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	<title>magzine &#187; inclusione</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Sky Inclusion Days: artisti e giornalisti in dialogo su diversità e inclusione</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2024 10:55:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luciano Simbolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<description><![CDATA[Il &#8220;Museo della Tecnologia e della Scienza&#8221; di Milano ha ospitato la seconda edizione degli Sky Inclusion Days. Quest&#8217;anno è stato scelto come sottotitolo dell&#8217;evento  “La diversità ci rende unici”. Nel corso della giornata, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4083" height="3062" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/05/image000011.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="foto di Mirea d&#039;Alessandro" /></p><p><span style="font-weight: 400;">Il &#8220;Museo della Tecnologia e della Scienza&#8221; di<strong> Milano</strong> ha ospitato la seconda edizione degli <strong><em>Sky</em></strong></span><i><span style="font-weight: 400;"><strong><em> I</em>nclusion Days</strong>. </span></i><span style="font-weight: 400;">Q</span><span style="font-weight: 400;">uest&#8217;anno è stato scelto come sottotitolo dell&#8217;evento </span><span style="font-weight: 400;"> “La diversità ci rende unici”. <mark class='mark mark-yellow'> Nel corso della giornata, storie di diversità ma anche iniziative e soprattutto messaggi di inclusione sono stati portati sul palco da una serie di ospiti che hanno dialogato con alcuni giornalisti e condiviso le proprie esperienze con una platea aperta soprattutto a studenti di scuole di vario ordine e grado, parti integranti dell&#8217;iniziativa con una serie di progetti a loro dedicati. </mark> «La promozione dell&#8217;inclusione, in tutte le sue declinazioni, fa parte dei valori di riferimento di Sky», racconta Francesco Canini, Responsabile Stakeholders Engagement per Sky Italia. «Il nostro impegno quotidiano è fare cultura su questi temi, affrontandoli con concretezza ma allo stesso tempo con leggerezza, con l&#8217;obiettivo di far sentire tutti parte di una comunità».<br />
</span></p>
<p>Tra gli interventi, numerosi quelli provenienti da personalità cinematografiche e teatrali.  <strong>Vittoria Schisano</strong> – attrice che ha intrapreso in passato un percorso di transizione sessuale – ha condiviso la propria esperienza fatta soprattutto di sfida e lotta contro i pregiudizi, raccontata in passato attraverso le pagine del suo <em>La Vittoria che nessuno sa </em>e, a breve, con una serie tv che la vedrà protagonista e che «presenta la transessualità come caratteristica di una persona piuttosto che come elemento di differenza». <b>Barbara Alberti</b><span style="font-weight: 400;"> ha denunciato invece una «situazione pessima per la considerazione e condizione femminile in Italia», aspetti che ha di recente affrontato nel suo libro </span><i><span style="font-weight: 400;">Tremate,tremate. Le streghe son tornate, </span></i><span style="font-weight: 400;">pubblicato nel marzo scorso ma anche nella sceneggiatura de </span><i><span style="font-weight: 400;">Il vangelo secondo Maria, </span></i><span style="font-weight: 400;">in uscita nelle sale in questi giorni. «Tutti hanno dei messaggi per le nuove generazioni. Ecco, io non ne ho», ha detto rivolgendosi alla vasta platea di giovani studenti</span><i><span style="font-weight: 400;">, </span></i><span style="font-weight: 400;">ricordando che «l’inclusione è fatta di azioni, non di chiacchiere o di censure del linguaggio». </span>Scrittura letteraria e cinematografica si sono incrociate anche nella carriera di <b style="font-weight: bold;">Chiara Francini, </b><span style="font-weight: 400;">che dopo la lettura di un estratto dal suo </span><i style="font-weight: bold;"><span style="font-weight: 400;">Forte e chiara</span></i><span style="font-weight: 400;"> – sulla bellezza