisogna continuare a discutere con gli amici americani. Avrei voluto parlarne con Biden, che ha dovuto annullare il viaggio. Le interlocuzioni ci sono e ci saranno, il lavoro ancora complesso non è terminato ieri».</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Quale sia la reale contropartita è quindi una questione aperta. In ogni caso, è sicuro che a gestione dei rapporti con gli Stati Uniti si è articolata su due fronti, coinvolgendo sia <strong>Trump</strong> sia <strong>Biden</strong></mark>. Da un lato, è probabile che l’Italia abbia garantito al Capo dello Stato uscente di non procedere alla liberazione prima della sua visita in Italia e al Vaticano, che sarebbe dovuta avvenire oggi ma è stata annullata a causa della drammatica condizione degli incendi a Los Angeles. Dall’altro lato, Meloni ha sicuramente preavvertito Trump dell’intenzione dell’esecutivo di Roma di non procedere all’estradizione. In cambio, è possibile che gli Stati Uniti abbiano deciso di accontentarsi dei tre dispositivi informatici sequestrati all’ingegnere, fonti di dati preziose.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Il prossimo passaggio sarà il <strong>15 gennaio</strong>, con la pronuncia della Corte d’appello sulla richiesta di concessione degli arresti domiciliari avanzata dal legale di Abedini, dopo il parere negativo espresso dalla procura generale. In caso di diniego, la parola passerà proprio al Ministro della Giustizia Nordio, che potrà decidere se acconsentire all’estradizione oppure revocare l’arresto e procedere alla scarcerazione</mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Intanto, da <strong>Teheran</strong> non è arrivato nessun commento sulla liberazione di Sala, che secondo fonti locali era stata incarcerata con una mossa dell’intelligence neppure concordata con l’esecutivo. Non è escluso che la decisione sia stata dettata dalla volontà di mantenere dei buoni rapporti con l’Italia, percepita come un potenziale mediatore nei rapporti con il futuro presidente statunitense Trump,  dichiaratamente ostile all’Iran e che continua a invocare una “soluzione definitiva sul tema del nucleare”.</p>
<p style="font-weight: 400;">
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/cecilia-sala-e-libera-sciolto-il-nodo-tra-italia-iran-e-usa/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Operazione iraniana &#8220;HONEST PROMISE&#8221;: ATTACCO O SPETTACOLO?</title>
		<link>http://www.magzine.it/operazione-iraniana-honest-promise-attacco-o-spettacolo/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/operazione-iraniana-honest-promise-attacco-o-spettacolo/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 16 Apr 2024 07:58:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marco Castellini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=72845</guid>
		<description><![CDATA[Nella notte di sabato 13 aprile delle strisce luminose hanno attraversato i cieli del Medio Oriente. Si trattava di una forza composta da circa 300 tra missili e droni, lanciati ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="992" height="558" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/04/tel-aviv.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="tel aviv" /></p><p>Nella notte di sabato 13 aprile delle strisce luminose hanno attraversato i cieli del Medio Oriente. Si trattava di una forza composta da circa 300 tra missili e droni, lanciati dall’Iran e diretti verso il territorio israeliano. Il nome dell’operazione era <em>Honest promise</em>, e non è stato scelto a caso. <a href="https://twitter.com/khamenei_ir/status/1777947450365395025">Dal suo account di X,</a> l’Ayatollah Khamenei aveva dichiarato che il “malvagio regime sionista” sarebbe stato punito.</p>
<p><strong>L’attacco iraniano contro Israele</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>L’attacco di Teheran ha tenuto il Medio Oriente col fiato sospeso, sebbene si sia rivelato alquanto inefficace sul piano pratico</mark>. Il 99% dei velivoli è stato abbattuto prima che potesse raggiungere gli obiettivi dal sistema di intercettazione <em>Iron Dome</em>, con l’aiuto di aerei statunitensi, britannici e francesi e l&#8217;appoggio locale di Egitto e Giordania. Subito dopo la missione permanente all’Onu della Repubblica islamica ha rilasciato <a href="https://twitter.com/Iran_UN/status/1779269993043022053">una comunicazione </a>secondo cui la questione poteva dirsi conclusa, ma che in caso di un altro “errore” da parte del “regime israeliano” la reazione sarà molto più severa.</p>
<p><strong>Perché l’Iran ha attaccato</strong></p>
