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	<title>magzine &#187; Francia</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Proteste in Nuova Caledonia: l&#8217;ardua strada della convivenza</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jun 2024 07:36:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Tamberi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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		<description><![CDATA[Poco più di un mese fa abbiamo assistito alle proteste che hanno messo in subbuglio Numea, la capitale della Nuova Caledonia: automobili date alle fiamme, negozi saccheggiati, il coprifuoco notturno, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="630" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/06/barricate-nuova-caledonia-proteste.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="barricate-nuova-caledonia-proteste" /></p><p>Poco più di un mese fa abbiamo assistito <mark class='mark mark-yellow'>alle proteste che hanno messo in subbuglio Numea, la capitale della Nuova Caledonia</mark>: automobili date alle fiamme, negozi saccheggiati, il coprifuoco notturno, l’intervento delle autorità locali prima e poi dell’esercito francese hanno delineato uno scenario senza precedenti nella storia dell’arcipelago malesiano.</p>
<h2>L&#8217;antefatto storico</h2>
<p>Le ragioni di queste grandi manifestazioni sono legate all’ultima svolta nella politica locale, ovvero la discussione nel Parlamento francese di una riforma costituzionale che porterebbe all’aumento degli aventi diritto al voto, e che di conseguenza diminuirebbe il peso delle popolazioni indigene locali nei momenti di elezioni e di referendum. Per comprendere il fatto più recente, bisogna prima capire che la questione è storica, e affonda le proprie radici nel fatto che <mark class='mark mark-yellow'>la Nuova Caledonia, come tutti i territori della Francia d’oltremare, sono residui del suo impero coloniale</mark>: «Questa questione ha sempre avuto a che fare con il tema della colonizzazione. La Nuova Caledonia infatti venne annessa formalmente alla Francia nel 1853. Il trauma però, storicamente, non è tanto l’annessione formale, ma le questioni che emergono a fine ‘800, come la sottrazione di terre e l’adozione del codice dell’indigenato» spiega <strong>Adriano Favole</strong>, professore ordinario di Antropologia culturale all&#8217;Università di Torino e Visiting Professor all&#8217;Università della Nuova Caledonia. Secondo il codice dell’indigenato, abolito nel 1946, gli autoctoni delle colonie venivano considerati di fatto sudditi francesi, e venivano sottomessi ai lavori forzati, sottoposti a varie misure repressive come la requisizione, il carcere o la deportazione.</p>
<p>«I fatti recenti si legano a uno snodo che si colloca tra il 1988 e il 1998. Nell’88 si chiudono infatti quattro anni di rivolte, quelli che localmente vengono chiamati <em>Les évènements </em>(“gli avvenimenti”). Questi anni si chiudono con l’accordo di Matignon, voluto tra gli altri da un grande leader statista, <strong>Jean-Marie Tjibau</strong>: una figura storicamente importante non solo per il Paese, ma anche per l&#8217;idea di come si risolve un conflitto coloniale». Jean-Marie Tjibau fu negli anni ’80 il leader del movimento indipendentista dei kanak, ovvero la popolazione locale: la sua importanza storica sta nella decisione di non proseguire il processo di liberazione tramite la lotta armata, ma deponendo le armi e spianando la strada alla convivenza dei popoli, a partire appunto dall’accordo di Matignon.</p>
<h2>L&#8217;accordo di Numea</h2>
<p>Su quella scia, dieci anni dopo, viene firmato <strong>l’accordo di Numea</strong>: «Questo nuovo accordo ha gli stessi tre attori del precedente, ovvero la fazione degli indipendentisti, quella dei non indipendentisti e lo Stato francese nel ruolo di garante. Esso si basa su tre grandi principi che stanno nel prologo del testo: <mark class='mark mark-yellow'>il primo è il riconoscimento del fatto coloniale, ovvero la Francia riconosce di aver annesso la Nuova Caledonia in modo giuridicamente improprio. In secondo luogo, viene riconosciuto popolo kanak, l’unico ancora oggi ad avere questo status nei territori francesi d’oltremare.</mark> Infine, i kanak riconoscono il diritto di rimanere agli altri gruppi che si sono stabiliti sul territorio dall’800 a oggi, per costruire insieme un destino comune. A differenza di tutte le altre colonie francesi, questo è l’unico caso in cui c’è un accordo di decolonizzazione dove i bianchi e tutte le altre comunità non vengono cacciate». L’accordo, dalla durata di vent&#8217;anni, di fatto trasferisce per la prima volta al governo locale tutta una serie di competenze che, di norma, spetterebbero allo Stato francese. Vengono anche fissati tre referendum sull’indipendenza: il primo il 4 novembre 2018, il secondo il 4 ottobre 2020, e l’ultimo, in caso di vittoria del no nei primi due, il 12 dicembre 2021.</p>
<p>C’è un altro aspetto dell’accordo di Numea da prendere in considerazione per capire appieno cosa ha portato alle manifestazioni dello scorso mese: «Chi sono i cittadini che possono votare ai referendum? Solo coloro che sono riconosciuti come tali nel 1998, al momento dell’accordo, e i loro figli. Questo è il <mark class='mark mark-yellow'>congelamento del corpo elettorale</mark>: vent’anni dopo potranno votare coloro che stavano già lì, non chi nel frattempo arriva dalla Francia o da altrove. L’idea dietro questa scelta è di costruire una comunità, e non sbilanciarla: sennò se arrivassero moltissime persone da Parigi, si tornerebbe a una dinamica coloniale».</p>
<h2>Gli errori della politica francese</h2>
<p>Nel primo referendum ha vinto il no all’indipendenza, al 57%. Nel secondo la vittoria del no si riduce al 53%, tracciando la strada verso l’indipendenza. Nell’ultimo referendum però, la crisi sanitaria dovuta alla pandemia da coronavirus e il rifiuto di Parigi di posticipare le elezioni hanno spinto gli indipendentisti al boicottaggio del voto, facendo un’ultima schiacciante vittoria al no. È il primo di una serie di errori del governo francese che, da da ruolo di garante di un Accordo per arrivare all&#8217;indipendenza, viene ora percepito di nuovo come favorevole al campo anti-indipendentista.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Adriano Favole, professore di antropologia culturale all&#8217;Università di Torino: «Quello che tengo sempre a sottolineare è che l’accordo di Numea era un accordo di convivenza tra comunità differenti: questa è la sua grandezza. Non è un accordo unicamente a difesa dei Kanak, come spesso si pensa: riconoscerlo come popolo dava loro un recupero di dignità dopo cento anni di colonizzazione»</span>«Non credo che Macron di principio volesse ricolonizzare il Paese. Davanti a questa impasse, egli decide che per il rinnovo il congresso ‒ previsto per dicembre 2024 ‒ bisogna togliere il congelamento del corpo elettorale. Macron quindi chiede quindi al Parlamento francese di approvare una riforma costituzionale, che per l’appunto si chiama disgelo del corpo elettorale. Questo provvedimento passa all’Assemblée Nationale a fine aprile, e in quel momento cominciano le prime grandi manifestazioni pacifiche, sia dei non indipendentisti che chiedono il disgelo, sia degli indipendentisti che affermano che il disgelo è un atto coloniale. La cosa degenera quando il provvedimento passa al Senato, il 13 di maggio».</p>
<p>I problemi che hanno portato all’inasprimento degli scontri in tempi recenti sono dovuti ad errori politici e a una crisi economica che ha colpito duramente tutta la regione: «Secondo me c’è una grande ignoranza rispetto alla storia di questo Paese e rispetto alle dinamiche dei popoli indigeni. La mia idea è che il presidente e i suoi con consiglieri si sono dimostrati incapaci di capire la dinamica politica locale. C’è stata grande sottovalutazione, insieme all’incapacità di conoscere la storia di questo Paese […]. <mark class='mark mark-yellow'>La Nuova Caledonia inoltre è uno dei quattro depositi mondiali più ricchi di nichel</mark>. È il territorio europeo più ricco di nichel. Da qualche anno a questa parte le grandi aziende mondiali che producono batterie, che fanno un importante uso di nichel, hanno spostato i loro acquisti verso l’Indonesia. Perché? Perché costa meno. Questo ha gettato le miniere della Nuova Caledonia in una crisi tremenda. Sono infatti tutte quante sull’orlo del fallimento: in realtà sarebbero già fallite se non fosse per l’intervento dello Stato».</p>
<p>Oltre alla crisi economica, la situazione attuale rimane molto incerta. Nonostante sembrino terminati i giorni di proteste violente, ci si chiede come si evolverà la situazione: «Secondo me questo provvedimento si fermerà, perché non ha neanche più la maggioranza a Parigi. <mark class='mark mark-yellow'>Il problema è capire come ricostruire localmente il dialogo, ed evitare di ricreare dinamiche di conflitto».</mark></p>
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		<title>Proteste in Francia, un &#8220;affaire&#8221; che riguarda anche le giovani generazioni</title>
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		<pubDate>Fri, 05 May 2023 15:18:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Sara Fisichella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazioni]]></category>
		<category><![CDATA[pensioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Giovani, famiglie, studenti, sindacati, black bloc. La mobilitazione francese contro la contestatissima riforma delle pensioni di Macron, promulgata da metà aprile senza l’approvazione del Parlamento, coinvolge varie frange della popolazione. ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2000" height="1228" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/IMG-20230504-WA00151.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Thomas e Justine, due giovani francesi" /></p><p>Giovani, famiglie, studenti, sindacati, black bloc. <mark class='mark mark-yellow'> La mobilitazione francese contro la contestatissima riforma delle pensioni di <strong>Macron</strong>, promulgata da metà aprile senza l’approvazione del Parlamento, coinvolge varie frange della popolazione. </mark> Il primo maggio, in alcune zone, è sfociata in scontro tra polizia e manifestanti, con oltre 500 arresti in più di 300 cortei e più di 400 poliziotti feriti. La prima ministra <strong>Elizabeth Borne</strong> ha parlato di “un nuovo stadio di violenza”.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> Si scende in piazza da marzo e, almeno fino ad ora, tutti i tentativi di far recedere il presidente sono stati vani: </mark> il 3 maggio scorso, per la seconda volta, il Consiglio costituzionale ha detto no al referendum. I sindacati non cedono: la prossima giornata di mobilitazione generale, la quattordicesima, sarà martedì 6 giugno.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> «Sembra che faccia bene al morale poter manifestare: camminare per le strade e poter comunicare i propri messaggi e le proprie richieste». </mark> <strong>Thomas</strong> vive a <strong>Grenoble</strong> ed è uno dei tanti ragazzi che qualche volta ha preso parte alle manifestazioni della città sudorientale transalpina. Non è a <strong>Parigi</strong>, ma delinea lo scenario della capitale: molte più persone e luoghi simbolici dal significato politico come Place de la République, Place de la Bastille e Place de la Concorde.</p>