della diversità –  è ritornata sul monologo sulla (non) maternità presentato a Sanremo 2023: «Ho voluto portare una riflessione, un mio pensiero che sarei stata disposta a difendere fino alla morte. Penso sia stato un atto sincero, non coraggioso. Per me essere donna è un’altalena continua, complessa e dolorosa ma è la nostra natura. Su di noi pesa sempre il pensiero del “restituire la vita” facendo un figlio e del senso di colpa se non lo si fa. Quindi credo che parlarne possa essere educativo e condividere questo argomento è anche un modo di “restituirsi la vita”». </span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/05/inclusion-days-3.jpeg"><img class="alignnone size-large wp-image-73924" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/05/inclusion-days-3-1024x768.jpeg" alt="inclusion days 3" width="1024" height="768" /></a></p>
<p><strong><span style="font-weight: 400;">Un panel è stato dedicato all’importanza delle parole nell’ambito della comunicazione e delle relazioni sociali, anche all’interno delle aziende.  In questo contesto, è stato illustrato il progetto Dubby, un vocabolario interattivo di uso interno a Sky, concepito  come «dizionario dell’inclusione» per suggerire le parole giuste e inclusive in specifici contesti. Il dibattito relativo alla scelta e all’uso delle parole ha coinvolto, con toni più soft, anche la comicità irriverente della <strong>Gialappa’s Band</strong>, oggi rappresentata da Giorgio Gherarducci e Marco Santin: «Noi ci diamo poche regole. Quando riusciamo, cerchiamo di fare battute su tutto, contando anche su una certa intelligenza del nostro pubblico. Se ci mettessimo a calcolare cosa possiamo e non possiamo dire, il nostro programma non avrebbe senso di esistere».  </span></strong></p>
<p><strong><span style="font-weight: 400;">La giornata ha visto anche alcune performance di <em>stand-up comedy</em>. <strong>Yoko Yamada</strong> ha proposto un monologo a proposito di comicità ai tempi del linguaggio politicamente corretto, tentando di interrogare ChatGPT sulla possibilità di fare battute politicamente corrette. <strong>Nathan Kiboba</strong>, invece, ha portato sul palco pregiudizi sociali e luoghi comuni ancora diffusi nella società verso le persone di pelle scura. Anche <strong>Pablo Trincia</strong> ha condiviso col pubblico la propria idea di inclusione: «Per me lavorare in maniera inclusiva significa, nel racconto di una storia, considerare e presentare il punto di vista di tutti, anche dei più scomodi, anche da chi sta dall’altra parte, quella brutta della storia. Non si tratta di giudicare, ma di far capire, una cosa molto difficile, specie quando ci si macchia di colpe orrende, oggi complicata a maggior ragione dai social, perché ti prendi dei rischi, ti esponi a critiche. Ma è un’operazione necessaria per rendere un racconto completo».</span></strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/05/inclusion-days-trincia.jpeg"><img class="alignnone size-large wp-image-73922" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/05/inclusion-days-trincia-1024x768.jpeg" alt="inclusion days trincia" width="1024" height="768" /></a></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sul palco degli <i>Inclusion days </i>si è dato spazio anche alla situazione relativa al riconoscimento dei diritti civili in Italia. Da un report dell&#8217;associazione <em>EDGE, </em></span><span style="font-weight: 400;">è emerso che in quei territori dove vengono riconosciuti i diritti civili aumentano la ricchezza e lo sviluppo economico-sociale. «Più diritti, più benessere», ha commentato <strong>Lucia Urciuoli</strong>, presidente di <em>EDGE</em>, che ha poi ribadito come in Italia, a livello micro e macro-territoriale, persistano ancora notevoli differenze nel riconoscimento di tali diritti. La questione è stata poi associata anche al tema, ormai di grande attualità, dell’intelligenza artificiale: «Si tratta di macchine che l’uomo dovrà addestrare, quindi se gli trasmetteremo tutti i nostri