<p style="text-align: left;"><mark class='mark mark-yellow'>Se ufficialmente l’azione è stata compiuta in rappresaglia al raid che il primo aprile aveva colpito il consolato della Repubblica islamica in Siria, esso va inserito nel contesto della guerra non ufficiale tra l’Iran e Israele, che perdura ormai da anni sia sul territorio siriano, fin dai primi anni della guerra civile, che su quello iraniano</mark>. Lo stato ebraico, infatti, si è reso responsabile di numerosi attacchi contro <a href="https://www.agi.it/estero/news/2020-11-14/raid-omicidi-mirati-guerra-segreta-israele-10286572/">obiettivi strategici in territorio iraniano</a>, <a href="https://amwaj.media/media-monitor/state-media-in-iran-hail-attack-on-israel-amid-crackdown-over-questions-raised">di omicidi mirati contro personalità di spicco del regime </a>e <a href="https://www.timesofisrael.com/mossad-killed-irans-top-nuke-scientist-with-remote-operated-machine-gun-nyt/">scienziati che lavoravano al programma nucleare</a>: «Non si è trattato soltanto di una ritorsione per il raid sul consolato quanto un modo per far capire a Israele che la pazienza strategica era finita e scoraggiarlo dal continuare questo genere di azioni», afferma Luciana Borsatti, giornalista e scrittrice esperta dell’Iran, autrice del libro &#8220;L&#8217;Iran al tempo delle donne&#8221; (Castelvecchi): «Ma sorprendere è stato proprio la portata di questo attacco diretto. Finora Teheran aveva evitato di attaccare direttamente Israele, preferendo invece fornire supporto alle milizie sciite di Hezbollah in Libano e agli Houthi in Yemen, oltre che ad Hamas, sebbene questa sia un’organizzazione sunnita».</p>
<p><strong>Cosa cambierà dopo questo attacco?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>È difficile dire quali saranno gli effetti di questa azione. Dal governo israeliano si parla di una rappresaglia contro Teheran, mentre gli Stati Uniti hanno fatto appello per una de-escalation prima che la situazione possa degenerare</mark>. L’attacco iraniano, infatti, per quanto massiccio, è stato respinto in breve tempo, e <a href="https://asia.nikkei.com/Spotlight/Iran-tensions/U.S.-denies-Iran-gave-72-hours-notice-of-attack-on-Israel">pare che i governi vicini, tra cui gli alleati degli Stati Uniti, siano stati avvertiti con un anticipo di 72 ore, affermazione comunque smentita parzialmente da Washington. </a>Ciò ha fatto pensare più a un’operazione dimostrativa piuttosto che a un reale intento di colpire il nemico giurato. Secondo Luciana Borsatti, «la decisione è stata presa dopo lunghe discussioni interne, e sarebbe stata resa necessaria dal fatto che un attacco ad una sede diplomatica non poteva non avere risposta. D’altro canto l’Iran non ha interesse a scatenare una guerra contro Israele perché ciò vorrebbe dire dover combattere anche gli Stati Uniti e i loro alleati, un conflitto da cui l’Iran uscirebbe sconfitto».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/operazione-iraniana-honest-promise-attacco-o-spettacolo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Donna, vita, libertà: voci femminili dall&#8217;Iran</title>
		<link>http://www.magzine.it/donna-vita-liberta-voci-femminili-dalliran/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/donna-vita-liberta-voci-femminili-dalliran/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 08 Mar 2024 17:21:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rebecca Pavesi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#festadelledonne]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Iran protest]]></category>
		<category><![CDATA[proteste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=71040</guid>
		<description><![CDATA[Il regime iraniano ha condannato a morte almeno 834 persone nel 2023, un aumento del 43% rispetto al 2022. Si tratta della cifra più alta dal 2015, secondo il rapporto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1358" height="912" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/Screen-Shot-2024-03-08-at-18.10.30.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Screen Shot 2024-03-08 at 18.10.30" /></p><p><span style="font-weight: 400;"><strong>Il regime iraniano ha condannato a morte almeno 834 persone nel 2023, un aumento del 43% rispetto al 2022.</strong> Si tratta della cifra più alta dal 2015, secondo il rapporto annuale delle Ong I<em>ran Human Rights</em> e <em>Ensemble Against the Death Penalty</em>. “Il numero delle esecuzioni è letteralmente esploso nel 2023”, come dimostra il 16esimo rapporto delle Organizzazioni non governative sulla pena di morte in Iran. L’Iran ha il più alto tasso di esecuzioni femminili a livello globale e, negli ultimi dieci mesi, cento ragazze sono state vittime di “delitti d’onore” da parte di parenti maschi nel contesto di controversie familiari, secondo le dichiarazioni dell’agenzia di stampa per gli attivisti per i diritti umani (HRANA) con sede negli Stati Uniti. L’anno scorso l’attuale presidente iraniano Ebrahim Raisi ha chiesto una  stretta sull’applicazione delle regole. Il principale strumento di controllo della sicurezza è la pena di morte, così come gli arresti e le delazioni.</span></p>