<p>«A Grenoble è un po’differente: tutti i sindacati si riuniscono in un punto preciso della città e, generalmente, si ritrovano alle 10 in stazione. Dopo marciano lentamente per tre/quattro ore fino al punto di arrivo. Non è un corteo statico – aggiunge – è mobile, perché ci si muove continuamente, ed è una situazione piuttosto calma: <mark class='mark mark-yellow'> i sindacati avanzano le loro richieste, mentre le persone che non ne fanno parte hanno i loro messaggi sui cartelli di cartone». </mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> «A Grenoble i sindacati avanzano le loro richieste, mentre le persone che non ne fanno parte hanno i loro messaggi sui cartelli di cartone». Thomas vive nella città francese e racconta di cortei che partono dalla stazione e si muovono per qualche ora. </span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> L’altra faccia della medaglia mostrata da <strong>Thomas</strong> è un governo non disposto ad ascoltare le richieste dei giovani</mark>. Le nuove generazioni si sono così organizzate in maniera autonoma, scendendo in piazza per conto proprio. Thomas si è recato ad uno di questi raduni non ufficiali ed è rimasto stupito per i tanti ragazzi presenti. Racconta che l’evento è sfociato in un momento di tensione: «Ad un certo punto i poliziotti hanno fermato il corteo, ci hanno accerchiato e hanno cominciato a lanciare dei gas lacrimogeni. Una cosa del genere a Grenoble non era mai successa».</p>
<div id="attachment_66285" style="width: 1440px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/IMG-20230504-WA0017.jpg"><img class="wp-image-66285 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/IMG-20230504-WA0017.jpg" alt="Una delle manifestazioni a Grenoble, in Francia. Fonte: pagina Facebook CGT ISERE" width="1440" height="917" /></a><p class="wp-caption-text">Una delle manifestazioni a Grenoble, in Francia. Fonte: pagina Facebook CGT ISERE</p></div>
<p>Spiega che il governo <strong>Macron</strong> ha fatto molte leggi per incrementare le forze dell’ordine e diminuire il numero di partecipanti: la volontà è limitare i cortei, e per farlo si è disposti anche ad usare la violenza. Un fattore che intimorisce i giovani: in molti hanno paura a partecipare: <mark class='mark mark-yellow'> «Purtroppo i media mainstream si concentrano principalmente sulle azioni dei black bloc ,che noi chiamiamo i “guastatori”, e non sulle violenze della polizia. Il governo non fa altro che parlare di violenze commesse dai manifestanti <strong><span style="font-weight: 400;">e non di quelle commesse dai poliziotti»</span></strong>. </mark></p>
<p>Anche <strong>Justine</strong> vive a Grenoble. Concorda sulla grande visibilità che i media forniscono ai black bloc: «Le manifestazioni non sono solo loro. Probabilmente sono più visibili, perché tendono a distruggere ed incendiare tutto, ma esistono anche persone come me che sono interessate alla questione climatica».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> Anche Justine vive a Grenoble e critica la scelta del presidente Macron di appellarsi all&#8217;art 49-3: «È come se il governo non ascoltasse più i francesi che non sono d’accordo e che hanno delle richieste da avanzare<strong><span style="font-weight: 400;">»</span></strong>. </span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> Il tema caldo rimane quello delle pensioni: </mark> «Io manifesto perché penso che questa riforma sia inutile: disponiamo di nuove tecnologie che ci permetterebbero di stare più tranquilli e di diminuire le ore di lavoro. Molte persone soffrono e vanno in burnout perché sono costrette a lavorare troppo per mantenersi. Lo Stato ci dice che ci sono aiuti, che la <strong>Francia</strong> ha i soldi per concedere questi finanziamenti. Non è possibile far pagare delle tasse del genere a lavoratori che ricevono un piccolo salario. Anche la sanità non garantisce un aiuto ai più in difficoltà<strong><span style="font-weight: 400;">»</span></strong>.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> Justine critica anche la scelta di Macron di appellarsi all’art 49-3: </mark> «È come se il governo non ascoltasse più i francesi che non sono d’accordo e che hanno delle richieste da avanzare. Macron, nonostante abbia vinto, ha pochi elettori. Il suo governo ci pone delle leggi che non sono condivise dalla maggioranza della popolazione. <mark class='mark mark-yellow'> Sapeva di non aver ottenuto la maggioranza e aveva promesso di ascoltare le nostre richieste. Così non è stato, e quindi la mobilitazione sarà sempre più forte<strong><span style="font-weight: 400;">»</span></strong>. </mark></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nel nome di Messi: l&#8217;Argentina è campione del Mondo</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2022 21:12:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Stella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#argentina]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
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		<description><![CDATA[Per molti è solo un gioco dove ventidue persone in maglietta e calzoncini inseguono un pallone. Ma in realtà il calcio è un qualcosa che sa regalare emozioni straordinarie. È ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2076" height="1384" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/12/FkSAp47WYAMq6nV.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="FkSAp47WYAMq6nV" /></p><p>Per molti è solo un gioco dove ventidue persone in maglietta e calzoncini inseguono un pallone. Ma in realtà il calcio è un qualcosa che sa regalare emozioni straordinarie. È uno sport che sa infliggere incredibili delusioni, ma che allo stesso tempo sa ricompensare i suoi uomini simbolo. <mark class='mark mark-yellow'>Come <strong>Lionel Messi</strong> che in Qatar si giocava l’ultima chance per salire sul tetto del mondo e per eguagliare l’altro mito argentino, Diego Armando Maradona. E il cerchio del destino della leggenda di Rosario si è chiuso nel modo più dolce. <strong>L’Argentina</strong>, guidata dalla “Pulga”, è diventata <strong>campione del Mondo</strong> per la terza volta nella storia. E lo ha fatto battendo la <strong>Francia</strong> 7-5 dopo i rigori, al termine di una delle finali più entusiasmanti e pazze di tutti i tempi.</mark> Quello appena terminato è sicuramente uno dei mondiali più controversi mai organizzati, soprattutto per motivi che vanno bel oltre il calcio giocato. Ma oggi chiunque abbia seguito la partita, difficilmente ha potuto rimanere indifferente davanti allo spettacolo andato in scena.</p>
<p>La Francia si presentava alla partita con l’obiettivo di difendere il titolo vinto a Russia 2018, mentre l’Argentina voleva riportare in patria quel titolo che mancava dal 1986. <mark class='mark mark-yellow'>Ma la gara conteneva anche una sfida interna stellare. Quello tra Messi e la stella francese <strong>Kylian Mbappé</strong>. E il risultato di questo duello è stato epico: 3 gol più una rete ai rigori per il fuoriclasse transalpino, 2 gol più un altro nella lotteria dal dischetto per il fenomeno argentino.</mark> In generale la cronaca della partita è un turbinio di emozioni continue. L’Albiceleste parte a razzo, sorprendendo i rivali sul piano del pressing e dell’intensità. Messi guida le danze ma i suoi compagni lo sostengono alla perfezione. A partire da <strong>Angel Di Maria</strong>, che veniva da mesi difficili alla Juventus e che nelle ultime tre gare del Mondiale era partito dalla panchina. Ma nel giorno più importante “El Fideo” non tradisce: si procura il rigore, trasformato poi da Messi, con cui l’Argentina è passata in vantaggio al 23’ del primo tempo e poco più di dieci minuti dopo finalizza un’azione da manuale della sua squadra, superando Lloris con un tocco morbido. 2-0 e Francia completamente frastornata. Mbappé è marcato a vista, <strong>Giroud</strong> è sfinito (e infatti viene sostituito poco prima dell’intervallo) e il resto della squadra è sovrastata dall’energia degli uomini di mister <strong>Scaloni</strong>. E così si continua anche per quasi tutto il secondo tempo.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Una delle partite più belle di ogni epoca. Messi-Mbappé è stato un duello stellare. Ma l&#8217;Argentina corona il sogno anche grazie a Di Maria ed Emiliano Martinez.</span></p>
<p>Ma quando ormai la coppa sembra andare in direzione Buenos Aires, tutto cambia all’improvviso. All’80’ <strong>Kolo Muani</strong> viene steso in area da <strong>Otamendi</strong>: Mbappé batte <strong>Emiliano Martinez</strong> e riapre i giochi. I francesi ci credono e nemmeno un minuto dopo il ventitreenne parigino, servito da Thuram, si inventa una magia al volo che vale il pareggio. L’Albiceleste barcolla, è sotto shock, perché la maledizione Mondiale sembra non avere fine. Ma in ogni caso riesce a portare la contesa ai tempi supplementari. E al 108’ nuovo colpo di scena. Messi si accende di nuovo, serve <strong>Lautaro</strong> che sbaglia davanti a <strong>Lloris</strong>, ma la “Pulce” è lì e da pochi passi non sbaglia: 3-2. Sembra finita, tuttavia le montagne russe di questo match in realtà sono ancora ben in movimento. Al 118’ <strong>Montiel</strong> ferma col braccio un tiro del solito Mbappé: altro penalty, tripletta di Kylian, 3-3. E prima dei rigori, c’è tempo per l’ennesima e più grande sliding door della gara, con Martinez che compie una parata prodigiosa su Muani al 123’. <mark class='mark mark-yellow'>Nella decisiva lotteria dagli undici metri Messi (come Mbappé) è ancora infallibile, ma i veri eroi sono Martinez e Montiel. Il portiere, rivelazione del torneo e già decisivo contro l’Olanda ai quarti di finale, para il tiro di <strong>Coman</strong> e provoca in qualche modo anche l’errore di <strong>Tchouaméni</strong>. Il terzino, che aveva causato il rigore del 3-3, si riscatta e col sinistro regala la coppa all’Argentina.</mark></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Dopo 36 anni, la Selección può tornare a fare festa. Il tanto agognato Mondiale, che era pure iniziato male con il ko contro l’Arabia all’esordio, è stato raggiunto grazie a un gruppo che è cresciuto partita dopo partita, riuscendo a superare tutti i momenti difficili che si sono presentati.</mark> Tanti gli uomini chiave: dalla già citata sorpresa Emiliano Martinez, alla classe di De Paul e Di Maria, passando per l’enorme talento dei giovani Enzo Fernandez e Julian Alvarez, arrivando ovviamente a Messi. Il 10, accusato per anni di non essere in grado di incidere come ha sempre fatto nei club, è stato finalmente trascinatore anche della sua Nazionale. Mvp del torneo, 7 gol (anche se il titolo di capocannoniere è di Mbappé con 8 reti), 3 assist e una leadership totale. Eppure, più di 800 gol, 7 palloni d’oro, 4 Champions League, 11 Scudetti, 1 Oro olimpico e 1 Coppa America, più altri svariati titoli, erano numeri che lo rendevano già uno dei più grandi fenomeni di questo sport. <mark class='mark mark-yellow'>Fino ad oggi mancava però ancora un gradino: quello per ottenere il riconoscimento totale in patria, quello per raggiungere Maradona. Ma ora il cerchio si è chiuso e Lionel Messi da Rosario ha davvero vinto tutto. Anche con la sua Argentina.</mark></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/12/FkSLZreXoAAoMaw.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-61176" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/12/FkSLZreXoAAoMaw-300x300.jpg" alt="FkSLZreXoAAoMaw" width="300" height="300" /></a></p>
