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	<title>magzine &#187; Intervista</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Intervista a Gino Cecchettin: come dare un senso al dolore</title>
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		<pubDate>Tue, 06 May 2025 11:25:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi sarebbe stato il suo compleanno. E, però, tocca ricordare Giulia Cecchettin nel cordoglio, per il fatto che non è più viva ma anche perché il numero di donne uccise ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1706" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/05/GINO-CECCHETTIN-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="GINO-CECCHETTIN--scaled" /></p><p>Oggi sarebbe stato il suo compleanno. E, però, tocca ricordare Giulia Cecchettin nel cordoglio, per il fatto che non è più viva ma anche perché il numero di donne uccise dai loro partner continua a crescere. Domenica mattina un altro femminicidio &#8211; commesso a Settala da un cinquantenne che ha ucciso a coltellate la moglie &#8211; si è aggiunto alla già fin troppo lunga lista dei reati di genere nel 2025. Si tratta dell&#8217;ennesimo episodio per riflettere sulla nostra società, sul valore attribuito alla vita altrui, su quanto ancora si debba lavorare sulla cultura del rispetto per gli altri. Sono discorsi preziosi da affrontare con chi, dalle macerie di un lutto, sta cercando di trarre qualcosa di costruttivo, nel tentativo di rimodellare i connotati, spesso inconsapevoli, che caratterizzano la cultura in cui siamo immersi. <mark class='mark mark-yellow'><strong>Gino Cecchettin</strong> è ormai diventato uno dei volti emblematici di questo impegno: assieme a lui, ospite in questi giorni al festival dei Diritti Umani di Milano, abbiamo parlato della lotta alla violenza di genere e al patriarcato, e di come questi intenti traspaiano dalle pagine del suo libro <em>Cara Giulia, quello che ho imparato da mia figlia</em>, edito da <strong>Rizzoli</strong></mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Sempre più spesso leggiamo di episodi di violenza, sia di genere sia a livello giovanile, come ci insegnano i casi recenti. Siamo solo più attenti o effettivamente c&#8217;è un aumento?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Mi sembra di capire che ci sia una escalation verso una violenza sempre più pervasiva e acuta, nei termini e nelle modalità. Non so se l&#8217;informazione anni addietro non riportasse tutti gli atti di violenza tra i giovani, però sicuramente mi sembra che ci sia più facilità nel commettere dei gesti efferati senza pensare alle loro conseguenze. E, convivendo con questa violenza continua, mi pare si tenda a divenirne assuefatti: la mia paura è che questa &#8220;nuova normalità&#8221; diventi sempre più grave. <mark class='mark mark-yellow'>In  un mondo totalmente pacifico uno schiaffo sarebbe visto com un&#8217;aberrazione; al contrario, in un mondo violento e di guerra come il nostro, l&#8217;omicidio viene considerato alla stregua di un evento che accade tutti i giorni.</mark> A incidere sull’accelerata della violenza contribuiscono anche i social, internet e l’intelligenza artificiale, che consentono una diffusione capillare dei contenuti tra i giovani: anche solo vedere dei video dove si mostra dell&#8217;aggressività ci rende assuefatti, per cui poi ci sembra quasi normale parlare di accoltellate, di sparatorie e di cose che, normali, non lo sono assolutamente.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il progetto di comunicazione e consapevolezza che state portando avanti come famiglia e come<em> Fondazione Cecchettin</em> sta effettivamente apportando un cambiamento nella nostra società, anche soltanto per sensibilizzare giovani e meno giovani sul fenomeno?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Penso proprio di sì, anche perché ci sono dei dati oggettivi: le donne telefonano molto di più che in passato, le denunce sono cresciute, il numero di chiamate al 1522 è aumentato: il fatto di continuare a parlarne probabilmente fa aumentare la consapevolezza e il coraggio in chi ha bisogno, in chi deve denunciare. Quindi, è un percorso che bisogna fare, a dispetto di coloro che sostengono che se ne parli troppo. Anzi, vorrei dire: «Parliamone ancora di più».</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Per quanto riguarda i rimedi, qualche mese fa il Consiglio dei ministri ha dato il suo “via libera” a un progetto di legge per introdurre il reato di femminicidio. Sarebbe sufficiente? Cos&#8217;altro dovrebbero fare le istituzioni?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Posto che con l&#8217;inasprimento delle pene non si eliminano di default i reati, qualsiasi essi siano, introdurre il reato di femminicidio equivarrebbe a riconoscere di un tipo violenza particolare, che svilisce la donna in quanto donna e ha delle sue dinamiche specifiche. Inoltre, in questo modo si inizierebbe anche a parlare di femminicidio in giurisprudenza. Ancora adesso molte persone sostengono che sia inutile introdurre questo reato, perché di fatto si tratta di un omicidio, ma bisogna riconoscere che <mark class='mark mark-yellow'>la violenza sulle donne è un fenomeno diverso: non è quella classica, che esiste tra gang o quella colposa che può succedere per strada, bensì è una forma costante, continua, che si struttura come una piramide e arriva, nella sua escalation più acuta, proprio al femminicidio.</mark> Riconoscerlo, secondo me, è un passo importante, perché bisogna far capire che è un tipo di violenza tutta particolare, che va sradicata con altri metodi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Quali potrebbero essere questi metodi per combattere la violenza di genere e quali scelte concrete chiunque di noi potrebbe adottare già da subito nel suo quotidiano, in famiglia, a scuola e in tutti i contesti che frequentiamo ogni giorno?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Un primo passo fondamentale è iniziare a parlarne, perché penso che non venga fatto a tutti i livelli e in tutte le famiglie, anzi, probabilmente in alcune case viene considerato un tabù al pari dell&#8217;educazione sessuale: nel momento in cui si riesce anche solo ad imbastire un dibattito, che sia in famiglia o a scuola, già il confronto può dare spunti necessari per intravedere i prossimi passi. E poi ci sono i famosi decaloghi per capire cos&#8217;è la violenza di genere: se ne trovano in ogni sito di associazioni che la combattono. Giulia stessa aveva scritto in quindici punti “I motivi per cui ho lasciato Filippo”, dove si intravede che nel loro rapporto c’era coercizione, possesso, mancanza di libertà. Il riconoscersi in almeno uno di questi punti significa già avere gli elementi per troncare una relazione.</p>
<p><strong>Proprio per questa impellente esigenza di parlarne, ha scritto il libro <i>Cara Giulia, </i>già pochi mesi dopo la scomparsa di sua figlia. Cosa Le ha dato la forza di farlo?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Penso che la forza sia arrivata soprattutto dal dolore, un dolore fortissimo, intenso, lancinante, e dal voler in qualche modo dare continuità all&#8217;opera altruista di Giulia, che aiutava il prossimo in maniera sistematica, quasi fosse un principio di vita. Volevo far confluire tutte le domande che mi ponevo in quel momento e il dolore che stavo provando per metterli al servizio della comunità, affinché altri genitori non provassero quello che stavo vivendo io. Poi avevo capito che Giulia ormai era diventata la Giulia &#8220;di tutti&#8221;, e, in tutto questo, io credo di non aver rinunciato a nulla di Giulia, anzi: l&#8217;ho donata all&#8217;Italia intera per veicolare un messaggio. A tutto questo, si aggiunge il fatto che stavo pensando di fondare un&#8217;associazione e il libro avrebbe potuto essere il veicolo per finanziarla. Penso che sia stata la giusta risposta al mio dolore e a un rapporto padre e figlia interrottosi per volere di altri.