<p><strong>Proteste in Iran: una storia lunga decenni </strong></p>
<p>Le proteste in Iran non sono una novità di questi ultimi anni. Storicamente, si sono svolte fin dalla nascita della Repubblica islamica, a seguito della rivoluzione iraniana. Le donne si erano riunite nella capitale Teheran l’8 marzo 1979, il giorno prima l’Ayatollah Khomeini aveva imposto l’obbligo dell’uso del velo. Mentre oggi, 8 marzo, Giornata internazionale della donna, <strong>le donne iraniane affrontano ancora disuguaglianze di genere profondamente radicate e subiscono le violenze determinate dalle leggi oppressive nazionali.</strong> In Iran, le donne che non indossano il velo rischiano di non avere accesso al posto di lavoro, a scuola, all&#8217;ospedale, oltre ad essere penalizzate sull&#8217;eredità, la custodia dei figli in caso di divorzio, e l&#8217;età legale – estremamente bassa &#8211; del matrimonio. Non è permesso loro neppure andare in bicicletta, ballare o cantare in pubblico. In Iran vige l&#8217;apartheid di genere.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Nonostante non se ne abbia notizia, &#8220;la forma di disobbedienza sociale delle donne in Iran persiste. Le donne continuano a presentarsi nella società senza il velo, con il rischio di subire frustate e arresti, anche pesanti&#8221;. Parlano Rayhane Tabrizi e Luciana Borsatti</span></p>
<p><strong><strong>Donna, vita, libertà: le &#8220;voci&#8221; di Masha Amini</strong></strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il 13 settembre 2022 Mahsa Amini, una giovane donna in visita a Teheran con la famiglia, è stata fermata, trattenuta e interrogata dall’unità speciale del regime iraniano (Gasht-e Ershad), che ha il compito di far rispettare il corretto codice di abbigliamento islamico e la segregazione sessuale. Mahsa Amini è stata fermata perchè non osservava la legge sull’obbligo del velo e dopo l’interrogatorio è stata ricoverata priva di sensi. A pochi giorni di distanza è morta nell’ospedale Kasra, nella capitale. Le autorità iraniane hanno subito attribuito la morte a patologie preesistenti, ma la famiglia ha negato. </span>Masha Amini da quel giorno è diventata il simbolo della protesta che è esplosa con manifestazioni in tutto il Paese. Ancora oggi la memoria di Amini muove la rivoluzione della donne in Iran e nel mondo, che grida lo slogan “Donna, vita, libertà” (Zan, Zendegi, Azadi). «Oggi nonostante sembri che la manifestazione sia arrivata ad un momento piatto, perchè non abbiamo manifestazioni in evidenza, questa forma di disobbedienza sociale persiste. Le donne continuano a presentarsi nella società senza il velo, con il rischio di subire frustate e arresti, anche pesanti. <strong>Se si presentano senza il velo ricevono per l’esattezza settantaquattro frustate. Da poco è giunta la notizia per cui le donne che vengono fermate dovranno anche fare un corso obbligatorio sulla morale religiosa</strong>», così <mark class='mark mark-yellow'>racconta Rayhane Tabrizi, deal manager di una multinazionale, che dall’uccisione di Mahsa Amini è diventata una tra le più importanti attiviste dei dissidenti iraniani in Italia</mark>. Tabrizi organizza eventi volti ad ampliare la voce delle donne in Iran tramite <strong>l’associazione Manaà</strong>, che ha fondato e di cui è presidente: «E&#8217; una lotta in corso, tutti i giorni». Narges Mohammadi, Nobel per la Pace 2023, in una dichiarazione rilasciata in questi giorni ha ricordato «<strong>I regimi dei Taleban e della Repubblica islamica hanno sistematicamente e deliberatamente orchestrato condizioni di soppressione, dominio, tirannia e discriminazione contro le donne, nonché la loro sottomissione.</strong> Da un lato, le leggi, le pratiche e i comportamenti di questi regimi ostacolano i cambiamenti giuridici, politici e sociali a favore delle donne. <mark class='mark mark-yellow'>Dall’altro lato, il problema del miglioramento della condizione femminile è legato alle gravi questioni della povertà e del disagio economico» e ha chiesto alla comunità internazionale, alle organizzazioni per i diritti umani e femministe, ai sostenitori della democrazia, della libertà e dell’uguaglianza di «sostenere la criminalizzazione dell’apartheid di genere e la liberazione delle donne, che in Iran e in Afghanistan si ribellano con forza»</mark>. Narges Mohammadi ha avviato la campagna <em>No esecuzioni in Iran</em> e in questi giorni sciopera insieme ad altre sessanta prigioniere donne.</p>