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		<title>Francia-Marocco, Porta Venezia è tutta un cremisi</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2022 15:06:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Sara Fisichella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<category><![CDATA[Marocco]]></category>
		<category><![CDATA[Mondiali di Calcio]]></category>
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		<description><![CDATA[«Abbiamo già vinto arrivando in semifinale. Sono felicissima così. Poteva andare meglio, ma sono fiera della mia squadra e della mia nazionale. Forza Marocco sempre e per sempre. Forza Italia!». ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="828" height="461" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/12/WhatsApp-Image-2022-12-15-at-10.19.01.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="WhatsApp Image 2022-12-15 at 10.19.01" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>«Abbiamo già vinto arrivando in semifinale. Sono felicissima così. Poteva andare meglio, ma sono fiera della mia squadra e della mia nazionale. Forza Marocco sempre e per sempre. Forza Italia!»</mark>. Il rammarico della sconfitta contro la <strong>Francia </strong>nella semifinale di <strong>Qatar 2022</strong> e di una finale mancata con l’Argentina ha solo sfiorato una giovane tifosa: mentre si allontana, sventola la maglietta della squadra e sorride.</p>
<p>Cappellino rosso con tanto di stemma, sciarpa che si intona: <mark class='mark mark-yellow'> nelle notti mondiali magrebine, il quartiere milanese di <strong>Porta Venezia</strong> è tutto un cremisi. </mark> Un collage di bandiere fuoriuscite dalle macchine in corsa, poggiate sui cofani o avvolte sulle spalle della gente. Di cori come: «eeeh oh, auguri a noi, questo è l’inizio e avanti ancora!», cantato a squarciagola dopo la qualificazione agli ottavi e intonato a gran voce anche quando mancava un solo passo per arrivare alla fine.  <mark class='mark mark-yellow'> I goal di <strong>Theo Hernández</strong> e <strong>Kolo Muani</strong> hanno stoppato la corsa alla <strong>Coppa del Mondo</strong>, ma non hanno interrotto la festa. </mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«A noi non importa vincere la Coppa: siamo arrivati ad un punto mai raggiunto da nessun Paese africano. Sono fiero di essere marocchino», dice un ragazzo mentre sventola il bandierone nel post-partita di Francia-Marocco</span></p>
<p>«A noi non importa vincere la Coppa: siamo arrivati ad un punto mai raggiunto da nessun paese africano. Sono fiero di essere marocchino», esclama un ragazzo con il bandierone tra le mani. Se fosse stato bambino, chissà se per muoverlo con energia si sarebbe fatto aiutare da un adulto, come era appena accaduto ad un bimbo su un marciapiede. Un altro piccolo, invece, aveva gli occhi lucidi. I genitori, dotati di drappo marocchino e italiano, hanno cercato di tirarlo un po’ su di morale. <mark class='mark mark-yellow'>Commozione che, dopo la partita, nemmeno <strong>Laila</strong> è riuscita a trattenere. </mark></p>
<p>Trentacinque anni, Laila è in Italia da ventidue e ha la doppia cittadinanza. Prima di entrare al <strong>“Sahara shisha bar”</strong> di via <strong>Panfilo Castaldi </strong>per vedere la partita in una delle varie tv installate, svela che il Mondiale ha risvegliato il suo sangue arabo e marocchino. Secondo lei,  vincere contro i francesi sarebbe stato un gran riscatto per l&#8217;Africa intera. <mark class='mark mark-yellow'> Ogni match disputato è stato l&#8217;occasione per far emergere la cultura del suo Paese: «Del Marocco capisci che c&#8217;è unione e rispetto verso il prossimo, a prescindere da tutto quello che si dice». </mark></p>
<p>Racconta di aver perso il suo dialetto: ogni tanto, quando parla in arabo, qualcuno la paragona ad <strong>Hakimi</strong>, “uno dei giocatori che non lo sa parlare e balbetta come me”. Il calciatore che l’ha colpita è <strong>Ziyech</strong>, che ha scelto la nazionale marocchina pur essendo nato e cresciuto in Olanda. «Questo fa capire che, nonostante ci si integri nel Paese in cui si vive, quando c’è il richiamo, c’è il richiamo. Il sangue è sangue». La quarta generazione della sua famiglia vive a Parigi. <strong>Laila</strong> racconta che, pur essendo nati e cresciuti lì, questi suoi parenti si sentono marocchini. Un francese questo non lo accetta. «C’è dell’astio e lo percepisco con grande dispiacere». Le tensioni avvenute nelle città transalpine ne sono la testimonianza.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«Abbiamo vinto tante partite e questo per noi è già tantissimo. Di sicuro siamo amareggiati, ma sarà uno sprone per i prossimi anni», commenta a caldo Loubna al fischio finale, quando il bar è ormai semivuoto</span>.</p>
<p>«Abbiamo vinto tante partite e questo per noi è già tantissimo. Di sicuro siamo amareggiati, ma sarà uno sprone per i prossimi anni». <strong>Loubna</strong> era arrivata prima di Laila e aveva fatto la coda fuori dal locale per riservare i posti. Da piccola, anche lei aveva assaggiato il campo da gioco: quando abitava a Torino, giocava a calcio, ma a 12/13 anni ha dovuto smettere. Mentre attende che il bar sollevi tutta la saracinesca, sottolinea un aspetto importante dell&#8217;incontro che avrebbe seguito, memore della colonizzazione subita: «Per noi non è importante vincere. Se dovessimo vincere, sarebbe solo un piccolo pareggio con loro. <mark class='mark mark-yellow'> Quando sono venuti, i francesi hanno costruito scuole, ospedali e ci hanno insegnato tanto, quindi non possiamo guardare alla colonizzazione come una cosa solo brutta»</mark></p>
<p>Il fumo del narghilè ha offuscato il locale per gran parte dell’evento, quasi a trasformare in illusione quanto stava avvenendo nel rettangolo di gioco. Fino al raddoppio dei <em>Bleus</em> però, nessuno dei presenti ha creduto che il sogno potesse sfumare. La doccia fredda provocata da <strong>Theo Hernández</strong> era arrivata dopo cinque minuti.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«La partita è appena iniziata, non ho paura». Il goal di Theo Hernández non ha scalfito il giovane Jawad, intento a fissare lo schermo e ad osservare i movimenti dei suoi beniamini. </span></p>
<p>«La partita è appena iniziata, non ho paura» Il goal di Theo Hernández non ha scalfito il giovane <strong>Jawad</strong>, intento a fissare lo schermo e ad osservare i movimenti dei suoi beniamini. Il suo approccio rispecchiava quello di tutti i presenti: ad ogni contropiede, era tutto un incitare la squadra. Sperare che la traiettoria della palla, prima o poi, avrebbe bucato i guanti di <strong>Lloris</strong>; osannare giocatori come <strong>Hakimi</strong> e <strong>Ziyech</strong> e premiare qualche intervento provvidenziale, come quello di <strong>Amrabat</strong> al cinquantunesimo. A fine partita scattano gli applausi e si sente un «grazie ragazzi». E via a festeggiare, consapevoli di aver scritto una pagina di storia. <mark class='mark mark-yellow'> L’ultimo atto dei <strong>Leoni dell’Atlante</strong> si è consumato contro la nazione che fu padrona nei quarant’anni di protettorato, che divenne rivale di gioco e che rimarrà degna avversaria. </mark></p>
<p>Ma sono stati proprio loro, i calciatori, i protagonisti che hanno fatto sognare tutti i tifosi marocchini: l’identificazione è stata forte, non solo per le stesse origini, ma anche per i sentimenti e la storia condivisa con i giocatori. “Arrivare in semifinale per una squadra araba e africana e anche berbera, perché molti dei giocatori sono autoctoni, è un grandissimo traguardo”. <strong>Mohamed Amine Bour</strong> è un giovane poeta di ventisei anni. Sui social si descrive così: “Nasco ibrido, tra le valli dell’Atlas e le dune del Sahel”. È marocchino, ma si è trasferito in Italia quando aveva undici anni. <mark class='mark mark-yellow'>“A molti è sembrato strano che nelle precedenti partite i giocatori abbiano festeggiato in campo assieme alle loro madri”</mark> dice Mohamed, conosciuto su Instagram come “Asteerio”. Ha scritto una poesia intitolata <em>Madre: </em><em>“M’hai lasciato la tristezza negli occhi / E la malinconia nel sorriso / E un cuore diviso tra l’ardere e l’ardire / Adirato per cose più grandi da bambino / Ho promesso di renderti la vita migliore / E un figlio promette sempre / Di render migliore la vita alla madre”.</em></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>“Ebbene, sono state proprie queste mamme che hanno dovuto distruggersi di lavoro e di fatica, affinché i propri figli realizzassero i loro sogni. È bello sognare e noi lo abbiamo fatto insieme a loro.</mark> Anche mia mamma ha faticato molto e adesso sto realizzando i miei sogni grazie a lei”.  Simbolicamente, i marocchini tutti sono allora arrivati in semifinale e hanno sfiorato l’ultimo scontro mondiale: un sogno che si è avverato e continuerà a pulsare vivo nei cuori di tutte le madri e di tutti i figli del Nord-Africa.</p>
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		<title>Quelle battaglie politiche sulla pelle dei migranti</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2022 08:29:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Stella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[Il braccio di ferro, durato quasi due settimane, tra il governo italiano guidato da Giorgia Meloni e i capitani delle due navi Ong ferme nel porto di Catania con a ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2000" height="1500" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/WhatsApp-Image-2022-11-14-at-16.16.59.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Credits: Msf" /></p><p>Il braccio di ferro, durato quasi due settimane, tra il governo italiano guidato da Giorgia Meloni e i capitani delle due navi Ong ferme nel porto di Catania con a bordo centinaia di profughi si è risolto definitivamente nella sera di martedì 8 novembre. Al termine di lunghe trattative e ispezioni tutti i migranti sono potuti sbarcare, ma nelle giornate precedenti decine di queste persone, già estremamente provate per la lunga traversata effettuata via mare in condizioni non semplici, sono rimaste vittime di uno stallo che ha attirato l’attenzione dell’Europa intera.</p>
