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	<title>magzine &#187; governo</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>L&#8217;arte del potere: il significato politico delle nuove acquisizioni del MiC</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 17:11:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Fiorente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>

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		<description><![CDATA[Negli ultimi due mesi il governo italiano ha acquistato l’Ecce Homo (1460-1465) di Antonello da Messina prima, e il Ritratto di monsignor Maffeo Barberini (c. 1598) di Caravaggio poi, per ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2026/04/giuli-caravaggio-lapresse-mic.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="giuli caravaggio lapresse mic" /></p><p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Negli ultimi due mesi il governo italiano ha acquistato l’<em>Ecce Homo</em> (1460-1465) di Antonello da Messina prima, e il <em>Ritratto di monsignor Maffeo Barberini</em> (c. 1598) di Caravaggio poi, per un costo complessivo di 42,4 milioni di euro.</mark> Solo l’acquisizione del Caravaggio, destinato alle collezioni delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di palazzo Barberini, a Roma, è costata 30 milioni di euro, uno degli investimenti più rilevanti mai sostenuti dallo Stato italiano per l’acquisto di un’opera d’arte.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>D’altronde, il governo italiano ha sempre acquistato opere d’arte.</mark> Nel 2021, per esempio, aveva acquisito una </span><i><span style="font-weight: 400;">Madonna di Via Pietrapiana</span></i><span style="font-weight: 400;"> di Donatello per un milione di euro, e prima ancora, nel 2019, un’altra </span><i><span style="font-weight: 400;">Madonna di Volterra</span></i><span style="font-weight: 400;"> per 2 milioni. <mark class='mark mark-yellow'>La particolarità degli ultimi acquisti, evidenzia </span><strong>Piergiacomo Mion Dalle Carbonare, professore e direttore accademico del Master in Arts Management and Administration della Bocconi</strong><span style="font-weight: 400;">, sta nel costo, evidentemente elevato.</mark> </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Mentre al settore Cultura, con il nuovo accordo per il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione per il settennato 2021-2027, sono stati dedicati poco più di 182 milioni di euro, il Ministero della Cultura e gli esperti discutono su come massimizzare l’investimento pubblico fatto per queste due acquisizioni. Soprattutto, è stato prospettato per l’<em>Ecce Homo</em> di stare per un po’ a L’Aquila, capitale della cultura 2026, poi nel Forte spagnolo, poi a Messina, Firenze, Roma. Un <em>tour de force</em> che solleva una serie di interrogativi dagli esperti: «Il primo è la spesa, perché chiaramente c’è una spesa viva di costi di gestione per la mobilitazione delle opere. Dall’altra parte, c’è il rischio, ossia il costo legato al rischio di mobilitare queste opere», spiega Dalle Carbonare.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Nel comunicato pubblicato dal MiC si legge che le ragioni dell&#8217;operazione riposano nel rafforzamento del </span><span style="font-weight: 400;">patrimonio culturale nazionale, all’interno di un ampio progetto che il Ministero porterà avanti nei prossimi mesi «con l’obiettivo di rendere accessibili a studiosi e appassionati alcuni capolavori della storia dell’arte altrimenti destinati al mercato privato».</mark> L’acquisizione rappresenta, nelle parole del deputato FdI </span><span style="font-weight: 400;">Federico Mollicone, «una vittoria politica e culturale di portata storica», grazie alla quale l’Italia riafferma così «il proprio ruolo di superpotenza culturale». </span><span style="font-weight: 400;">«Non a caso i funzionari hanno scelto due autori, Antonello da Messina e Caravaggio, che sono estremamente identitari per l’Italia», dice Dalle Carbonare.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Negli ultimi due mesi il governo italiano ha acquistato l’<em>Ecce Homo</em> di Antonello da Messina prima, e il <em>Ritratto di monsignor Maffeo Barberini</em> di Caravaggio poi, per un costo complessivo di 42,4 milioni di euro. Le opere sono state sottoposte a un primo <em>tour de force</em> tra varie località italiane, con ulteriori costi di gestione e di assicurazione per la mobilitazione dei quadri</span> </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Accanto all’analisi finanziaria per un simile investimento, c’è un sottotesto comunicativo forse ancora più interessante. «La comunicazione politica non è altro che un’estrinsecazione dell’esercizio del potere politico. Il linguaggio utilizzato mette in scena lo spettacolo della politica».</mark> </span><strong>Ludovica Taurisano, spin doctor e consulente di comunicazione politica</strong><span style="font-weight: 400;">, si domanda quale tipo di linguaggio e, soprattutto, quale volto del potere sia più adatto a essere messo in mostra in questa occasione. Per questo, si torna a parlare di </span><i><span style="font-weight: 400;">soft power</span></i><span style="font-weight: 400;">, ossia «della capacità di definire le priorità plasmando le preferenze altrui, secondo la tradizionale definizione di Nye», precisa Taurisano.</span></p>
<p>Nel nostro Paese, la partita si gioca (anche) in ambito artistico: «Nonostante oggi la diplomazia culturale abbia perso mordente, quello che ancora potrebbe renderci autorevoli, almeno in Europa, oltre al fatto di aver agito come avanguardia del progetto europeo, non è l’ambizione di una seconda Silicon Valley – commenta Taurisano –, ma piuttosto la capacità di produrre un pensiero e un orientamento di senso che possa guidare l&#8217;innovazione e non esserne la conseguenza».</p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>In questo senso, le acquisizioni in ambito artistico e culturale rappresentano il tentativo del governo di continuare ad affermarsi come punto di riferimento di un settore che non porta solo benefici economici, ma che influenza anche la sfera simbolica del potere.</mark> «Al netto di ciò, deve trattarsi di una strategia consistente: un acquisto singolo non è sufficiente ad attestare una visione di lungo periodo – continua Taurisano –. Neil Postman in </span><i><span style="font-weight: 400;">Amusing Ourselves to Death </span></i><span style="font-weight: 400;">fu quasi profetico: se la popolazione è distratta dalla banalità, se la cultura diventa <em>burlesque</em> e la riduciamo a “eventificio” sempre più simile a una giostra di divertimenti, un’azione come questa non è una strategia, ma è un’esibizione. Rivelatorio è , invece, che cosa si farà dell’investimento».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Riflettendo sulla strategia scelta dal governo, la ricercatrice la considera aderente alla propaganda che utilizza, decisamente populista.</mark> Si pensi, ad esempio, alla «progressiva sostituzione dei simboli di partito, nella comunicazione grafica, soppiantati dai volti dei candidati: la personalizzazione della politica, che è un mutamento sociale e antropologico, si potenzia della rivoluzione tecnologica, e quindi dei nuovi media interamente costruiti sulla preminenza libidica e seduttiva dell’immagine». Ma anche all’operazione “Open to Meraviglia”, nata per dare vita digitale alla tradizione pittorica italiana, riserva un ruolo chiave anche a figure popolari sui social; non diversamente, la «semiotica della comunicazione della premier Giorgia Meloni, nelle inflessioni dialettali e nella gestualità vigorosa rimanda a una popolare italianità alimentata da filoni filmici e dalla potenza quasi musicale della lingua della capitale».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>È quindi evidente che la comunicazione non si esaurisce negli scritti e nelle dichiarazioni ufficiali, ma prosegue nelle immagini che ne sono veicolo, in quanto capaci di suscitare una reazione immediata. </mark></span><span style="font-weight: 400;">«</span><span style="font-weight: 400;">Il linguaggio visuale a fini propagandistici non è certo una novità: pensiamo ai modelli estetici delle manifestazioni pubbliche codificate dagli autoritarismi, oppure all&#8217;iconoclastia durante il rovesciamento dei regimi, o infine alla trasfigurazione animale dell’oppositore politico – continua Taurisano –. Le immagini non sono neutrali: veicolano messaggi molto chiari». </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>L’acquisto del Caravaggio e dell’Antonello da Messina si dovrebbe leggere, dunque, come un fiero riscatto dell’orgoglio italiano, nonostante la loro acquisizione sia passata in sordina. «</span><span style="font-weight: 400;">C</span><span style="font-weight: 400;">iò accade perché il “rafforzamento del patrimonio nazionale” attraverso una spesa di questa entità non è una questione popolare – sottolinea Taurisano –. A fare la differenza sarà la valorizzazione delle due opere: forse quella sì, varrà la pena di raccontarla e comunicarla per bene».</mark></span></p>
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		<title>Caso Paragon: ancora troppe ombre e poche luci</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Feb 2025 07:14:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Bertolini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[PARAGON]]></category>