pregiudizi, loro li memorizzeranno e diffonderanno ancora di più, grazie alla superiore capacità di calcolo computazionale. Il momento per fare la differenza non è dopo, ma adesso, impartendo a queste macchine un’idea di inclusione e non di esclusione». </span><span style="font-weight: 400;">Gli effetti benefici dell’inclusione in ambito territoriale sono stati ribaditi anche da <strong>Chris Richmond Nzy,</strong> fondatore nel 2017 di </span><i><span style="font-weight: 400;">Mygrants,</span></i><span style="font-weight: 400;"> impresa no-profit che si occupa di migliorare (e accelerare) i processi di inclusione dei migranti nel mondo del lavoro attraverso piattaforme che mettono in correlazione le loro competenze con quanto richiesto dalle aziende italiane: «L’Italia può trarre grande beneficio dai migranti e dalle loro competenze a medio e lungo termine, a maggior ragione con i problemi attuali di denatalità e fuga dei giovani», ha spiegato l’analista. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’inclusione in ambito lavorativo è stata affrontata anche in relazione alla possibilità – non così diffusa in Italia – di far lavorare i detenuti delle carceri per conto di aziende esterne. Un esperimento in tal senso è stato condotto dalla stessa Sky, che attraverso un progetto nato nel 2022 in sinergia con il carcere di Opera, impiega alcuni detenuti nella rigenerazione di decoder e cavi satellitari guasti. «Un’occasione anche per cambiare la vita di queste persone, per far imparare loro un mestiere e dar loro un reddito per mantenersi», ha spiegato <strong>Silvio di Gregorio</strong>, direttore dell&#8217;Amministrazione Penitenziaria del Carcere di Opera, ricordando anche i benefici che da iniziative del genere possono derivare alle aziende, ad esempio in termini di sgravi fiscali e di manodopera richiesta. Il giurista </span><b>Gherardo Colombo</b><span style="font-weight: 400;"> ha ricordato in proposito come «un detenuto che lavora aiuta la società ad essere più sicura, che lo diventa non minacciando la pena, ma prospettando alle persone detenute prospettive di vita diverse, come il lavoro o la possibilità di ricevere formazione».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli </span><i><span style="font-weight: 400;">Inclusion Days </span></i><span style="font-weight: 400;">hanno aperto anche al</span><span style="font-weight: 400;"> tema delle disabilità, non soltanto di natura fisica. «Oltre i pregiudizi, c’è ancora un modo pietistico di raccontare la disabilità e chi la vive», ha detto <strong>Francesca Vecchioni</strong> della </span><i><span style="font-weight: 400;">Fondazione Diversity</span></i><span style="font-weight: 400;">, che ha voluto ricordare come in Italia, nel mondo del lavoro e della formazione, non esista ancora un’accessibilità diffusa, oltre al fatto che «spesso non si guarda alla competenza ma alla problematica delle persone con disabilità». Vecchioni ha dialogato con l’autrice <strong>Marina Cuollo,</strong> che ha ribadito a sua volta la possibilità e necessità «di lavorare sui </span><i><span style="font-weight: 400;">bias </span></i><span style="font-weight: 400;">per scardinare credenze e pregiudizi che ci portiamo dietro per abituarci ad un nuovo tipo di dialogo con le persone affette da disabilità». </span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/05/inclusion-days-lauro.jpeg"><img class="alignnone size-large wp-image-73923" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/05/inclusion-days-lauro-1024x536.jpeg" alt="inclusion days lauro" width="1024" height="536" /></a></p>
<p><strong><span style="font-weight: 400;">La riflessione sull&#8217;inclusione, infine, è passata anche dalla scena musicale. <strong>Dalia Gaberscick</strong>, figlia del cantautore Giorgio Gaber, ha ricordato come il padre fosse «precursore dell’inclusività» e attento nei confronti delle persone anche attraverso la fortuna formula del teatro-canzone. «Era già sensibile a determinati temi prima ancora che si radunassero sotto l’etichetta “Inclusione”: pensiamo a canzoni come “Libertà è partecipazione”». Gaberscick inoltre si è soffermata anche sulla malattia giovanile del padre, colpito dalla poliomielite che, se da un lato lo ha reso più vicino anche al tema della disabilità, dall’altro lo ha avvicinato al suono della chitarra, dando il la alla sua attività musicale.<br />