<p>Ma cosa è cambiato nelle ultime settimane, dopo diversi mesi durante i quali le navi Ong non hanno avuto mai reali problemi nell’ottenere il consenso per sbarcare nei porti italiani? <mark class='mark mark-yellow'>«Il nuovo decreto, firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha cambiato le regole del “gioco” se possiamo definire in questi termini una simile tragedia umanitaria»</mark>, <strong>spiega Mimmo Trovato, caposervizio aggiunto dell’Ansa</strong>, che ha seguito direttamente sul campo l’evoluzione dei fatti legati alla Humanity 1 (Sos Humanity) e alla Geo Barents (MSF), le due imbarcazioni ferme nel porto di Catania. E continua: «In ogni caso, questo decreto contro le Ong è stato subito applicato. <mark class='mark mark-yellow'>Oltre a donne incinte e minori, inizialmente sono potuti scendere solo gli adulti ritenuti fragili e malati al termine di un’ispezione medica».</mark></p>
<p>Come sosteneva nei giorni più concitati <strong>Riccardo Gatti, responsabile delle operazioni MSF</strong>: «Stiamo cercando di dare le migliori cure possibili con le limitazioni che abbiamo. Queste limitazioni hanno fatto sì che le infezioni cutanee e respiratorie e, tra l’altro, l’aumento della sofferenza dovuta non solo alla mancanza di spazio, ma anche al prolungamento dei tempi in mare, aumentassero il livello della loro sofferenza».</p>
<p>Ma nelle navi non c’erano solo uomini adulti. <strong>Candida Lobes, responsabile della comunicazione di Medici Senza Frontiere</strong>, era sulla nave umanitaria Geo Barents e ha raccontato durante tutta la permanenza in mare le condizioni dei 572 migranti salvati. La più giovane era una bambina di 11 mesi. Assieme a lei, molti altri naufraghi erano minori. Poco meno della metà delle persone a bordo erano donne, di cui tre incinte.</p>
<p>Sono ben 249 le persone visitate da un’equipe <a href="https://www.salute.gov.it/portale/usmafsasn/homeUsmafSasn.jsp">dell’Usmaf</a> (Ufficio di sanità marittima, affiliato al Ministero della salute), che si sono viste negare la possibilità di sbarcare. Il governo successivamente ha imposto ai capitani delle due navi di lasciare il porto siciliano nel più breve tempo possibile, ricevendo come risposta un deciso rifiuto. Continua Trovato: «Dal 6 novembre la tensione si è alzata notevolmente. Il termine “carico residuale” utilizzato dal governo per riferirsi ai migranti respinti ha suscitato molte proteste e alcuni profughi hanno cercato di abbandonare la nave tuffandosi in mare». <mark class='mark mark-yellow'><strong><span style="font-weight: 400;">“</span><i>Help us</i><span style="font-weight: 400;">”, gridano i migranti dalla nave mentre aspettano di scendere. La stessa scritta l’hanno disegnata su dei pezzi di cartone, che sventolano verso il porto mentre scandiscono il coro e battono a ritmo le mani. Altri cartelli recitano “</span><i>We are suffering</i><span style="font-weight: 400;">”, stiamo soffrendo.</mark></span></strong></p>
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<p>Dopo le numerose polemiche, il giorno successivo, un’altra squadra dell’Usmaf coadiuvata da alcuni psichiatri e psicologi dell’<strong>Asp (Aziende Sanitarie Provinciali)</strong> ha proceduto a un nuovo triage medico: «I dottori hanno stabilito che coloro che erano rimasti sulle navi dovevano essere considerati fragili sotto l’aspetto psicologico, a causa delle cattive condizioni di vita presenti sulle imbarcazioni sia per una questione di spazi, sia sotto il profilo sanitario», racconta ancora Trovato. L’esecutivo è stato quindi costretto a cedere e nel giro di poche ore tutti hanno avuto la possibilità di scendere a terra.</p>
<p>A questo punto, però, è sorto il problema di dove collocare le persone, in balia degli eventi da diversi giorni. Spiega il giornalista dell’Ansa: «Dopo una notte passata in un centro sportivo, adiacente allo Stadio Massimino di Catania, i migranti sono stati trasferiti a bordo di alcuni pullman in strutture consone tra Campania e Veneto. Chi si è occupato del ricollocamento ha cercato, con grande umanità, di mantenere uniti i nuclei familiari e i gruppi legati da rapporti di amicizia». All’interno dell’emergenza generale si è aggiunta poi quella specifica di come gestire tutti i minori non accompagnati: la Procura dei Minori, con l’aiuto dei servizi sociali, ha però trovato in breve tempo delle sistemazioni adeguate. <mark class='mark mark-yellow'>Tra le tante storie difficili di questi bambini coinvolti in qualcosa di più grande di loro, c’è quella di <strong>Sama</strong> (nata in Togo e arrivata dalla Libia coi genitori), la già citata piccola di soli 11 mesi nata col labbro leporino e con conseguenti difficoltà nella deglutizione. Molte Ong italiane si sono subito mobilitate per garantire alla piccola un’operazione chirurgica nel breve periodo e per trovare un alloggio efficace alla famiglia.</mark></p>
<p>Tra ideologie politiche e reali difficoltà nel sistema di accoglienza, a rimetterci anche in questo caso, come spesso accade, sono stati degli esseri umani già privati di tutto o quasi nella loro vita. La battaglia del governo italiano contro le Ong e l’Unione Europea è appena iniziata, ma ci sono dei numeri che fanno capire come queste associazioni non siano il problema principale dell’intera questione: nel 2022 sono sbarcate in Italia oltre<a href="https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2022-11/cruscotto_statistico_giornaliero_11-11-2022.pdf"> 90.297 migranti</a>. Ma come specifica Mimmo Trovato: «Solo 10.980 di questi sono stati portati da navi Ong». Poco meno del 12 percento del totale delle persone arrivate sul territorio italiano dallo scorso gennaio.</p>
<p><strong>(Alessandro Stella e Andrea Miniutti)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Tutte le difficoltà dell&#8217;accoglienza</b></p>
<p>«A Catania la società civile si è attivata fin da subito, soprattutto la Rete antirazzista catanese. Poi c’è da dire che in Sicilia il fenomeno dell’immigrazione è una cosa talmente nota che ormai è diventato la normalità. A Trapani, ad esempio, i tunisini e la gente del posto sono ormai un tutt’uno». A parlare è <strong>l’attivista e traduttrice Cristina Bocchi</strong>, da anni in prima linea quando si tratta di sbarchi e di migranti. A seguire l’approdo della Humanity 1 e poi della Geo Barents, in Sicilia, c’era pure lei. <mark class='mark mark-yellow'>«Il fatto è che queste imbarcazioni non sono equipaggiate: servono solo per operazioni di salvataggio e invece le persone sono state costrette a viverci, in condizioni pessime, per 17 giorni»</mark>, ha detto la donna. E poi ha aggiunto: <mark class='mark mark-yellow'>«L’effetto psicologico è stato devastante e due siriani, in un gesto disperato, si sono anche buttati in mare. Per non parlare della mamma che è stata costretta a partorire lì dentro».</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«I centri di accoglienza stanno diventando sempre più saturi, le associazioni molto spesso sembrano speculare con il denaro raccolto e il nuovo governo Meloni rende le procedure, già fin troppo lunghe, sempre più frammentate e questo porta ad un rischio di violazioni ancora più grande».</span>                                                                                                Una situazione “al limite” secondo l’attivista, con imbarcazioni che arrivano in Sicilia ogni giorno senza sosta e lo Stato che appare sempre più assente. «Gli sbarchi continuano, ma anche i quotidiani come il <em>Giornale di Sicilia</em> non danno mai grande eco a questo tipo di eventi», dice. «I centri di accoglienza stanno diventando sempre più saturi, le associazioni molto spesso sembrano speculare con il denaro raccolto e il nuovo governo Meloni rende le procedure, già fin troppo lunghe, sempre più frammentate e questo porta ad un rischio di violazioni ancora più grande».</p>
<p>E proprio sulle violazioni si sofferma Cristina Bocchi, ammettendo che anche questa volta sono state tante. In primis la mancata tutela dei diritti dei minori non accompagnati, un fatto che si verifica spesso e che spinge questi ragazzi nei giri della prostituzione e della criminalità organizzata. <mark class='mark mark-yellow'>Ma ad essere violate con frequenza sono anche le normative che regolano il trattato d’asilo e il diritto alla salute, con donne in gravidanza e persone gravemente disabili che restano intrappolate anche per settimane sopra le barche.</mark> Un altro aspetto sottovalutato è poi la mancanza di interpreti e traduttori almeno di inglese, arabo e francese. Secondo la Bocchi, subito dopo lo sbarco dalla Geo Barents, i migranti sono stati obbligati a “firmare carte e documenti di cui non conoscevano neanche il contenuto”. Ma il problema delle violazioni non vive solo in Italia. «Oggi ci sono poche tutele ovunque. In Spagna adesso c’è il problema dei minori marocchini non accompagnati. In Svezia stanno portando via i bambini dalle famiglie dei siriani. E potrei continuare con altri mille esempi», afferma la donna.</p>
<p>Secondo chi opera sul campo, in prima linea, l’immigrazione è un fenomeno che esiste da sempre e che potrà essere gestito in modo appropriato soltanto quando verrà considerato non più un’emergenza, bensì un fatto umano normale. <mark class='mark mark-yellow'>«Non è vero che Grecia, Spagna e Italia (dove avvengono gli sbarchi) sono abbandonate a loro stesse: ogni anno ricevono dalla comunità europea tantissimi soldi che basterebbe investire per infrastrutture apposite, sanità e un’istruzione mirata all’integrazione dei ragazzi»</mark> conclude l’attivista. E le sue ultime parole fanno da monito: «In Italia i migranti, soprattutto i più colti e istruiti, non hanno opportunità. Ecco perché le menti migliori se ne vanno all’estero e qui resta solo una cosa: la delinquenza».</p>
<p><strong>(Aurora Ricciarelli)</strong></p>
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<p><b>L&#8217;aspetto legale: il decreto Piantedosi vs il regolamento di Dublino</b></p>