		<category><![CDATA[spyware]]></category>

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		<description><![CDATA[La vicenda di Paragon e del suo software Graphite, usato dai servizi italiani per intercettare giornalisti e attivisti, si arricchisce di un ulteriore capitolo: l&#8217;ultima vittima coinvolta nella rete degli ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/Senza-titolo.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Senza titolo" /></p><p>La vicenda di <strong>Paragon</strong> e del suo software <strong>Graphite</strong>, usato dai servizi italiani per <strong>intercettare giornalisti e attivisti, </strong>si arricchisce di un ulteriore capitolo: l&#8217;ultima vittima coinvolta nella rete degli &#8220;spiati&#8221; è <strong>don Mattia Ferrari</strong>, cappellano di bordo della nave di soccorso della ong <em>Mediterranea Saving Humans</em>. Insieme a <strong>Francesco Cancellato</strong>, direttore di Fanpage, e <strong>Luca Casarini</strong>, attivista, fa parte dei nove individui colpiti dallo spyware.</p>
<p>Il <strong>Garante della Privacy</strong> e il <strong>Governo</strong> si sono espressi nelle ultime settimane in merito alla vicenda: il primo ribadisce il divieto sull’uso illecito del software e di altri sistemi di spyware analoghi, mentre l’esecutivo fa uso del segreto di stato per svincolarsi dalla burrascosa vicenda delle ultime settimane. Anche <strong>dall’Ordine dei Giornalisti</strong> e dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana si alza la voce presentando una <strong>denuncia alla magistratura</strong> per fare chiarezza su chi e perché ha deciso di intercettare giornalisti in uno stato democratico. Continuano, dunque, ad esserci più ombre che luci su questo caso. Il governo non risponde e non sappiamo &#8211; e forse non lo sapremo mai – se qualche organo di governo, oltre ai servizi segreti, ha fatto uso del software.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Cos’è Paragon e cos’è uno Spyware</strong></p>
<p><strong>Paragon Solutions</strong> è un&#8217;azienda israeliana che opera nel settore della <strong>sicurezza informatica</strong>, specializzata nello sviluppo di strumenti di sorveglianza digitale. L&#8217;azienda si concentra sulla <strong>fornitura di soluzioni tecnologiche avanzate</strong> a governi e agenzie di intelligence, con l&#8217;obiettivo di <strong>supportare le attività di indagine e contrasto alla criminalità</strong>. In molti potrebbero essere indotti in errore credendo che Paragon abbia intercettato giornalisti e attivisti italiani. In realtà, chiunque l’abbia fatto, si è servito del loro prodotto di punta: <strong>Graphite</strong>. Quest’ultimo rappresenta una frontiera nel mondo dello spionaggio informatico, <strong>capace di infiltrarsi nei dispositivi mobili senza che l&#8217;utente debba compiere alcuna azione</strong>, sfruttando vulnerabilità <em>zero-click</em>. Questo significa che, a differenza dei tradizionali malware che richiedono un&#8217;interazione dell&#8217;utente, <strong>Graphite può infettare un telefono senza che la vittima se ne accorga.</strong></p>
<p>“Non è un normale tipo di intercettazione telefonica: <strong>uno Spyware agisce come una cimice ambientale impiantata nello smartphone</strong>: può accedere a tutti i dati del tuo telefono ma <strong>può anche attivare fotocamere e microfoni senza che la vittima lo sappia</strong>”. Così spiega <strong>Carola Frediani</strong>, Infosec Technologist presso <em>Human Rights Watch</em>, autrice ed esperta di cybersicurezza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quel labile confine tra legalità e incostituzionalità</strong></p>
<p>Una volta scoppiato il caso, alcune fonti hanno rivelato al <em>Guardian</em> che <strong>Paragon ha rescisso i contratti con l’Italia per aver violato i termini di servizio</strong>. Come abbiamo spiegato, Graphite è uno strumento che può essere usato per contrastare criminalità e terrorismo, non per intercettare giornalisti.</p>
<p>Per comprendere meglio la questione, è necessario approfondire le normative italiane che regolano l&#8217;attività dei servizi segreti e l&#8217;uso delle intercettazioni. <strong>La legge 124/2007</strong> disciplina il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, stabilendo i compiti e i limiti dei servizi segreti (AISI e AISE). Questa legge prevede che i servizi segreti possano svolgere attività di raccolta di informazioni per la sicurezza nazionale, ma <strong>nel rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini</strong>. L&#8217;articolo 3 della legge 124/2007 stabilisce che l&#8217;attività di informazione per la sicurezza si svolge nel rispetto dei principi e dei diritti sanciti dalla Costituzione e dalle leggi.</p>
<p>Il Codice di Procedura Penale prevede che le intercettazioni siano ammesse solo in casi specifici e gravi, con l&#8217;autorizzazione di un giudice. <strong>L&#8217;utilizzo di spyware per intercettare comunicazioni private al di fuori di questi limiti sarebbe illegale</strong>. In più, nel caso in cui i servizi segreti utilizzino software per intercettare giornalisti e attivisti senza una giustificazione valida, e al di fuori dei limiti legali, tale azione potrebbe configurarsi come un reato. In particolare, potrebbero essere violati i seguenti diritti: <b>la libertà e la segretezza della corrispondenza </b>(articolo 15 della Costituzione) e<strong> la libertà</strong> <strong>di stampa</strong> (articolo 21 della Costituzione).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come un giornalista può difendersi dagli spyware</strong></p>
<p>&#8220;Un giornalista che diventa bersaglio di spyware deve assumersi la responsabilità della propria sicurezza” afferma <strong>Carola Frediani</strong> ai microfoni di Magzine. Prosegue dicendo che sebbene “Non si riesca a stare al sicuro al 100%, <strong>è possibile rendere molto più difficile l&#8217;attacco.</strong> Ciò richiede avere <strong>sempre i software aggiornati, ridurre al minimo cosa si scarica sul telefono e stare attenti a cosa si preme durante la navigazione in rete</strong>”.</p>
<p>Aggiungiamo inoltre che, nel caso si abbia un <strong>iPhone</strong>, è presente una modalità chiamata <a href="https://support.apple.com/it-it/105120#:~:text=Su%2520iPhone%2520o%2520iPad,-Per%2520escludere%2520un&amp;text=Per%2520escludere%2520un'app%2520o,Sicurezza%252C%2520tocca%2520Modalit%C3%A0%2520di%2520isolamento." target="_blank"><strong><em>Lockdown</em></strong></a> che può essere attivata quando si ritiene di essere stati colpiti da un “attacco informatico avanzato”.</p>
<p>Infine, spiega Frediani, è essenziale “compartimentare le informazioni, usare diversi dispositivi e cancellare le vecchie chat, salvando i dati su supporti esterni. <strong>È un insieme di misure che rendono più difficile, più costoso e più complesso attaccarti</strong>”</p>
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		<title>L&#8217;ACQUA NEI PIANI DEL GOVERNO MELONI</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2024 15:10:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Piga]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[Giornata Mondiale dell'Acqua]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[siccità]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Italia deve contrastare la crisi idrica. Alluvioni e inondazioni (cinque, tra maggio e novembre 2023) e siccità (lo scorso anno è stato il più caldo di sempre) hanno indebolito il ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3031" height="2202" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/DSC2376_0.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Roma, 04/11/2022 - Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri n. 3. Foto: Presidenza del Consiglio dei Ministri" /></p><p>L’Italia deve contrastare la <strong>crisi idrica</strong>. Alluvioni e inondazioni (<strong>cinque,</strong> tra maggio e novembre <strong>2023</strong>) e siccità (lo scorso anno è stato il più caldo di sempre) hanno indebolito il sistema idrico nazionale, che presenta falle ataviche. Per arginarne le ripercussioni negative nei vari settori (su tutti, l’agricolo), il <strong>Piano nazionale di ripresa e resilienza</strong> (PNRR) – ereditato dai due esecutivi precedenti (Conte II; Draghi) e ritoccato dopo l’insediamento un anno e mezzo fa – e la <strong>“cabina di regia per la crisi idrica”</strong> – <a href="https://www.governo.it/it/articolo/crisi-idrica-la-prima-riunione-della-cabina-di-regia/22543">riunitasi la prima volta in maggio</a> – sono gli strumenti dei quali si è dotato il <strong>governo Meloni</strong>.</p>