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Se avesse la possibilità di scegliere un passaggio, qualche pagina o anche soltanto una frase, che vorrebbe tutti leggessero, quale sarebbe? Qual è il “cuore” del libro?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">A me piace tantissimo l&#8217;incipit, proprio il primo capitolo, che è breve e di fatto non l&#8217;ho scritto io, ma racchiude un&#8217;emozione intensa, che ho vissuto e che ho ritrovato nelle parole di chi sa scrivere, perché descrive tantissimo la condizione di quel momento. E poi direi il messaggio delle porte aperte, che sono un simbolo che ritorna: all&#8217;inizio la stanza di Giulia  era una porta aperta, che lasciava presagire qualcosa di brutto; alla fine la porta aperta diventa un segno di comunicazione, di apertura, di dialogo verso un futuro che ha bisogno di confronto.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Dal testo Giulia appare come una ragazza molto trasparente, il che forse è uno dei motivi per cui l&#8217;opinione pubblica si è affezionata così tanto a lei. Nel momento in cui ha scritto c&#8217;è stata una presa di consapevolezza diversa rispetto al rapporto che vi legava come padre e figlia?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">In realtà io e mia moglie siamo sempre stati consapevoli di avere un rapporto piuttosto intimo con tutti i ragazzi, parlando anche di tematiche che di solito vengono considerate dei tabù. Però mi duole il fatto che, nonostante questo rapporto così intimo, lei non sia riuscita a esprimere qualche paura, ammesso ne avesse, perché una settimana prima del suo omicidio, mi aveva detto: «Stai tranquillo papà, che Filippo non farebbe male a nessuno». Tutto questo è successo mentre Filippo stava già meditando il peggio. È una cosa con la quale ancora faccio fatica a fare i conti: nonostante un rapporto perfetto, una comunicazione costante sotto tutti i punti di vista, nessuno dei due aveva avuto la percezione di questo rischio oppure è mancato un elemento di comunicazione ancora più profondo per poter darci lo spunto per capire che lei stava in brutte acque. Proprio per questo la violenza di genere è pericolosa, perché è molto più subdola di quello che noi pensiamo.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Nel libro ci sono due scelte stilistiche particolari: una è la decisione molto intima di rivolgersi a Sua figlia dandole del &#8220;tu”; la seconda è non nominare mai “Filippo”, non dare neppure un nome al responsabile dell&#8217;omicidio. Da cosa sono state dettate?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Da un lato, ha scelto di dare del “tu” a mia figlia e di utilizzare la forma della lettera perché non mi sarei mai sentito a mio agio nell’usare un impersonale o una forma narrativa esterna e distaccata. Dall&#8217;altro lato, non è mai stato citato Filippo perché l’intento era produrre “qualcosa di bello”, che portasse speranza. Mettere anche solo un elemento che riconducesse a qualcuno che, al contrario, ha fatto tutto tranne che &#8220;del bello&#8221;, secondo me sarebbe stato come contaminare il tutto. Del resto, essendo un testo destinato all’Italia, la storia la conoscevano tutti, non era necessario spiegarla di nuovo: ho preferito soffermarmi sull&#8217;essenza del pensiero, dei rapporti, del modo di parlare, di vivere. Non era assolutamente necessario descrivere passaggi che assomigliano più a uno scoop che non alla notizia, che non avrebbero dato alcun valore aggiunto.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Proprio rispetto alla vicenda più strettamente &#8220;di cronaca&#8221;, si è molto discusso della sentenza di condanna nel momento in cui è stato pronunciato il dispositivo. Poche settimane fa sono state depositate anche le motivazioni. Posto che nessuna decisione potrà mai restituirvi la vostra vita di prima, come famiglia, sentite queste motivazioni rispondenti e rispettose della storia che è stata? </strong></p>
<p style="font-weight: 400;">È proprio così: non c&#8217;è sentenza che ti possa restituire anche il minimo conforto. Chi aspetta la decisione cercando una concsolazione probabilmente è accecato da qualche sentimento negativo di rabbia, di vendetta, di ira, che sicuramente non verrà ripagato neanche con l&#8217;ergastolo a vita. Io ne ero già consapevole, tant&#8217;è vero che fin dal primo momento sapevo che avrei rispettato qualsiasi tipo di sentenza. Tornando alla motivazione, devo dire che un po&#8217; mi ha fatto male. <mark class='mark mark-yellow'>Non mi ha deluso, ma, nel momento in cui l&#8217;ho letta, mi ha fatto male come papà, ecco. Io comunque sono il papà di Giulia e quindi quando leggo “75 coltellate”, che per chi scrive è soltanto un numero o un gesto, per me è un dolore inflitto a mia figlia, che io rivivo.</mark> Dal punto di vista legale non mi permetto di giudicare, perché non ho competenza in merito e non posso dire se sia vero o non vero, giusto o non giusto: questo giudizio spetta agli esperti. Forse, però, si potevano utilizzare altre parole.</p>
<p><strong>Nella vita di tutti i giorni le capita mai di rivolgersi a Giulia?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Abbastanza spesso, magari anche solo con il pensiero, perché ci sono stati tanti non detti, tante conversazioni che mi sono state negate.</mark> Proprio come essere umano, è quasi normale ogni tanto rivolgersi a lei o a mia moglie, anche per cercare di trovare una risposta, che ovviamente non arriva. Cercare di parlarle è un modo per sentirla vicina.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>C&#8217;è qualcosa che si potrebbe dire a una persona che si trova in una situazione simile per farle capire che non è sola o per farle superare la paura, che a volte è il timore di essere giudicata o ritenuta “eccessiva”? </strong></p>
<p style="font-weight: 400;">È difficile da dire: in linea generale, si deve stare vicino con la propria vita e con il proprio tempo alle persone che stanno soffrendo. Non c&#8217;è una parola che convincerà le vittime della violenza di genere a lasciare chi le sta vessando, chi le sta in qualche modo violentando dal punto di vista fisico o morale; le si deve stare accanto perché loro molto probabilmente non se ne rendono conto, non hanno la forza, non hanno il coraggio&#8230; <mark class='mark mark-yellow'>L&#8217;unico modo per aiutarle è un accompagnamento lieve e gentile per far sì che il loro punto di vista cambi, almeno di quel poco che è sufficiente per farle capire che la situazione è pericolosa e che stanno rischiando la vita. Però, bisogna farlo con delicatezza, con tatto, perché poi il problema del giudizio è forse il primo elemento deterrente rispetto al denunciare.</mark></p>
<p><strong>Se Giulia potesse vedere l&#8217;impegno che ci state mettendo, come famiglia e come associazione, quale sarebbe la sua reazione? </strong></p>