Intervistato dalla giornalista Vera Spadini, <strong>Achille Lauro</strong> ha concluso il fitto </span><i><span style="font-weight: 400;">parterre </span></i><span style="font-weight: 400;">di ospiti, alternando alle proprie riflessioni un’esibizione <em>unplugged</em> insieme al chitarrista Riccardo Castelli: «Mi piace andare dove non sono mai stato, stupire me stesso e fare qualcosa di diverso. Cerco di non essere condizionato dal giudizio delle persone, per quanto ritengo che il confronto sia sempre positivo». Prima di trascinare il pubblico sulle note di </span><i><span style="font-weight: 400;">Marilù </span></i><span style="font-weight: 400;">e </span><i><span style="font-weight: 400;">Bam bam Twist</span></i><span style="font-weight: 400;">, l’artista ha lanciato un messaggio: «Per me libertà è scegliere chi vogliamo essere e come vogliamo osare essere noi stessi, a maggior ragione oggi».</span></strong></p>
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		<title>Il &#8220;Cuore selvaggio&#8221; del Salone del Libro batte per l&#8217;Ucraina</title>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2022 08:13:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Christian Valla]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[inclusione]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[salonedellibro]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>

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		<description><![CDATA[“Pensare la pace durante un raid aereo”. Virginia Woolf aveva raccolto in pochissime parole quella spinta che tiene a galla, quell’alito di vita durante i tempi più bui. Davanti all’ingiustizia ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4032" height="3024" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/IMG-9640.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Foto di Christian Valla" /></p><p>“Pensare la pace durante un raid aereo”. Virginia Woolf aveva raccolto in pochissime parole quella spinta che tiene a galla, quell’alito di vita durante i tempi più bui. Davanti all’ingiustizia e alla devastazione della guerra, al grido dei morti e di chi ne soffrirà le conseguenze. Ispirandosi alle sue riflessioni <mark class='mark mark-yellow'>nasce al Salone del Libro di Torino uno spazio fisico dove ci si può confrontare, sfogarsi e approfondire diverse tematiche chiamato “Casa della Pace”. Uno stand accogliente di dibattito e condivisione di esperienze di guerra e di pace, per capire e affrontare con più consapevolezza la realtà instabile che stiamo vivendo, segnata profondamente dal conflitto in Ucraina,</mark> baricentro degli equilibri mondiali. Lo spazio, che in queste giornate del Salone ha accolto giornalisti, scrittori, inviati sugli scenari di conflitto e analisti geopolitici, si presenta con una libreria tematica a cura del consorzio Colti.</p>
<p>Le Ong e le associazioni del terzo settore hanno portato le loro iniziative di solidarietà, sul territorio e non. Pensare la pace significa tenere insieme le fratture del presente. <mark class='mark mark-yellow'>Su questi confini, di violenza e orrore come ci raccontano le notizie terribili che arrivano da Kiev, dal Donbass, da Bucha e da Irpin, si muoveranno gli inviati di guerra invitati sul palco, che hanno raccontato ancora una volta i loro reportage.</mark> Annalisa Camilli e Francesca Mannocchi: la prima a confronto con Rossana de Michele sul suo podcast “Da Kiev”, la seconda in dialogo con il direttore Massimo Giannini.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Rashmi Petrini, volontaria: “Abbiamo raccolto molti libri in lingua ucraina, inglese e russa ma anche silent books, i libri con sole immagini per poi donarli ai bambini&#8221;</span>&#8221;</p>