<p>La principale nota dolente è la carenza di impianti moderni, come dighe, acquedotti e fognature. Migliorerebbero sia il rifornimento, sia la depurazione dell’acqua (dal <strong>2017</strong>, il Paese è sotto <a href="https://www.arpat.toscana.it/notizie/arpatnews/2021/004-21/le-procedure-di-infrazione-europea-a-carico-dellitalia-in-materia-di-acque/?searchterm=None">procedura d’infrazione</a> da parte della Commissione Europea); ne ridurrebbero la dispersione (è, soprattutto, interna agli acquedotti), che costringono a prelevarne di più in confronto alla maggior parte dei membri dell’Unione Europea, secondo l’<a href="https://www.istat.it/it/files/2021/03/Report-Giornata-mondiale-acqua.pdf#page=6">ISTAT</a>. «Fino allo scorso decennio, il problema era dotare alcune regioni del Mezzogiorno di rete di depuratori; oggi, la scarsità di acqua affligge anche le regioni del Nord, pianura e Prealpi, dove prima la preoccupazione era gestirne l’abbondanza: falde sempre più alte, frane e smottamenti», illustra, a <em>Magzine</em>, <strong>Donato Berardi</strong>, direttore del Laboratorio sui servizi pubblici locali e responsabile degli studi su prezzi e tariffe di REF Ricerche.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Il PNRR ha come obiettivo modernizzare impianti idrici come dighe, acquedotti e fognature per evitare la dispersione dell&#8217;acqua, cruciale durante i periodi di siccità: alle risorse idriche sono stati destinati 3.9 miliardi di euro e il 60% delle opere dovranno essere realizzate al Sud</span></p>
<p>Costruzione, rafforzamento e aggiornamento di opere idriche sono inclusi nella seconda missione del PNRR. Sono stati destinati, sugli oltre<strong> 190 miliardi di euro</strong> del Piano, <strong>3.9 miliardi di euro</strong>: col<strong> 60%</strong> dovranno essere realizzate al Sud. I progetti, poco meno di duecento, riguarderanno – si legge nel <a href="https://mit.gov.it/comunicazione/news/infrastrutture-idriche-miliardi-pnrr-renderle-efficienti-sicure-resilienti">rapporto</a> dell’Unità di Missione PNRR del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili – <em>potenziamento delle infrastrutture</em> <strong>(44%)</strong>, <em>adeguamento delle esistenti</em> <strong>(41%) </strong>e la loro <em>messa in sicurezza</em> <strong>(10%)</strong>, <em>realizzazione o potenziamento del volume degli invasi</em> <strong>(5%)</strong>.</p>
<p>Però, a rallentare il programma, le <a href="https://www.corteconti.it/HOME/StampaMedia/Notizie/DettaglioNotizia?Id=6827c096-0004-4933-8a10-ddde3392ee7e">segnalazioni</a> della Corte dei Conti: ha analizzato le proposte riportate nelle sezioni “Tutela del territorio e della risorsa idrica” e “Agricoltura sostenibile ed economia circolare” e ravvisato criticità che ne pongono a rischio <strong>124</strong>. La ragione, che potrebbe complicare il rispetto delle scadenze imposte dalla Commissione Europea <strong>(marzo-giugno 2026)</strong> per la loro costruzione, è «una selezione non ottimale, se non frettolosa per diversi aspetti, come mostra attualmente la necessità di escludere alcune opere nonché la presa d’atto della mancata copertura finanziaria in relazione ad altri progetti».</p>
<p>Le risorse, però, sono poche. Lo sostengono sia l’<a href="https://ance.it/2023/05/dl-siccita-ance-42-di-perdite-di-acqua-mancano-82-mld-di-investimenti-in-reti-idriche-velocizzare-gli-interventi-e-semplificare-procedure-prima-delle-gare/">Associazione nazionale costruttori edili (ANCE)</a>, secondo la quale l’investimento sarebbe dovuto essere di almeno <strong>13.3 miliardi (-8.2)</strong>, sia Berardi, che cita uno studio dell’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (ARERA), per la quale sarebbero necessari almeno <strong>dieci miliardi</strong>: «Visti da questa prospettiva, pur riconoscendo carenze e colli di bottiglia presenti nella macchina amministrativa ed esecutiva che ci costano centinaia di milioni all’anno di sanzioni per il mancato rispetto delle direttive UE dei primi anni Novanta, i 4 miliardi nel PNRR, che riguardano semplificazione, rafforzamento delle istituzioni pubbliche che si occupano di acqua e opere idriche, apporto di tecnici e competenze per progettazione ed esecuzione delle opere, sono ampiamente insufficienti».</p>
<p>Ha vita più recente, invece, la “cabina di regia per la crisi idrica”, istituita dal decreto-legge Siccità del 14 aprile, pubblicato in Gazzetta Ufficiale due mesi dopo. Presieduto dalla Presidente del Consiglio dei Ministri o – su delega – dal Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, in cima ai suoi compiti c’è <em>il coordinamento e monitoraggio per il contenimento e il contrasto della crisi idrica connessa alla drastica riduzione delle precipitazioni</em>. Dovrà occuparsene anche il Commissario straordinario nazionale <strong>Nicola dell’Acqua</strong>.</p>
<p>Lo stato dell’arte è sintetizzato da alcuni dati pubblicati, nel <a href="https://www.utilitatis.org/my-product/blue-book-2023/">Book Blue 2023</a>, da Utilitalia e Fondazione Utilitatis: tra <strong>2011</strong> e <strong>2020</strong> la temperatura è aumentata di <strong>1,3°C</strong>; nel <strong>2020</strong>, i millimetri di pioggia caduti sono stati <strong>91</strong> in meno rispetto all’arco temporale considerato. E ciò si ripercuote sulla popolazione: secondo l’<a href="https://www.anbi.it/art/articoli/7168-osservatorio-anbi-risorse-idriche-oltre-tre-milioni-di-itali">Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche</a>, il <strong>6-15%</strong> risiede in zone esposte a <em>siccità severa o estrema</em>. Questo fenomeno, nel <strong>2022</strong> ha obbligato circa <a href="https://giurcost.org/studi/ricerche_1_2024.pdf"><strong>1350</strong> comuni </a>a imporre un freno al consumo d’acqua, a impegnare oltre <strong>55 milioni</strong> per interventi emergenziali e, al contempo, ha danneggiato il <a href="https://www.coldiretti.it/economia/siccita-spinge-prezzi-nel-carrello-con-118-verdura">settore agricolo</a> per <strong>6 miliardi</strong>.</p>
<p>Gli atti più recenti della “cabina di regia per la crisi idrica”,<a href="https://www.governo.it/it/articolo/riunione-della-cabina-di-regia-la-crisi-idrica/25280"> convocata martedì scorso</a>, sono, in primis, la presentazione del Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza del settore idrico (PNIISSI), costituito da <strong>562</strong> proposte da <strong>13.5 miliardi</strong>, l’incarico del coordinamento attuativo di cinque interventi – in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Lazio, da <strong>102 milioni</strong> – a Dell’Acqua e quattro <em>tavoli tecnici</em>. «Bisogna ripartire dalla disponibilità dell’acqua a fronte dei cambiamenti climatici e dalla dinamica dei fabbisogni. Per esempio, intervenendo sulla regolazione degli usi, sul contenimento e l’efficientamento dei consumi, e rafforzando le infrastrutture per salvaguardare e diversificare le fonti di approvvigionamento», è la conclusione di Berardi.</p>
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		<title>Lo sbarco della Geo Barents nel porto di Ancona: quando il mare diventa un luogo di morte</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2023 09:24:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando viaggi a bordo di una nave con un proiettile nel ginocchio per te il mare non è un luogo piacevole. Quando hai una ferita fresca o il corpo ricoperto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1000" height="667" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/msf1.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="msf1" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Quando viaggi a bordo di una nave con un proiettile nel ginocchio per te il mare non è un luogo piacevole. Quando hai una ferita fresca o il corpo ricoperto di ustioni, eredità delle violenze subite nei centri di detenzione in <strong>Libia</strong>, tre giorni in più di navigazione possono fare la differenza. Quando nel <strong>Mediterraneo</strong> sei stato già respinto da una guardia costiera libica e riportato alla condizione di maltrattamento da cui hai cercato di fuggire, quando vi hai perso parenti e amici che come te hanno tentato la traversata, ma, a differenza tua, non ce l’hanno fatta, allora quel luogo diventa per te il posto in cui si muore.</mark> Uno spazio di sepoltura che rievoca il trauma e suscita sofferenza. I 73 naufraghi a bordo della nave ong <strong>Geo Barents</strong> soccorsi al largo della Libia sabato 7 gennaio si trovavano in queste condizioni. Tra di loro, ben 16 erano minori non accompagnati. «Poi c’era un ragazzo eritreo di 21 anni: sua madre lo ha fatto scappare perché nel loro Paese vige la leva forzata anche per i bambini e voleva evitare che venisse arruolato nell’esercito. L’esercito lo ha scampato, ma la detenzione in Libia no, e neanche le torture». «Un altro racconta di essere stato imprigionato in un container, insieme ad altri migranti. Una di loro era una donna, che aveva partorito un bambino morto. Per giorni sono stati rinchiusi lì dentro insieme a quel corpo senza vita».</p>
<div id="attachment_61724" style="width: 1000px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/msf2.jpeg"><img class="size-full wp-image-61724" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/msf2.jpeg" alt="Tra i migranti a bordo della Geo Barents 16 erano i minori non accompagnati. Molti erano ragazzi provenienti dai centri di detenzione libici." width="1000" height="563" /></a><p class="wp-caption-text">Tra i migranti a bordo della Geo Barents 16 erano i minori non accompagnati. Molti erano ragazzi provenienti dai centri di detenzione libici.</p></div>