<p>È una domanda difficile perché ovviamente si riferisce a ciò che è avvenuto dopo che lei è mancata; quindi, si tratta di un ragionamento per assurdo. Ma, <mark class='mark mark-yellow'>se ci fosse un modo per comunicare con lei, in qualsiasi posto si trovi ora, secondo me, conoscendola, per prima cosa probabilmente piangerebbe. Farebbe uno di quei suoi pianti silenziosi ma pieni di lacrime, perché lei era solita far così. Poi mi abbraccerebbe e mi direbbe: «Bravo papino, continua così, fallo per le altre». Probabilmente non penserebbe a sé stessa, penserebbe alle altre donne che potremmo salvare, ci sosterrebbe.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Come si riesce a dare un senso a tutto questo dolore e a non lasciarsi sopraffare dai sentimenti di rabbia e arrendevolezza, trasformandoli invece in qualcosa di costruttivo?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>In ciò che è accaduto a Giulia non c’è un senso, forse c&#8217;è un controsenso, che è proprio il motivo per il quale bisogna fare qualcosa.</mark> Bisogna trovare un senso nell’andare avanti affinché queste cose non succedano più. Penso sia sbagliato dire che il senso della morte di Giulia sia stato diventare il simbolo della lotta contro i femminicidi e la violenza di genere, perché molto onestamente preferirei tornarmene nel mio anonimato, ma con Giulia vicino. Però, da essere umano cerco quantomeno di trovare una risposta su come poter migliorare il futuro di qualcun altro. Ovviamente non il nostro, perché io di fatto sono già stato condannato al mio ergastolo senza Giulia.  In tutto questo, la rabbia ho capito come gestirla e come trasformarla in qualcosa di positivo cercando di eliminarla. Ovviamente l’arrendevolezza alle volte arriva, ma per fortuna sono piccoli momenti. Ad esempio, quando sento la notizia di un nuovo femminicidio, mi viene sempre spontaneo chiedermi se allora tutto quello che sto facendo non serva a nulla. Ma poi, ogni volta, ritrovo la forza e cerco di non arrendermi. Forse è proprio in questi momenti che trovo la spinta di andare avanti e di ripartire con ancor più slancio.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Di fronte a una perdita così grande, chi resta come riesce a trovare un senso alla propria vita? </strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Io dico sempre che andare avanti è anche rendere onore a chi la vita non ha più potuto goderla. Quindi, cercare in qualche modo di onorare questo dono è anche un omaggio a chi invece la sua vita l’ha vista spezzata. <mark class='mark mark-yellow'>A tutti coloro che magari sentono di non aver la forza di continuare, io vorrei dire: <strong>«Provate a fare un regalo ai vostri cari che sono mancati godendo appieno della vostra vita e cercando anche la felicità, pur nel dolore». </strong>Infatti, questa ricerca della felicità e il dolore possono convivere: io convivo con un dolore pervasivo, ma comunque continuo a inseguire dei momenti di felicità, anche se sono consapevole che non saranno più come prima, perché credo che comunque la vita resti un dono, da onorare e vivere pienamente.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">
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		<title>Sindrome dell&#8217;esperto o dell&#8217;impostore, cosa fare se è una malattia del giornalismo</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2022 06:59:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Aurora Ricciarelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
		<category><![CDATA[Esperti]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel mondo del giornalismo e dell’informazione, gli esperti svolgono spesso un ruolo chiave fondamentale. Ad esempio, durante la pandemia da Covid-19, i media si sono affidati a specialisti di tipo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1000" height="701" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/Professione-reporter.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: Professione reporter" /></p><p>Nel mondo del giornalismo e dell’informazione, gli <strong>esperti</strong> svolgono spesso un ruolo chiave fondamentale. Ad esempio, durante la pandemia da Covid-19, i media si sono affidati a specialisti di tipo sanitario per poter avere informazioni e dati chiari sullo sviluppo della malattia, sul sistema vaccinale e sui comportamenti più appropriati da tenere.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Nick Huber spiega che nel settore aziendale e tecnologico circa il 20 per cento dei suoi intervistati manifesta la sindrome dell’esperto, ossia “l’arroganza e riluttanza nello spiegare le cose in termini profani e con un linguaggio semplice.”</span></p>
<p>A volte, però, questo apparente meccanismo “perfetto” può incepparsi. <mark class='mark mark-yellow'>Sono due i problemi che sempre più spesso si verificano: la “sindrome dell’esperto” e la conseguente “sindrome dell’impostore”.</mark> <strong>Nick Huber</strong>, scrittore e giornalista del <em>The Financial Times</em>, ha spiegato che <mark class='mark mark-yellow'>nel settore aziendale e tecnologico circa il 20 per cento dei suoi intervistati manifesta la sindrome dell’esperto, ossia “l’arroganza e riluttanza nello spiegare le cose in termini profani e con un linguaggio semplice”</mark>. Infatti, se i giornalisti si preoccupano di rendere la loro scrittura <strong>chiara e di facile accesso</strong> per tutti, gli specialisti tendono invece a non interessarsi minimamente a questo aspetto. «È anche una leggera mancanza di empatia: non si mettono molto in discussione su ciò di cui parlano e su come spiegano le cose», incalza Huber. Lo scrittore va avanti spiegando che a volte <mark class='mark mark-yellow'>porre domande semplici o interrompere per dei chiarimenti viene visto da questi specialisti come qualcosa di maleducato, addirittura da deridere»</mark>.</p>
<p>In tali condizioni è normale che il giornalista corra spesso il rischio di <strong>sentirsi inadeguato, insicuro e non all’altezza</strong> dell’intervistato: si chiama <strong>“sindrome dell’impostore”</strong>. La paura dell’imbarazzo è talmente reale che <mark class='mark mark-yellow'>l’intervistatore perde di vista la sua priorità, ossia il pubblico, nel tentativo di impressionare l’ospite</mark> e di conquistarne il rispetto.</p>
<div id="attachment_60367" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/Corriere.jpg"><img class="wp-image-60367" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/Corriere.jpg" alt="Fonte: Corriere della Sera " width="300" height="276" /></a><p class="wp-caption-text">Fonte: Corriere della Sera</p></div>
<p>Secondo Huber, <mark class='mark mark-yellow'>l’abilità di un giornalista è quella di «filtrare le informazioni e i commenti veramente utili»</mark>. Come mantenere, quindi, i nervi saldi in presenza di un esperto difficile da gestire? Lo scrittore consiglia di <strong>spiegare in anticipo</strong> i punti che verranno trattati, specificando soprattutto il <strong>tipo di pubblico</strong> a cui ci si rivolgerà. Un’altra cosa da fare potrebbe essere quella di chiedere agli specialisti degli <strong>esempi concreti</strong>, delle <strong>analogie</strong>, interrompendoli di tanto in tanto per <strong>riassumere</strong> ciò che hanno detto e chiedere loro conferma. E poi, come sostiene Nick Huber: <mark class='mark mark-yellow'>«Non importa se pensano che le tue domande siano stupide. Se lo fanno, allora stai facendo le domande giuste»</mark>.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Per saperne di più, continua a leggere su <a title="Journalism.co.uk " href="https://www.journalism.co.uk/news/imposter-syndrome-vs-expert-syndrome-how-to-interview-specialists/s2/a983135/" target="_blank">Journalism.co.uk</a>.</strong></p>
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		<title>Ucraina, la battaglia del grano</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Mar 2022 16:57:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[grano]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[rincari]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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		<description><![CDATA[Prezzi che volano alle stelle, problemi degli approvvigionamenti, danni ambientali e trasporti bloccati. Sono queste alcune delle conseguenze della guerra tra Russia e Ucraina, un conflitto che sta causando reazioni ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="960" height="540" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/03/grano-prezzi-alle-stelle-per-la-guerra-in-ucraina-a-rischio-la-fornitura_04436c86-9a2e-11ec-b767-4f88b7d70a6a_1920_1080_v3_xl_16_9.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="grano-prezzi-alle-stelle-per-la-guerra-in-ucraina-a-rischio-la-fornitura_04436c86-9a2e-11ec-b767-4f88b7d70a6a_1920_1080_v3_xl_16_9" /></p><p>Prezzi che volano alle stelle, problemi degli approvvigionamenti, danni ambientali e trasporti bloccati. Sono queste alcune delle conseguenze della guerra tra Russia e Ucraina, un conflitto che sta causando reazioni negative in tantissimi settori. Tra questi, la produzione e lo stoccaggio del grano. <mark class='mark mark-yellow'>La sospensione delle spedizioni sul Mar Nero che vieta a Russia e Ucraina di esportare grano è una delle cause. Altre sono la siccità della scorsa estate in Canada, Usa e Nord Africa, e l’aumento del costo dell’energia.</mark></p>