<p><strong>Una protesta in continua evoluzione </strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«La forma di protesta si è trasformata &#8211; continua Rayhane Tabrizi  &#8211; passando dalla manifestazione nelle strade ad altre forme: un esempio è che alle feste di laurea le ragazze si presentano tutte senza il velo. Questo è come protestare in strada: dimostri fortemente di non condividere la legge del regime»</mark>. <strong>Gli strumenti con cui questa nuova generazione di donne e uomini sono la musica, il ballo e il canto.</strong> In questo modo destabilizzano il regime e riconoscono che la via per la democrazia passa attraverso la libertà della donna. <mark class='mark mark-yellow'>Il primo marzo si sono svolte le elezioni parlamentari in Iran e l’affluenza al voto è stata del 15%: molti hanno lasciato la scheda bianca</mark>. «Le proteste iniziate un anno e mezzo fa hanno certamente inciso sull’affluenza al voto. Molte famiglie hanno iniziato a parlare di reati che il regime aveva fatto nei loro confronti dopo anni e questo ha creato un risveglio nel popolo iraniano» sottolinea Tabrizi. </span></p>
<p><strong>Donne, politica, repressioni</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La reazione del movimento delle donne ha quindi inciso sull’affluenza e la popolazione è rimasta colpita dalla durezza della repressione esercitata dalla classe dirigente della Repubblica Islamica contro chi protestava per cambiare le politiche interne dello Stato e dare maggiori libertà personali e diritti, <strong>non solo alle donne, ma a tutte le categorie interessate tra cui i giovani.</strong> «Il movimento ha giocato un ruolo importante, ma credo che anche senza di esso la percentuale di astensionismo sarebbe stata ugualmente alta» afferma <mark class='mark mark-yellow'>Luciana Borsatti, giornalista freelance, già corrispondente dell&#8217;Ansa da Teheran e autrice di “Iran il tempo delle donne”, “L&#8217;Iran al tempo di Trump” e “L&#8217;Iran al tempo di Biden”</mark>. «<strong>Riflettendoci, anche le ultime elezioni del 2020 avevano registrato un tasso di astensionismo alle urne pari al 42%, non molto superiore a quello dell’anno corrente e lì ancora non c&#8217;erano stati movimenti di questa portata</strong>», conclude Borsatti. Negli anni precedenti ci sono state manifestazioni settoriali, sindacali e di protesta di vario tipo, come nel 2019, «quindi può essere considerato una sorta di prova generale di quello che poi sarebbe stato tre anni dopo», dice Borsatti. <mark class='mark mark-yellow'>La funzione dell’astensionismo ha lanciato il messaggio di una società che, per la maggior parte, vuole una delegittimazione dell’attuale Repubblica Islamica. È imperativo ricordare che nella Repubblica Islamica la votazione è a suffragio universale, a differenza di certe monarchie del Golfo</mark>. Secondo Borsatti, inoltre, in Iran il voto è viziato già in partenza dal ruolo del Consiglio dei Guardiani che, soprattutto in queste elezioni, ha cercato di usare la scure per eliminare le candidature moderate. <mark class='mark mark-yellow'>Infine, l’uscita unilaterale di Trump dall’accordo sul nucleare ha compromesso la possibilità di una politica più pacifica e di dialogo tra Iran e Occidente</mark>.</span></p>
<p><strong><strong>Il cambiamento parte dalla disobbedienza civile, dal movimento continuo</strong></strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>La popolazione, in particolare le donne e i giovani continuano a lottare «contro l&#8217;obbligo del velo, che è un alto valore simbolico, ma non esaurisce la grande portata delle rivendicazioni di questo movimento. </strong>Ha riflettuto un cambiamento culturale profondo all&#8217;interno della popolazione iraniana, cioè l&#8217;insofferenza a queste regole e restrizioni anacronistiche imposte dalla Repubblica Islamica e dettate da una certa interpretazione della sharia», continua Borsatti. C’è un cambiamento nelle coscienze della popolazione che emerge soprattutto nel gesto simbolico di molte donne di non indossare più il velo nelle