<p style="font-weight: 400;">A conoscere e raccontare le loro storie è il portavoce di <strong>Medici Senza Frontiere</strong> <strong>Maurizio Debanne</strong> che ha preso parte alle operazioni di aiuto. <mark class='mark mark-yellow'>Il momento del soccorso non ha rappresentato però la fine della loro sofferenza, protrattasi invece per altri cinque giorni. Quelli necessari a raggiungere, dal punto del ritrovamento, il porto di <strong>Ancona</strong>, designato dal governo italiano quale unico possibile per lo sbarco. <span class='quote quote-left header-font'>«Le operazioni di sbarco dei 73 migranti nel porto di Ancona sono iniziate al mattino presto e sono andate bene. Anche se nelle ultime ore il mare era molto mosso, con onde di quattro metri. Una sera al posto del cibo abbiamo dovuto distribuire sacchetti per il vomito», racconta Debanne.</span> Un attracco che, secondo le distanze inflessibili dello spazio e del tempo, significava 1500 chilometri e tre giorni e mezzo di navigazione</mark>, poi aumentati a causa delle pessime condizioni meteorologiche. «Le operazioni di sbarco sono iniziate al mattino presto, poco dopo l’ingresso in porto alle 7:30 e sono andate bene: le persone hanno potuto scendere dalla nave e toccare finalmente terra – racconta Debanne –. Eravamo molto sollevati che l’intervento avesse potuto concludersi. Anche se le ultime ore sono state alquanto agitate a causa del mare mosso, con onde alte quattro metri. Una sera, invece di fare l’abituale distribuzione del cibo, abbiamo dovuto consegnare sacchetti per il vomito».</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>La scelta del porto marchigiano si inscrive alla perfezione nella politica perseguita nelle ultime settimane dal governo Meloni in tema di sbarchi: mercoledì 28 dicembre è stato infatti approvato un nuovo decreto legge</mark>, che è adesso all’esame del Parlamento e che entro sessanta giorni le Camere dovranno stabilire se approvare o meno, che introduce una serie di nuove norme concernenti le operazioni di salvataggio dei migranti in mare. Tra queste l’obbligo di raggiungere il porto di sbarco indicato dalle autorità italiane, qualunque esso sia, senza ritardi né altre soste per secondi soccorsi. <span class='quote quote-left header-font'>Il nuovo decreto varato dal governo sui soccorsi in mare allunga i tempi degli sbarchi e, di conseguenza, le sofferenze dei migranti a bordo: persone vulnerabili, già provenienti da lunghi viaggi o dai centri di detenzione libici. «Per loro il mare non è un luogo piacevole, ma quello in cui si muore», chiosa Maurizio Debanne.</span> Per chi contravviene alle indicazioni del nuovo decreto, è prevista una pena fino a 50mila euro di multa e la confisca della nave che violi le nuove regole, per quanto contrarie ad alcuni principi basilari del diritto marittimo internazionale. <mark class='mark mark-yellow'>«Le norme internazionali parlano chiaro: il comandante di una nave ha l’obbligo di salvare vite in mare, non è un’opzione</mark> – chiarisce Debanne –. Se hai un incidente in auto a Torino, non ti porteranno mai all’ospedale Meyer di Firenze, ma in quello più vicino, dove il tuo caso potrà essere preso in considerazione nel più breve tempo possibile. È lo stesso principio dei salvataggi in mare». Si tratta di una decisione spontanea, dettata dall’urgenza del momento e dalle concrete esigenze delle vittime. A ricordarlo sono, tra gli altri, l’<strong>articolo 98 della Convenzione dell’ONU del 1982</strong>, con cui si vincola l’equipaggio a informare gli assistiti del “più vicino porto di scalo”, e la <strong>Convenzione di Amburgo del 1979</strong> che richiama “le Parti interessate ad adottare le disposizioni necessarie affinché lo sbarco in questione abbia luogo nel più breve tempo ragionevolmente possibile”.</p>
<div id="attachment_61723" style="width: 1000px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/msf5.jpeg"><img class="size-full wp-image-61723" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/msf5.jpeg" alt="Il momento dello sbarco dei 73 migranti a bordo della nave di Msf Geo Barents nel porto di Ancona, avvenuto, dopo cinque giorni di navigazione, giovedì mattina." width="1000" height="563" /></a><p class="wp-caption-text">Il momento dello sbarco dei 73 migranti a bordo della nave di Msf Geo Barents nel porto di Ancona, avvenuto, dopo cinque giorni di navigazione, giovedì mattina.</p></div>
<p style="font-weight: 400;">Oltre a prolungare il disagio delle persone, raggiungere un porto più distante comporta una serie di altre conseguenze meno immediatamente visibili, quali l’aumento dei costi legati al maggior consumo di carburante: nel caso della Geo Barents ad Ancona con i prezzi di oggi la spesa è stata di 70mila euro. Inoltre, trattenendo più a lungo le navi in punti distanti dal tratto che costeggia le coste africane, dove l’incidenza dei naufragi è più elevata, diminuisce la possibilità di effettuare soccorsi utili.</p>
<p style="font-weight: 400;">«È chiaro che allontanare le ong dal luogo di soccorso è un modo per ostacolarne l’azione, ma <mark class='mark mark-yellow'>ciò cui Msf vuole invitare è mantenere la luce dei riflettori sulle persone, che rischiano la morte in mare se non c’è un sistema di soccorso efficace. Noi siamo pronti domani a smettere con questa attività, a condizione che l’Italia e gli Stati europei costruiscano un sistema adeguato di intervento. Non possiamo accettare che questa rotta sia diventata un cimitero a cielo aperto».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">«Nel tempo si è creato un cortocircuito che tende a mostrare soltanto l’ultima parte di un problema che in realtà è gravissimo già in partenza, ma che noi continuiamo a trattare come se cominciasse quando le persone sono in mare e arrivano – riflette la giornalista italo-siriana <strong>Asmae Dachan </strong>che ha seguito lo sbarco di Ancona –. <mark class='mark mark-yellow'>Il problema è a monte e riguarda il diritto umano alla mobilità: bisognerebbe ampliare le possibilità di viaggio anche per le persone del sud del mondo, perché non è possibile che se nasci in una parte povera o colpita da eventi bellici l’unica modalità concessa per metterti in salvo o non morire di fame è partire pagando i trafficanti.</mark> Credo che andrebbe allargato lo sguardo, andando oltre i discorsi pietistici di assistenzialismo e ripristinando il diritto di queste popolazioni di poter essere finalmente autonome e di praticare un potere decisionale sul destino delle proprie risorse».</p>
<p style="font-weight: 400;">
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		<title>Quelle battaglie politiche sulla pelle dei migranti</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2022 08:29:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Stella]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il braccio di ferro, durato quasi due settimane, tra il governo italiano guidato da Giorgia Meloni e i capitani delle due navi Ong ferme nel porto di Catania con a ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2000" height="1500" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/WhatsApp-Image-2022-11-14-at-16.16.59.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Credits: Msf" /></p><p>Il braccio di ferro, durato quasi due settimane, tra il governo italiano guidato da Giorgia Meloni e i capitani delle due navi Ong ferme nel porto di Catania con a bordo centinaia di profughi si è risolto definitivamente nella sera di martedì 8 novembre. Al termine di lunghe trattative e ispezioni tutti i migranti sono potuti sbarcare, ma nelle giornate precedenti decine di queste persone, già estremamente provate per la lunga traversata effettuata via mare in condizioni non semplici, sono rimaste vittime di uno stallo che ha attirato l’attenzione dell’Europa intera.</p>
<p>Ma cosa è cambiato nelle ultime settimane, dopo diversi mesi durante i quali le navi Ong non hanno avuto mai reali problemi nell’ottenere il consenso per sbarcare nei porti italiani? <mark class='mark mark-yellow'>«Il nuovo decreto, firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha cambiato le regole del “gioco” se possiamo definire in questi termini una simile tragedia umanitaria»</mark>, <strong>spiega Mimmo Trovato, caposervizio aggiunto dell’Ansa</strong>, che ha seguito direttamente sul campo l’evoluzione dei fatti legati alla Humanity 1 (Sos Humanity) e alla Geo Barents (MSF), le due imbarcazioni ferme nel porto di Catania. E continua: «In ogni caso, questo decreto contro le Ong è stato subito applicato. <mark class='mark mark-yellow'>Oltre a donne incinte e minori, inizialmente sono potuti scendere solo gli adulti ritenuti fragili e malati al termine di un’ispezione medica».</mark></p>
<p>Come sosteneva nei giorni più concitati <strong>Riccardo Gatti, responsabile delle operazioni MSF</strong>: «Stiamo cercando di dare le migliori cure possibili con le limitazioni che abbiamo. Queste limitazioni hanno fatto sì che le infezioni cutanee e respiratorie e, tra l’altro, l’aumento della sofferenza dovuta non solo alla mancanza di spazio, ma anche al prolungamento dei tempi in mare, aumentassero il livello della loro sofferenza».</p>
<p>Ma nelle navi non c’erano solo uomini adulti. <strong>Candida Lobes, responsabile della comunicazione di Medici Senza Frontiere</strong>, era sulla nave umanitaria Geo Barents e ha raccontato durante tutta la permanenza in mare le condizioni dei 572 migranti salvati. La più giovane era una bambina di 11 mesi. Assieme a lei, molti altri naufraghi erano minori. Poco meno della metà delle persone a bordo erano donne, di cui tre incinte.</p>