<p>“I quantitativi di grano tenero che arrivano da Russia e Ucraina non sono eccessivi. Ma questi Paesi rappresentano importanti forniture, e c’è un impatto sui prezzi”, afferma Mimmo Pelagalli, giornalista di AgroNotizie. <mark class='mark mark-yellow'>In Italia per i grani teneri c’è stato uno sfondamento della linea di 400 euro a tonnellata, con rincari sulle farine di grano tenero e una ricaduta negativa sul premio qualità.</mark></p>
<p>“In questo quadro che non delinea di per sé un problema di scarsità, ma solo di accesso ai beni per l’elevato prezzi, si è inserito un nuovo attore: l’Ungheria – prosegue Pelagalli -. Per evitare elevati incrementi di prezzo, l&#8217;Ungheria ha assoggettato le esportazioni di grano tenero e mais a un regime di autorizzazioni di tipo statale talmente restrittivo da essere paragonato ad una sorta di embargo. C’è inoltre il problema dell’attacco che si sta verificando tra i contatti di intermediazione, perché l’Ungheria oltre ad esportare tanto grano della sua produzione, è un grande soggetto mediatore di grano da altre provenienze. Quindi se l&#8217;Ungheria compra grano da altri Paesi, automaticamente bloccando le sue forniture blocca anche il grano di altra provenienza. Se si interrompe questo flusso ci sono problemi seri di approvvigionamento e di prezzi”.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>In caso di allargamento della guerra, potremmo avere il problema delle forniture che non avrebbero più una via marittima per raggiungerci</span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Sul fronte del grano duro, il grosso della produzione è localizzata tra il nord degli Stati Uniti, il Canada e l’Unione Europea. Nel Canada, nella sola provincia del Saskatchewan si produce l’80 per cento del grano canadese che serve alla nostra industria.</mark> “Abbiamo anche delle piccole forniture che vengono dalla Russia, non dall’Ucraina. Qualcosa di più importante arriva dal Kazakistan. Se questo conflitto dovesse continuare senza allargarsi non dovremmo avere grossi problemi dal punto di vista dell’approvvigionamento. In caso di allargamento, quindi del blocco totale della portualità sul Mar Nero, potremmo avere il problema delle forniture dal Kazakistan che non avrebbero più una via marittima diretta per raggiungerci”.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il grano duro è aumentato a partire dalla scorsa estate, questo è dipeso da due fattori: il primo, la siccità che ha colpito la scorsa estate dimezzando i raccolti in Nord America e in Nord Africa. Questo fatto ha alimentato la richiesta, facendo scoppiare una crescita dei prezzi legata alla scarsità. Il secondo è l’aumento dei prezzi dell’energia che già c’era a fine 2021, alimentato dalle tensioni dei mercati dovute alla ripresa post-Covid. In più, se la guerra continua, saltano le semine.</mark> “La guerra sta danneggiando il grano verde perché se c’è guerra l’agricoltore non fa la concimazione di copertura. La resa per ettaro viene a calare, quindi calano la produzione e l’output finale. C’è poi il problema di tutti quei campi che saranno inagibili per la produzione agricola perché dobbiamo ipotizzare che ci saranno delle battaglie campali. Con carri, uso di missilistica, proiettili che rimarranno inesplosi, di mine e materiali pericolosi avremo nel post-bellico il problema dello sminamento dei campi. Questo significa una riduzione massiva della produzione agricola dell’Ucraina nei seminativi che avrebbe effetti devastanti”.</p>
<p>Il motivo dei timori che crescono sui mercati è anche questo: più tempo passa e più la guerra dura, maggiore è il danno all’infrastruttura terra, senza la quale non si fa agricoltura. <mark class='mark mark-yellow'>“Se danneggiamo la terra perché ci sono gli esplosivi &#8211; conclude Pelagalli &#8211; non si può raccogliere, non si può concimare, non si può seminare. Riduciamo la produzione agricola del vero e proprio granaio nel cuore dell’Europa che è l’Ucraina&#8221;.</mark></p>
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		<title>Crisi dell’editoria, l’edicola Magni resiste da oltre cento anni</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2022 12:21:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[edicola]]></category>
		<category><![CDATA[giornale]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>

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		<description><![CDATA[L’avvento di internet e la conseguente crisi dell’editoria ha costretto la chiusura di tante edicole milanesi. Nonostante le problematiche di un mercato sempre meno inclusivo, c’è ancora chi non si ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4032" height="3024" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/03/edicola-magni.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="edicola magni" /></p><p>L’avvento di internet e la conseguente crisi dell’editoria ha costretto la chiusura di tante edicole milanesi. Nonostante le problematiche di un mercato sempre meno inclusivo, c’è ancora chi non si è lasciato affossare. È il caso dell’edicola Magni, la più antica di Milano, gestita dall’omonima famiglia da oltre cento anni in largo Augusto. Inserita nell’albo delle Botteghe Storiche della città, dal 1914 la Magni è un punto di riferimento per i lettori milanesi.<mark class='mark mark-yellow'>“Abbiamo sempre resistito con i denti. Ci vuole professionalità in questo mestiere, anche se non sembra. Adesso è molto difficile, con il boom di internet e dei social abbiamo subito un colpo da tutte le parti”,</mark> racconta Maurizio Magni, attuale proprietario dell’edicola.</p>
<p><strong>Che futuro si prevede per le edicole?</strong></p>
<p>È una cosa che non so per quanto tempo andrà avanti. La chiusura di tante edicole a Milano dimostra la nostra difficoltà a resistere. Aumentano le spese, diminuiscono gli incassi.</p>
<p><strong>Nel corso degli anni di quanto sono calate le vendite?  </strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Adesso facciamo il 50% in meno del 2008, quando già era iniziata la crisi dell’editoria. Fino al 2006 abbiamo sempre lavorato bene</mark>, fatto il nostro incasso, lavorando duramente. Dal 2008 in avanti è stato un continuo decrescere, e un aumento delle spese che ci ha messo il comune di Milano ci ha danneggiato ulteriormente.</p>
<p><strong>Quale aumento in particolare?</strong></p>
<p>L’aumentato dell’occupazione spazio più del 60% negli ultimi anni. A differenza di un bar o ristorante non possiamo mettere i prezzi che vogliamo: un giornale costa uguale in centro come in Bovisa. Pago settecento euro al mese di occupazione spazio per uno spazio di 23 metri quadri in un marciapiede. <mark class='mark mark-yellow'>Paghiamo come un monolocale e non abbiamo neanche un bagno. Con la crisi che c’è, ci hanno anche danneggiato così.</mark></p>
<p><strong>Il concetto di edicola sta cambiando nell&#8217;opinione pubblica?</strong></p>
<p>Credo di sì, per durare nel tempo dovrebbe essere una specie di presidio della zona. Una volta l’edicola era anche un luogo di scambio di idee. Questo concetto sta svanendo. È tutto molto preoccupante, continuiamo a resistere ma non è facile.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Russia-Ucraina, niente guerra (per ora) ma si intensificano gli attacchi hacker</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Feb 2022 17:27:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Fake news]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Hacker]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>