<p>Abbiamo raccolto molti libri in lingua ucraina, inglese e russa ma anche silent books, libri con sole immagini  per donarli ai bambini e contemporaneamente stiamo raccogliendo anche libri in italiano da donare poi in carcere, negli ospedali e nelle biblioteche”, così ci ha raccontato le attività della Casa della Pace Rashmi Petrini, volontaria del Sermig, il servizio missionario dei giovani che combatte contro le ingiustizie sociali. Molto soddisfatto si dice anche Maurizio Bovo, Presidente del Consorzio Librerie Torinesi Indipendenti che sottolinea come la Casa della Pace sia prima di tutto il luogo di ritrovo delle associazioni che stanno collaborando con l’Ucraina per aiutare i profughi. “Parallelamente abbiamo realizzato questa libreria – continua Bovo – a tema pace dove sono presenti volumi di letteratura ucraina, russa e libri per bambini che affrontano proprio l’argomento della pace. Il pubblico ha risposto molto bene portando molti libri che poi saranno donati ai bambini ucraini”.</p>
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		<title>ZeroPerCento: il silent market di Milano accessibile a tutti</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2022 10:51:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Bufoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Bottegaetica]]></category>
		<category><![CDATA[disabilità]]></category>
		<category><![CDATA[inclusione]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
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		<description><![CDATA[A Milano esiste un food market in cui fare la spesa è un’esperienza realmente accessibile a tutti. ZeroPerCento è la bottega etica gestita da Teresa, Paola, Federica, Margherita, quattro giovani ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1095" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-07-at-22.40.54.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="WhatsApp Image 2022-02-07 at 22.40.54" /></p><p>A Milano esiste un food market in cui fare la spesa è un’esperienza realmente accessibile a tutti. <mark class='mark mark-yellow'>ZeroPerCento è la bottega etica gestita da Teresa, Paola, Federica, Margherita, quattro giovani donne impegnate nella cooperativa sociale Namastè e nell’inserimento lavorativo di disabili, autistici, detenuti e migranti. </mark></p>
<p>“Zero” ed “etica”: queste sono le linee guida della bottega, incentrata nell’azzeramento delle distanze tra le persone e nel rispetto della qualità di alimenti a filiera controllata e provenienti da cooperative italiane. Una missione che porta la bottega, ogni lunedì, dalle 14 alle 15, a trasformarsi in un luogo in cui tutti possono sentirsi a proprio agio.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-04-at-22.07.09-4.jpeg"><img class="wp-image-52951 aligncenter" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-04-at-22.07.09-4-1024x768.jpeg" alt="WhatsApp Image 2022-02-04 at 22.07.09 (4)" width="682" height="511" /></a></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> Durante l’ora della spesa silenziosa le luci si abbassano, i suoni vengono ridotti, i telefoni privati di suoneria. L&#8217;atmosfera è ovattata, interrotta solo dal fruscìo lieve dei cestini in vimini, dall’incresparsi dei sacchetti di carta, dallo scoperchiare i barattoli in vetro contenenti prodotti sfusi</mark> . «A quell’ora lì, non ci interessa se passa una persona nuova e pensa che siamo chiusi al pubblico: cerchiamo piccole cose che rendano la bottega un luogo accogliente, per far vedere agli altri che un altro mondo è facile e possibile», sottolinea Teresa.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Nel quartiere Sarpi si apre una iniziativa all&#8217;insegna dell&#8217;accessibilità per persone disabili. Nata dall&#8217;esperienza diretta di una delle proprietarie, il silent market vuole essere un&#8217;oasi di tranquillità per persone autistiche e ipovedenti</span></p>