<p>Sono ben 249 le persone visitate da un’equipe <a href="https://www.salute.gov.it/portale/usmafsasn/homeUsmafSasn.jsp">dell’Usmaf</a> (Ufficio di sanità marittima, affiliato al Ministero della salute), che si sono viste negare la possibilità di sbarcare. Il governo successivamente ha imposto ai capitani delle due navi di lasciare il porto siciliano nel più breve tempo possibile, ricevendo come risposta un deciso rifiuto. Continua Trovato: «Dal 6 novembre la tensione si è alzata notevolmente. Il termine “carico residuale” utilizzato dal governo per riferirsi ai migranti respinti ha suscitato molte proteste e alcuni profughi hanno cercato di abbandonare la nave tuffandosi in mare». <mark class='mark mark-yellow'><strong><span style="font-weight: 400;">“</span><i>Help us</i><span style="font-weight: 400;">”, gridano i migranti dalla nave mentre aspettano di scendere. La stessa scritta l’hanno disegnata su dei pezzi di cartone, che sventolano verso il porto mentre scandiscono il coro e battono a ritmo le mani. Altri cartelli recitano “</span><i>We are suffering</i><span style="font-weight: 400;">”, stiamo soffrendo.</mark></span></strong></p>
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<p>Dopo le numerose polemiche, il giorno successivo, un’altra squadra dell’Usmaf coadiuvata da alcuni psichiatri e psicologi dell’<strong>Asp (Aziende Sanitarie Provinciali)</strong> ha proceduto a un nuovo triage medico: «I dottori hanno stabilito che coloro che erano rimasti sulle navi dovevano essere considerati fragili sotto l’aspetto psicologico, a causa delle cattive condizioni di vita presenti sulle imbarcazioni sia per una questione di spazi, sia sotto il profilo sanitario», racconta ancora Trovato. L’esecutivo è stato quindi costretto a cedere e nel giro di poche ore tutti hanno avuto la possibilità di scendere a terra.</p>
<p>A questo punto, però, è sorto il problema di dove collocare le persone, in balia degli eventi da diversi giorni. Spiega il giornalista dell’Ansa: «Dopo una notte passata in un centro sportivo, adiacente allo Stadio Massimino di Catania, i migranti sono stati trasferiti a bordo di alcuni pullman in strutture consone tra Campania e Veneto. Chi si è occupato del ricollocamento ha cercato, con grande umanità, di mantenere uniti i nuclei familiari e i gruppi legati da rapporti di amicizia». All’interno dell’emergenza generale si è aggiunta poi quella specifica di come gestire tutti i minori non accompagnati: la Procura dei Minori, con l’aiuto dei servizi sociali, ha però trovato in breve tempo delle sistemazioni adeguate. <mark class='mark mark-yellow'>Tra le tante storie difficili di questi bambini coinvolti in qualcosa di più grande di loro, c’è quella di <strong>Sama</strong> (nata in Togo e arrivata dalla Libia coi genitori), la già citata piccola di soli 11 mesi nata col labbro leporino e con conseguenti difficoltà nella deglutizione. Molte Ong italiane si sono subito mobilitate per garantire alla piccola un’operazione chirurgica nel breve periodo e per trovare un alloggio efficace alla famiglia.</mark></p>
<p>Tra ideologie politiche e reali difficoltà nel sistema di accoglienza, a rimetterci anche in questo caso, come spesso accade, sono stati degli esseri umani già privati di tutto o quasi nella loro vita. La battaglia del governo italiano contro le Ong e l’Unione Europea è appena iniziata, ma ci sono dei numeri che fanno capire come queste associazioni non siano il problema principale dell’intera questione: nel 2022 sono sbarcate in Italia oltre<a href="https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2022-11/cruscotto_statistico_giornaliero_11-11-2022.pdf"> 90.297 migranti</a>. Ma come specifica Mimmo Trovato: «Solo 10.980 di questi sono stati portati da navi Ong». Poco meno del 12 percento del totale delle persone arrivate sul territorio italiano dallo scorso gennaio.</p>
<p><strong>(Alessandro Stella e Andrea Miniutti)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Tutte le difficoltà dell&#8217;accoglienza</b></p>
<p>«A Catania la società civile si è attivata fin da subito, soprattutto la Rete antirazzista catanese. Poi c’è da dire che in Sicilia il fenomeno dell’immigrazione è una cosa talmente nota che ormai è diventato la normalità. A Trapani, ad esempio, i tunisini e la gente del posto sono ormai un tutt’uno». A parlare è <strong>l’attivista e traduttrice Cristina Bocchi</strong>, da anni in prima linea quando si tratta di sbarchi e di migranti. A seguire l’approdo della Humanity 1 e poi della Geo Barents, in Sicilia, c’era pure lei. <mark class='mark mark-yellow'>«Il fatto è che queste imbarcazioni non sono equipaggiate: servono solo per operazioni di salvataggio e invece le persone sono state costrette a viverci, in condizioni pessime, per 17 giorni»</mark>, ha detto la donna. E poi ha aggiunto: <mark class='mark mark-yellow'>«L’effetto psicologico è stato devastante e due siriani, in un gesto disperato, si sono anche buttati in mare. Per non parlare della mamma che è stata costretta a partorire lì dentro».</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«I centri di accoglienza stanno diventando sempre più saturi, le associazioni molto spesso sembrano speculare con il denaro raccolto e il nuovo governo Meloni rende le procedure, già fin troppo lunghe, sempre più frammentate e questo porta ad un rischio di violazioni ancora più grande».</span>                                                                                                Una situazione “al limite” secondo l’attivista, con imbarcazioni che arrivano in Sicilia ogni giorno senza sosta e lo Stato che appare sempre più assente. «Gli sbarchi continuano, ma anche i quotidiani come il <em>Giornale di Sicilia</em> non danno mai grande eco a questo tipo di eventi», dice. «I centri di accoglienza stanno diventando sempre più saturi, le associazioni molto spesso sembrano speculare con il denaro raccolto e il nuovo governo Meloni rende le procedure, già fin troppo lunghe, sempre più frammentate e questo porta ad un rischio di violazioni ancora più grande».</p>
<p>E proprio sulle violazioni si sofferma Cristina Bocchi, ammettendo che anche questa volta sono state tante. In primis la mancata tutela dei diritti dei minori non accompagnati, un fatto che si verifica spesso e che spinge questi ragazzi nei giri della prostituzione e della criminalità organizzata. <mark class='mark mark-yellow'>Ma ad essere violate con frequenza sono anche le normative che regolano il trattato d’asilo e il diritto alla salute, con donne in gravidanza e persone gravemente disabili che restano intrappolate anche per settimane sopra le barche.</mark> Un altro aspetto sottovalutato è poi la mancanza di interpreti e traduttori almeno di inglese, arabo e francese. Secondo la Bocchi, subito dopo lo sbarco dalla Geo Barents, i migranti sono stati obbligati a “firmare carte e documenti di cui non conoscevano neanche il contenuto”. Ma il problema delle violazioni non vive solo in Italia. «Oggi ci sono poche tutele ovunque. In Spagna adesso c’è il problema dei minori marocchini non accompagnati. In Svezia stanno portando via i bambini dalle famiglie dei siriani. E potrei continuare con altri mille esempi», afferma la donna.</p>
<p>Secondo chi opera sul campo, in prima linea, l’immigrazione è un fenomeno che esiste da sempre e che potrà essere gestito in modo appropriato soltanto quando verrà considerato non più un’emergenza, bensì un fatto umano normale. <mark class='mark mark-yellow'>«Non è vero che Grecia, Spagna e Italia (dove avvengono gli sbarchi) sono abbandonate a loro stesse: ogni anno ricevono dalla comunità europea tantissimi soldi che basterebbe investire per infrastrutture apposite, sanità e un’istruzione mirata all’integrazione dei ragazzi»</mark> conclude l’attivista. E le sue ultime parole fanno da monito: «In Italia i migranti, soprattutto i più colti e istruiti, non hanno opportunità. Ecco perché le menti migliori se ne vanno all’estero e qui resta solo una cosa: la delinquenza».</p>
<p><strong>(Aurora Ricciarelli)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>L&#8217;aspetto legale: il decreto Piantedosi vs il regolamento di Dublino</b></p>