strade, nonostante siano aumentate le restrizioni, le punizioni, le multe e la possibilità di arresto per chi lo fa. <mark class='mark mark-yellow'>È disobbedienza civile. </span>In Iran le donne non hanno solo l’obbligo del velo: possono ereditare soltanto la metà dei beni dei loro fratelli maschi, non possono chiedere il divorzio e non hanno la custodia dei figli se non in casi eccezionali</mark>. Dal 1979 la società civile intesa come popolazione consapevole dei propri diritti si è allargata molto. Il risarcimento, ovvero il prezzo del sangue per la perdita di una vita per l&#8217;uccisione o la morte di una donna, è la metà di quella di un uomo: le norme della Repubblica islamica, penalizzano fortemente le donne, che nonostante questa legge costituiscono oltre 60% della popolazione universitaria. Un uomo per sposarsi deve promettere una certa somma economica alla donna. Da questi esempi si evince come nello stato iraniano permanga una mentalità patriarcale e maschilista che, nonostante ci sia in altri posti del mondo, compreso in Occidente, è rafforzata dall’interpretazione dell’Islam. «<strong>Il cambiamento deve partire dall’interno a sostegno della società civile iraniana, ma per farlo deve avere l’appoggio dall’esterno, dalla comunità internazionale</strong>». <mark class='mark mark-yellow'>Luciana Borsatti nota che «i lavoratori sono scesi in piazza anche per le rivendicazioni salariali, ma al fianco della causa delle donne. Il movimento è composto da vari interessi di diverse categorie sociali, ma non ha mai raggiunto una massa critica. In termini numerici non è stato sufficiente a cambiare un messaggio di politica nel Paese»</mark>.</p>
<p><strong>Una guida al cambiamento</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La Repubblica Islamica si è assicurata l’ultima parola sulle prossime decisioni, compresa l’elezione della nuova guida suprema. <mark class='mark mark-yellow'>Borsatti è infatti molto dubbiosa su un possibile dialogo tra il governo vincitore e i manifestanti</mark>: «Forse qualche anno fa sarebbe stato possibile tra almeno una parte dell&#8217;opposizione e i gruppi riformisti moderati». </span><strong>Le donne in Iran hanno fatto da traino per le istanze e le rivendicazioni che abbracciano diversi gruppi sociali: dai giovani alle minoranze etnico-religiose, dai lavoratori a tutti gli attivisti per i diritti umani e della lotta contro la repressione e le esecuzioni capitali</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>«Le donne sono un soggetto sociale con caratteristiche quasi universalistiche, che si fa anche carico di istanze presenti in tutti gli strati della società, che chiede un cambiamento radicale del sistema di potere per una vita dignitosa, per la possibilità di avere entrate mensili in un nucleo familiare sufficienti e per una giustizia sociale»</mark>, conclude Borsatti. In conclusione, il cambiamento deve essere guidato dalle istanze del ceto medio che si è impoverito e che non crede più nella possibilità di trovare condizioni di vita dignitose e di autorealizzazione in Iran.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/donna-vita-liberta-voci-femminili-dalliran/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;Be my voice&#8221;: il grido delle attiviste iraniane in esilio</title>
		<link>http://www.magzine.it/be-my-voice-il-grido-delle-attiviste-iraniane-in-esilio/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/be-my-voice-il-grido-delle-attiviste-iraniane-in-esilio/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 09 Mar 2023 13:44:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Sofia Valente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[donnavitalibertà]]></category>
		<category><![CDATA[Giornata internazionale della donna]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=64253</guid>
		<description><![CDATA[«Il problema non è l’hijab. Il regime vuole distruggere la nostra anima perché siamo donne». «Nel mio Paese essere una donna libera equivale ad essere un pericoloso criminale». «Le donne ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1474" height="1478" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/Foto-Ruggero-Gabbai.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Foto Ruggero Gabbai" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«Il problema non è l’hijab. Il regime vuole distruggere la nostra anima perché siamo donne». «Nel mio Paese essere una donna libera equivale ad essere un pericoloso criminale». «Le donne non hanno più nulla da perdere, il regime ha tolto loro tutto».</mark> <strong>Shima Babaei</strong>, 28 anni, <strong>Masih Alinejad</strong>, 46 anni e <strong>Nahid Persson</strong>, 63 anni sono attiviste iraniane che vivono in esilio a Bruxelles, negli Stati Uniti e in Svezia. La loro voce è un prolungamento delle grida di tutte le iraniane, che dall’uccisione di Mahsa Amini scendono in piazza insieme agli uomini per protestare contro il regime di Khomeyni. <em>Be my voice</em> è infatti il titolo del documentario di Nahid, vincitore nel 2021 del festival di film d’inchiesta “Pordenone Docs” ed è stato proiettato al Teatro Franco Parenti nella Giornata Internazionale della donna.</p>