<p>La questione è stata fino a qui inquadrata sotto il profilo umano ma intrecciato ad esso c’è la parte legale e politica. Cerchiamo quindi di fare luce su questo aspetto, fondamentale per comprendere al meglio l’intera dinamica.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>“Sbarchi selettivi” e “carichi residuali”. Queste due brevi espressioni, un sostantivo e un aggettivo, sono sufficienti ad esprimere il fulcro del nuovo decreto varato dal neoministro dell’Interno Matteo Piantedosi in ambito migratorio.</mark> La misura è stata introdotta lo scorso 4 novembre, a seguito delle vicende che hanno visto coinvolte le navi umanitarie Geo Barents di Medici Senza Frontiere e la tedesca Humanity 1, dell’ong SOS-Humanity. Le due imbarcazioni sono entrate in acque territoriali italiane al largo di Catania con a bordo rispettivamente 572 e 179 persone. Di queste, però, soltanto 357 e 144 hanno potuto scendere a terra, dopo l’approdo nel porto catanese. Gli altri sono rimasti a bordo. A stabilirlo è appunto il testo del decreto interministeriale sopra menzionato che, siglato “di concerto” dai ministri dell’Interno Piantedosi, della Difesa Guido Crosetto e delle Infrastrutture Matteo Salvini, sancisce il divieto alle due navi umanitarie di “sostare nelle acque territoriali nazionali oltre il termine necessario ad assicurare le operazioni di soccorso e assistenza nei confronti delle persone che versino in condizioni emergenziali e in precarie condizioni di salute segnalate dalle competenti Autorità nazionali”. <mark class='mark mark-yellow'>Tradotto: le navi possono entrare in porto, viene compiuta un’ispezione delle forze dell’ordine e una selezione tra i passeggeri, in base alla quale soltanto donne, bambini e persone ritenute fragili possono sbarcare. Tutti gli altri, ovvero i “carichi residuali” cui il decreto riconosce “l’assistenza occorrente per l’uscita dalle acque territoriali”, restano a bordo e abbandonano le acque italiane.</mark> Il ministro Piantedosi in conferenza stampa si esprime per similitudini: secondo lui le navi andrebbero paragonate a delle isole dello stato di cui battono bandiera. Di conseguenza spetterebbe al governo di quest’ultimo prendersi carico della richiesta d’asilo. La poetica spiegazione del capo dicastero viene poi corroborata con riferimenti giuridici. Nello specifico, l’appoggio è cercato nell’<a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/12/19/20A07086/sg">articolo 1 comma 2 del decreto-legge 130/2020</a>, il cui testo convertito in legge prevede che “il ministro dell’interno può limitare o vietare il transito e la sosta di navi nel mare territoriale […] per motivi di ordine e sicurezza pubblica”.</p>
<p>La parzialità di sbarchi così impostati si è tuttavia procurata la qualifica di “incostituzionale” da più parti. In primis quella di Medici Senza Frontiere che, citando le Linee Guida sul Trattamento delle Persone Soccorse in Mare, ha subito ribadito come, competenza del governo responsabile, sarebbe piuttosto quella di limitare al minor tempo possibile la permanenza a bordo dei migranti. «Il nuovo decreto sulle navi Ong è contrario alla legge del mare e alla Costituzione. Le nostre leggi vietano di discriminare in base al sesso, all’età o a un’infermità in atto» – ha commentato <strong>il giurista Giovanni Maria Flick</strong> in <a href="https://www.repubblica.it/cronaca/2022/11/07/news/migranti_flick_piantedosi_circolare-373432798/">un’intervista rilasciata a Repubblica</a> – «La vita è sacra e le convenzioni internazionali impongono il diritto-dovere di portare la nave in un porto sicuro; non certo di discriminare tra un migrante e l’altro».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Nello stabilire quale sia questo ruolo influiscono tre parametri: l’accessibilità al ricongiungimento familiare, l’elargizione di un titolo di soggiorno valido oppure, in mancanza dei primi due, il criterio del “primo ingresso illegale”.</span> Parlare di “convenzioni” richiama subito la dimensione europea con cui i singoli stati membri condividono la competenza sulle tematiche migratorie, che coinvolgono le sfere della libertà, sicurezza e giustizia. <mark class='mark mark-yellow'>«Per quanto riguarda il diritto europeo, il più importante atto legislativo nel merito è il cosiddetto <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex%3A32003R0343">Regolamento di Dublino</a>, approvato nel 2003, che cerca di implementare l’idea per cui la competenza di esaminare la domanda di asilo debba ricadere sullo Stato che abbia svolto un ruolo più significativo in relazione all’ingresso del richiedente»</mark>, spiega <strong>Enrico Zonta di Understanding Europe</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Nello stabilire quale sia questo ruolo influiscono tre parametri: l’accessibilità al ricongiungimento familiare, l’elargizione di un titolo di soggiorno valido oppure, in mancanza dei primi due, il criterio del “primo ingresso illegale”.</mark> Quest’ultimo, che riconosce la competenza allo stato la cui frontiera è stata varcata illegalmente dal richiedente, è nella pratica quello più seguito.  «L’Unione Europea ha attuato misure per aiutare i Paesi di primo approdo, come il meccanismo di ricollocamento volontario, che prevede che altri Stati membri in modo volontario accolgano richiedenti asilo da Paesi di primo approdo, o il fondo di asilo migrazioni integrazione, che predispone fondi per la gestione integrazione dei richiedenti asilo» – prosegue Zonta – «In questo scenario si colloca “Frontex”, l’agenzia europea che monitora le frontiere esterne dell’UE e gestisce i pericoli per la loro sicurezza. Entro il 2024 verrà introdotto un corpo di 10mila guardie di frontiere aggiuntive, il cui ruolo principale è quello di assistenza e supervisione sul rispetto dei diritti fondamentali».</p>
<p>Ma proprio in queste ore, dopo le tensioni tra i governi di Italia e Francia scaturite dalle vicende che ruotano intorno a una terza nave Ong, la Ocean Viking, il governo Meloni sta pensando a nuove norme per regolamentare le pratiche di salvataggio in mare e soprattutto quelle per l’approdo nei porti italiani. Per entrare in acque italiane le Ong dovranno dimostrare che il loro intervento si basa su reali situazioni di pericolo per i migranti aiutati. E in ogni caso, subito dopo il soccorso sarà necessario avvisare le autorità del paese più vicino. Chi non rispetterà queste regole andrà in contro a pesanti sanzioni amministrative oltre che al sequestro delle proprie imbarcazioni coinvolte.</p>
<p><strong> (Ludovica Rossi)</strong></p>
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<p><strong>Il caso &#8220;Ocean Viking&#8221; e le tensioni sull&#8217;asse Italia-Francia</strong></p>
<p>Ma vediamo ora più nello specifico i motivi che hanno portato due stati come Francia e Italia, solitamente molto collaborativi tra loro, a scambiarsi pesanti accuse reciproche e a giocare sulla pelle di centinaia di vite umane rimbalzandosi la responsabilità.</p>
<p>Si può dire che se il destino dei migranti a bordo della Humanity 1 e della Geo Barents è stato quello di trovare rifugio in Italia, quello dei 234 naufraghi in viaggio sulla Ocean Viking ha avuto un nome diverso e si chiama Francia. La nave dell’Ong “SOS Mediterranée” respinta dal governo italiano è riuscita ad attraccare nel porto sicuro di Tolone dopo una scia di polemiche politiche tra Roma e Parigi. Un’eccezione da parte del governo francese che ha accettato a fatica la “scelta incomprensibile” del governo italiano rifiutatosi di rispondere alle molteplici richieste di solidarietà.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>«Il fatto che la Francia abbia aperto le sue porte alla Ocean Viking, non vuol dire che sia stata più generosa dell’Italia»</mark> spiega <strong>Laura Zanfrini</strong>, <strong>docente di Sociologia delle migrazioni e della convivenza interetnica</strong>, all’Università Cattolica di Milano. «Stando alle cifre degli ultimi anni, <mark class='mark mark-yellow'>è vero che paesi come Germania e la stessa Francia, hanno registrato un numero maggiore di rifugiati titolari di alta protezione umanitaria rispetto al nostro Paese. Ma è pur vero che il numero degli sbarchi non può essere equiparato al numero dei richiedenti asilo».</mark> E aggiunge: «È la prima volta che la Francia si trova ad accogliere uno sbarco là dove l&#8217;Italia, da tanti anni, è sottoposta a questa pressione che, anche per le modalità con cui si manifestano questi flussi, impattano molto sull&#8217;opinione pubblica. Ma ciò non toglie che impedire lo sbarco ad una nave rappresenta un comportamento al limite, in quanto il diritto d’asilo è un diritto che va riconosciuto individualmente».</p>
<p>Dunque, per contrastare il fenomeno, ora come ora, <mark class='mark mark-yellow'>«Sarebbero necessari sforzi politici e progettuali provenienti da tutto il mondo. Ci vuole un cambio di marcia, perché ce lo impone proprio il rispetto delle vite umane».</mark> Una possibile soluzione, secondo la Professoressa Zanfrini, sarebbe quella di «Gestire le domande a livello europeo, dopodiché una volta ricevuto il riconoscimento del diritto alla protezione, permettere a queste persone di muoversi liberamente all’interno dell’Unione europea, così come avviene per altri cittadini. Entrare in una logica di suddivisione di una responsabilità storica, perché il diritto d’asilo lo abbiamo inventato noi e dovremmo essere fieri del fatto che ci sia tutta una parte del mondo che ci guarda e ci apprezza per le opportunità economiche, per la nostra libertà e democrazia».</p>
<p>Dopo aver accolto la Ocean Viking, il ministro degli Interni, Gérald Darmanin, ha adottato una linea dura contro il governo italiano, sospendendo di fatto l’accordo stipulato pochi mesi fa che prevede l’accoglienza di circa 3.500 rifugiati attualmente in Italia. <mark class='mark mark-yellow'>Le tensioni tra i due paesi si ripercuotono alle frontiere del Nord, in particolar modo tra la città di Ventimiglia e Mentone. Cinquecento uomini della gendarmerie pattugliano i passi di <strong>Ventimiglia</strong>, rotta chiave dei migranti verso la Francia</mark>. «Ma la questione dei controlli – fa sapere <strong>Alessandra Zunino</strong>, referente del progetto di accoglienza <a href="https://www.facebook.com/ventimigliaconfinesolidale/">“Ventimiglia CONfine solidale”</a> della <strong>Caritas</strong> – non è un problema nuovo. <mark class='mark mark-yellow'>I poliziotti controllano le frontiere sistematicamente dal 2016, salendo su tutti i treni che arrivano nella prima stazione francese dall’Italia. Attualmente vengono respinte 80-100 persone al giorno».</mark> Numeri che però lasciano fuori coloro i quali cercano di attraversare il confine in altri punti di passaggio: attraverso le montagne, in autostrada o accettando passaggi clandestini da passeur. «Sono 150-250 i migranti che arrivano in città e non hanno un posto dove stare. Il 98% di essi sono uomini soli, provenienti principalmente dal Sudan, Eritrea ed Etiopia. Solo il 2% sono donne o nuclei familiari di origine curda irachena, curda iraniana, afgana, siriana o libica». Un flusso migratorio completamente diverso da quello avvenuto nel biennio 2016/2017, quando il numero di migranti in cerca di rifugio arrivava fino a 600. <span class='quote quote-left header-font'>«Qualche notte fa, ho ricevuto una telefonata nella quale mi veniva detto che in strada c’era un gruppo di circa 28 persone di cui 20 erano bambini – racconta Zunino – erano buttati sul marciapiede senza nulla, solo con i vestiti addosso.</span>                                                                                                                                                                                   «Qualche notte fa, ho ricevuto una telefonata nella quale mi veniva detto che in strada c’era un gruppo di circa 28 persone di cui 20 erano bambini – racconta Zunino – erano buttati sul marciapiede senza nulla, solo con i vestiti addosso. Insieme con una mia collega, siamo corse sul posto per recuperare quelle persone in difficoltà.  Una parte del gruppo siamo riuscite a sistemarlo nella nostra casa di accoglienza, gli altri, invece, sono stati ospitati in una parrocchia. Il giorno seguente si sono sottoposti alle visite mediche offerte dalla Caritas, si sono rifocillati e poi dopo qualche ora sono andati via. Di solito alcuni passano a salutare prima di partire, altri non li rivediamo più».</p>