<p>La questione è stata fino a qui inquadrata sotto il profilo umano ma intrecciato ad esso c’è la parte legale e politica. Cerchiamo quindi di fare luce su questo aspetto, fondamentale per comprendere al meglio l’intera dinamica.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>“Sbarchi selettivi” e “carichi residuali”. Queste due brevi espressioni, un sostantivo e un aggettivo, sono sufficienti ad esprimere il fulcro del nuovo decreto varato dal neoministro dell’Interno Matteo Piantedosi in ambito migratorio.</mark> La misura è stata introdotta lo scorso 4 novembre, a seguito delle vicende che hanno visto coinvolte le navi umanitarie Geo Barents di Medici Senza Frontiere e la tedesca Humanity 1, dell’ong SOS-Humanity. Le due imbarcazioni sono entrate in acque territoriali italiane al largo di Catania con a bordo rispettivamente 572 e 179 persone. Di queste, però, soltanto 357 e 144 hanno potuto scendere a terra, dopo l’approdo nel porto catanese. Gli altri sono rimasti a bordo. A stabilirlo è appunto il testo del decreto interministeriale sopra menzionato che, siglato “di concerto” dai ministri dell’Interno Piantedosi, della Difesa Guido Crosetto e delle Infrastrutture Matteo Salvini, sancisce il divieto alle due navi umanitarie di “sostare nelle acque territoriali nazionali oltre il termine necessario ad assicurare le operazioni di soccorso e assistenza nei confronti delle persone che versino in condizioni emergenziali e in precarie condizioni di salute segnalate dalle competenti Autorità nazionali”. <mark class='mark mark-yellow'>Tradotto: le navi possono entrare in porto, viene compiuta un’ispezione delle forze dell’ordine e una selezione tra i passeggeri, in base alla quale soltanto donne, bambini e persone ritenute fragili possono sbarcare. Tutti gli altri, ovvero i “carichi residuali” cui il decreto riconosce “l’assistenza occorrente per l’uscita dalle acque territoriali”, restano a bordo e abbandonano le acque italiane.</mark> Il ministro Piantedosi in conferenza stampa si esprime per similitudini: secondo lui le navi andrebbero paragonate a delle isole dello stato di cui battono bandiera. Di conseguenza spetterebbe al governo di quest’ultimo prendersi carico della richiesta d’asilo. La poetica spiegazione del capo dicastero viene poi corroborata con riferimenti giuridici. Nello specifico, l’appoggio è cercato nell’<a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/12/19/20A07086/sg">articolo 1 comma 2 del decreto-legge 130/2020</a>, il cui testo convertito in legge prevede che “il ministro dell’interno può limitare o vietare il transito e la sosta di navi nel mare territoriale […] per motivi di ordine e sicurezza pubblica”.</p>
<p>La parzialità di sbarchi così impostati si è tuttavia procurata la qualifica di “incostituzionale” da più parti. In primis quella di Medici Senza Frontiere che, citando le Linee Guida sul Trattamento delle Persone Soccorse in Mare, ha subito ribadito come, competenza del governo responsabile, sarebbe piuttosto quella di limitare al minor tempo possibile la permanenza a bordo dei migranti. «Il nuovo decreto sulle navi Ong è contrario alla legge del mare e alla Costituzione. Le nostre leggi vietano di discriminare in base al sesso, all’età o a un’infermità in atto» – ha commentato <strong>il giurista Giovanni Maria Flick</strong> in <a href="https://www.repubblica.it/cronaca/2022/11/07/news/migranti_flick_piantedosi_circolare-373432798/">un’intervista rilasciata a Repubblica</a> – «La vita è sacra e le convenzioni internazionali impongono il diritto-dovere di portare la nave in un porto sicuro; non certo di discriminare tra un migrante e l’altro».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Nello stabilire quale sia questo ruolo influiscono tre parametri: l’accessibilità al ricongiungimento familiare, l’elargizione di un titolo di soggiorno valido oppure, in mancanza dei primi due, il criterio del “primo ingresso illegale”.</span> Parlare di “convenzioni” richiama subito la dimensione europea con cui i singoli stati membri condividono la competenza sulle tematiche migratorie, che coinvolgono le sfere della libertà, sicurezza e giustizia. <mark class='mark mark-yellow'>«Per quanto riguarda il diritto europeo, il più importante atto legislativo nel merito è il cosiddetto <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex%3A32003R0343">Regolamento di Dublino</a>, approvato nel 2003, che cerca di implementare l’idea per cui la competenza di esaminare la domanda di asilo debba ricadere sullo Stato che abbia svolto un ruolo più significativo in relazione all’ingresso del richiedente»</mark>, spiega <strong>Enrico Zonta di Understanding Europe</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Nello stabilire quale sia questo ruolo influiscono tre parametri: l’accessibilità al ricongiungimento familiare, l’elargizione di un titolo di soggiorno valido oppure, in mancanza dei primi due, il criterio del “primo ingresso illegale”.</mark> Quest’ultimo, che riconosce la competenza allo stato la cui frontiera è stata varcata illegalmente dal richiedente, è nella pratica quello più seguito.  «L’Unione Europea ha attuato misure per aiutare i Paesi di primo approdo, come il meccanismo di ricollocamento volontario, che prevede che altri Stati membri in modo volontario accolgano richiedenti asilo da Paesi di primo approdo, o il fondo di asilo migrazioni integrazione, che predispone fondi per la gestione integrazione dei richiedenti asilo» – prosegue Zonta – «In questo scenario si colloca “Frontex”, l’agenzia europea che monitora le frontiere esterne dell’UE e gestisce i pericoli per la loro sicurezza. Entro il 2024 verrà introdotto un corpo di 10mila guardie di frontiere aggiuntive, il cui ruolo principale è quello di assistenza e supervisione sul rispetto dei diritti fondamentali».</p>
<p>Ma proprio in queste ore, dopo le tensioni tra i governi di Italia e Francia scaturite dalle vicende che ruotano intorno a una terza nave Ong, la Ocean Viking, il governo Meloni sta pensando a nuove norme per regolamentare le pratiche di salvataggio in mare e soprattutto quelle per l’approdo nei porti italiani. Per entrare in acque italiane le Ong dovranno dimostrare che il loro intervento si basa su reali situazioni di pericolo per i migranti aiutati. E in ogni caso, subito dopo il soccorso sarà necessario avvisare le autorità del paese più vicino. Chi non rispetterà queste regole andrà in contro a pesanti sanzioni amministrative oltre che al sequestro delle proprie imbarcazioni coinvolte.</p>
<p><strong> (Ludovica Rossi)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il caso &#8220;Ocean Viking&#8221; e le tensioni sull&#8217;asse Italia-Francia</strong></p>
<p>Ma vediamo ora più nello specifico i motivi che hanno portato due stati come Francia e Italia, solitamente molto collaborativi tra loro, a scambiarsi pesanti accuse reciproche e a giocare sulla pelle di centinaia di vite umane rimbalzandosi la responsabilità.</p>
<p>Si può dire che se il destino dei migranti a bordo della Humanity 1 e della Geo Barents è stato quello di trovare rifugio in Italia, quello dei 234 naufraghi in viaggio sulla Ocean Viking ha avuto un nome diverso e si chiama Francia. La nave dell’Ong “SOS Mediterranée” respinta dal governo italiano è riuscita ad attraccare nel porto sicuro di Tolone dopo una scia di polemiche politiche tra Roma e Parigi. Un’eccezione da parte del governo francese che ha accettato a fatica la “scelta incomprensibile” del governo italiano rifiutatosi di rispondere alle molteplici richieste di solidarietà.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>«Il fatto che la Francia abbia aperto le sue porte alla Ocean Viking, non vuol dire che sia stata più generosa dell’Italia»</mark> spiega <strong>Laura Zanfrini</strong>, <strong>docente di Sociologia delle migrazioni e della convivenza interetnica</strong>, all’Università Cattolica di Milano. «Stando alle cifre degli ultimi anni, <mark class='mark mark-yellow'>è vero che paesi come Germania e la stessa Francia, hanno registrato un numero maggiore di rifugiati titolari di alta protezione umanitaria rispetto al nostro Paese. Ma è pur vero che il numero degli sbarchi non può essere equiparato al numero dei richiedenti asilo».</mark> E aggiunge: «È la prima volta che la Francia si trova ad accogliere uno sbarco là dove l&#8217;Italia, da tanti anni, è sottoposta a questa pressione che, anche per le modalità con cui si manifestano questi flussi, impattano molto sull&#8217;opinione pubblica. Ma ciò non toglie che impedire lo sbarco ad una nave rappresenta un comportamento al limite, in quanto il diritto d’asilo è un diritto che va riconosciuto individualmente».</p>
<p>Dunque, per contrastare il fenomeno, ora come ora, <mark class='mark mark-yellow'>«Sarebbero necessari sforzi politici e progettuali provenienti da tutto il mondo. Ci vuole un cambio di marcia, perché ce lo impone proprio il rispetto delle vite umane».</mark> Una possibile soluzione, secondo la Professoressa Zanfrini, sarebbe quella di «Gestire le domande a livello europeo, dopodiché una volta ricevuto il riconoscimento del diritto alla protezione, permettere a queste persone di muoversi liberamente all’interno dell’Unione europea, così come avviene per altri cittadini. Entrare in una logica di suddivisione di una responsabilità storica, perché il diritto d’asilo lo abbiamo inventato noi e dovremmo essere fieri del fatto che ci sia tutta una parte del mondo che ci guarda e ci apprezza per le opportunità economiche, per la nostra libertà e democrazia».</p>