<p style="font-weight: 400;">«Essere una donna in Iran vuol dire trovarsi in un campo di battaglia tutti i giorni – racconta Shima –. Ogni mattina quando una donna sta per uscire indossa il vestito della guerra. Veniamo controllate se siamo vestite bene e obbligate a recitare gli slogan pro regime». Shima è fuggita dal suo Paese quattro anni fa, dopo essere stata arrestata per cinque volte e condannata a sei anni di prigione. «Sono stata una delle poche fortunate che in carcere non ha subito violenze e torture – ricorda l’attivista –. Pe poter andare ai servizi dovevano bendarmi e una volta mi hanno spinto a confessare davanti a una telecamera che venivo pagata da altri Paesi per protestare contro il regime. Una guardia donna mi ha ordinato di spogliarmi davanti a un gruppo di uomini. Io mi sono rifiutata e uno di loro mi ha insultata».<mark class='mark mark-yellow'>Shima è diventata un’attivista all’età di 18 anni e la prima cosa che ha fatto è stata quella di «andare a parlare con i parenti dei giovani uccisi durante le manifestazioni». All’inizio ha preso parte alle proteste contro la pena di morte e poi ha partecipato alla campagna del “mercoledì bianco”, così chiamata perché «camminavamo per le strade con un velo bianco, che toglievamo e bruciavamo per manifestare contro l’hijab obbligatorio»</mark>. L’attivismo è sempre stato presente nella famiglia di Shima: suo padre veniva spesso mandato in prigione per le sue azioni contro il regime, ma da 14 mesi nessuno sa che fine abbia fatto. Il governo non ha notizie su di lui e non dice neanche se possono trovarlo vivo o morto. Tante famiglie iraniane si trovano nella stessa situazione di Shima.</p>
<div id="attachment_64257" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/Masih-Alinejad.jpg"><img class="wp-image-64257 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/Masih-Alinejad-300x300.jpg" alt="Masih Alinejad: «Se ognuno di noi piantasse un fiore, il mondo diventerebbe un giardino»." width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Masih Alinejad: «Se ognuno di noi piantasse un fiore, il mondo diventerebbe un giardino».</p></div>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>L’oppressione della Repubblica islamica viene percepita quotidianamente dalle attiviste che vivono in esilio all’estero. Protestare contro il regime di Khomeyni, anche in un Paese occidentale e democratico, vuol dire mettere in pericolo la propria famiglia ed essere costantemente minacciati</mark>. La regista Nahid Persson racconta questo aspetto nel documentario “Be my voice”, riprendendo i momenti in cui Masih scopre la cattura del fratello. La famiglia della giornalista e blogger iraniana decide quindi di interrompere i contatti con lei e di non rispondere più alle sue chiamate per non mettere in pericolo la vita di altri membri. «Quando Nahid è venuta a New York per girare il documentario, le ho detto che tutto quello che faccio non è una questione personale. In Iran milioni di donne stanno combattendo non solo contro l’obbligo di indossare l’hijab, ma contro un regime di apartheid di genere» spiega Masih. La regista iraniana Nahid ricorda bene quali erano le discriminazioni che subiva anche sul luogo di lavoro perché donna: «Quando ero una giornalista del notiziario di “Shiraz” era arrivata una circolare che proibiva alle donne di andare a lavorare senza il velo. Io e le mie colleghe ci consideravamo ragazze moderne e ci avevamo riso su, perché noi avevamo partecipato alla rivoluzione per ottenere gli stessi diritti degli uomini».</p>
<div id="attachment_64260" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/Nahid-Persson.jpg"><img class="wp-image-64260 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/Nahid-Persson-300x300.jpg" alt="Nahid Persson: «Quando ero una giornalista del notiziario di “Shiraz” era arrivata una circolare che proibiva alle donne di andare a lavorare senza il velo. Io e le mie colleghe ci consideravamo ragazze moderne e ci avevamo riso su, perché noi avevamo partecipato alla rivoluzione per ottenere gli stessi diritti degli uomini»." width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Nahid Persson: «Le donne non hanno più nulla da perdere, il regime ha tolto loro tutto».</p></div>