<p><strong>(Melissa Scotto di Mase)</strong></p>
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		<title>Macron al bivio in cerca di una maggioranza</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2022 06:45:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Sara Fisichella]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[“In teoria Macron è il più stabile di tutti, in pratica abbiamo visto che le cose non stanno proprio così”. L’instabilità politica provocata dalle elezioni legislative che hanno tolto al ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2000" height="1332" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/06/elezioni-legislative-francia2022.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Official campaign posters of French presidential election candidates are displayed at France Affichage Plus dispatch hub in Mitry-Mory" /></p><p>“In teoria Macron è il più stabile di tutti, in pratica abbiamo visto che le cose non stanno proprio così”. <mark class='mark mark-yellow'>L’instabilità politica provocata dalle elezioni legislative che hanno tolto al presidente francese la maggioranza assoluta nella nuova Assemblea Nazionale, potrebbe riflettersi sugli equilibri europei.</mark> Per Francesco Maselli, corrispondente in Italia del quotidiano francese <a href="https://www.lopinion.fr/">l’Opinion</a>, tutto dipende da quello che succederà nelle prossime settimane: “È possibile che la situazione interna lo costringa ad essere un po’ più democratico e anche a cercare qualche compromesso, ma non ne comprometta la credibilità all’estero perché alcune cose si riusciranno a fare anche se con fatica. Se invece il Paese dovesse essere paralizzato e non fosse possibile portare a termine una serie di riforme importanti – come quella delle pensioni e il problema di finanziamento del debito pubblico francese – con la crisi economica alle porte la leadership europea di Macron sarebbe molto intaccata.”</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>&#8220;Lo scenario più probabile è che Macron decida di fare un governo di minoranza e cercare i voti legge per legge&#8221;</span></p>
<p>Sul fronte interno, il capo dell’Eliseo ha escluso un governo di unità nazionale. I 245 seggi su 577 ottenuti dalla sua coalizione &#8220;Ensemble!&#8221; rendono difficile governare, ma non impossibile. Maselli delinea due scenari possibili: «Il primo e più probabile è che Macron decida di fare un governo di minoranza; una cosa possibile in Francia, dove il governo non ha bisogno della fiducia per cominciare a lavorare. Può essere sfiduciato, però in questo caso tutte le opposizioni dovrebbero mettersi d’accordo e votare lo stesso testo e non è scontato. Lui invece può andare avanti e cercare i voti legge per legge. Un’altra possibilità, più remota, è fare un accordo di governo con uno dei gruppi parlamentari. Per adesso, tutti gli hanno detto che non sono disponibili, quindi è un’ipotesi difficile”.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>A erodere il consenso del capo dell’Eliseo sono stati: a sinistra, l’alleanza Nupes di Jean-Luc Mélenchon, rappresentata da 131 deputati e, a destra, il Rassemblement National di Marine Le Pen, che con 89 seggi (nel 2017 erano solo otto) ha più che decuplicato la sua presenza in Parlamento.</mark> Ma cosa ha spinto i francesi a ridurre le distanze con le opposizioni? “Marine Le Pen ha fatto tutta la campagna elettorale sul potere d’acquisto, sul rimettere i soldi in tasca ai francesi, soprattutto a quelli che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese o che si sentono un po’ dimenticati da Parigi – spiega Maselli –. E la Francia che vota da sempre per il &#8220;Rassemblement National&#8221; è proprio quella dei piccoli commercianti e imprenditori, delle casalinghe e della piccola borghesia”. Dall’altra parte, anche Mélenchon ha puntato la sua campagna elettorale sul potere d’acquisto «promettendo un salario minimo più alto. Ha battuto molto sui diritti dei lavoratori e sul fatto che le risorse si possano prendere ai più ricchi. Il programma fiscale di Mélenchon è molto duro con le persone che guadagnano di più: prevede una tassazione del cento per cento per chi ha un reddito superiore a 13 milioni di euro”. Tutto questo ha contribuito a convincere i francesi a un voto alternativo.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Ha votato poco più del 47 per cento dei francesi: &#8220;Alle legislative evidentemente la partita era considerata come importante, ma non vitale, un po’ scontata e relativamente rilevante&#8221;.</span></p>
<p>A pesare sui risultati è stato anche un forte astensionismo. <mark class='mark mark-yellow'>Poco più del 47 per cento degli elettori si è recato alle urne. Tuttavia, il giornalista sottolinea che i francesi sono soliti decidere se andare al voto a seconda dell’importanza che accordano all’appuntamento elettorale:</mark> “Quando ci sono state le presidenziali, alla fine i francesi sono andati a votare. C’è stata astensione e non è stata quella più alta di tutta la storia della Quinta Repubblica. Già questo ci fa capire che ci sono degli alti e bassi perché comunque la sfida era percepita come capitale per il loro futuro. Alle legislative invece evidentemente la partita era considerata come importante, ma non vitale, un po’ scontata e relativamente rilevante. Questo lo vediamo per esempio nel risultato del &#8220;Rassemblement National&#8221;: quando l’elezione è importante suscita un rigetto e una mobilitazione degli elettori contro i candidati che possono vincere. Questa volta non è successo perché non hanno percepito come una minaccia il fatto che la destra potesse avere un deputato in più o in meno”.</p>
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		<title>Elezioni in Francia e l&#8217;appello di Zelensky all&#8217;Italia &#8211; Le quattro notizie del giorno</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2022 03:47:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Francia: Macron perde la maggioranza. Rieletto all’Eliseo meno di due mesi fa, il presidente francese Emmanuel Macron non potrà più contare sulla maggioranza assoluta in Parlamento. Per il presidente è ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/06/France_election_thumbnail-8bhqri.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="France_election_thumbnail-8bhqri" /></p><p style="font-weight: 400;"><strong>Francia: Macron perde la maggioranza.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Rieletto all’Eliseo meno di due mesi fa, il presidente francese <strong>Emmanuel Macron</strong> non potrà più contare sulla maggioranza assoluta in Parlamento. Per il presidente è stata una sconfitta al di là di ogni previsione: al ritorno dalla sua prima visita nell’Ucraina in guerra, Macron aveva chiesto al popolo francese una maggioranza “forte e chiara” per una “Francia davvero europea”. <mark class='mark mark-yellow'>Il Parlamento francese esce invece dalle urne con gli equilibri sconvolti. Macron e la sua coalizione <em>Ensemble</em> sono lontanissimi dalla maggioranza assoluta necessaria per governare: 289 seggi. Nel primo mandato il presidente aveva 341 deputati che oggi oscillano fra 210 e 230.</mark> Ad emergere come principale forza di opposizione, con 170-190 seggi, è stata l’alleanza di sinistra <em>Nupes</em> guidata dal tribuno <strong>Jean-Luc Mélenchon</strong>. Ma c’è stato un risultato storico anche per il <em>Rassemblement National</em> di <strong>Marine Le Pen</strong> che è salito a 80-95 seggi, rispetto agli otto attuali. Il presidente del Consiglio francese <strong>Elisabeth Borne</strong>, poche ore dopo l’annuncio dei primi risultati, ha parlato dall’Hotel de Matignon: “È una situazione inedita che rappresenta un rischio per il nostro Paese viste le sfide che dobbiamo affrontare sia sul piano nazionale che internazionale”, ha detto. La Borne ha poi lanciato un appello all’unità per “costruire una maggioranza d’azione per lo Stato francese”, senza escludere la possibilità di raggiungere dei “compromessi”.</p>
<p style="font-weight: 400;">(Aurora Ricciarelli)</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Ucraina, 117^ giorno di guerra in Ucraina: le parole di Zelensky all&#8217;Italia.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>“Per favore sosteneteci. Muoversi verso l’Unione Europea per noi è un fattore unificante e ricevere lo status di candidato ci rafforzerebbe. L’Ucraina ha bisogno di aiuto: rifornimenti, alimenti, armi ed equipaggiamenti moderni.” È questa la richiesta che il presidente ucraino <strong>Zelensky</strong> ha mosso oggi all’Italia,</mark> intervenendo in video-collegamento al Global Policy Forum dell’Ispi in corso a Milano. Segnali positivi in questo senso sembrano provenire anche dall’Ungheria e dagli USA, entrambi favorevoli alla concessione della candidatura. Ai cittadini del suo Paese il presidente ha invece registrato un video, durante il viaggio di rientro da Lysychansk, promettendo loro un ritorno alla normalità e la riconquista dei propri territori: “La Russia non ha abbastanza missili per piegare la voglia di vivere degli ucraini”.</p>
<p style="font-weight: 400;">Non trapela invece la stessa fiducia dalle parole del segretario generale dell’Alleanza Atlantica <strong>Stoltenberg</strong> che, di fronte ai quattro fronti su cui ancora proseguono i combattimenti, prevede una guerra che “potrebbe durare anni”. Nel frattempo, <mark class='mark mark-yellow'>il Parlamento ucraino ha approvato un disegno di legge che vieta l’importazione di libri e giornali russi, bielorussi o delle repubbliche separatiste del Donbass e limita musica, concerti e film di autori del Paese ostile.</mark> Si tratta di un provvedimento che rischia però di rivoltarsi contro l’Ucraina stessa, offrendo all’opinione pubblica di Mosca un motivo per giustificare l’invasione a difesa delle popolazioni russe e incrementando il consenso a Putin.</p>