<p>Dopo aver accolto la Ocean Viking, il ministro degli Interni, Gérald Darmanin, ha adottato una linea dura contro il governo italiano, sospendendo di fatto l’accordo stipulato pochi mesi fa che prevede l’accoglienza di circa 3.500 rifugiati attualmente in Italia. <mark class='mark mark-yellow'>Le tensioni tra i due paesi si ripercuotono alle frontiere del Nord, in particolar modo tra la città di Ventimiglia e Mentone. Cinquecento uomini della gendarmerie pattugliano i passi di <strong>Ventimiglia</strong>, rotta chiave dei migranti verso la Francia</mark>. «Ma la questione dei controlli – fa sapere <strong>Alessandra Zunino</strong>, referente del progetto di accoglienza <a href="https://www.facebook.com/ventimigliaconfinesolidale/">“Ventimiglia CONfine solidale”</a> della <strong>Caritas</strong> – non è un problema nuovo. <mark class='mark mark-yellow'>I poliziotti controllano le frontiere sistematicamente dal 2016, salendo su tutti i treni che arrivano nella prima stazione francese dall’Italia. Attualmente vengono respinte 80-100 persone al giorno».</mark> Numeri che però lasciano fuori coloro i quali cercano di attraversare il confine in altri punti di passaggio: attraverso le montagne, in autostrada o accettando passaggi clandestini da passeur. «Sono 150-250 i migranti che arrivano in città e non hanno un posto dove stare. Il 98% di essi sono uomini soli, provenienti principalmente dal Sudan, Eritrea ed Etiopia. Solo il 2% sono donne o nuclei familiari di origine curda irachena, curda iraniana, afgana, siriana o libica». Un flusso migratorio completamente diverso da quello avvenuto nel biennio 2016/2017, quando il numero di migranti in cerca di rifugio arrivava fino a 600. <span class='quote quote-left header-font'>«Qualche notte fa, ho ricevuto una telefonata nella quale mi veniva detto che in strada c’era un gruppo di circa 28 persone di cui 20 erano bambini – racconta Zunino – erano buttati sul marciapiede senza nulla, solo con i vestiti addosso.</span>                                                                                                                                                                                   «Qualche notte fa, ho ricevuto una telefonata nella quale mi veniva detto che in strada c’era un gruppo di circa 28 persone di cui 20 erano bambini – racconta Zunino – erano buttati sul marciapiede senza nulla, solo con i vestiti addosso. Insieme con una mia collega, siamo corse sul posto per recuperare quelle persone in difficoltà.  Una parte del gruppo siamo riuscite a sistemarlo nella nostra casa di accoglienza, gli altri, invece, sono stati ospitati in una parrocchia. Il giorno seguente si sono sottoposti alle visite mediche offerte dalla Caritas, si sono rifocillati e poi dopo qualche ora sono andati via. Di solito alcuni passano a salutare prima di partire, altri non li rivediamo più».</p>
<p><strong>(Melissa Scotto di Mase)</strong></p>
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		<title>Luci e ombre di Clubhouse, come il ritorno della voce sbanca sui social</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2021 06:58:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Barbieri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un invito che ti conduce in un nuovo mondo, fatto di persone che si mettono in gioco tramite la loro voce. È Clubhouse, il nuovo social network che tira una ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1000" height="667" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/clubhouse.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Clubhouse" /></p><p>Un invito che ti conduce in un nuovo mondo, fatto di persone che si mettono in gioco tramite la loro <strong>voce</strong>.</p>
<p>È <strong>Clubhouse</strong>, il nuovo social network che tira una riga e si differenzia perché non esistono canoni di bellezza e post a cui mettere mi piace ma, al contrario, è importante parlare e mettere in primo piano le proprie opinioni da condividere con altre migliaia di utenti. Nell’era del <strong>podcasting</strong>, dove alzare il volume fa scoprire nuove realtà e la ‘social radio’ inizia a fare capolino tra i nuovi settori della comunicazione, il network è subito diventato di tendenza e sono partiti dibattiti di varia natura nelle varie stanze (le cosiddette <i>room</i>), con famosi imprenditori, investitori, artisti, personaggi famosi e comunità differenti.</p>
<p>Come si fa a interagire? Bisogna “alzare la mano”, ovvero cliccare sul pulsante della mano in basso a destra, come in una vera e propria conferenza fatta di moderatori, dove il principio fondante è l’educazione e la moderazione del talk. Il proprietario della stanza può decidere se accettare il tuo intervento all’interno della discussione o rifiutare. Se il proprietario o i moderatori accettano, un utente può letteralmente parlare ad una platea di persone, pronte ad ascoltarlo. È facile individuare eventi in cui si discute di <b>revenge porn</b>, dove sceneggiatori ed esperti chiacchierano di come stia cambiando la <b>scrittura delle serie tv</b> e, visto il momento, di <b>passaporto vaccinale e di crisi di governo</b>.</p>
<p>Come tutte le grandi realtà, al suo interno è giusto evidenziare le sue luci e ombre. La piattaforma nasce nella Silicon Valley da <strong>Paul Davison</strong> e <strong>Rohan Seth</strong> ed è stata lanciata in America a maggio 2020 dalla <strong>Alpha Exploration Co</strong>. In pochi mesi contava più di 600.000 utenti registrati, ma ancora adesso il social è solo per coloro che utilizzano un dispositivo iOS ed è in fase di sviluppo la versione per i sistemi Android (non contando la questione dell’invito, una trovata di marketing che a breve dovrebbe essere rimossa). Una restrizione che taglia fuori una buona parte di fruitori, creando per il momento una legione ‘elitaria’ che conosce dall’interno l’applicazione.</p>
<p>Non solo: Clubhouse è diventato in breve tempo un enorme miniera d’oro per chi colleziona <b>voci e stati d’animo, in poche parole </b>informazioni di profilazione, rispetto alla quale chi deve proteggere la privacy dell’utente esige maggiore chiarezza. Per questo il Garante della privacy italiano è stato tra i primi a muoversi, mandando una lettera all’azienda, per far luce sulla questione del materiale sensibile. Si chiede di chiarire prima di tutto della conservazione dei dati e i termini entro i quali è prevista la <b>cancellazione delle tracce audio temporaneamente conservate</b> dall’azienda. Problemi che devono essere posti sul tavolo quando si parla di <b>indagini giudiziarie</b> e di estrapolazione di <b>dati biometrici. </b></p>
<p>In Cina per esempio <strong>è stata bloccata in poco tempo dal governo di Pechino</strong>, in quanto molti fruitori avevano incominciato a usarlo per parlare di temi normalmente censurati sui media e sui social cinesi. Anche per i giornalisti è diventata un&#8217;opportunità di confronto, come se fosse ancora possibile discutere senza scontrarsi, in un mondo cinese polarizzato e tormentato da correnti ideologiche e dai rancori accumulati attraverso la repressione e i conflitti. Una parentesi di libertà d’espressione che alcuni erano disposti a pagare <strong>70 dollari</strong> a invito.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Le dinamiche sono molteplici e in costante evoluzione. A volte serve sperimentare e avere il proprio sguardo per indagare al meglio un fenomeno di questo tipo e proprio per questo abbiamo intervistato <strong>Nicoletta Vittadini</strong>, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell&#8217;Università Cattolica, che fin da subito ha testato il social network del momento.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><b>Quando ha deciso di iscriversi a Clubhouse e perché?</b></p>
<p>Ho deciso di iscrivermi a Clubhouse perché da studiosa dei social media sono sempre attenta allo sviluppo di nuove piattaforme, perciò ho deciso di provarlo appena ho saputo della sua esistenza. In particolare, Clubhouse ha attratto la mia curiosità perché tenta una strada alternativa al linguaggio mainstream, come per esempio il video.</p>
<p><b>Testando la piattaforma e le room al suo interno, che cosa ne pensa del funzionamento di questo nuovo social?</b></p>
<p>Al di là dell&#8217;indiscussa novità di porre al centro l&#8217;oralità al posto della scrittura e della comunicazione audiovisiva, l&#8217;elemento che mi sembra più interessante di Clubhouse è la particolare declinazione della socialità. In Clubhouse, perché una room esista, deve riuscire ad aggregare un gruppo di persone attorno a un tema di interesse e a creare la disponibilità ad ascoltare uno o più esperti o uno o più brillanti conversatori. All&#8217;interno di questo modello, ovviamente,  tutti possono intervenire e dialogare. In sintesi, non si entra in Clubhouse per mettersi a parlare da soli (a pubblicare post su di sé per intenderci), ma si entra per ascoltare o parlare con altri, ad altri di qualcosa che ci interessa e ci accomuna, ma quasi mai di sè. Mi sembra un elemento di indiscussa novità rispetto alla logica del following, della friendship e mi sembra interessante anche l&#8217;uscita dalla logica io-centrata di molte piattaforme.</p>
<p><b>Secondo la sua esperienza nel settore, perché in questo momento si è sentita l’esigenza di creare una rete che funzioni grazie alla voce? Quale valore aggiunto può dare la piattaforma nel mondo della comunicazione?</b></p>
<p>Clubhouse &#8211; come piattaforma legata alla voce &#8211; non nasce come un fiore nel deserto. La voce sta conquistando uno spazio progressivamente sempre più importante nel sistema dei media digitali. Basta pensare ad alcuni fenomeni contemporanei e in crescita: il mercato degli audiolibri, l&#8217;ascolto di podcast, le interfacce vocali, gli smart speaker (il cui uso come strumento di intrattenimento è cresciuto nell&#8217;ultimo anno) e così via. Per non citare la sempre viva comunicazione radiofonica. Quindi un social network basato sulla voce è in sintonia con l&#8217;evoluzione delle interfacce e dei dispositivi digitali e con una rinnovata centralità del linguaggio naturale nella comunicazione.</p>