<p>Siamo nel multietnico e caotico quartiere di Paolo Sarpi. Oltre i mattoncini rossi della bottega di via Signorelli la vita scorre frenetica, in un quartiere vivace, da sempre simbolo dell’operosità. Le mura accoglienti di questo negozio custodiscono un’oasi all’insegna dell’accessibilità.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-04-at-22.07.06-2.jpeg"><img class="alignnone wp-image-52954" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-04-at-22.07.06-2-1024x768.jpeg" alt="WhatsApp Image 2022-02-04 at 22.07.06 (2)" width="441" height="330" /></a>  <a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-07-at-22.40.53.jpeg"><img class="wp-image-52955 alignnone" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-07-at-22.40.53-1024x768.jpeg" alt="WhatsApp Image 2022-02-07 at 22.40.53" width="446" height="334" /></a></p>
<p>Teresa ricorda come per fare la differenza <mark class='mark mark-yellow'> per permettere anche a ipovedenti, disabili, autistici di recarsi in un posto pubblico del genere, basta veramente poco</mark> . La presidente della cooperativa ha abbracciato questo progetto sia perché «i temi della disabilità e dell’inclusione sono i nostri temi» sia a seguito di un delicato intervento agli occhi che le ha fatto realmente comprendere le numerose difficoltà che una persona disabile è costretta ad affrontare ogni giorno. L&#8217;iniziativa è a impatto zero ma è anche di grande importanza per le famiglie che possono finalmente portare anche i propri bambini disabili in un luogo del genere.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Teresa della cooperativa sociale Namasté: «A quell’ora lì non ci interessa se passa una persona nuova e pensa che siamo chiusi, cerchiamo piccole cose che rendono la bottega un luogo accogliente, per far vedere agli altri che un altro mondo è facile e possibile». </span></p>
<p>L’iniziativa, nata da meno di un mese, è già apprezzata, nel quartiere e non solo.<mark class='mark mark-yellow'> Molte sono le persone che hanno trovato in questa bottega un punto di riferimento, dalla signora che abita di fronte al negozio a chi viene appositamente da altre zone come Porta Romana, tutte certe di trovare qui prodotti di qualità e condizioni di lavoro e acquisto totalmente incentrate sui bisogni dei cittadini disabili</mark> .</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-04-at-22.07.07-3.jpeg"><img class="alignnone wp-image-52952 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-04-at-22.07.07-3-1024x768.jpeg" alt="WhatsApp Image 2022-02-04 at 22.07.07 (3)" width="659" height="494" /></a></p>
<p>Disabili sono anche i dipendenti della bottega che aiutano le quattro tutor ad occuparsi dei vari scaffali del locale, dalla zona alimentare a quella dedicata alla cosmesi, dai taralli e i biscotti prodotti nelle carceri di Trani e Verbania fino ai saponi artigianali. Il lavoro diventa così il canale per offrire non solo ai disabili ma anche a coloro che provengono da esperienze dolorose, dal carcere, alla migrazione fino alle case famiglia, di reinserirsi nella società ed imparare a gestire le proprie fragilità.</p>
<p>“Palestra più unica che rara” come recita il cartello all’ingresso che permette ai disabili di fare esperienza lavorativa, con l’obiettivo di crescere e diventare il più possibile autonomi. <mark class='mark mark-yellow'> Spesso il passo successivo di questi lavoratori è l&#8217;inserimento in grandi aziende come accaduto ad una ragazza, assunta da una grande catena di supermercati e  ricordata con orgoglio da Paola, certa che per combattere la «ghettizzazione» di persone fragili sia necessario il binomio lavoro- integrazione. </mark></p>