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		<description><![CDATA[“Credo che fino a quando Putin non avrà la certezza che l’Ucraina non entrerà mai nella Nato questa situazione non si risolverà”. Ad affermarlo èMarta Ottaviani, giornalista e scrittrice, autrice ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="612" height="408" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/istockphoto-1327877491-612x612.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="istockphoto-1327877491-612x612" /></p><p>“Credo che fino a quando Putin non avrà la certezza che l’Ucraina non entrerà mai nella Nato questa situazione non si risolverà”. Ad affermarlo è<mark class='mark mark-yellow'>Marta Ottaviani, giornalista e scrittrice, autrice del libro <em>Brigate russe &#8211; la guerra occulta del Cremlino tra troll e hacker</em>, appena pubblicato da Ledizioni</mark>. Un libro in cui si spiega cosa siano i troll e i bot russi e quale strategia nascondano questi attacchi informatici. Fa parte della cosiddetta ‘Dottrina Gerasimov’, che prende il nome dal Generale che l’ha teorizzata, ed è il punto di partenza della guerra non convenzionale che vede come strumenti principali internet, le nuove tecnologie e i social network. Una guerra occulta, che si combatte anche in tempo di pace e che ha, fra i suoi obiettivi, la manipolazione dell’opinione pubblica e l’uso dell’informazione come arma a largo spettro.<mark class='mark mark-yellow'>In questo libro Marta Ottaviani illustra come Mosca sia riuscita a influenzare alcuni grandi conflitti e appuntamenti internazionali attraverso attacchi hacker ai danni di molti Paesi europei e legioni di troll al soldo del Cremlino, che operano per accrescere la popolarità di Putin e screditare gli oppositori</mark>. L&#8217;obiettivo è quello di far filtrare la versione dei fatti russa, ribaltando la realtà. La giornalista italiana, esperta di Turchia ed Est-Europa e Russia, soprattutto per il quotidiano <em>Avvenire</em>, è attualmente a Mosca per seguire da vicino le strategie adottate dal presidente russo Vladimir Putin sulla potenziale guerra con l&#8217;Ucraina.</p>
<p><strong>Marta Ottaviani, che aria si respira a Mosca in questi giorni? Com’è percepita la tensione?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La tensione non si sente. Si sente la volontà della Russia di mettere le cose in chiaro e di sedersi ai tavoli diplomatici, certa che le sue richieste verranno prese in considerazione.</mark></p>
<p><strong>Quali sono le richieste della Russia?</strong></p>
<p>Avere l’Ucraina fuori dalla Nato in modo ufficiale. Ovvero chiede, soprattutto agli Stati Uniti, l’impegno a non fare entrare l’Ucraina nella Nato e, probabilmente, chiederà il riconoscimento internazionale della Crimea. Quest’ultimo è un argomento che a Putin interessa meno, perché la Crimea se l’è già presa, di fatto. Avere l’Ucraina fuori dalla Nato è però la condizione per ritirare tutte le truppe dal confine.</p>
<p><strong>Putin dice che non invaderà l’Ucraina: è credibile? </strong></p>
<p>Per il momento l’intervento non c’è stato e credo che non ci sarà. <mark class='mark mark-yellow'>Ma non è detto, i soldati sul confine ci sono ancora, e il presidente russo sta aspettando un gesto concreto da parte della comunità internazionale per ritirarli.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Marta Ottaviani, autrice del libro <em>Brigate russe:</em> &#8220;Per il momento l’intervento militare non c’è stato e credo che non ci sarà. Maggiore attenzione merita la guerra informatica tra troll e hacker già in atto da anni</span></p>
<p><strong><strong><strong>Secondo alcune fonti le truppe russe si stanno ammassando in altri punti al confine, non c&#8217;è un abbandono. Putin sta aspettando un gesto concreto per ritirarli. </strong></strong>Alcune truppe russe sono state ritirate, a quanto emerge. </strong></p>
<p>C’è stato un arretramento, questo è certo. Secondo alcune fonti, però, si stanno ammassando in altri punti del confine. E&#8217; una situazione decisamente in divenire.</p>
<p><strong>In questo periodo sono aumentati anche gli attacchi hacker della Russia verso l’Ucraina?</strong></p>
<p>Gli attacchi hacker ai danni dell’Ucraina sono ricorrenti: è chiaro che in questo periodo si sono intensificati, come si sono intensificati anche gli allarmi di pacchi bomba: tutte cose per far crescere il senso di insicurezza all’interno della popolazione. È chiaro che hanno un impatto mediatico minore rispetto a 150mila soldati appostati al confine.</p>
<p><strong>Dopo anni di diffidenza tra Russia e Ucraina, perché proprio adesso nasce questo grande allarme?</strong></p>
<p>L’ammassamento delle truppe è iniziato da febbraio, un mese dopo l’elezione del presidente americano Joe Biden. Vladimir Putin ha iniziato lentamente, ma progressivamente, ad ammassare truppe. A giugno c’è stato un incontro tra i due presidenti, ma lui ha continuato a posizionare soldati. <mark class='mark mark-yellow'>Questo è un messaggio per Joe Biden: Putin sta testando la volontà del presidente americano e probabilmente la capacità di Washington di reagire a una guerra non lineare.</mark></p>
<p><strong>E qual è la posizione degli storici nemici della Russia, gli Stati Uniti? Sono impreparati, al momento?</strong></p>
<p>Mi sembra che si siano fatti cogliere con le mani nel sacco. Gli Stati Uniti dal 2016 sicuramente hanno subìto la guerra non lineare russa: i tentativi di destabilizzazione delle elezioni americane del 2016 e 2020 parlano abbastanza chiaro. Hanno lasciato a Putin la conduzione del gioco e il fatto che non abbia ancora ritirato le truppe significa che comunque il presidente russo non si fida degli Stati Uniti.</p>
<p><strong>Mentre le ripercussioni per l’Europa e l’Italia quali sono? Perché questa crisi interessa anche a noi?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Noi siamo legati all&#8217;Ucraina e alla regione per motivi energetici. In più, avere una destabilizzazione così forte alle porte dell’Europa non è per niente una bella prospettiva.</mark> Anche perché i rapporti della Russia con diversi Stati europei sono molto forti, e in questo momento l&#8217;Europa non riesce a portare avanti una politica estera coesa e compatta.</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Gender gap nel giornalismo, parla Anna Masera</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2021 17:01:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Natale Ciappina]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[anna masera]]></category>
		<category><![CDATA[deontologia]]></category>
		<category><![CDATA[femminicidio]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
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		<category><![CDATA[razzismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Se c’è una regola valida in generale ma essenziale nel giornalismo, è che per ogni argomento c’è un modo adatto di parlarne. È un mestiere, più di tanti altri, dov’è ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1367" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/05/13029409_10153402394987854_451808441978460347_o.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="© Alessio Jacona, Festival Internazionale del Giornalismo 2016" /></p><p><span style="font-weight: 400;">Se c’è una regola valida in generale ma essenziale nel giornalismo, è che per ogni argomento c’è un modo adatto di parlarne. È un mestiere, più di tanti altri, dov’è fondamentale la precisione nel linguaggio, anche se non è sempre così. Capita infatti di trovare sui giornali, nelle tv o nelle radio frasi e concetti intrisi di stereotipi fallaci. C’è bisogno di grande attenzione quando si scelgono le parole, specie per certi argomenti. Quando si parla di femminicidi, ad esempio, bisogna fare attenzione a non empatizzare con il presunto uccisore, anche se non bisogna arrivare a uccidere per capire quanto siano evidenti certi problemi, specie se si tratta di discriminazioni di genere. Spesso non sono nemmeno delle scelte consapevoli. Negli ultimi anni la sensibilità su questi temi è cambiata, e non tutti i giornalisti sono stati in grado di intercettare questo tipo di evoluzione. Si tratta di una questione complessa che ha a che fare anche con chi sta nelle redazioni, composte ancora oggi, in maggioranza, da uomini. </span></p>