<p style="font-weight: 400;">“Donna, vita, libertà!”: lo slogan delle manifestazioni iraniane e l’hijab tolto e bruciato dalle donne che scendono in piazza portano per Masih un messaggio chiaro: «Più di cinquecento uomini e donne sono stati uccisi nella rivoluzione di Mahsa Amini, 20mila manifestanti innocenti sono stati arrestati, 15 attivisti condannati a morte e cinque di loro sono stati impiccati. Più di mille studentesse sono state ricoverate in ospedale a causa degli attacchi chimici. Questa è la nostra richiesta per i Paesi mediorientali e occidentali: inserite la guardia rivoluzionaria iraniana nella lista delle organizzazioni terroristiche». La richiesta d’aiuto verso gli Stati democratici è un aspetto che condivide anche la regista Nahid: «La solidarietà che vediamo fa crescere la nostra speranza. Mi auguro che anche gli altri Paesi si uniscano a noi. Se non ci fosse stata speranza di libertà in Iran, non avrei nemmeno girato questo film. È molto importante fare capire agli Stati, che non basta dire di stare dalla parte del popolo iraniano, tagliarsi i capelli e urlare “Donna, vita, libertà!” per poi stringere la mano al regime».<mark class='mark mark-yellow'>Quello che chiedono le attiviste insieme a Shima è di «essere portavoce delle donne iraniane e di divulgare il nostro messaggio ai vostri politici. Noi vinceremo e il mondo sarà un posto migliore senza il regime»</mark>. Lo dice anche Masih nel documentario <em>Be my voice</em>, mentre si prende cura delle sue piante nella casa a New York: «Se ognuno di noi piantasse un fiore, il mondo diventerebbe un giardino».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/be-my-voice-il-grido-delle-attiviste-iraniane-in-esilio/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Iran e Ucraina, storie di donne migranti: destini uguali e diversi</title>
		<link>http://www.magzine.it/iran-e-ucraina-storie-di-donne-migranti-destini-uguali-e-diversi/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/iran-e-ucraina-storie-di-donne-migranti-destini-uguali-e-diversi/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 08 Mar 2023 09:34:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=63914</guid>
		<description><![CDATA[Sono tanti i motivi per cui gli individui intraprendono la via della migrazione: per necessità, per paura, per cercare altrove qualcosa che non si può trovare dove si è nati. ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="5760" height="3840" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/migranti-rotta-balcanica.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="migranti rotta balcanica" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Sono tanti i motivi per cui gli individui intraprendono la via della migrazione: per necessità, per paura, per cercare altrove qualcosa che non si può trovare dove si è nati. Si migra per inseguire una speranza, per desiderio di futuro, per non accettare la rassegnazione di una vita sbarrata.</mark> <strong>Samirà</strong> e <strong>Yaryna</strong> hanno sperimentato l’esperienza migratoria in modi, tempi e luoghi diversi, ma l’intreccio delle loro voci restituisce una storia corale, condivisa da milioni di migranti che, come loro, sono “<em>in between</em>” tra il Paese d’origine e quello di accoglienza.</p>
<p style="font-weight: 400;">Entrambe provengono da zone del mondo in questo momento vittime di un conflitto: l’<strong>Iran</strong>, scosso da un’ondata di proteste contro il regime dell’ayatollah Khamenei, e l’<strong>Ucraina</strong>, che da un anno convive con l’invasione russa. Entrambe hanno eletto l’Italia a meta del proprio percorso migratorio: una terra che le ha accolte e verso cui hanno sviluppato un senso profondo di appartenenza. <mark class='mark mark-yellow'>Due esistenze annodate al filo sottile di una doppia nazionalità, memore delle proprie origini e grata per la possibilità di una nuova casa.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>«Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina il peso delle mie origini ha iniziato a farsi sentire: mi sono resa conto della labilità con cui avrei potuto perdere ogni cosa. La distanza geografica alimenta il senso di colpa di non essere accanto a chi è rimasto», racconta Yaryna Possamai.