<p>Il lavoro può anche avere effetti terapeutici come accaduto ad un’altra ragazza, ex dipendente della bottega, che è riuscita per la prima volta a festeggiare il capodanno in un locale con un’amica.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-04-at-22.07.10-1.jpeg"><img class="alignnone wp-image-52953 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/WhatsApp-Image-2022-02-04-at-22.07.10-1-1024x768.jpeg" alt="WhatsApp Image 2022-02-04 at 22.07.10 (1)" width="669" height="502" /></a></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> La spesa silenziosa è solo il primo passo, a costo zero, di un processo più ampio di inclusione che prevede una trasformazione radicale del locale. </mark> Dall’altezza e disposizione degli scaffali, al colore delle etichette degli alimenti, fino all’utilizzo di simboli appositi che rimandino senza mediazioni o spiegazioni al contenuto del barattolo: molti sono i suggerimenti raccolti da Teresa, che spera che siano adottati anche da altri negozi: «Siamo l’unica bottega in cui chiunque possa accedere ed essere autonomo, senza avere difficoltà rispetto ad altri. Vorremmo rendere le botteghe modelli di negozio accessibile a tutti».</p>
<p>Tra i prossimi passi anche la creazione di un sito web rivolto agli ipovedenti. Molte le iniziative con l&#8217;obiettivo costante di «rendere tutto ciò che facciamo accessibile a tutti».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Baskin, un canestro per andare oltre le differenze</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2020 11:06:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Davide Cavalleri]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1728" height="1152" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/45613790_536873826757484_7602727897928826880_o.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="45613790_536873826757484_7602727897928826880_o" /></p><p>Ha appena finito il suo allenamento di quasi due ore ma avrebbe ancora le energie e la voglia per stare sotto canestro tutto il pomeriggio e, d’altra parte, il sorriso che ha stampato sul volto ne è la riprova: «Mi alleno solo una volta a settimana ma cerco di dare sempre il massimo perché a casa non sempre ho la possibilità di farlo». <strong>Loris Rota</strong> è un ragazzino in sedia a rotelle, solare e motivato, che frequenta la terza media a Sedrina, in provincia di Bergamo. Non gioca a basket, ma a Baskin: “c’è una bella differenza eh!” ammonisce Loris. In effetti, sebbene la matrice sia la stessa, <mark class='mark mark-yellow'>il Baskin ha preso la pallacanestro, l’ha smontata e ricostruita in chiave inclusiva come lascia ben intendere il nome (Bask – In).</mark></p>
<p>Uno sport in continua evoluzione, con regole e attrezzature sempre nuove per permettere a tutti, ma proprio a tutti, di potervi giocare indipendentemente dalle abilità, dal livello e dalla propensione fisica. «Non ci sono dei requisiti minimi per poter giocare – spiega <strong>Carlo Cesani</strong>, presidente del <strong>Baskin Bergamo</strong>, squadra composta da 44 giocatori 27 dei quali con disabilità di diverso tipo (sia fisiche che mentali) –. <mark class='mark mark-yellow'>Qui tutti trovano spazio: maschi e femmine, disabili e normodotati, bravi e meno bravi, giovani e adulti; ma, ciò che più conta, è che tutti possono giocare nella stessa squadra e nello stesso momento. Si tratta di accettare la diversità di chi sta al tuo fianco e trasformarla in una ricchezza».</mark></p>
<p>Il Baskin nasce 15 anni fa proprio in Italia, a Cremona nello specifico, grazie alla geniale intuizione di un insegnante di ginnastica, Fausto Capellini, e del padre di una ragazzina disabile, Antonio Bodini: i due si sono chiesti come fare per coinvolgere la studentessa nelle attività sportive durante le ore di educazione fisica. Trovarono nel basket lo sport che, con le dovute modifiche, si sarebbe ben prestato a questa situazione. «Per consentire a tutti di poter scendere in campo, è risultato necessario modificare gli spazi e gli strumenti classici della pallacanestro – prosegue Cesani –. Il campo di Baskin, infatti, si compone di altri due canestri e di altre due aree a metà campo nelle quali stazionano i “pivot”, cioè quei giocatori che non riuscirebbero a reggere il gioco a tutto campo – ad esempio i ragazzi in sedia a rotelle – ma che, proprio grazie a queste modifiche, possono comunque prendere parte alla partita». Loris è uno di questi: sta nella sua area e si fa trovare pronto per concludere a canestro.</p>