<p><strong>Anna Masera, giornalista della <i>Stampa</i></strong><span style="font-weight: 400;"><strong>, ricopre dal 2016 il ruolo di public editor</strong> – una figura già presente in diversi giornali americani, anche se inedita in Italia, a cui è richiesta la protezione dell’integrità e della correttezza della testata per cui lavora. Masera è sempre stata molto attenta, sia al </span><a href="https://www.lastampa.it/rubriche/public-editor/2021/02/09/news/il-vaccino-non-e-un-siero-e-nemmeno-un-antidoto-1.39877389"><span style="font-weight: 400;">corretto utilizzo delle parole</span></a><span style="font-weight: 400;"> che alla </span><a href="https://www.lastampa.it/rubriche/public-editor/2021/03/22/news/la-parita-di-genere-che-manca-nelle-redazioni-1.40059677"><span style="font-weight: 400;">diversità di genere dentro le redazioni</span></a><span style="font-weight: 400;">; due questioni che spesso finiscono per incrociarsi. L’abbiamo raggiunta e abbiamo parlato di come il giornalismo stia affrontando le discriminazioni di genere, non senza rendere conto dei cambiamenti dentro le redazioni italiane.</span></p>
<p><strong><strong> </strong></strong><b>Dall&#8217;1 gennaio 2021 è entrata in vigore una versione aggiornata del testo unico dei doveri del giornalista che introduce delle indicazioni per il rispetto delle differenze di genere. </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Carlo Verna, il presidente dell’Ordine dei giornalisti (Odg), ha fatto bene a intervenire, perché era una cosa che bisognava fare prima o poi. Però, come si dice in questi casi, “fra dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Oggi c’è sicuramente maggiore sensibilità rispetto a una volta, e un po’ con il mio ruolo di garante dei lettori, un po’ con gli interventi dell’Odg, un po’ per il fatto che tutti ci criticano, alla fine i giornalisti si stanno aggiornando. Ma le contraddizioni sono ancora tantissime e non c’è una pratica diffusa a stare attenti al genere. È una prassi che va introdotta e consolidata, ci vorrà un po’ di tempo. Non è che se i giovani di oggi, che sono attenti al genere, allora vuol dire che tutta la società lo sia. Ci sono generazioni che la pensano diversamente, o che non sono proprio abituate a pensarla in questo modo. Serve cultura, che non si stabilisce con una regolina che cambia tutto da un giorno all’altro.</span></p>
<p><strong><strong> </strong></strong><b>Molte frasi fatte e luoghi comuni, tipici del giornalismo, sono legati a concetti stereotipati o discriminatori. Sconfiggere gli stereotipi aiuterebbe a eliminare certe differenze di genere, oppure servirebbe <b>qualcos’altro</b>?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ci sono i giornalisti attenti e altri meno attenti: i giornali sono fatti da persone, e ogni persona è responsabile per se stessa. Non c’è una voce unica nei giornali, tranne per quelli molto schierati che prendono posizioni provocatorie di proposito, come fanno </span><i><span style="font-weight: 400;">Libero</span></i><span style="font-weight: 400;"> e il </span><i><span style="font-weight: 400;">Giornale</span></i><span style="font-weight: 400;">, che giocano al politicamente scorretto per far parlare di sé. C’è anche questa componente. Poi, se parli singolarmente ai direttori di questi giornali, sono molto più colti di quanto appaiano. Ma sulla carta stampata scrivono provocazioni per incrementare la vendita, perché i giornali sono molto in crisi. </span></p>
<p><b>Sì, però spesso si avverte una grande contraddizione fra la neutralità dell’informazione e l’attenzione al lessico che stessi giornali dovrebbero portare avanti. Ad esempio, la scelta di usare o meno l’articolo davanti al nome di una donna è una presa di posizione da parte di chi lo fa o no?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È sbagliato scrivere </span><i><span style="font-weight: 400;">la</span></i><span style="font-weight: 400;"> Boldrini, bisogna dire Boldrini. Come si dice Giannini, come si dice Mieli, o Draghi. Non si dice </span><i><span style="font-weight: 400;">il</span></i><span style="font-weight: 400;"> Draghi. Dire </span><i><span style="font-weight: 400;">la</span></i><span style="font-weight: 400;"> Boldrini è sbagliato. Poi è colloquiale, e il giornalismo è colloquiale, quindi poiché la maggioranza parla così, i giornali si adeguano. Ma se vuoi essere corretto non lo scrivi. Un conto è il parlato, un conto è la scrittura. Il colloquiale va bene ma fino a un certo punto nella scrittura, e bisogna stare molto attenti, specie in questo periodo in cui il politicamente corretto è importante. Quindi avere rispetto per la lingua corretta è rispettoso anche del genere, e delle donne in questo caso. Ci sono una serie di regole che a me sono state insegnate, e a cui bisogna prestare attenzione. Se un uomo sceglie di cambiare sesso devi declinare al femminile, anche se te lo ricordi come una persona che all’inizio era di sesso maschile. A volte, ad esempio, si parla di Chelsea Manning come di un uomo, nonostante adesso sia una donna.</span></p>
<p><b>Ecco, il politicamente corretto. C’è da dire che in Italia spesso viene dato più risalto alle distorsioni del </b><b><i>politically correct</i></b><b>, invece che alle notizie che riguardano le violenze di genere. Il fatto che in una </b><b><i>high school</i></b><b> del Massachusetts si rimuova Omero dal piano di studi fa più rumore, rispetto a un caso di razzismo o di femminicidio.</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Preferisco non semplificare troppo il discorso, né da una parte né dell’altra. In Italia in molti sono rigorosi e attenti e attenti al </span><i><span style="font-weight: 400;">politically correct,</span></i><span style="font-weight: 400;"> altri reagiscono all&#8217;opposto, perché preferiscono l&#8217;ironia. Io penso che bisogna saper stare al gioco, ma sulle questioni serie bisogna essere seri, facendo delle distinzioni. In questo momento c’è molta tensione, perché quando emerge una tendenza nuova il vecchio cerca di resistere. Viviamo una fase molto complessa, e io cercherei di essere equilibrata; di essere corretta nella scrittura, rispettosa del genere e della dignità umana e delle notizie, ma anche rispettosa della storia, perché il politicamente corretto si applica nella revisione storica. Penso che sia esagerato non leggere Omero, perché la cultura è cultura, anche se certi personaggi hanno fatto tutta una serie di cose che non erano proprio politicamente corrette; ecco, sono contraria alla revisione storica in quel senso lì. Però è anche giusto, quando si insegna la storia, dire che alcune cose erano assolutamente sbagliate. Per esempio, ricordate quella polemica su </span><i><span style="font-weight: 400;">Via col Vento</span></i><span style="font-weight: 400;"> rimosso da Hbo Max (una piattaforma di streaming negli Stati Uniti, <em>ndr</em>), e poi re-inserito ma con un avvertimento iniziale, in cui si specifica il contesto in cui fu girato? Ecco, </span><i><span style="font-weight: 400;">Via col Vento</span></i><span style="font-weight: 400;"> è uno dei miei film preferiti, però va collocato storicamente, visto che effettivamente ci sono delle scene dove si inneggia alla schiavitù; mettere un <em>disclaimer</em> che spieghi che il film è ambientato in un contesto razzista è comprensibile, ed è giusto che non sembri normale l&#8217;esistenza degli schiavi. </span></p>
<p><b>Potrebbe essere una soluzione quella di inserire nelle redazioni un ruolo come quello del <em>gender editor</em> (una figura, presente in alcune testate statunitensi, che si occupa di temi riguardanti le discriminazioni)? </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La <em>gender editor</em> sarebbe meravigliosa! C’è bisogno di attenzione a tutto quello che è nuovo. Così come io sono <em>public editor</em>, così c’è stato il primo social media editor, il primo digital data editor, insomma, tutte figure lavorative inedite, nate grazie al giornalismo digitale. Quindi ben venga la <em>gender editor</em>, sarebbe giusto, ma prima di arrivarci… campa cavallo! I giornali che stanno nascendo possono immaginare di averlo, ma forse non ne hanno neanche bisogno, perché questi valori sono già incorporati nei giornalisti di nuova generazione. Per le vecchie redazioni potrebbe essere necessario, ma sarebbe vissuto molto male, perché in Italia i giornalisti non sono assolutamente preparati a questo tipo di idee.</span></p>