<p style="font-weight: 400;">(Ludovica Rossi)</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>M5s si divide sulla questione armi, sfiduciato Di Maio.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">La tensione interna al Movimento 5 Stelle è alta da giorni e il ministro <strong>Di Maio</strong> rischia l’espulsione. Il pomo della discordia, che ha portato ieri sera ad una riunione notturna emergenziale del Consiglio nazionale del movimento, riguarda l’invio delle armi in Ucraina. Infatti <mark class='mark mark-yellow'>la bozza redatta da alcuni senatori pentastellati che chiedeva lo stop dell’invio di altre armi a Kiev, è stata duramente criticata da Luigi Di Maio, che aveva spiegato: &#8220;Quel testo ci disallinea dall&#8217;alleanza della Nato e dell&#8217;Ue&#8221; e &#8220;se ci disallineiamo dalla Nato mettiamo a repentaglio la sicurezza dell&#8217;Italia&#8221;.</mark> La riunione, sospesa a tarda notte, è proseguita oggi ma l’espulsione del ministro è rimasta congelata. Questa mattina poi si è tenuta una riunione da remoto dei componenti del M5s delle commissioni parlamentari con i vertici pentastellati per definire la linea da portare al vertice tra governo e maggioranza, in vista del voto di domani al Senato sulle comunicazioni del presidente del Consiglio <strong>Mario Draghi</strong> alla vigilia del Consiglio europeo. Da quanto è emerso il Movimento continuerà nella mediazione con il resto della maggioranza sulla risoluzione unitaria, senza creare problemi. Chiederanno però “un più pieno e costante coinvolgimento del Parlamento riguardo le linee di indirizzo politico che verranno perseguite dal governo ai consessi europei e internazionali”. Dunque, nessun riferimento alle armi, ma a una de-escalation militare e alla centralità del Parlamento.</p>
<p style="font-weight: 400;">(Riccardo Piccolo)</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Allarme siccità: il governo è pronto a valutare misure per far fronte all&#8217;emergenza.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Il fiume Po ha raggiunto i livelli più bassi da oltre settanta anni. Quella trascorsa è stata la sesta primavera più calda di sempre e le previsioni future continuano a non promettere nulla di buono. <mark class='mark mark-yellow'>A preoccupare maggiormente gli italiani è la riduzione delle rese di produzione delle coltivazioni in campo come il grano che quest’anno ha segnato un calo del 15%.</mark> In una situazione così drammatica le regioni chiedono aiuto al governo sollecitando un intervento rapido per fronteggiare l’emergenza climatica. Nei mesi scorsi sono state Veneto, Lombardia e Piemonte le prime regioni a lanciare l’allarme ma la situazione ora resta critica anche al Centro-Sud. È prevista questa settimana una riunione con l’esecutivo che da giorni tiene sotto osservazione il dossier siccità. Si tratta di una situazione grave che il ministro delle Politiche agricole <strong>Stefano Patuanelli</strong> definisce &#8220;inevitabile&#8221;. <mark class='mark mark-yellow'>Molti comuni e acquedotti hanno deciso di intervenire a riguardo decretando la chiusura dei rubinetti nelle ore notturne.</mark> Mentre in Friuli di Venezia Giulia è atteso nei prossimi giorni un decreto per razionare l’acqua in ambito privato, agricolo e industriale.</p>
<p style="font-weight: 400;">(Melissa Scotto Di Mase)</p>
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		<title>Macron e Le Pen a poche ore dal voto</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Apr 2022 18:01:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Bianca Terzoni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni Presidenziali 2022]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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		<description><![CDATA[“Sono qui per farmi portavoce dei francesi”. “Se il popolo mi confermerà la fiducia, mi farò garante della diplomazia europea”. Nella giornata di silenzio elettorale, le stime indicano che il risultato delle ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/04/elezioni-francia.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: Fanpage.it" /></p><p>“Sono qui per farmi portavoce dei francesi”<em>. </em>“Se il popolo mi confermerà la fiducia, mi farò garante della diplomazia europea”<em>. </em>Nella giornata di silenzio elettorale, le stime indicano che il risultato delle elezioni presidenziali francesi è ancora in gioco. Secondo l’ultimo <a href="https://www.lesechos.fr/elections/sondages/sondage-presidentielle-2022-les-resultats-de-presitrack-1357211" target="_blank">sondaggio</a> di OpinionWay-Kéa Partners per &#8220;Les Echos&#8221;, <mark class='mark mark-yellow'>il presidente francese Emmanuel Macron vincerebbe il ballottaggio di domenica 24 aprile, con il 57% dei voti</mark>, contro il 43% per la candidata di estrema destra Marine Le Pen, e sembra che il presidente uscente abbia convinto di più anche nel famoso dibattito di qualche sera fa.</p>
<p>“Macron era quello che mostrava maggiore conoscenza dei dossier, più energia, e anche più voglia” commenta Edouard Philippe, l’ex primo ministro di Francia. Tuttavia, gli sono stati criticati una mancanza di empatia e un atteggiamento a tratti arrogante. Le Pen, d’altro canto, non ha avuto una performance disastrosa come nel precedente dibattito del 2017, dove era piuttosto confusa e agitata. Questa volta ha fatto leva sui sentimenti e sulla sofferenza che il popolo francese ha dovuto sopportare negli ultimi tempi.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Sono molte le visioni diametralmente opposte della politica francese, per entrambi i leader di partito</mark>. Nel famoso dibattito televisivo, dove anche la temperatura della stanza è stata il frutto di un accordo, Le Pen pone la sua visione “centrata sui deboli, su chi non riesce ad arrivare a fine mese” e la contrasta con quella di Macron, “preoccupato per il prezzo della benzina”, che parla di una “svolta ecologica” e di un’Europa più grande ed unita. <mark class='mark mark-yellow'>Proprio l’Europa è uno dei temi cardine delle loro differenze di vedute</mark>, poiché Le Pen intenderebbe anteporre gli interessi del proprio Paese a quelli dell’Unione. Pertanto, il leader della <em>République En Marche</em> è già favorito dai leader europei Sanchez, Scholz e Costa.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>L’elezione di Macron o Le Pen potrebbe cambiare sia il futuro della Francia che quello dell’Unione Europea, oltre ad influire profondamente sul conflitto in Ucraina</span></p>
<p>L’elezione di uno piuttosto che dell’altra, quindi, potrebbe cambiare sia il futuro della Francia che quello dell’Unione Europea, oltre ad influire profondamente sul conflitto in Ucraina. <mark class='mark mark-yellow'>Macron è più avanti, ma è comunque un vantaggio inferiore ai risultati di cinque anni fa, quando ha battuto Le Pen con il 66,1% dei voti</mark>. Per la leader di <em>Rassemblement National</em> ci sono ancora “tutte le possibilità di vincere”. A Macron è stato criticato di non aver fatto abbastanza per l’Ucraina ed essere stato protagonista di una campagna elettorale talmente intensa da risultare aggressiva. Il presidente si difende: “Se i francesi mi confermeranno la fiducia, tornerò a telefonare a Putin già dalla settimana prossima” e, nel dibattito, accusa la sua rivale di “dipendere dal potere russo”. Le Pen, infatti, durante la prima crisi tra Russia e Ucraina del 2014 si schierò con Putin, e mantiene tuttora dei legami finanziari con le banche russe.</p>
<p>Secondo il popolo francese, c’è chi voterà Le Pen, sapendo che non sarà probabilmente l’unica voce in capitolo a prendere decisioni, e chi Macron, per la teoria del “meno peggio”. <mark class='mark mark-yellow'>Decisivi al ballottaggio saranno anche i voti orfani della sinistra di Melenchon</mark>, il quale ha detto ai suoi sostenitori di non dare un singolo voto a Le Pen, ma allo stesso tempo non ha espresso pieno appoggio a Macron. Anche i No-Vax sarebbero più inclini a votare contro l’attuale presidente, per le accuse rivolte loro durante la lotta alla pandemia, quando Macron dichiarò: “Voglio farli arrabbiare davvero”. Le Pen non troverebbe invece terreno tra la comunità musulmana francese, a causa della sua proposta di vietare il velo in luogo pubblico.</p>
<p>Un altro indicatore importante sarà sicuramente il possibile astensionismo francese: <mark class='mark mark-yellow'>secondo previsioni, il tasso di affluenza si aggirerà tra il 72% e il 74%</mark>, nonostante il coinvolgimento della cittadinanza non sia mancato in questi anni. Dopo la pandemia e lo scoppio del conflitto ucraino, però, la fiducia nelle istituzioni potrebbe essere cambiata: la percentuale di francesi che disapprova l’operato del presidente è maggiore di quella che lo appoggia. Le urne sono già aperte nei Territori d’Oltremare. Per Macron il voto sarà un “referendum per o contro i nostri valori”. Per Le Pen la scelta è semplice: “o Macron o la Francia”.</p>
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		<title>In Francia è di nuovo testa a testa tra Le Pen e Macron</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2022 07:43:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Mozzaja]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[A distanza di cinque anni la storia si ripete. Come nel 2017 la sfida decisiva per diventare il nuovo Presidente della Repubblica francese sarà tra i rivali Emmanuel Macron e ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="428" height="308" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/04/macron.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="macron (foto senza diritti)" /></p><p>A distanza di cinque anni la storia si ripete. Come nel 2017 la sfida decisiva per diventare il nuovo Presidente della Repubblica francese sarà tra i rivali Emmanuel Macron e Marine Le Pen. Le elezioni di domenica 10 aprile hanno portato al ballottaggio il presidente uscente e la leader di <em>Rassemblement National</em>. Il distacco tra i due si è ridotto notevolmente.<mark class='mark mark-yellow'>Il 24 aprile la Francia andrà per la seconda volta alle urne e solo quel giorno sapremo chi si insedierà all’Eliseo.</mark></p>