<p>Se è vero che lo sport ha qualcosa da dire perché va oltre l’attività in sé, perché racconta storie di successi e di riscatto, allora il Baskin è una sorta di grande antologia di racconti sportivi. Quello di <strong>Federico</strong>, ad esempio, un ragazzino di 12 anni che ha trovato in questo sport e in questo gruppo la sua dimensione ideale, come conferma la mamma Cristina: «Il confronto con i compagni di scuola risultava parecchio pesante a Federico per via delle sue difficoltà motorie, finché non abbiamo scoperto il Baskin. <mark class='mark mark-yellow'>In questo contesto lui si è sentito accettato ed enormemente stimolato: questo è uno sport a tutti gli effetti, con delle regole, con le classiche dinamiche di squadra e di gruppo, con degli obiettivi ben precisi e, naturalmente, con del sano agonismo».</mark> Il Baskin per Federico, Loris e tanti altri ragazzi, non è solo uno sport: è uno spazio di condivisione, è la possibilità di superare i propri limiti. È riuscire a sentirsi parte di un gruppo. «Mi è piaciuto fin da subito, fin dalla prima volta che vennero a farci una dimostrazione a scuola – racconta Loris –. Ricordo ancora la frase che dissi alla mia professoressa: <mark class='mark mark-yellow'>“Per la prima volta mi sono sentito parte di una squadra, parte di un gruppo”».</mark> Il Baskin è uno sport che Loris si sente di consigliare «a tutti, ma in particolare ai ragazzi con disabilità che hanno voglia di mettersi in gioco e che, magari, non hanno mai avuto possibilità di fare attività sportiva; qui possono giocare, stare insieme e sentirsi accolti».</p>
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Anche i ruoli sono determinanti nel Baskin perché suddividono la squadra in base alle capacità di ogni singolo giocatore: non si parla più di playmaker, guardia, centro o ala ma, in questa rivisitazione inclusiva della pallacanestro, si passa dal numero cinque – che è il giocatore più abile ed esperto – al numero uno ovvero i ragazzi con ridotte capacità motorie e fisiche. «La bellezza di questo sport è che i nostri giocatori vedono concretamente i loro miglioramenti e ne sono orgogliosi – sottolinea Cesani –. Noi, per esempio, <mark class='mark mark-yellow'>abbiamo in squadra un ragazzo autistico che fino all’anno scorso era un ruolo tre ma che ora gioca come ruolo quattro perché, con costanza e determinazione, ha migliorato le sue prestazioni e il suo livello. Questi sono i grandi risultati che riusciamo ad ottenere: non vincere le partite o i tornei, ma migliorare le relazioni e l’autostima dei singoli e, di conseguenza, la fiducia nel collettivo».</mark></p>
<p>Un contesto così complesso ed eterogeneo ha bisogno di figure di riferimento che si occupino delle diverse componenti in gioco. Baskin Bergamo si è dunque attrezzata con un’equipe completa e capace di confrontarsi con le varie patologie presenti nell’organico: vi è quindi una psicologa, un preparatore atletico, un fisioterapista, degli assistenti e, naturalmente, un allenatore che risponde al nome di <strong>Alessandro Xausa</strong>. «Da quattro anni seguo l’aspetto dell’allenamento e della pratica sportiva – racconta il coach –; noi dello staff tecnico dobbiamo sempre tener presente che questo non può essere solo un gioco ma, piuttosto, una ricerca di equilibrio tra le diverse componenti che abbiamo in squadra». E non si tratta affatto di assistenzialismo, come tiene a sottolineare Xausa, ma è, piuttosto, «l’idea che <mark class='mark mark-yellow'>per fare il salto di qualità è necessario un gruppo in cui si dà e si riceve vicendevolmente: perché – e qui sta il bello – in questo sport non sono solo i normodotati a dare ma, anzi, hanno tanto, tantissimo da ricevere e da imparare».</mark></p>
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