<p><b>Magari è solo una mia impressione, ma a volte mi sembra che tante donne debbano dimostrare agli uomini di essere in grado di occuparsi di determinati temi, come la politica, l’economia o lo sport. Sempre questo atteggiamento, a volte, porta le donne a non proporsi proprio, a non buttarsi, aprendo così al dilagare di firme maschili. Ad esempio </b><b><i>Ultimo Uomo</i></b><b>, una rivista online che si occupa di sport, fatica a trovare autrici donne per i propri pezzi. </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ho fatto la direttrice di un master in giornalismo, a Torino, per quattro anni. Facevamo sempre in modo che ci fossero abbastanza ragazze: su 20 studenti, dieci erano sempre ragazze. Era un osservatorio, e le ragazze si buttavano tranquillamente, fidati. Sono le giovani generazioni che si buttano tranquillamente. </span><i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i><span style="font-weight: 400;"> La redazione politica di Roma de La <i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i> ha tre caposervizio e sono tutte donne. È stata una scelta del direttore Giannini, quella di mettere tante donne. Si sono fatti passi da gigante rispetto al tempo passato. So per certo che le donne sono meno numerose nelle redazioni, il 41%, quindi il divario c’è ancora. In passato era un mondo prettamente maschile, poi il femminismo ha portato più donne in redazione, anche se adesso la situazione è di nuovo peggiorata: con la pandemia le prime a ritirarsi sono state le donne. I dati lo confermano in tutti i settori, non solo nel giornalismo. E in più le donne sono pagate di meno, e nei posti apicali non ci sono proprio. Non ci sono donne che fanno le direttrici: è un disastro. </span></p>
<p><b>I direttori dei sette maggiori telegiornali italiani sono tutti maschi. Lo sono anche quelli delle più importanti testate, sia cartacee che online. A conti fatti, fra i giornali a maggiore diffusione, le uniche direttrici donne sono Agnese Pini della </b><b><i>Nazione</i></b><b> e Nunzia Vallini del </b><b><i>Giornale di Brescia</i></b><b>. </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Guarda, io sono assolutamente favorevole alle quote rose, anche nel giornalismo. Michela Murgia ha fatto una bellissima campagna per sensibilizzare il tema: ha iniziato a pubblicare su Twitter le prime pagine di </span><i><span style="font-weight: 400;">Repubblica</span></i><span style="font-weight: 400;"> e del </span><i><span style="font-weight: 400;">Corriere della Sera</span></i><span style="font-weight: 400;">, cerchiando di blu le firme maschili e di rosso quelle femminili. Questi cerchi erano quasi tutti blu nella maggior parte dei casi, e infatti lei metteva l’hashtag #tuttimaschi, dimostrando come i direttori tendano a considerare più importanti gli articoli degli uomini, tanto da metterli in prima pagina. Siccome è una selezione, quella della prima pagina, non si fanno venire in mente di trovare editorialiste donne per scrivere di certi argomenti come la politica o l’economia, che di solito vanno in primo piano. Ecco, Giannini ha invertito questa tendenza, facendone addirittura una forzatura: tra le firme nelle prime pagine della </span><i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i><span style="font-weight: 400;">, almeno la metà sono donne, se non di più. Abbiamo un sacco di editorialiste donne, tra cui proprio Michela Murgia, perché c’è un direttore femminista da questo punto di vista. Però se vai a vedere i vertici del giornale non è riuscito a fare un vicedirettore donna (i vicedirettori della </span><i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i><span style="font-weight: 400;"> sono tre uomini, ndr). In ogni caso un passo in avanti c’è stato, come ti dicevo parlando anche della redazione di Roma della </span><i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i><span style="font-weight: 400;">. Ad alcuni colleghi magari può dare fastidio di vedere le quote rosa, ma si tratta di una conquista importante per raggiungere la parità di genere. Vanno messe, sia in politica che nei giornali. Le quote rosa ci vogliono anche negli articoli, però: quando il cronista scrive un pezzo e deve sentire delle persone, deve assicurarsi di aver rappresentato un po’ tutti; altrimenti ci si parla addosso in una bolla e non si rappresenta la società che è diversa, e non è fatta solo da bianchi, maschi ed etero.</span></p>
<p><strong><strong> </strong></strong><b>Guardo molto sport, ma soprattutto in questo settore mi sembra che di diversità non ce ne sia poi molta. Per le donne, poi, è molto difficile lavorare nel giornalismo sportivo in tivù, a meno che non siano molto avvenenti. È un problema che riguarda più l’audience o le redazioni?</b></p>
<p><strong><span style="font-weight: 400;">Come sai abbiamo una fantastica giornalista che fa l’inviata di esteri, Giovanna Botteri, presa in giro da un’altra donna perché se ne fregava dell’estetica e si presentava in televisione acqua e sapone. Ora, a parte che io reputo Giovanna Botteri una bellissima donna, ma il concetto è che anche se guardi la </span><i><span style="font-weight: 400;">Cnn</span></i><span style="font-weight: 400;"> lì non sono mica tutte delle star di Hollywood. Brave, competenti, ma senza look da dive, perché non è quello il ruolo: devono fare le giornaliste. Poi per quanto riguarda lo sport, come si dice: donne e motori. Ecco, le donne sono sempre state messe lì in vetrina, a fare le giornaliste sportive, perché attirano audience: dovevano essere sexy, belle. Alba Parietti ha cominciato così, a </span><i><span style="font-weight: 400;">Telemontecarlo</span></i><span style="font-weight: 400;">, come giornalista sportiva, e poi è diventata la soubrette che tutti conosciamo. Lilli Gruber la riprendevano a tre quarti e faceva la giornalista super-sexy: poi si è scoperto che è molto brava, però l’idea maschilista che c’era dietro era quella, della vetrina. Nel mondo del giornalismo sportivo ce ne sono molte, come Giulia Zonca della </span><i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i><span style="font-weight: 400;">, che è un’inviata bravissima, anche se forse nel giornalismo di scrittura è più facile per le donne, mentre in tivù si punta di più a farle apparire come soubrette, a prescindere dal fatto che siano competenti o meno. Credo che si tratti di un mondo un po’ a parte, quello del giornalismo sportivo, però ecco, sì, tendenzialmente è molto maschile. Maschile e macho. Secondo me se si mettesse qualche giornalista bravo e gay, ti assicuro che avrebbe un’attenzione diversa, nel senso che diversificherebbe la sensibilità della redazione. La parità di genere emerge anche grazie al fatto che metti persone di provenienza, genere e orientamento sessuale diverso. Se metti troppo testosterone alla fine è ovvio che a dilagare è questo tipo di cultura. Siamo ancora una società dove il machismo è imperante, c’è poco da fare.</span></strong></p>
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		<title>Amedeo Ricucci: Libia, da rivoluzione a guerra per procura</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Feb 2020 15:56:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Domaschio]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="960" height="541" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/02/231620902-e06d356a-9fdc-427a-a5b0-efe5acc8cfa9.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="231620902-e06d356a-9fdc-427a-a5b0-efe5acc8cfa9" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>«Sono stato a Tripoli 20 giorni e sono arrivato alla linea del fronte con grande difficoltà: questo perché nessuno dei due belligeranti vuole far vedere che a combattere sono forze esterne alla Libia, e che i libici non combattono più in prima linea».</mark>  Così <strong>Amedeo Ricucci</strong>, reporter di guerra della Rai di grandissima esperienza, racconta di quanto sia cambiato il conflitto libico negli ultimi anni, che da rivoluzione popolare è diventato una vera e propria «guerra per procura».</p>