<p><b>Dopo l’entusiasmo iniziale scaturito dagli inviti si è parlato di alcuni problemi di privacy che questo social potrebbe avere, soprattutto per la registrazione delle conversazioni, e del fatto che è una versione beta e lascia fuori una fetta di utenti con il sistema Android. Che miglioramenti si potrebbero fare per renderlo più efficace?<span class="Apple-converted-space"> </span></b></p>
<p>Clubhouse è una piattaforma in fase di sviluppo che &#8211; per quanto dichiarato sinora dai suoi fondatori &#8211; non resterà legata al sistema operativo IOS per sempre, così come non proporrà per sempre il meccanismo ad inviti. Si tratta di due tratti provvisori che sono stati presentati come funzionali a contenere l&#8217;esplosione di utenti fino allo sviluppo ottimale della piattaforma. Rispetto alla privacy dobbiamo considerare che l&#8217;utilizzo di qualsiasi piattaforma social implica la cessione di alcuni dati personali, così come molte altre pratiche della nostra vita quotidiana che ormai è caratterizzata pienamente da una economia delle piattaforme fondata sulla capitalizzazione dei dati degli utenti. Per quanto riguarda specificamente Clubhouse credo che dobbiamo distinguere due temi: la conformità al GDPR che non è ancora perfezionata (passaggio che andrà fatto se la app vuole svilupparsi in Europa) e la vulnerabilità della app rispetto ad accessi dall&#8217;esterno che possiamo immaginare sarà affrontata con attenzione nelle prossime fasi di sviluppo della piattaforma.</p>
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		<title>Cannabis terapeutica, i pazienti che l&#8217;Italia non è in grado di aiutare</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2018 08:02:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Martinoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Inchieste]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="899" height="506" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/03/1493216506_GettyImages-98049945-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="An Initiative To Legalize Marijuana In California To Appear On Nov. Ballot" /></p><p style="text-align: justify;">«Figuriamoci se a 40 anni inizio a farmi le canne!». È stata questa la prima reazione di Silvia, quando al reparto di reumatologia dell’ospedale Gaetano Pini di Milano le è stata prescritta la cannabis terapeutica. Il fatto è che i medici, con lei, le avevano già provate tutte: morfine, oppioidi, antidolorifici pesantissimi, che Silvia ha provato per un anno «con una vita che non si può definire dignitosa». <strong>Silvia Barbero</strong> è affetta da una serie di patologie che le procurano un dolore intenso (artrite reumatoide, fibromialgia secondaria, tremore essenziale e sindrome sicca). Poco tempo dopo la diagnosi, sua figlia Giulia ha riscontrato problemi simili: da atleta di pallavolo è diventata «incapace anche solo di andare a scuola». Entrambe sono rimaste bloccate a letto per mesi, sottoposte ad ogni tipo di cura tradizionale. Poi è arrivata la cannabis, che ha cambiato le loro vite: Silvia, che oggi ha 44 anni, è tornata a muoversi, guidare l’auto, lavorare. Giulia, 19 anni, fa l’università e può spostarsi da sola a piedi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cannabis terapeutica: per chi e con quali costi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In Italia è possibile curarsi con la cannabis dal 2007. Qualsiasi medico la può prescrivere, a patto che la necessità del paziente rientri in uno dei sei casi espressamente previsti dal Ministero della Salute, tra cui la sclerosi multipla, le complicazioni del glaucoma o gli effetti di chemio e radioterapie. L’uso di cannabis in tutti questi casi è però limitato a una condizione fondamentale: che il paziente abbia già provato tutte le terapie convenzionali possibili (vale a dire l’uso di farmaci) e che queste si siano dimostrate inadatte.<br />
I prodotti medici a base di cannabis si acquistano in farmacia e si possono assumere per via orale (come decotto) o inalatoria (tramite un vaporizzatore). <mark class='mark mark-yellow'> I costi per la cannabis terapeutica sono elevatissimi. La rimborsabilità non è prevista da tutte le Regioni: Lombardia, Valle d’Aosta, Trentino, Molise, Calabria e Sardegna non hanno legiferato in materia. Silvia, che vive in provincia di Pavia, spendeva tra i 25 e i 30 euro al grammo per la varietà di cannabis di cui necessitava: concretamente, spiega, «per curare me e mia figlia spendevamo tra i 500 e i 600 euro al mese». </mark> Nel 2017, il Governo ha calmierato i prezzi abbassando il costo a carico del paziente a 9 euro al grammo: un problema in meno, per i pazienti come Silvia. Ma intanto se ne era presentato un altro, ben più grave: da aprile dell’anno scorso, infatti, le scorte di cannabis nelle farmacie hanno cominciato a esaurirsi. «Stavamo bene solo grazie alla cannabis – spiega Silvia – ne sono certa, perché da quando non l’abbiamo più avuta, mia figlia non riesce più a spostarsi neanche per fare 300 metri».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il monopolio della coltivazione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per capire che cos’è successo bisogna risalire al 2014, quando il <strong>Ministero della Salute</strong> e quello della <strong>Difesa</strong> approvano un progetto per realizzare la coltivazione di cannabis terapeutica in Italia, così da non dover più dipendere dalle importazioni olandesi. Come luogo deputato alla coltivazione è stato scelto un istituto militare, lo Stabilimento Chimico Farmaceutico di Firenze. «Il problema è che una coltivazione del genere non ti improvvisi a farla se non sei capace»: a dirlo è <strong>Lorenzo Calvi</strong>, medico specialista in anestesia e rianimazione e ricercatore presso l’Università di Pavia. Secondo il dott. Calvi, quel progetto nasce proprio da una proposta del suo gruppo di ricerca: <span class='quote quote-left header-font'>&#8220;Da quando è finita la cannabis, mia figlia Giulia non riesce più a camminare neanche per fare 300 metri&#8221;</span><mark class='mark mark-yellow'> «Il Ministero della Salute ha rubato la nostra idea e l’ha usata per mettere a posto un ente in fallimento, l’Istituto Militare di Firenze». </mark> Per più di due anni lo Stabilimento non è riuscito a produrre niente, «bruciando un sacco di soldi delle nostre tasse», sottolinea Lorenzo Calvi. Tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 è finalmente arrivata la prima produzione: «Sono stati prodotti 20, 30 kg di cannabis – spiega il dott. Calvi – ma sono spariti in un attimo». Il fabbisogno nazionale, in effetti, è stimato intorno ai 300 kg all’anno, una quantità enorme rispetto a quella prodotta. E così, dopo i primi mesi di euforia, i pazienti si sono ritrovati ad aprile a dover contattare farmacie in tutt’Italia alla ricerca di un prodotto che si stava esaurendo: «Finché ci siamo resi conto che proprio non ce n’era più», racconta Silvia Barbero. La cosa più grave è che le importazioni dall’estero sono state drasticamente ridimensionate in seguito alla prima produzione dello Stabilimento di Firenze, nella convinzione che non ce ne sarebbe più stata la necessità: nel 2017 lo Stato ha speso 1 milione e 600 mila euro per la produzione di cannabis e solo 700 mila per l’importazione: <span class='quote quote-left header-font'>&#8220;Lo Stato ha prodotto 20, 30 kg di cannabis, ma il fabbisogno nazionale è di 300 kg all&#8217;anno&#8221;</span>«Hanno fatto male i conti», spiega Lorenzo Calvi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Non c&#8217;è interesse per la ricerca&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A fine novembre 2017, la gravità della situazione risultava ormai evidente. Ciò ha spinto il Ministero della Difesa ad aprire un bando urgente per una nuova importazione di cannabis terapeutica dall’estero. Il bando è stato vinto da un marchio canadese, Aurora, che dovrebbe iniziare a distribuire i suoi prodotti in Italia verso fine aprile. «Noi potevamo fare la ricerca e la produzione», commenta Lorenzo Calvi, «invece, avendoci impedito di fare ricerca, adesso non sono neanche in grado di produrre, e dobbiamo tornare a importare». La denuncia del dott. Calvi verte anche su questo secondo problema: <mark class='mark mark-yellow'> al monopolio governativo sulla produzione si sovrappone una sostanziale limitazione della ricerca. In Italia infatti c’è solo un Centro che è stato autorizzato a tale scopo: l’Istituto Cra-Cin di Rovigo, diretto da <strong>Gianpaolo Grassi</strong>. Altri centri di ricerca che hanno fatto richiesta, compreso quello dell’Università di Pavia, si sono visti negare questa possibilità. </mark> «Lo Stato non è interessato a investire nella ricerca sugli effetti benefici della cannabis – conclude Lorenzo Calvi – in questo modo evita la sostituzione di farmaci ben più lucrativi per l’industria farmaceutica. La cannabis, invece, non ha un’industria farmaceutica dietro: perché è una pianta, non è brevettabile».</p>
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<p>&nbsp;</p>
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