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Yaryna: figlia di Cernobyl e &#8220;immigrata per amore&#8221;</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">«È come avere due anime: trovarsi sempre tra due lingue, tra due culture e la condizione costante di dover spiegare se stessi è qualcosa che a volte stanca – Yaryna è nata nel 1986 ed è figlia di Cernobyl: l’Italia per lei germoglia come luogo di ospitalità occasionale nelle case di famiglie italiane e diventa residenza nel 2015, quando vi emigra per amore –. Ho deciso di partire e instaurare qui il mio progetto di vita, continuando a fare ciò che facevo in Ucraina: scrivere e insegnare. Da quando è scoppiata la guerra le mie origini hanno iniziato a farsi sentire molto forti: mi sono resa conto della labilità con cui avrei potuto perdere ogni cosa. Ad un tratto, capisci che puoi diventare un’orfana, senza neanche sapere come fossero morti i tuoi genitori o senza poterli seppellire». <mark class='mark mark-yellow'>La consapevolezza della guerra nel proprio Paese accresce le difficoltà per chi è protagonista di una storia di migrazione, perché la distanza geografica alimenta il senso di colpa di non essere presenti fisicamente e vicini a chi è rimasto.</mark> «Tutti gli sfollati cercano di fornire un sostegno: ospitando persone, donando soldi, mandando generatori, batterie e altri generi di prima necessità. Io aiuto continuando a fare il mio lavoro: traduco, racconto, insegno la lingua e la letteratura ucraina. Questo mi permette di tenermi a galla, è il mio modo di contribuire ad una vittoria comune».</p>
<p style="font-weight: 400;">«Il mio desiderio più grande è continuare a vivere in Italia, ma anche tornare a poter prendere un aereo fino a Kiev, perché questo significherebbe che il cielo è sicuro e che la guerra è finita. <mark class='mark mark-yellow'>Finché il conflitto continua, però, è difficile fare piani: la nostra vita è stata brutalmente interrotta nel 2022 e in questo momento nessun ucraino sta facendo quello che avrebbe voluto. I progetti per il futuro sono saltati in aria, proprio come le case abbattute dalle bombe russe».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>La migrazione è un&#8217;eredità che si trasmette per generazioni. Samirà Ardalani ne è un esempio: «Pur non avendo compiuto la rotta fisicamente, è qualcosa che mi riguarda in prima persona. L&#8217;Iran è il Paese dei miei genitori e fa parte di me».</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Samirà: l&#8217;Iran in cui non è mai stata ma che «fa parte di me»</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">La possibilità di fare ritorno nel luogo delle proprie origini è un desiderio condiviso anche da Samirà che, essendo figlia di dissidenti politici, in Iran non è mai stata. «Potrò averla soltanto quando ci sarà un cambio di regime. Io sento di essere italiana, questo Paese mi ha dato tutto. Ma sono anche iraniana, perché è lì che risiedono le mie radici ed è da lì che provengono i miei genitori: l’Iran è parte di me». Samirà è rappresentante dell’Associazione Giovani Iraniani Residenti in Italia e, da quando la morte di <strong>Mahsa Amini</strong> è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso del malcontento in Iran, esprime il suo sostegno alle proteste con l’unico mezzo che, da lontano, può esercitare: la voce. La sua affiliazione al MEK – il partito dell’Esercito di Liberazione Nazionale dell’Iran – la rende tuttavia una figura controversa, in cui non tutti i manifestanti si riconoscono.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Quello di Samirà è l’esempio vivente di come l’esperienza migratoria non si limiti al percorso di una rotta e non si esaurisca alla prima generazione di chi la percorre. Il suo lascito è un’eredità che si trasmette per generazioni</mark>, «è qualcosa che pur non avendo vissuto direttamente, mi riguarda in prima persona, perché se i miei genitori non avessero lasciato l’Iran io forse non sarei mai nata». «Ogni volta che sento notizie provenienti da Teheran e vedo chi è costretto a fuggire, penso che qualche decennio prima c’era la mia famiglia al loro posto e che oggi potrei esserlo io».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/iran-e-ucraina-storie-di-donne-migranti-destini-uguali-e-diversi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: http://www.w3-edge.com/wordpress-plugins/

Page Caching using disk: enhanced
Database Caching 1/26 queries in 0.064 seconds using disk
Object Caching 1445/1705 objects using disk

 Served from: www.magzine.it @ 2026-04-17 16:52:28 by W3 Total Cache -->