<p><strong>Cosa distingue il conflitto in Libia dagli altri che ha avuto l’occasione di raccontare nella sua carriera?</strong></p>
<p>«Oggi non si può neanche più parlare di un conflitto libico.<mark class='mark mark-yellow'>La Libia ha vissuto due distinte guerre civili: la prima è la rivoluzione che ha spodestato Gheddafi, che è partita nel febbraio del 2011 ma si è trascinata fino al 2014. In quello stesso anno, con la cosiddetta &#8220;Operazione dignità&#8221; del generale Khalifa Haftar, è iniziato un secondo conflitto che si sta dispiegando con tutta la sua drammaticità adesso</mark>».</p>
<p><strong>Come sono composti i due schieramenti?</strong></p>
<p>«A Tripoli ci sono almeno 3mila combattenti siriani ingaggiati dal premier turco Ergodan che appoggiano il governo dell’accordo nazionale (Fayez al-Sarraj) e, sempre a Tripoli, ci sono migliaia di mercenari russi. La carne da macello, che combatte in prima linea, è invece composta da mercenari reclutati in Sudan e in Chad.<mark class='mark mark-yellow'>I due schieramenti rappresentano anche le due anime rivali del mondo islamico sunnita: da una parte chi difende la Fratellanza Musulmana (Turchia e Qatar) offre il proprio appoggio al presidente al-Sarraj, dall’altra chi vi si oppone (Egitto, Emirati Arabi e Arabia Saudita) supporta il generale Haftar. A subire le conseguenze di questa rivalità è la popolazione libica</mark>».</p>
<p><strong>Ormai sono passati 9 anni dal 17 febbraio 2011, inizio della prima guerra civile in Libia. Cosa chiedono ora i libici alla classe politica e alla comunità internazionale?</strong></p>
<p>«Cominciamo mettendo in chiaro un fatto molto importante: chiunque è stato in Libia sa che nessun libico rimpiange Gheddafi. Non è stato il suo spodestamento l’origine dei mali, ma la gestione poco lungimirante da parte delle potenze occidentali. I bombardamenti della Nato sono stati decisivi a spodestare il dittatore nordafricano, ma dal giorno dopo la sua deposizione le potenze occidentali hanno abbandonato i libici, che ora assistono passivamente allo scontro, non avendo più fiducia nell’attuale classe politica che ha preso il potere per vie tribali».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«Chiunque è stato in Libia sa che nessun libico rimpiange Gheddafi. Non è stato il suo spodestamento l’origine dei mali, ma la gestione poco lungimirante da parte delle potenze occidentali».</span></p>
<p><strong> </strong><strong>Quanto potere ha Al-Sarraj e quanto le milizie locali che lo supportano?</strong></p>
<p>«Al-Sarraj è salito al potere dopo che era stato tentato un lungo percorso di riconciliazione, ma già il suo insediamento nel 2016 avrebbe dovuto farci riflettere, perché fece fatica addirittura a entrare a Tripoli a causa dell’ostilità delle milizie tripoline. Dal 2014 in poi la città è stata oggetto delle mire dei miliziani locali che, in assenza di un ceto politico adeguato, si sono spartiti il potere. Al-Sarraj è completamente schiavo di queste milizie, che sono state integrate nei vari ministeri».</p>
<p><strong>In che condizioni, invece, vivono ora i migranti in Libia?</strong></p>
<p>«<mark class='mark mark-yellow'>Prima del 4 aprile era difficile incontrare i migranti per le strade di Tripoli, Misurata, Zintan o lungo la costa. Se ne stavano nascosti, giravano il meno possibile e provavano con vari sotterfugi ad imbarcarsi per l’Europa. Ora la situazione è diversa: si vedono centinaia di migranti per strada, molti dei quali svolgono attività al soldo dei libici, con un fenomeno di caporalato simile a quanto avviene in Italia.</mark> Secondo l’Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, al momento sono un migliaio i migranti nei centri di detenzione, contro i quasi 7mila che erano prima dello scorso 4 aprile. I migranti, però, pagano comunque il prezzo del conflitto, visto che alcuni vengono assoldati per andare al fronte ed altri non possono essere rimpatriati attraverso i programmi di rimpatrio volontario dell’Oim perché le strade non sono sicure e quindi non si possono organizzare i convogli».</p>
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		<title>La crisi iraniana per Naim, musicista persiano a Milano</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jan 2020 17:09:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Domaschio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
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		<description><![CDATA[Naim, trentaseienne nato a Torino e recentemente approdato a Milano, è un figlio dell’immigrazione iraniana avvenuta a seguito della rivoluzione khomeinista. È un musicista eclettico che non disdegna il jazz tanto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="780" height="438" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/01/200112223714-02-iran-anti-government-protest-0111-exlarge-169.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="200112223714-02-iran-anti-government-protest-0111-exlarge-169" /></p><p>Naim, trentaseienne nato a Torino e recentemente approdato a Milano, è un figlio dell’immigrazione iraniana avvenuta a seguito della rivoluzione khomeinista. È un musicista eclettico che non disdegna il jazz tanto quanto la musica persiana. La sua storia, almeno all’apparenza, non sembra discostarsi molto da quella di migliaia di giovani italiani che approdano a Milano a caccia di opportunità e soddisfazioni. Ma Naim non è  solo il frutto di quella stagione precedente e immediatamente successiva alla rivoluzione islamica del 1979, ma anche la prova di come il legame alla terra persiana resti saldo di generazione in generazione. Nonostante tutto.</p>
<p>«Mi sono trasferito a Milano perché credo sia la città più vivace che vi sia in Italia», tiene a precisare Naim, raccontando il suo percorso migratorio da Torino a Milano. L’intensa attività musicale svolta nel capoluogo lombardo, però, è stata perturbata nei primi giorni di gennaio dalle allarmanti notizie in arrivo dal Medio Oriente: «Ho appreso dei recenti avvenimenti grazie al messaggio di un’amica. Ero in studio di registrazione da qualche giorno e mi ero volontariamente estraniato da tutto per potermi concentrare sul lavoro di produzione musicale. Quando mi sono documentato ho chiamato subito mia madre per saperne di più ed avere un riscontro da parte degli zii in Iran.»</p>
<p>L’importanza di amicizie e relazioni costruite in una vita intera in Italia si possono ben intuire ascoltando le parole di Naim, eppure il legame con la terra dei suoi genitori è altrettanto evidente, e rappresenta l’altra faccia della duplice identità di chi nasce in un Paese ma conserva affetti antichi ed irrinunciabili nel proprio luogo d’origine. «Se in Iran scoppiassero gravi dissidi interni o avvenisse un attacco dall’esterno sarei molto molto preoccupato, in quanto i miei parenti vivono proprio a Teheran, ed hanno già passato la guerra degli anni Ottanta con l&#8217;Iraq. Per quella che è stata la mia esperienza, esiste una grande distanza fra Paese legale e Paese reale, le tensioni sono all’ordine del giorno ed ogni due-tre anni scoppia qualche importante manifestazione da parte di donne e studenti».</p>
<p>Nelle parole di Naim  si può leggere estenuazione e sconforto nel sapere che i propri cari vivono in una polveriera pronta ad esplodere, uno Stato che in pochi decenni ha affrontato una rivoluzione, una guerra sanguinaria con il Paese limitrofo, disordini di ogni tipo ed ora si ritrova ad un passo da un nuovo devastante conflitto.</p>
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