<p>I dati ufficiali della prima tornata elettorale dicono che Macron ha raccolto quasi dieci milioni di voti, il 27,84%, mentre Le Pen poco più di otto milioni, 23,15%. Sicuramente sorprendente è stato il risultato ottenuto dall’esponente della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon, il terzo più votato dai francesi. Il partito di estrema destra di Eric Zemmour invece ha ottenuto meno di quanto si aspettava. Anche il comportamento degli elettori è stato in parte sorprendente.<mark class='mark mark-yellow'>Se cinque anni fa Macron aveva trionfato tra i giovani, a conquistare gli under 35 questa volta è Mélenchon, con un risultato al di sopra delle aspettative. In questa fascia il presidente uscente è arrivato terzo, ma è stato il più votato tra gli over 65</mark>. La leader di <em>Rassemblement National </em>è stata la più votata nella fascia 34-65 anni. Macron è largamente preferito dalle famiglie più ricche, mentre Le Pen riceve maggior sostegno da operai e impiegati, dalle fasce di reddito più basse e dagli abitanti di piccole città.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>In vista del secondo turno, il duello tra Macron e Le Pen pare sia molto serrato, con il risultato ancor più incerto rispetto al 2017.</mark> Secondo l&#8217;ultimo sondaggio di <em>Elabe,</em> il presidente uscente dovrebbe avere il 52% delle preferenze contro il 48% della sua rivale. Secondo il sondaggio di <em>Ifop</em> tra i due candidati ci sarebbero solo due punti di distacco: Macron potrebbe essere riconfermato per un soffio con il 51% delle preferenze contro il 49% di Le Pen. Tuttavia il margine di errore di quest’ultima rilevazione è di tre punti, dunque non è da escludere un ribaltamento del risultato.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>In vista del secondo turno, il duello tra Macron e Le Pen pare sia molto serrato, con il risultato ancor più incerto rispetto al 2017</span></p>
<p>Adesso inizia la caccia ai voti per il ballottaggio e gli esclusi iniziano a prendere posizione. <mark class='mark mark-yellow'>“Non bisogna dare un solo voto a Marine Le Pen” ha detto ai suoi sostenitori il candidato della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon, pronto a sostenere Macron il 24 aprile</mark>. Appoggio al presidente uscente anche da parte della socialista Anne Hidalgo, da Yannick Jadot (Verdi), da Fabien Roussel (Comunisti) e dai <em>Républicains</em> di Valérie Pécresse (la destra gollista): un parterre molto variegato che comprende sia la destra che la sinistra. Le Pen invece sarà sicuramente spalleggiata dal sovranista Dupont e da Zemmour che ha dichiarato di avere “molti disaccordi con Marine, ma davanti a lei c’è un uomo che ha fatto entrare milioni di immigrati e che farà di peggio se sarà rieletto. Faccio appello ai francesi a fare muro contro Macron, al ballottaggio invito quindi a votare per Le Pen”.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Macron parla di un’Europa unita e i risultati del primo round fanno tirare un sospiro di sollievo anche nei palazzi di Bruxelles</span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>“Voglio una Francia che porti progressi a tutti, che si inserisca in un’Europa forte, non alleata ai populisti e agli xenofobi: l’unico progetto credibile è il nostro”</mark> ha detto il presidente uscente che ha poi aggiunto di voler “essere il candidato che parla a tutti i francesi” e di voler “convincere i connazionali che hanno votato per il Fronte nazionale o che si sono astenuti ad unirsi a me”. <mark class='mark mark-yellow'>Macron parla di un’Europa unita e i risultati del primo round fanno tirare un sospiro di sollievo anche nei palazzi di Bruxelles: la consapevolezza è di aver scampato (almeno per ora) un pericolo gigantesco, la <em>Frexit</em> e la sostanziale fine dell’Unione Europea.</mark> Dal canto suo Le Pen chiede a chi non ha votato Macron di unirsi a lei perché il suo obiettivo è “rimettere la Francia in ordine in 5 anni”. <mark class='mark mark-yellow'>La leader di <em>Rassemblement National </em>spaventa i vertici dell’Ue anche per le sue posizioni filo-Putin: per la Russia sarebbe una sponda contro le sanzioni.</mark> Le Pen ha più volte ribadito di non voler uscire dall’Unione Europea, ma di non accettare imposizioni su quello che la Francia produce.<br />
Insomma la sfida tra Macron e Le Pen entra nel vivo, il duello incalza. Tra meno di due settimane sapremo chi sarà il prossimo Presidente della Repubblica francese.</p>
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		<title>Francia verso elezioni, spunta il &#8220;problema corso&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Apr 2022 12:52:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Sara Fisichella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[“Oggi per un giovane che vuole lavorare, acquistare una casa o un’attività agricola è complicato se non impossibile, quindi si cerca un’autonomia che permetta di dare alla gente che vive ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1491" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/04/51930938857_2af1ea7275_k.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: Flickr. Autore:
Pascal POCHARD-CASABIANCA / AFP" /></p><p>“Oggi per un giovane che vuole lavorare, acquistare una casa o un’attività agricola è complicato se non impossibile, quindi si cerca un’autonomia che permetta di dare alla gente che vive in Corsica, la possibilità di vivere sull&#8217;isola degnamente”. <strong>Guillaume Bereni</strong>, redattore corso di <a title="Corsica Oggi" href="https://www.corsicaoggi.com/sito/" target="_blank"><strong>Corsica Oggi</strong></a>, sito che attraverso i suoi articoli valorizza il legame storico con l’Italia, lascia intendere la tensione che si respira in questo angolo di mondo. Un territorio che da anni lotta per definire la propria identità tra la difesa della lingua corsa e la richiesta del diritto di cittadinanza per frenare la speculazione fondiaria.<mark class='mark mark-yellow'>In un anno cruciale come il 2022, con la morte di uno dei volti della militanza più viva come <strong>Yvan Colonna</strong> e la corsa di Emanuel Macron all’Eliseo, che risente di quello che è stato definito “il problema corso”, l’impressione è che il cammino verso l’autonomia sia diventato concreto</mark>. Una via che potrebbe percorrere anche la <strong>Bretagna</strong>, un’altra porzione di Francia che, con i due referendum richiesti dal Fronte di Liberazione della Bretagna – Armata Rivoluzionaria Bretone (FLB-ARB), si sta adoperando in questo senso e guarda all&#8217;indipendenza.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>La morte dell&#8217;ex separatista corso in carcere ha rinfocolato tutte le tensioni di autonomia in Francia, dalla Corsica alla Bretagna: e mentre Macron si prepara a scalare ancora l&#8217;Eliseo, le proteste diventano sempre più violente</span></p>
<p><strong>Yvan Colonna</strong> è morto a Marsiglia il 21 marzo, dopo diciannove giorni di coma in seguito all’aggressione di <strong>Franck Elong Abé</strong>, detenuto jihadista camerunense. Quest’ultimo scontava la sua pena ad Arles e lo avrebbe aggredito per aver offeso il suo credo religioso. “L’uomo, il militante che era diventato assassino, è diventato un eroe per una parte dei corsi”.<mark class='mark mark-yellow'>Tra la gente che scende nelle piazze delle città, si scontra con la polizia e mira ai luoghi simbolo delle istituzioni, c’è chi imbratta sui muri la scritta <em>“Gloria à te, Yvan”</em> e porta striscioni con lo slogan <em>“Statu francese assassinu”. S</em>i batte per le condizioni dei prigionieri politici e guarda con sospetto alla dinamica di questo omicidio.</mark> Chiede verità e giustizia in memoria di un uomo che, una volta arrestato e prima di essere giudicato, era stato già bollato dall’allora ministro dell’Interno <strong>Nicolas Sarkozy</strong> come esecutore materiale dell’omicidio del prefetto <strong>Claude Érignac</strong>, avvenuto il 6 febbraio 1998 ad Ajaccio con tre colpi di pistola sparati mentre stava andando ad un concerto di musica classica con la moglie.</p>
<p>“<strong>Chirac, Sarkozy, Hollande e Macron</strong> hanno tutti mantenuto la stessa linea: non c’è mai stato né dubbio, né dibattito, né voglia particolare di immaginare che <strong>Yvan Colonna</strong> non avesse fatto questo attacco contro il prefetto”. Un personaggio diviso tra la pastorizia e l’attivismo acceso, sparito dai radar per quattro anni prima di essere trovato nei boschi corsi nel luglio del 2003. Condannato tre volte all’ergastolo e proclamatosi sempre innocente, è stato rinchiuso in prigioni lontane dalla terra natìa, da famigliari e amici per la sua condizione di <strong>détenu particulièrement signalé (DPS)</strong>. Proprio come <strong>Alain Ferrandi</strong> e <strong>Pierre Alessandri</strong>, gli altri membri del “commando” Érignac che, dopo 22 anni di carcere, si apprestano ad essere trasferiti sull’isola. “Con il loro statuto di DPS, non potevano essere trasferiti perché la prigione di Borgo ufficialmente non era in grado di ospitarli. Lo Stato ha giocato con quello statuto di DPS per fare un po’ di pressione sociale e politica sulla Corsica.<mark class='mark mark-yellow'>Permettere ai due di tornare in Corsica ora che Yvan Colonna è stato ucciso è una buona cosa per le famiglie di Ferrandi e Alessandri, ma aspettare che uno sia ucciso per permettere il diritto di essere ravvicinati è anche una provocazione”</mark>.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Guillaume Bereni, redattore di <em>Corsica Oggi</em>: “Yvan Colonna, il militante che era diventato assassino, da morto è diventato un eroe per una buona metà dei corsi”.</span></p>
<p>La regione di <strong>Francia</strong> con gli stipendi più bassi, un altissimo livello di disoccupazione, una alta crescita demografica e una grande difficoltà a credere nell’avvenire è un’isola che non si è mai sentita francese fino in fondo. Il nazionalismo persiste dagli anni Sessanta e si è acuito negli anni Settanta, quando tra gli abitanti ci fu chi, come <strong>Edmond Simeoni</strong>, pensò che un programma come la <strong>Società per lo sviluppo della Corsica (SOMIVAC)</strong> favorisse la viticoltura dei reduci della guerra d’Algeria, però non fruttasse ai produttori locali. Così, nel 1975, decise di occupare militarmente una delle cantine ad Aleria, sulla costa orientale.</p>
<p>Suo figlio <strong>Gilles</strong> è stato uno degli avvocati difensori di Colonna ed è l’<strong>attuale presidente del Consiglio esecutivo della Corsica</strong>. Il funzionario delle trattative con lo Stato centrale che dovrebbero portare ad una “soluzione politica globale”, per ora suggellata da un documento co-firmato dallo stesso politico e dal ministro dell’Interno <strong>Gérald Darmanin</strong>, emissario di Parigi già inviato sull’isola per aprire ad un dialogo che, a un passo dal primo turno delle presidenziali del dieci aprile, dovrebbe intensificarsi. In vista dei prossimi colloqui, i sindacati studenteschi di <strong>Corte</strong> promotori delle manifestazioni e del discorso ufficiale e i principali partiti nazionalisti dovranno trovare un compromesso di vedute:<mark class='mark mark-yellow'>“Tra i partiti nazionalisti e tra i cittadini nazionalisti non tutti hanno la stessa voglia di ottenere qualcosa e allora si vuole almeno l’autonomia stile Alto Adige: una regione a statuto speciale con un vero bilinguismo, con la capacità di prendere decisioni a livello locale</mark>. La Corsica oggi a livello della Francia ha uno statuto speciale ma, se si guarda verso l’Italia e verso altri Paesi, non siamo così autonomi. Non abbiamo tanti diritti perché, a un certo punto, tutto è scelto da Parigi”.</p>
<p>&nbsp;</p>
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